ricordo l’accademia

ululato da Pralina alle ore 10:41 mercoledì, 18 marzo 2009

Oggi un commento di Dafne, una mia amica giovanissima che studia psicologia, mi ha riportato ai tempi dell’Accademia di Belle Arti. Non avevo mai soldi, ma ero ricchissima di emozioni, desiderosa di immergermi in quel mondo di segni e di colori e anche di rapporti umani. Da ragazzina sognavo di fare la bohemiénne, l’artista maledetta, et voila che sono stata accontentata, ho sempre vissuto in un appartamento al sesto piano, l’unica sicurezza!, un appartamento dove, quando il cielo è sereno, sembra di toccare le nuvole e le stelle e certe falci di luna che paiono sorrisi nel manto azzurrino e dorato fiorentino, per il resto mi accontentavo di quello che passava il convento. Per mangiare, avevo tanta roba della campagna che a volte raccoglievo anch’io, se no piatti di pasta con l’olio, sofficini, pane burracciughe e croste di parmigiano bollite, la colazione al bar era un lusso però c’era la mensa degli studenti, non mi compravo mai scarpe e vestiti portavo quelli di mia madre e di mia zia vintage direbbero adesso, la mia unica vanità era l’henné rosso mogano che mi tingeva i capelli di un colore meraviglioso, con riflessi tra il mogano e la prugna. L’henné costava poco ma rendeva tantissimo e profumava come un fiore, e i miei capelli erano molto amati dai pittori come la mia pelle bianchissima di contrasto.

Ricordo che i colori a olio che compravo erano sempre scarsi e comunque diluiti da abbondante trementina o acqua ragia, così mi inventavo che ero più brava a disegnare con il carboncino, con la penna, che ero nel “periodo viola” o nel periodo “zen” che la tela va lasciata un po’ bianca in alcuni punti, una roba minimale come insegnano i giapponesi… ah sì? eh sì! ma a volte li compravo i colori, facendo attenzione ad acquistarne, di quelli non troppo scadenti, e qualche volta, persino alcuni tubetti di marche più pregiate, perché la qualità del colore è importantissima per la riuscita dell’opera, una volta casualmente me ne caddero in tasca due, un rosso e un giallo superfichi, e ci dipinsi un vulcano.

Ricordo le frequentazioni di un gruppo di artisti pacifisti, davanti al classico fiasco di vino e qualche giornale politico, i ritratti a penna estemporanei che ci facevamo e le vignette con le loro caricature, le pose nuda che facevo a casa di Ulrike, le manifestazioni a Roma e a Firenze per la Pace + autostop, la collettiva di pittura e grafica per il Nicaragua, la gita a Milano con il pullman per vedere la mostra del Gruppo Novecento, il corso teatrale di maschera neutra che terminò con una notte intera di festa e proiezione di diapo con bivacco per terra coi sacchi a pelo, un cortometraggio che girammo con il mitico superotto, le feste di compleanno dove ci si regalavano quadri e disegni e anche poesie, la mia tesi di Storia dell’arte su Silvestro Lega.

Ricordo che un giovane uomo per venire a tro…varmi si fece centinaia di chilometri scalzo, senza scarpe ai piedi, perché tira più eccetera eccetera che un carro di buoi… ed io ero sufficentemente pazza per sentirmi gratificata da uno scemenza del genere.

Ricordo che una volta ero talmente ubriaca che spremetti del limone sulle teste di due scenografi, come se fossero due cozze.

Ricordo il Maestro Loffredo che dipingeva i gattini sulle zattere e cantava a squarciagola “Tu scendi dalle stelle”, ricordo che lo portammo in una trattoria in San Frediano per festeggiare la fine della scuola e arrivò una torta con un biglietto scritto sopra “Grazie per i trenta”, ma non erano ancora uscite le valutazioni.

Ricordo le fantastiche lezioni di Federici sull’Arte moderna e contemporanea, ricordo il mio stupore davanti agli Espressionisti tedeschi, ricordo che Matisse era Matisse come mai lo avevo capito prima, e Kandinskij con quei suoi blu elettrici mi faceva uscire dalla scuola blu ed elettrizzata e prendere l’autobus (e non pagare il biglietto) era come salire sopra un tram anni 30 e vedere la città a scacchi; ricordo che Federici arrivava sempre in ritardo e non completamente sobrio, puliva la pipa e tossiva scatarrando allegramente tra la presentazione di un quadro e l’altro (non c’era mai gente in prima fila) ma poi parlava come un angelo, un angelo con la voce roca impastata dalla bronchite, e tutti restavamo a bocca aperta, ricordo le mani di Hamid che giocavano con le mie nella sedia accanto.

Ricordo che non c’era il cellulare e nemmeno internet, l’unico cellulare conosciuto e temuto quindi accreditato era il furgone omonimo della polizia, ma si usava ancora la penna, per scrivere lunghe lettere e dediche sui libri e cartoline da ogni parte del mondo.

Ricordo i miei pianti a dirotto fuori dall’aula rannicchiata per le scale, e le risate subito dopo, ricordo che per imparare a dipingere come voleva il professore e per imparare a stare con gli altri, sudai sangue e mi tirai fuori con le unghie dai baratri esistenziali e mi costrinsi a uscire di casa e a lavorare sodo.

Ricordo che mi portarono un intero cespuglio di lillà, rubato in una rotonda.

Ricordo che rubarono a me dei soldi, dei quadri, un cappotto, il cuore.

Ricordo che un’onda gigantesca mi travolse sugli scogli a Calafuria vicino a Livorno e stavo per affogare, quando mi salvarono le mie amiche pittrici.

Ricordo Sinisha il serbo, Raphaele la parigina e Robert l’hawaiano, ricordo Mariangela di Roma che era amica di Giorgiana Masi, ricordo Elide che è diventata una pittrice famosa e abita in Russia da tanti anni e ricordo il suo compagno poeta (poeta è scritto sulla sua carta d’identità, poeta è la sua professione), ricordo le mie danze del ventre con il portacenere che ardeva di grani d’incenso, e le fiamme una volta ruppero un portacenere… stack!

Ricordo che Akila l’algerina mi insegnò a fare il cous cous in una couscoussiera vera, con del cous cous tanto biologico che era infestato di “cosini” marroni scuri, ricordo che ridemmo come pazze con le lacrime agli occhi perché nonostante i numerosi lavaggi (durati un pomeriggio intero) i “cosini” non andavano proprio via e alla fine decidemmo di cucinarlo lo stesso perché se no si stava senza mangiare! e poi in fondo i “cosini” non erano così antipatici se avevano resistito così bene e poi, si potevano camuffare con le spezie, e poi un po’ di carne ci vuole ogni tanto… ma sì insomma… che alla fine fu il cous cous più buono della mia vita e gli ospiti entusiasti fecero il bis e anche il tris.

sotto: un magnifico dipinto di Suzanne Valadon, ex artista da circo, pittrice e modella, donna emancipata e libera, meglio conosciuta come amante di Tolouse Lautrec e madre di Maurice Utrillo… a 44 sposò un pittore di 23 e la loro unione durò 30 anni

Annunci

2 risposte a “ricordo l’accademia

  1. bellissimo, ho fatto anch’io l’accademia .Grazie per le emozioni che mi ha dato la tua lettura.
    un bacio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...