Archivi del mese: dicembre 2011

LA FARFALLA E IL FILO SPINATO

Una farfalla volando a zig zag rimase impigliata nel filo spinato

lei credeva di trovare la sua casa in lontananza, sotto il pergolato

e di casa sua le luci, che rifulgevano d’un bellissimo rame dorato.

Era una trappola, il filo di acciaio s’infilzò nel suo fragile costato,

la costrinse a rigirarsi su sé stessa, come un panno strizzato,

per liberarsene dovette strapparselo, e cadere quasi morta sul prato.

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la gomma pane la mangio

Martedì 11 aprile – ore 17.30 per Fedeli alla Linea in Jazz Line Pralina intervista la sua anima gemella Alessandro Denci Niccolai, pittore illustratore romano

 
Chet Baker * quadro a olio di Alessandro “Hobbs” Denci Niccolai

Novaradio Firenze 101.5
tutte le info sullo streaming
http://www.novaradio.fol.it

Che dire, sono un illustratore, ed è la prima cosa che dico perchè il lavoro che faccio e cerco di fare ha molto a che vedere con quello che sono. vivo disegnando, qualunque cosa, in qualunque modo, perchè mi piace, perchè mi viene facile perchè per vivere devo usare la fantasia, che insieme allo humor sembra essere l’unica cosa in dotazione nel mio pacchetto… sono così, io, vivo ad orecchio…

dal blog Citarsi addosso

scrive Hobbs

La gomma pane la mangio, dato che non faccio mai bozzetti e disegno direttamente i definitivi. E poi, perché ho fame. Questo lo sanno in pochi, sono un illustratore discreto io, nel senso che parlo poco. I personaggi vengono a trovarmi di tanto in tanto, il mio preferito è un tizio a pastelli che si fa chiamare Mr. Crumb. Passa di notte, quando mi scivola la testa e le voci diventano metalliche. Si cala giù da una matita e mi sporca i fogli. Mi passa qualche idea buona e mi ricorda chi sono e cosa ci faccio a questo mondo. Mr. Crumb ha la voce di un parroco di Frosinone, ma lui non lo sa e forse, è meglio così. Ho cominciato a disegnare prestissimo, come se avessi fretta di dire qualcosa, sassi nella scarpa, immagini come rimproveri. Ho sempre amato le matite colorate, più dei pennarelli ma molto meno delle tette, quelle li, mi sono sempre sembrate la cosa più bella mai fatta e, a parte un cuore che feci una volta con una penna biro, credo che sia così. Le tempere sanno di terra invece, il colore si stende a fatica, come quei pensieri da lettino, quelli che per tirarli fuori devi pagare, non come l’olio, che è morbido come la lingua di Camilla e copre e ripassa e cambia davanti agli occhi come certe nuvole nei giorni soffiati. La china ha quell’odore di pesce che ti entra nel naso e punge, carta francese ovviamente è l’unica puttana del porto buona per il mare di segni che ho. I pastelli li mordo e li mangio, ci lascio i segni dei canini, così che si sappia che sono miei e che abbiano il mio odore, spesso la sera mi lasciano strisce blu sulla lingua e mezzelune sotto le unghie, li tengo appuntiti in modo che non mi si fraintenda, un idea è una idea a patto che la capiscano tutti. Poi, di solito, mi sveglio.

“La carta è aristocratica e troia. Deve opporre quel po di resistenza, come un corteggiamento, cedere alle lusinghe del talento e scordarsi il suo setaccio di buona famiglia. Non ho dote, ma posso farla felice. E poi, io l’amo. “


