NOI SIAMO ROMAGNOLI DOC

ululato da Pralina alle ore 01:09 lunedì, 07 luglio 2008


Non vi tragga in inganno l’immagine sopra, di me in una sala giochi, mentre faccio tiro al bersaglio nel gioco Cecchini superstar. Noi siamo romagnoli DOC.  Da ragazzina, tipo 15 anni, mia madre mi organizzava le divise, pardon, i vestiti per il giorno dopo. Me li metteva piegati sulla sponda del letto e la mattina dopo me li indicava con l’indice puntato, sgranando i suoi grandi occhi azzurri.
L’indice puntato di mia madre poteva ripetersi solo due volte, poi diventava una minaccia per la mia incolumità.
Il “Devi vestirti come ho deciso io” non proveniva da uno stilista misogino, ma da una donna eccezionalmente bella, che mi stava davanti con gli zoccoli ai piedi.
Naturalmente, siccome ho una testa dura come la sua, ma diversamente dura, sceglievo sempre il contrario di quello che mi diceva di mettermi. Oppure me li infilavo all’arrovescio. Allacciavo gli scarponi a una velocità record, mentre finivo di farmi il bidet. E poi scappavo con la velocità di una lepre.
Anche i pasti erano pianificati, c’era un piatto unico sopra un vassoio di plastica che solitamente erano patate con il tonno, merluzzo con i fagiolini, wurstel con le patate, polenta con il pomodoro, passato di verdura, pane con formaggio o affettato, qualche volta passatelli perché mia madre essendo romagnola DOC alla tradizione non ha mai rinunciato.
Gli spaghetti erano banditi dalla nostra tavola, al massimo ci faceva i maccheroni “Ma proprio per accontentarvi, io i maccheroni non li capisco, mi fanno senso”. I maccheroni nuotavano diligentemente in una piscina di sugo formando gli anelli delle Olimpiadi, anzi, il sugo era il vero piatto principe coi maccheroni a condimento.
In effetti. A me fanno ancora senso gli spaghetti quando si attaccano sul fondo della pentola, mi sembrano dei vermi incollati. Se la nonna siciliana non mi avesse insegnato a mangiarli quando avevo sette anni, avrei giurato che fossero davvero vermi che si rotolano nel sangue. Vabbè.
Dopo il piatto unico, anzi, contemporaneamente, “pacchetto compreso”, arrivava il succo di frutta e poi il budino di cioccolato e la banana. O lo strudel però quello industriale. Lo STRUDEL come parola piaceva (piace) tanto a mia madre, perché ha una finale tronca come wafer, ormai è risaputo che ai romagnoli piacciono tutte le parole come Wilmer, Amneris, Ermes, Erpes.
Il succo di frutta “il succhino” arrivava nei momenti più disparati, mentre piangevo per la morte di una mia amica, mentre telefonavo al mio amore, mentre mi stavo mettendo il burro di cacao.
Era possibile saltare un pasto, ma dal succhino ci si poteva salvare soltanto saltando dalla finestra. Pare che il succhino sia stato un totem degli indiani Navajo di Cesena, una figura simbolica rituale con la testa a forma di corona di metallo e il corpo di vetro.
Erano pasti che non prevedevano il bis. Non era contemplato dal bilancio familiare. Il bis per me arrivava fortunatamente quando una delle mie sorelle faceva le bizze per mangiare, allora me ne approfittavo tout court. Mors tua vita mea. Il fatto è che le mie sorelle assomigliano a mio padre e sono snelle. Cazzi loro.
E poi la vedevo che mangiava i nostri avanzi, perché noi (loro) eravamo (erano) tanto schifiltose. Poiché mi sono sempre sacrificata per la famiglia, con grave sprezzo del pericolo, è lì che ho imparato a leccare il piatto alla perfezione, pagando con gli scappellotti di mamma il mio atto eroico!Ma la cosa più bella (per lei) erano le mie vacanze, quando poteva spedirmi da qualche parte. Povera mamma, non aveva tutti i torti, io sono una rompicoglioni mica da poco.
