so che l’amore

ululato da Pralina alle ore 19:25 giovedì, 19 maggio 2011

So che sono stata amata in maniera folle e appassionata, come mai forse una donna è stata amata, e che nonostante questo ero e sono sempre stata folle d’amore e assetata di amore, di coccole, di baci, di carezze, di parole, di sguardi pieni di sguardi.
So che l’amore dovrebbe saziarsi d’amore, invece è rimasto una bocca famelica, aperta all’amore, quello che non ha fine, mai fine.
So che il tempo passa, e dovrebbe passare la passione, e se la passione non passa, è perché se ne frega del tempo che passa, e soltanto la morte può stroncarla, fermarla, ammutolirla, togliere il fiato, lo sguardo, la domanda, la rosa bagnata di pianto, la collana di perle sfilata, le pale del ventilatore impregnate di musica, il graffio sulla pelle nuda.
So che eravamo due corpi in uno solo, a lottare uno contro l’altra fino a cadere esausti, ridendo fino a farci mancare il respiro, scherzando e facendo la lotta coi cuscini, sporcandoci i corpi nudi con saponette al cioccolato e violetta, in quella stanza in penombra, in quell’alcova profumata di opium, patchuli, mirra, benzoino.
So che sono stata felice, tanto felice, felice tremila volte felice come mai si può essere felici, perché dove scava il dolore non appena giunge il vero amore ti riempie la felicità e ogni percorso leso dal dolore diventa la strada per la gioia. E quando arriva, proprio quel tipo di felicità, è prepotente come un torrente in piena di una pioggia estiva improvvisa e ti trascina senza che tu possa opporre alcuna resistenza.
So che non esiste la parola BASTA e la parola FINE quando si è innamorati veramente, e veramente si ama coi denti e con il sangue come quella volta che eravamo in osteria a Bologna e ci passavamo lo stelo di una rosa fra le labbra.
So che era bello stare nel bateau insieme a uno sconosciuto, con il vento che ci scombinava i lunghi capelli biondi, e non sapere dove guardare, perché è bello non sapere a volte, cosa dire o dove guardare precisamente, e il vento sul quale cavalcavano i gabbiani dell’isola era l’inevitabile valzer delle foglie secche e dei profumi di pioggia del primo autunno.
So d’aver ballato tutta la sera con il mio principe azzurro che puzzava di pesce e poi d’essermi lasciata condurre in una stanza, come in una bella fiaba della mia infanzia.
So d’aver frugato nei meandri della vita ciò che la morte mi ha strappato via, d’aver riattaccato i pezzi strappati di me con vecchie foto e scritti e ricordi dove il buio avrebbe voluto ingoiarmi, so d’aver trovato ancora mani amiche e a volte amorose, protese verso di me, a proteggermi, a sorreggermi, a cullarmi e a cercare il mio corpo nudo.
So che quella sera d’estate in un posto così selvaggio si sarebbe potuto girare un film western; so che la sola luce della cucina rimasta accesa, la campagna arsa dal sole, la sagoma di un uomo seduta nel buio della quale intuivo soltanto le fattezze, e il concerto dei grilli, facevano un effetto strano, come di un tempo che si vuole fermare nonostante tutto, nonostante la triste abitudine degli umani, a suddividerlo, contabilizzarlo, imbrigliarlo, reprimerlo, per poi rimpiangerlo.
So di avere provato la vita che mi tornava dentro, in fondo alle viscere, a riempirmi le cavità vuote e nonostante questo, so di avere avuto ancora e sempre fame e sete di vita, fame e sete di vita come allora, come sempre.
So di avere avuto paura, quella paura, l’horror vacui, e ancora la paura di essere abbandonata, o di morire, di morire durante il sonno o ancora peggio durante la veglia, quella paura fottuta che non puoi sedare con gli psicofarmaci, devi viverla perché fa parte di te, perché meglio il dolore e la paura che prendere gli ansiolitici per dormire e mutilarsi una parte dentro.
So che l’amore tornava sempre a sorreggermi e a sorprendermi, perché lo chiedevo a gran voce, lo scrivevo nelle lettere, nelle poesie, sui muri, lo raccontavo alle amiche, ai miei tesori.
So che l’amore ha avuto le fattezze e l’odore di un uomo tanto bello e svaporato che un giorno a Faenza mi regalava un pasticcino allo zabajone. So che sono stata tanto felice, felice in modo delicato e speciale come quel pasticcino fragile, che si è frantumato su un maglione.

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