Pralina saids…

Io la gomma pane la arrotolo come un sigaro e mi ci picchietto i lati della bocca (la bocca ha i lati…buona questa)… coi pastelli ho un rapporto feticista, osservo la scatola di latta, sorrido, occhio porcino, la accarezzo con il palmo aperto e finisco per non aprirla ma se la apro e i Derwent o gli Staedler sono ancora lì, godo… i pastelli li appunto con punte a spillo come i tacchi a spillo… tengo i Giotto di riserva, sono cerosi, ma solidi e nostrani, e mi aiutano nelle campiture… i Giotto portano qualche piccolo morso… coi pennarelli mi sporco sempre, anche a distanza di qualche metro, non so mai come possa succedere ma succede… con l’olio ho un rapporto anale, mi trattengo, li tengo chiusi, ma quando vado non mi contengo e tracimo… conosco le gioie della tempera ma solo su muro, e l’acrilico per grandi quadri fatti qualche anno fa. Di tutti annuso il contenuto, e più che a colore vado a naso, e poi, quando sono asciutti, a tatto. Amo toccare i dipinti. Al Guggenheim suonò l’allarme (forse perché stavo pomiciando troppo vicina al quadro). Amo toccare i dipinti, più delle sculture, che mi intimidiscono. Amo le tette più di tutto. Dietro le quinte. Conosco le gioie delle tette e della pittura, delle mie e di quelle delle altre nelle mie fantasie, e dell’effetto delle mie sugli altri sul fatto pratico. Insomma, un tripudio di sensi primaverili.

mariopesceafore

* ripropongo questo articolo del 2006 (seguito da lunga intervista radiofonica) perché ritengo che sia più che mai attuale, molto azzeccata l’equazione gallerie = galere per ciò che concerne la reale libertà dell’artista di creare e proporsi e anche vendere, la sua reale autonomia. Una formula molto semplice: riprendiamoci gli spazi anche le abitazioni private e facciamoci “artisti per casa”.

ululato da Pralina alle ore 23:31 domenica, 19 marzo 2006  

Navigando, ho avvistato sulla mia rotta artistica mariopesceafore… che cos’è? mi sono chiesta, un tentativo di sfondare il muro di gomma mass-mediologico, un percorso innovativo  provocatorio in un contesto (arte) nel quale la parola “provocazione” ha perso progressivamente forza e significato quanto ha acquistato in valore monetario, una desacralizzazione del tempio che sancisce tout court la Verità dell’Arte (la galleria), la morte dell’individualismo egoistico dell’artista e quindi un ritorno all’arte collettiva… o cos’altro? e cosa propone? e si può uscire dalle gallerie galere senza diventare anarco liberisti? dopo avere letto che una delle sue attività è quella di fare mostre gratuite a domicilio, non ho più avuto dubbi… ho telefonato al vulcanico Mimmo Di Caterino e abbiamo fissato un’intervista martedì 21 marzo, durante la doppia trasmissione Jazz Line*Fedeli alla Linea (17.15 – 19) sulle frequenze fiorentine di Novaradio 101.5 – per chi non abita a Firenze tutte le info sullo streaming http://www.novaradio.fol.it 

Non esiste artista che non abbia assegnato degli obiettivi al suo fare artistico, o meglio, non esisteva, dato che ultimamente la gran parte degli artisti cerca il proprio obiettivo delegando curatori, critici o galleristi nell’indicarglielo, questo è però un fenomeno di costume recente, legato alla scarsa autonomia dell’arte contemporanea sistemica.

L’arte e l’artista dovrebbero educare lo spettatore alla visione, l’arte dovrebbe guidare lo spettatore verso uno scopo.
L’arte muove al vero, al bello ed al bene, non importa se questo avviene in maniera idealista o relativista, importante è preservare l’intenzione dell’artista senza la quale l’arte scompare.
Deplorevole che un numero non trascurabile di artisti di superficie sistemica oggi faccia arte senza preoccuparsi minimamente dei fini perseguiti, che non siano quelli del mercato omologante e totalitario anarco liberista.
Il regime sistemico dell’arte imperiale privatizzata serve gli interessi esclusivi di una minoranza, minoranza sistemica condotta da funzionari specialisti incaricati unicamente di definire strategie transnazionali di marketing artistico, di imporle e di farle rispettare.
Bisogna riesaminare criticamente il rapporto tra arte e società e lavorare per fare riacquistare all’arte delle finalità chiare.
Quanti artisti oggi sono in grado di definire gli obiettivi della propria ricerca artistica?
Non è irragionevole pensare che un artista scartato di produzione, consapevole di cosa stia facendo con la propria arte, abbia maggiore probabilità di raggiungerei propri obiettivi artistici, piuttosto che un artista di superficie iper protetto inconsapevole di cosa faccia.
L’artista in autonomia deve costruire la propria attività secondo obiettivi definiti, poi deve anche portare a conoscenza della propria ricerca il proprio pubblico, senza ambiguità o mistero.
Esporre per esporre in un tour di gallerie galere private transnazionali potrebbe essere una attività senza scopo alcuno, che non sia quello di creare una bolla speculativa attorno ad un artista.
(Mimmo Di Caterino) 

Mario Pesce a Fore è una posse d’artisti nata nel 1997 a Napoli tra l’Accademia di Belle Arti di Napoli, Officina 99 ed il Laboratorio Okkupato S.k.a. ora è un nodo di comunicazione transnazionale per gli artisti locali esclusi dal nuovo ordine globale dell’arte dell’Impero Transnazionale.
 