La mattina della partenza (mia) era euforica, c’era una bella scritta grossa sul calendario PARTENZA P., mancavano solo i festoni di carta e la banda militare, mi aspettava soltanto un bel bagnetto con due dita di acqua fredda e poi la colazione con il latte o caffellatte o yoghurt o uova frullate o banana. Anche tutto insieme. Dopodiché mi accompagnava fuori dalla porta, in perfetto orario (cioè in un anticipo mostruoso). Ricordo levatacce all’alba per arrivare alla corriera prima che aprissero i bar. E prima che inventassero la corriera. Ricordo che uno spazzino mi chiese se aspettavo dalla sera prima.
I preparativi per mandarmi a quel paese erano stati scrupolosi. Nessun generale può dimenticarsi una sola cosa, ne va della sopravvivenza del suo esercito. Faceva la lista con gli asterischi, per ricordarsi di tutto l’infilabile in valigia.
C’erano due paia di tutto, piegate ad origami, le pantofole con i calzini piegati dentro, il kit della pioggia, il kit del ritagliatore di unghie saponatore imbalsamatore, un pacchetto di crackers con un pezzo di parmigiano avvolti da un tovagliolo e fermati da un elastico, un succhino con il suo apribottiglia avvolti dentro un tovagliolo fermato da un elastico, una gavetta di acciaio smaltata di blu (è la gavetta di tuo nonno, qui dentro ci mangiava le aringhe con le patate, se la perdi facciamo poi i conti… anzi adesso te ne do un’altra così se la perdi è lo stesso), i soldi fermati con una molletta con un appunto con sopra scritto “stai attenta a non perderli”, i numeri di telefono scritti a caratteri cubitali, qualche gettone telefonico messo dentro un sacchetto di plastica annodato per non perderli, e il pronto soccorso con il cane San Bernardo e la fiaschetta della Bayer. Quando la lista con gli asterischi era terminata, caricava il timer per ricordarsi di caricare la sveglia per il giorno dopo. I timer, dopo le mollette e gli appunti con gli asterischi, sono sempre stati la sua passione.
“Mamma, domani vengo da te alle 16.30, sei contenta?”
“E quando vai via? Esattamente a che ora?”
“Non so… non ho controllato l’orario dei treni… ma non importa… dai, non importa…”
“Come non importa? Guardaci e poi ritelefonami fra dieci minuti!”
TRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR…
“Cos’è quel rumore di sottofondo?”
“Niente, avevo caricato il timer per ricordarmi che dovevi telefonare… eh eh eh!”
Mia madre è sempre stata un’organizzatrice così perfetta, che darebbe ancora del filo da torcere a chiunque. Ma se c’è una cosa impressionante è la sua memoria, ancora oggi che ha una certa età. Non solo la memoria, ma anche la vista e l’udito. Non solo, ma ha pure il sesto senso e vede attraverso i muri. Insomma, ha dei superpoteri.Mio padre da buon mediterraneo la testa ce l’aveva sempre sulle nuvole, posticcia.
“Dove hai messo l’ago che comprammo nel 1956?”
“E’ qui sotto” e spostava con una sberla una pila di libri da mezzo quintale “Toh vè… c’è ancora il filo infilato”
“Dove ho messo il mio pullover marrone che non riesco a trovare?”
“E’ qui, te ne ho comprato uno uguale proprio ieri prevedendo che me l’avresti chiesto, l’altro mi serviva per farci i vestitini dei burattini per le bambine”
“Dov’è la macchina?”
“La stai guidando…”
“Ti ricordi cosa dicevo al mio collega di lavoro, un anno fa a Natale?”
“Certo! Gli dicevi questo…” e tirava fuori un foglietto scritto con sopra la frase, sottolineata con tre linee belle grosse.Il suo medico recentemente le ha detto:
“Signora, le si è gonfiato il polso… ascolti, non si preoccupi, ora cercherò con parole semplici di spiegarle perché…”
“E’ per colpa del LIQUIDO SINOVIALE”
“Accidenti! Come fa a saperlo?”
“eh eh eh!”
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...