ululato da Pralina alle ore 00:18 venerdì, 04 gennaio 2008

A volte vorrei fare l’amore con il mondo intero. Sposare la carta sulla quale disegno e la tela su cui dipingo, in ogni linea ogni tratto ogni sussulto del colore, che le onde delle sfumature mi suggeriscono cose tanto profonde che mi lasciano ammutolita. Mi raccontano di onde che si infrangono sugli scogli. Le mie spalle larghe e rotonde, le mie ossa grosse e pesanti sono gli scogli, e gli umori sono la spuma che lappa e lappa senza sosta. Mi parlano di conchiglie di nuvole leggere tenacemente abbarbicate nel mio utero. Mi strappano ogni mese promesse mai mantenute di vermiglio e scarlatto, per ricominciare a colorarmi di bianco appena l’inganno se ne va.
A volte vorrei fare l’amore con il mondo intero. Il cibo che si fa leccare, e mordicchiare, a lungo, prima di farsi inghiottire nel calore del mio vulcano. Il frappè alla banana che mi lascia i baffi di latte ai lati carnosi della bocca. Mi lecco le labbra. L’incenso che si fa spirale di fumo per entrarmi dentro. Ha il profumo del miele e dei fiori indiani, che assorbo prima di respirare. A volte la musica, a volte il sole anche se fa molto freddo, mi parlano di una pelle ancora dolce e di una rosa non ancora sfiorita che non riceve abbastanza carezze ma che ne fa in continuazione a tutto. Sono i miei occhi ad accarezzare il mondo, il mondo con il quale vorrebbero fare l’amore. Guardo la gente per la strada e la vedo compressa dentro la sua crisalide, e qualche rara volta trovo una persona nuda dentro e tremo di paura e di desiderio. A volte passo accanto a una persona, urtandola involontariamente, e i miei capezzoli che sono due cani da punta la annusano. Per ogni vibrazione dell’autobus, se il mio cervello comincia a innervosirsi, sento pur sempre la mia carne interiore che canta. E lasciamola cantare, questa maleducata che mi ha deviato il cammino milioni di volte.
Inseguo le immagini su internet come si insegue un aquilone. Cerco di ricostruire un volto e una figura da come mi appare, di farla vivere in me nell’attimo in cui è rimasta congelata davanti a una macchina foto. Anche se è soltanto un frammento, sento di desiderarla tanto da doverla prendere per me. Lavo i piatti e li carezzo, uno ad uno, e masturbo le posate. E quelle vengono, ordinate, e sono già pronte ad essere leccate.
Sono le mie orecchie a lasciarsi incantare e sedurre dalle sirene del mondo. Io tocco, tocco tutto, infilo le dita dentro il pane per titillare le molliche coi polpastrelli, accarezzo la lana superba del mio poncho islandese là dove il seno forma due morbide grandi colline e sono felice della festa del cappuccio che ricade sulla schiena, abbraccio la mia cagna e la sento stupendamente liscia e stupendamente viva, e calda. Tocco l’io ed esco dal me stessa, rimesto la bava con la lingua, annuso i miei umori, mi lavo i capelli e affondo le dita dentro le ciocche e le ciocche viscide di shampo mi scivolano disordinatamente sulle dita come bava di lumaca, mi spoglio nuda dalla cintola in giù per sentire la trapunta fresca ed estranea sulla pelle delle gambe, la notte mi lascio cullare dalla musica e tocco la musica, e lecco la musica, e faccio l’amore con la musica.
A volte vorrei fare l’amore con il mondo intero. Ma lo faccio già. E il mondo mi ripaga, con l’immagine dei miei occhi alla mattina, riflessi nello specchio. Non sono gli occhi di una donna finita, sì forse sono gli occhi di una donna ferita, ma sono ancora pieni di stelle e brillano come certi scintillii del mare all’alba.

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