 

i sette peccati capitali

* un vecchio divertissement per parlare dei propri peccati, e chi è senza peccato scagli un cono gelato!

Il partecipante a questo gioco pubblica un nuovo post nel proprio blog intitolandolo “i 7 peccati capitali” e scrivendo il proprio pensiero riguardante ognuno dei vizi. I bloggers invitati a partecipare, riporteranno questo regolamento nominando altri 7 giocatori ai quali passare il test. Non bisogna dimenticare di avvertire i prescelti tramite il commento obbligatorio “Vieni a leggermi… e a confessare i tuoi peccati”.

Accidia: Rispondo con un motto di Jerome K. Jerome “Il lavoro mi piace, mi affascina. Potrei starmene seduto per ore a guardarlo.” … che altro dire di più vero?
Lussuria: Onestamente non so che rispondere. Non me la ricordo. Cioè, ricordo me stessa quando ho avuto la possibilità di essere lussuriosa, ricordo che gli uomini scappavano terrorizzati davanti alla richiesta non tanto e non solo di farne una quarta di fila, ma di avere conferme e attenzioni tutte per me… ricordo segreterie telefoniche sempre inserite, lettere d’addio con frasi del tipo “sei una creatura meravigliosa, ma ho sbagliato a concedermi ed ora ne pagherò le conseguenze” e cose del genere.
Ira: Non mi altero quasi mai, tranne quando mi fanno veramente incazzare. Sono portata al perdono, ma se mi fanno perdere divento vendicativa, e crudele. Ma la mia cattiveria (quasi sempre) si esaurisce in una serie di fantasie su come ammazzare la persona che mi ha ferito. O su come questa possa accidentalmente morire per cause indipendenti dalla mia volontà (è il risultato di ira e pigrizia insieme).
Invidia: Provo molta invidia delle donne che hanno la fortuna d’avere un compagno e si permettono pure il lusso di disprezzarlo, snobbarlo, tradirlo e mandarlo a cagare.
Gola: Quale sapore devo sputare per primo? Va bene: dolce. Amo i dolci, ma che non siano troppo dolci ma un po’ amari o acidi. Marmellata di limone, torta di ricotta, yogurth. Ma soprattutto amo il sapore piccante. E la summa della mia perdizione potrebbe chiamarsi cioccolato fondente amaro con il peperoncino.
Avarizia: Non ne ho mai sofferto, non so che cosa sia. Ho talmente le mani bucate, che devo stare attenta a lavarmi le mani per non sprecare troppa acqua.
Superbia: Superba? No, se vuol dire anche arrogante. Non pretendo che gli altri ammirino i miei difetti, perderei proprio di dignità. Di uomini (e donne) pallone gonfiato ne ho conosciuti tanti, l’unica voglia che ho è quella di prendere un ago e di fargli fare un botto. No, piuttosto sono orgogliosa. E tenace. E cogliona. E così da queste tre prerogative, nasce il termine… tergogliona, che mi sta benissimo.
Grazie a un ipotetico dio che non ha ancora manifestato agli umani la sua grandezza, così da non potersi dimenticare che siamo tanto piccoli, c’è inoltre un ottavo peccato capitale: Ironia.

