DIPINGERE E’ UN ALBERO CAVO

ululato da Pralina alle ore 22:33 mercoledì, 09 aprile 2008

Dipingere è un albero cavo. E’ un filo teso tra la terra e il cielo. E’ un momento di trance ipnotica. Nella preistoria, lo sciamano e il creativo erano la stessa persona. Il dono della “veggenza” viene dato a patto che chi lo riceve, sia disposto a uscire fuori da sé e dai propri limiti. La veggenza è un viaggio nella terra di nessuno. 
Dipingere è una scommessa, un atto di crescita, perché di consapevolezza. A livello psicologico, è talmente profonda che viene utilizzata dai terapeuti per capire i traumi passati che non si raccontano con le parole. Ci sono spazi bianchi come parole mai dette e silenzi “parlanti”, colori tenui come piccole frasi sussurrate, piccoli pensieri appena accennati, abbozzi di sorrisi, lacrime che restano attaccate alle ciglia. Il colore ha dei sussulti forti verso la luce, diventa sempre più deciso quando la luce (coscienza) lo fa vibrare.
Nella pittura ci si confronta con le proprie emozioni su un piano simbolico, ci sono emozioni trattenute, emozioni delicate, e in crescendo, emozioni prepotenti, emozioni trascinanti, emozioni devastanti, emozioni distruttive. Come gestirle? Lasciarle andare? e in quale misura? e in quale direzione?

Dipingere significa staccarsi da sé per entrare in un territorio “neutro”, di viaggio, di scoperta. Significa accettare di fare tesoro dai propri errori, per ricominciare da capo. Si cancella moltissimo, durante la realizzazione di un’opera. Cancellare la pittura “sbagliata” è un atto di coraggio e di crescita. Bisogna essere onesti. Senza onestà, non si arriva da nessuna parte in un lavoro serio, la furbizia non paga. Il mio professore di pittura mi diceva che l’atto di cancellare è il primo passo verso la grande pittura. Come in ogni viaggio che si rispetti, c’è il momento iniziale, la scoperta della tela vergine, di un territorio sconosciuto ma accogliente, dove tutto è possibile… io passo molto tempo ad accarezzare la tela, come un’arpa. La tela bianca è bellissima, ha un buon odore, e il gesso che forma il primo strato è familiare e rassicurante.
Poi ci si addentra, pieni di vitalità, ignari delle insidie, è il momento più bello. La matita o il pennello traccia linee immaginarie, appena abbozzate con rapidi segni, come guardare l’orizzonte e sognare mete future. Non importa che si debba rappresentare una spiaggia tropicale o un quarto del tavolo di cucina, è sempre un viaggio in un territorio sconosciuto.
Ancora più affascinante, la rappresentazione della figura umana. Il volto umano è una vera mappa di segni che conducono in profondità nell’essere.
Come in ogni viaggio, all’inizio si ipotizzano percorsi fattibili. Ma arrivano le difficoltà e le battute d’arresto, problemi tecnici e simbolici di difficile risoluzione. Il momento più duro sta nel mezzo dell’opera. E’ importante fermarsi, la strada è lunga, bisogna capire bene dove andare. Dove si deve insistere, scavare, tirare fuori, o seppellire. Dove si può applicare una invenzione. E dove può essere l’inganno.
La vista si stanca e dopo un po’ non è più la stessa. Dipingere è un esercizio faticoso per gli occhi, devono concentrarsi su punti piccolissimi e spaziare su superfici vaste, e le due cose nell’arco di pochissimo tempo. Anche le braccia, le spalle e il collo sono sottoposti a un grandissimo stress. Ma il lavoro più difficile è per la mente che deve coordinare la vista esteriore con la percezione interiore. La meccanica dei gesti si mescola continuamente con le riflessioni, di altissimo livello. Dipingere è un susseguirsi di problemi da risolvere.
Tutta la creatività si basa su “problemi” da risolvere, solo che i problemi non sono reali, sono immaginari. E non per questo sono meno difficoltosi da gestire! Paradossalmente, possono soltanto moltiplicarsi, basta soltanto voler “crescere di livello” per usare un gergo da playstation.
Ad un certo punto, proprio nel momento più duro, arriva la risoluzione dei problemi, e la fine dell’opera. In realtà l’opera non finisce mai, ma arriva un momento in cui si deve prendere un congedo a tempo illimitato dalla propria creazione. Quel momento arriva, quando i problemi sono stati risolti e il quadro è come lo volevamo all’inizio, o diverso da come lo volevamo, ma ci fa sentire soddisfatti.
Allora si può indugiare ancora un po’ sull’opera già “finita”, con piccoli ritocchi, più per la propria soddisfazione (vanità) che per reale necessità. Dipingere può essere anche molto divertente, quando si è padroni della pittura e ci si può permettere di scherzare con le immagini.

Il disegno è lo scheletro che regge l’impalcatura del colore, lo paragono alla ragione, al logos, alla parola, alla dialettica. Il colore è il mondo emotivo. Il disegno può essere rigoroso, e il colore può essere denso e luminoso… così come un discorso (il disegno) può convincere per la coerenza, e una emozione (il colore) può colpire per l’intensità.

La pittura ha un odore forte di solventi e di olio, è una forma molto materica, quasi preistorica, sicuramente infantile, ci si sporca quando si dipinge, così come ci si “sporca” quando ci si emoziona (ed è per questo che molti scelgono di congelare le proprie emozioni). Ma la struttura del quadro non è solo preistorica, è anche storica, è fatta di dialettica, di parti dell’io che dialogano; di rapporti tonali, di chiaro-scuro, di piani che avanzano e di altri che retrocedono; di numeri (le proporzioni delle figure, la prospettiva)… di condizionamenti sociali (l’estetica è sempre frutto dei condizionamenti sociali)… di riferimenti letterari, poetici, musicali, fotografici, cinematografici, pittorici, simbolici e tanto altro… Dire che un pittore si sveglia e si mette a dipingere così “come gli viene” preso dagli impulsi del momento, è una solenne cretinata. Ai tempi di Leonardo, un pittore era anche un matematico e, anche se i tempi sono molto cambiati, per dipingere occorre ancora, prima di tutto, pensare. Potrei dire ancora molte cose sulla pittura, come viaggio, come meditazione, come vita. Ma preferisco dipingerle!
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