questioni di flusso

ululato da Pralina alle ore 18:06 venerdì, 10 marzo 2006

2 – i pensieri di una sciamana – Questioni di flusso

Mi trovo, alla mia veneranda età, con il letto in secca da ben quattro decenni, a considerare il flusso mestruale delle donne.
Pensate che anticamente il calendario era di 28 giorni, poi, chissà perché, hanno voluto farlo di 30 – 31 e soltanto febbraio è rimasto con le sue “cose”.
Adesso spengo la pipa e vi dico quello che penso sul progresso che la tecnologia ha portato in questo campo, dopo millenni di “pezze” lavate al fiume o nell’intimità delle proprie capanne.

Qualche anno fa nei supermercati accidentali (pardon, occidentali) si trovavano ancora quei grossi e grassi assorbenti dall’aria docile e ingombrante, nelle confezioni rosa anemico con sopra scritto a caratteri cubitali  “Pannolini per Signora”. Sì, era possibile nasconderli sotto altri prodotti nel carrello, ma erano sempre troppo visibili e alla fine della fila alla cassa, tutti sapevano che ricorreva per voi donne in età fertile, il lieto evento, e forse ci scappava anche l’applauso. 
Allora inventarono gli assorbenti con le ali, come se le vagine potessero veramente volare.
Gli assorbenti ultrasottili con le ali dovrebbero essere la summa, l’apice del progresso tecnologico in materia di mestruazioni. Provateli, ragazze. Chi prova a mettersi questi assorbenti ultrasottili con le ali, è come se avesse fatto un corso di origami in piedi e con il mal di pancia.
Per non parlare dei tamponi, quelli che si infilano con uno stantuffo di cartone e poi si ammosciano a metà vagina, oppure diventano così ipertrofici e palestrati che per toglierli, bisogna fare il tiro alla fune.

Gli assorbenti (sbiancati con il cloro… chissà perché tanto zelo, quando sono destinati a macchiarsi) vengono chiusi in comode bustine di plastica per ragioni che gli uomini accidentali, pardon, occidentali, chiamano “igieniche”. Giusto, dico io. Poi però le bustine vengono buttate nella spazzatura, insieme alle linguette di carta, e bustine e linguette, alla fine del ciclo femminile, potrebbero dare come risultato un piccolo monticello festoso di lingue di menelik e stelle filanti in cima alle discariche.
Ma la cosa peggiore è la colla che dovrebbe tenere saldati gli assorbenti alle mutandine, che si incolla alle dita in tre e più riprese, e poi, con un gioco di prestigio, fa implodere su se stesso l’assorbente che si arrotola in uno spasmo annichilente. Et voila, l’assorbente è distrutto e c’è qualcuno che bussa sempre in quel momento alla porta del bagno (queste stanze che la civiltà umana ha destinato all’espletamento dei bisogni corporali e della cura del corpo) dicendo la cosa più stronza che si può dire in quel momento “Ti senti poco bene? Di là stanno già mangiando”. No, direbbe la malcapitata, mi sono soltanto incollata due dita e il culo mentre tentavo di sistemare queste fascette, e adesso che mi tiro su i collant, che sono un’altra delle strane cose inventate per contenere le furia delle gambe, l’assorbente permaloso scivola giù perché non era centrato nel posto giusto. Comunque, dopo vari tentativi, ognuna in completa solitudine e silenzio e vergogna e mancanza totale di autostima, riesce a fermare l’assorbente con alcuni movimenti opportunamente studiati e calibrati, come la cerimonia del the.

Proprio come riuscii io a centrare la mia prima lepre, tirando una freccia potente, ma veramente potente, che solcò l’aria e finì dritta in mezzo a un albero, dentro un alveare.
Ci vuole pazienza nelle cose.
Il mio pensiero di oggi, è dedicato alla pazienza, in particolare a quella che le donne devono avere, per ogni piccola cosa.

 * Sotto: “Ragazzo Tampon”, opera di Nikoline Calcaterra, MUM

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