Passo il testimone a

Lavorini * NgawiD * Eliselle * Tinapika * Hobbs * Tony Rucola * Decablog

 

l’aria è della poesia, la poesia è dell’aria

Credo fermamente che le poesie vadano lette. La poesia tocca il suo senso più alto quando è declamata, urlata, sussurrata, raccontata, portata in giro, nelle strade, sugli autobus, nelle metropolitane, in radio. Lasciata libera nell’aria. Perché la poesia è voce, è musica, è swing, è senso del ritmo. Perché la poesia non è fatta di carta, ma di aria. Perché la poesia non ha zavorre, non ha prezzo, non può essere tenuta su un foglio, legata alla logica, al logos, ma si diffonde per vibrazioni libere. Questo è ciò che penso, ma non solo io. Lo pensava anche Salvatore Salemi, grande estimatore di Charlie Parker, Salvatore che della poesia aveva fatto la sua casa in mezzo alla gente, che la poesia è un dono per l’umanità, va scritta e poi letta, e poi… può anche disperdersi… ma ciò che importa è che arrivi all’orecchio, che il nervo acustico la porti, per gioco di assonanze e rottura di preconcetti, con la corsia preferenziale, in fondo al cuore. 
 

una piccola storia ignobile

* per non dimenticare mai di difendere una conquista che ci sembra scontata, ma che periodicamente viene minacciata dalla parte più retriva del paese…

ululato da Pralina alle ore 08:38 giovedì, 16 marzo 2006

dal blog  lacolf  
 

Lei aveva 16 anni, e la voglia di perdere la verginità l’aveva portata a fare un errore, un errore di valutazione del proprio corpo ancora non del tutto divenuto quello di una donna, così si ritrovò con una creatura che cresceva dentro di lei. 16 anni e una sola possibilità: l’aborto clandestino. Si perchè questa storia avviene nel ’78, quando la legge sull’interruzione volontaria negli ospedali ancora non era stata approvata. Precisamente due mesi prima che divenisse legge. 

Come si procedeva? Il consultorio familiare mandava da un’associazione di volontari, non medici, nè infermieri, che non sto neanche a nominare… lì, veniva spiegato cosa e dove sarebbe stato straziato il tuo corpo, generalmente abitazioni private nelle quali si entrava di nascosto, a piccoli intervalli per non dare nell’occhio. Il metodo usato era quello dell’aspirazione del feto, senza anestesia, su un tavolo, senza che nessuno ti tenesse la mano… i tuoi accompagnatori dovevano rigorosamente stare in un’altra stanza, anche se avevi 16 anni, eri spaventata a morte e sentivi il tuo corpo devastato. Poi ti alzavi e vedevi in una bacinella gli avanzi di tuo figlio e sentivi tirare la catena del bagno. Questi i fatti nudi e crudi.

Quello che passava nella mente di lei è tutta un’altra storia, una decisione difficile da prendere a quell’età, tremenda e lacerante per molto tempo.

Questo per ricordare a tutti che la legge sull’aborto non deve essere toccata, è stata una conquista pagata da molte donne con il rischio della setticemia e della sterilità, rischio che ha corso anche lei, con 39° gradi di febbre dopo due giorni, con crampi al ventre che non la facevano stare in piedi. Non dimentichiamo, mai.

 

 

sex and the cita

* da sola o in coppia? questo è il dilemma… sono passati anni ho incontrato di nuovo l’amore ma ancora, a volte, me lo chiedo…
 
 
ululato da Pralina alle ore 23:57 domenica, 28 ottobre 2007 
Da molto tempo ormai, dormo abbracciata al cuscino e penso che sia bene così.
 
Non vorrei mai sommare i problemi di un altro ai miei (o viceversa), sono convinta che l’amore non serva affatto a riempire i vuoti esistenziali e a non sentire la solitudine. Quante volte, anche recentemente, ho conosciuto o reincontrato coppie insoddisfatte, mal assortite, annoiate, con certi sguardi spenti e malinconici, con dei rimpianti grandi.
Coppie che non sopravvivono al primo grosso litigio o che vanno avanti senza entusiasmo negli anni. Non li invidio! E quei pochi che invece stanno bene in amore, non li invidio lo stesso, perché so quanti compromessi a volte si fanno per continuare a stare assieme dopo i primi fuochi. 
Semplicemente penso che non sia arrivato il mio momento, o forse non arriverà mai più.
 
 
Tuttavia, essendo un essere vivente (animale), di genere femminile… sento di avere degli istinti, sento di desiderare un uomo. Bene, bando ai preamboli, questo è ciò che sento quando desidero un uomo. Perché non sono ancora morta!
 
