viaggio verso meridione

mercoledì, 29 dicembre 2010

viaggio verso meridione
 
Come ultimo post del 2010 ho scelto questa email arrivatami dal mio caro amico e fratello d’arte Fausto Cerboni, che in questo momento si trova con la compagna e i suoi due fantastici bambini a Pantelleria. Io e Fausto nel 2003 e 2004 abbiamo lavorato ad uno spettacolo teatrale dal titolo “Animale Vagante”, ispirato alla figura del combattente antifascista genovese Giambattista Lazagna, detto “Carlo”, scomparso ormai otto anni fa. Lazagna era l’avvocato dei portuali di Genova, e fuoriuscì dal PCI dopo i fatti di Budapest del 1956. Grande amico dell’editore Feltrinelli, il comandante “Carlo” ha scritto vari libri sulla lotta partigiana e, dopo la tragica morte dello stesso Feltrinelli nel 1971,  fu addirittura accusato ingiustamente di essere uno dei capi delle BR. Completamente scagionato quattro anni più tardi, ha vissuto gli ultimi anni nel modo più semplice: coltivando un orto in alta Val Borbera e godendosi i suoi nipotini. Da qualche anno Fausto e Simona vivono a Praglasso, minuscolo borgo dell’alta Val Staffora, ai confini tra Pavia, Piacenza, Alessandria e Genova. Ho ritenuto questo diario di viaggio molto simpatico e ve lo propongo come benaugurante per il 2011. Ci sono anche due foto: una è sua con uno dei figli e l’altra è della Comune Anarchica Urupia, sita nel Salento, un luogo dove si mangia e si beve come in pochi altri del Pianeta. E sopratutto non ci sono nè servi nè padroni. 
Abbiamo impiegato circa un mese per la nostra discesa dal villaggio di Praglasso fino a Pantelleria.
In questo percorso abbiamo visitato parenti, amici di Campocarlo (vedi il sito Campocarlo.it, ndr), amici dei tempi della pallamano (Fausto è stato Nazionale Italiano di Pallamano, ndr), comunità anarchiche, couchers. Ovunque siamo stati abbiamo ricevuto amore nell’accoglienza e cibo e noi ne abbiamo lasciato altrettanto in cambio. Nel grande furgone del teatro del Piccione, che quelle strade le aveva già percorse più volte portando a spasso teatranti giovani e bambini infanti per anni, avevamo caricato salami e vino delle valli unite, marmellate e salse di pomodoro del villaggio di Praglasso e olio umbro di mia madre. Di nostro abbiamo messo, oltre all’invadenza, tutto l’amore e il rispetto che abbiamo potuto, e dove è stato possibile, abbiamo scambiato aiuto nei lavori quotidiani o nella preparazione delle feste per un evento speciale come quella per il piccolo Bruno.
Grazie a tutte le persone che ci hanno accolto abbiamo potuto scendere verso sud agevolmente e felicemente, senza fatica e con la gioia nel cuore.
 
091220113046
 
Ora, da più di 10 giorni, siamo a Pantelleria, che a dire il vero non è poi tanto a sud, ma quanto basta per dire che qui non nevica e si va al mare. Anzi siamo in mezzo al mare, letteralmente circondati a vista dalle acque dello stretto di Sicilia.
Il bagno? Beh, in questa isola vulcanica ci sono le pozze, ovvero delle vasche naturali di acqua calda a 38-50° lungo tutta la costa, così ogni tanto ne approfittiamo, almeno quando il vento non tira troppo forte e porta l’acqua fredda del mare dentro le vasche. Ma essendo un isola c’è sempre una costa riparata dal vento.
 
E se c’è il tempo brutto? C’è sempre “lu bagnu sciuttu”, una grotta dentro la montagna con vapori che arrivano a 60°. Una sauna naturale.
Percorrendo un sentiero sopra la valle del monastero, un collasso dell’antico vulcano, si arriva alla grotta.
Scavata dall’erosione del vapore che condensa sulle pareti e scava la pietra porosa, dentro ci sono sedili naturali immersi nel buio profondo. Candele disseminate ovunque danno luce quando il chiarore del giorno non riesce più a penetrare a rischiarire il corridoio d’ingresso. Dentro si parla e ci si conosce senza guardarsi in faccia. Una grotta di babele, la chiamo io. Lingue diverse si accavallano in echi morbidi di suoni umani.
 
Un luogo di socializzazione incredibile. Una piccola terrazza davanti l’imboccatura della caverna, con affaccio al mare dalla quale si gode un tramonto meraviglioso, offre la possibilità di incontrare persone di ogni provenienza.
Il giovane ingegnere di Friburgo che lavora nella centrale elettrica dell’isola tentando di portare una nuova tecnologia, rinnovabile, che sostituisca la combustione del gasolio, l’emigrante pantesco con la moglie veneta in vacanza, il contadino pantesco con il suo Ape50 parcheggiato accanto al furgone del teatro del Piccione alla fine della giornata di potatura delle vite, ancora sporco di terra e sudore insieme alla moglie ben vestita perché è domenica e lei ci tiene a cambiarsi nel giorno di festa, l’avvocato romano in visita alle sue vigne e i parenti rimasti sull’isola, la benestante figlia dell’industriale bresciano in procinto di partire l’indomani per Los Angeles per un brindisi di fine anno, e poi noi, famiglia di quattro persone con cane maremmano al seguito che fa la guardia al sentiero, abbaiando a chi sale per la grotta perchè pensa di stare a casa sua.
La gente va e viene di continuo, è un flusso interminabile che dura fino a notte fonda, forse il momento più bello per entrare in questa dimensione tra il quotidiano e l’archetipo.
 
