cioccolato fondente col peperoncino

ululato da Pralina alle ore 12:47 mercoledì, 28 febbraio 2007  

Ragazzi, perfavore non passatemi più catene di sant’antonio, io sono una di cuore, mi dispiace deludere le vostre aspettative, risponderò ai dolcissimi Mauro e Tear che hanno proposto un test culinario, trasformandolo in un post, sul mio rapporto con la gastronomia… beh, è solo un assaggio… nulla di che… è talmente vasto l’argomento…
Però mi ricordo che i momenti più belli della mia vita gastronomica, li ho trascorsi in piena libertà, quando nessuno degli adulti riusciva a convincermi a mangiare tale pietanza o tal altra, seppure condite delle migliori intenzioni (degli adulti).
Ad esempio da bambina, una delle cose che mi faceva sbroccare, era di potermi ungere la bazza (mento in fiorentino) a piacere, di trangugiare bicchieri di aceto, vino anche (quel poco concesso quando andavamo in campagna), panna spray direttamente dal barattolo, di mangiare le patate lesse con le mani, di potermi “sbrodolare” con il sugo di pomodoro, di dare libero sfogo insomma alle mie perversioni orali. Lo so, che ai compleanni ero la “guastafeste” che toccava sempre le torte con le dita, per poi leccarsele con voluttà nemmeno tanto di nascosto… lo so, che ho rovinato più di un Natale tradizionale in famiglia scavando tunnel nei panettoni per mangiare soltanto l’uvetta passa, e rifiutando poi il resto del panettone, ma che ci posso fare.
In più, il fatto d’essere stata una bambina, non facilitava le cose: coi maschietti si è più indulgenti, loro sono più scalmanati, hanno diritto ad esserlo. Noi femmine dobbiamo “contenerci” in tutte le nostre espressioni specialmente in quelle di piacere, così è stabilito dalla cultura-prigione nella quale ci troviamo. Così per me l’educazione alle posate, e alla “compostezza” a tavola, è stata la cosa più dura.
Ora che ho un’età per così dire matura (ahahahahaha!) mia madre quando mi invita a pranzo, mi chiede di mettermi il “bavagliolo” (in romagnolo il fazzoletto per non sporcarsi) come si fa coi nonni dell’ospizio. La poveretta resta in apprensione fino al dessert.
Inutile dire che con il cibo ho un ottimo rapporto, le foto lo dimostrano, ma ottimo nel senso che mangio solo quello che desidero e non mi sento assolutamente in colpa di quello che ho mangiato. Quando decido di stare a dieta lo faccio, senza proroghe o scusanti. Sia che decida una cosa o l’altra, mangiare oppure no, non mi martello di sensi di colpa. Questo mi mette al riparo dal cibo “spazzatura” e da altri tipi di autolesionismo alimentare (Macdonald’s, patatine fritte dei sacchetti, merendine, bevande gassate, chewingum e altre porcherie) e dai surrogati dietetici, tipo Dietor WW o peggio che andar di notte coke light, aspartame e delinquame vario cancerogeno. Del resto non fumo, bevo pochissimo (solo vino buono) e ho rimasto tutte le papille gustative intatte. Ma non sono nemmeno una che si è votata al sacrificio estremo. Insomma, io mi voglio bene a tavola. Non vedo perché no.
Mi dicono che sono rotondetta e suppongono che soffra per questo. Io soffro soltanto per i pregiudizi degli altri, casomai, quando mi dicono cosa dovrei fare o cosa sarebbe bene che facessi per me stessa. Ma poi c’è l’altra faccia della medaglia e chi disprezza, vorrebbe avere le rotondità che ho io. Le donne parlano sempre di dieta e poi ti dicono che però vorrebbero avere le tette. Gli uomini guardano le modelle e vanno a letto con le donne normali. Meglio ancora se in carne. E allora mi dico che viviamo in un mondo schizofrenico sul rapporto con il piacere. Ma il senso di colpa non può cambiare nulla di ciò che siamo.
E di sicuro, non mi metterò la coscienza a posto se dico che al posto della Nutella uso il cioccolato (e pure il caffè) equo e solidale, ma quantomeno è la cosa migliore per il mio gusto. Preferisco l’olio extravergine d’oliva con spremitura a freddo a quello fatto diversamente, la pasta biologica della cooperativa a quella di una marca famosa, le uova d’allevamento a terra a quelle di batteria, lo zucchero di canna a quello raffinato, le marmellate fatte in casa a quelle industriali, e così il latte (meglio bio) e un sacco di altre cose, fino alla decisione di utilizzare il minimo del sale, perché rovina il sapore di un bel piatto d’insalata o di pomodori crudi… ma le rare volte che mi fermo a comprare un gelato, naturalmente artigianale (a proposito il mio gusto preferito è cioccolato fondente col peperoncino, in alternativa crema pasticcera al limone), aderisco a questa decisione come la mia lingua può aderire al gelato, cioé in un modo totale, libidinoso e assolutamente imbarazzante per chiunque decida di venire a mangiare il gelato con me.
Sì perché per me il gelato è una di quelle cose, di quegli ambiti “sacri”, magici, fiabeschi, dove ritorno bambina e mi ripenso mentre facevo sculture con la lingua (avete presente i pinnacoli e le guglie?) al gelato al limone, assorbita al 100% da quell’atmosfera tutta  mia.
Oggi se mangio il gelato voglio poter mostrare la gioia degli occhi e della lingua, e non sentirmi ipocrita nel farlo in modo colpevole, falsamente disgustato, ovvero compiacente delle fobie degli altri (come ahimé spesso succede a molte di noi).
Insomma, non so se il mio rapporto con il cibo sia veramente equilibrato, non so nemmeno se inseguire questo “equilibrio” sia il massimo… io inseguo il MIO equilibrio fra il rispetto della mia salute e la mia infinita libidine, ed è il massimo che possa fare.
 


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