A volte sento un bisogno irrefrenabile di carezzare e baciare il corpo di un uomo.
Le mie mani non hanno dimenticato niente, delle sensazioni provate in passato… Mi piace tantissimo carezzare, dolcemente, lievemente. Le carezze, e l’abbraccio, sono tutt’uno col mio modo di sentire, primitivo, istintivo, dolce, passionale. Le cose che amo di più quando ho la fortuna d’avere un amore, un compagno, sono di guardarlo negli occhi e di carezzare il suo viso e le sue labbra. Con teneri sorrisi e piccoli morsi.
Mi piace essere presa fra le braccia, lo scrivo anche se mi fa un po’ (o tanto) male ricordarlo, perché fa ancora parte di me.
Ricordo d’essere stata tanto felice quando dormivo con il mio amore o con uno dei tanti che ha attraversato la mia vita senza preoccuparsi di proseguire con me il cammino.
Ricordo che al risveglio avevo tutti i capelli arruffati e la pelle liscia e certi occhietti splendenti come attraversati da centinaia di stelle, che non importava nemmeno che mi truccassi perché risaltassero così tanto. Avevo un visetto buffo e liscio come quello di una bimba e le labbra dischiuse in un sorriso dolcissimo.

Ricordo che andavo a fare la pipì e la facevo davanti a lui e sorridevo timida e felice, vergognandomi un po’ della mia animalità.
Ricordo le colazioni e i pranzi e le cene insieme all’amato, un tripudio di sensi, e non soltanto il gusto. Ricordo che mi riusciva tutto benissimo come se il mestolo fosse una bacchetta magica, che sembravo una cuoca sopraffina, ricordo del cibo imboccato reciprocamente, dei brindisi col vino rosso, degli sguardi saettanti da un paio di occhi all’altro. Ricordo che un amante paragonò i miei denti a una collana di piccole perle.
Ricordo le lacrime reciproche, le parole, i silenzi per cercare di ascoltarci, e il suono delle risate che a volte continuava a rimbalzare sulle pareti per una notte intera.


E poi i baci… quelli, sono meravigliosi… un arcobaleno di baci che copre tutto il suo corpo, ed il mio.
Lo so… parlare dell’amore senza l’amato è come parlare di acqua nel deserto, ma a volte qualcosa si risveglia, non si può sempre insabbiare tutto.
Allora i baci… mi piace darli e riceverli… e la mia lingua è deliziosa ovunque. Si insinua, osa, senza reticenze.
Adoro essere presa fra le braccia e tenuta così, mi piace dormire abbracciata a un uomo e voltargli la schiena, per sentire il contatto della mia parte posteriore con quella sua anteriore, la pienezza della mia schiena e le rotondità sode del mio culo contro un ventre maschile che si sveglia anche nel cuore della notte.
Adoro il tocco leggero o insistente delle sue dita che cercano il mio seno e non faticano a trovarlo, coi capezzoli protesi sporgenti e duri come sassi pronti per essere succhiati o risucchiati nel gorgo della sua bocca… mi sento morire quando le sue labbra si posano sul mio collo, quando mi succhiano la nuca dopo averla denudata dal mare di capelli. Dio potrei fare qualunque cosa per un uomo che mi sussurra nell’orecchio parole d’amore e che mi bacia il collo.
Mi bacia il collo ed io non riesco più a pensare, vado in corto circuito… balbetto… mi cadono gli oggetti dalle mani… mi sento indifesa… mi sento così femmina!

 
 
Mi sento femmina al 100%, anche quando faccio la clown in radio, la giornalista, la scrittrice, la pittrice… anche quando ho delle responsabilità di mamma così forti che conciliare la passione per un uomo con la vita familiare non è facile… anche quando sono in crisi con me stessa e divento un po’ (o forse tanto) orsa… quando non so dire cosa provo e non so fare la “carina” con gli uomini solo perché sono tanto timida e non conosco le tecniche e le tattiche e non so fare nient’altro che cercare di assecondare i miei desideri in un modo semplice e genuino… mi sento femmina anche quando non “sembra” che sotto a questo guscio c’è… una creatura con così tanta voglia di amare, di un amore vero, grandissimo, passionale, dolce, pulito, e senza difese.
 
Ho voglia di abbandonarmi senza riserve fra le braccia di chi.