Stiamo scambiando l’ospitalità con una donna molto cara, Angela, che per trent’anni ha fatto la maestra elementare prima nell’entroterra genovese, poi in Germania e Inghilterra, finendo la sua carriera a Pantelleria dove, dice lei, era troppo diverso il metodo che lei portava con se con quello che qui si usava per insegnare. Dopo altri quattro anni ha lasciato l’insegnamento e si è messa a coltivare la terra che era di suo padre e prima dei suoi nonni, fino ai tempi della presenza degli spagnoli nell’isola.
Taglio legna da ardere (anche se serve poco), taglio l’erba tra gli olivi, dipingo pergolati, costruisco mensole in legno di recupero per la casa dove abitiamo, zappo l’orto, mentre Simona segue i bambini e raccoglie erbe spontanee e corbezzoli.
Angela ha dei terreni in riva al mare dove coltiva zibibbo, capperi e olive, oltre ad avere un orto permanente, tutto bio. Le piante di pomodori, di melanzane e di peperoni qui non muoiono mai, se si fa una buona riserva idrica durante l’inverno.
Infatti nell’isola il problema è che d’estate tutto brucia. Ma anche le varietà di piante sono diverse e più adatte a questo clima. Così l’autosufficienza qui è davvero possibile.
I panteschi riescono anche ad avere mucche, cavalli e asini, che pascolano in riva al mare. Ancora oggi c’è una giumenta impegnata nella trazione di un erpice per interrare il sovescio di favino seminato a settembre nella vigna e falciato a marzo. Gli altri cavalli presenti servono a due maneggi che offrono lezioni di salto ostacoli ai ricchi villeggiati estivi. Da quando Armani ha comprato un dammuso sulla costa orientale altri Very Important People risiedono qui, e li trovi tutti al bar del porto in bella mostra nelle fotografie che il proprietario vanta accanto al bancone. I panteschi hanno lasciato l’isola trent’anni fa e le terre sono per molti ormai un affare immobiliare. L’ultima estrema difesa allo sfruttamento immobiliare di questo territorio è la riserva forestale del demanio, che ha salvato parti dell’isola da un disastro annunciato. E qualche persona, che come Angela, ha deciso di rientrare e continuare l’opera dei padri e delle madri.
 
Non esistono trattori qui. Ne ho visto uno soltanto ed era parcheggiato sotto una tettoia e aveva due ruote bucate. Anche perché la terra qui si scava a mano fino alla profondità di trenta centimetri e quando cammini nei campi sembra di camminare sulla neve. Dopo tre giorni di pioggia non c’è fango. Di questi tempi si va in campagna ogni mattina a controllare le trappole per i conigli, che come da noi per i cinghiali e i caprioli, è la necessaria tutela per la salvezza dei raccolti dell’uva. In un anno se ne riescono a catturare anche 50, che finiscono in tavola nei giorni di festa cucinati al forno con un intingolo di pomodori cotti alla brace e conditi con olio e origano.
L’origano, dopo viti, capperi e olive, in ordine, occupa lo spazio residuo del campo coltivato. Tutto addossato contro i muretti a secco che delimitano i terreni e tengono su il terreno sabbioso misto a pomice in magnifiche terrazze degradanti verso il mare, offre di questo periodo il suo massimo splendore alla vista dei miei occhi. I fichi d’india, occupano invece tutti i punti più sassosi e impervi dell’isola, dove non si può coltivare altro.
7.500 persone vivono in un territorio di 83 kmq. Non è mai esistito il latifondismo. Qui ognuno ha il suo piccolo pezzo di terra dal quale ricava tutto ciò che gli serve per vivere. Le case, chiamate dammusi, sono interamente costruite con pietra lavica, di tonalità diverse del nero e composizione a seconda del punto dell’isola dove affiora. Così le costruzioni sono invisibili agli occhi per uno sguardo veloce. Se invece ti soffermi a guardare davanti a te verso monte, improvvisamente vedi apparire muri a secco e dammusi ovunque, di dimensioni diverse a seconda dell’uso che ne viene fatto. Il dammusino, a migliaia sparsi nell’isola, è una stanza sola con il tetto a volta, spesso con un piccolo stalletto per l’asino e serviva da ricovero quando dalle contrade ci si spostava a coltivare la terra che poteva essere distante da casa due o tre ore di cammino e ci si passava due o tre giorni a lavorare. L’asino, bastato, portava a casa le derrate per la dispensa.
Orzo e fieno sono in rotazione per gli animali. Il grano si coltiva a postarelle tra le piante di vite che vengono tenute basse per il vento. Nei vecchi impianti queste erano inserite in buche di 50 cm di profondità, specie nelle zone più esposte. Oggi, in pratica, non lo fa più nessuno. Si preferisce tenerle impiantate a pari del terreno.
Le piante di olivo sembrano rovesciate. Il tronco si alza per un metro e poi piange a terra le sue branche. Le olive si raccolgono a mano.  Un abbassare la schiena alla terra senza pettini, né reti, né scuotitori, come invece abbiamo visto fare durante la nostra discesa verso l’isola. Un altro modo di incontrare la vita della pianta. ‘Mbe, alla fine, dopo sette anni di confino a Praglasso, siamo riusciti a ad arrivare qui, e questo ci rende felici. Auguri a tutti per una buona fine del vecchio anno. Per il nuovo si vedrà… Fausto, Simona, Ada e Camillo.
 
phederpher
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