do it your trash

ululato da Pralina alle ore 19:35 domenica, 06 gennaio 2008

Da molto tempo, sono una convinta sostenitrice del riciclaggio dei rifiuti e non solo, ma anche del riutilizzo degli oggetti, del recupero (e restauro) di mobili dall’immondizia e dell’uso consapevole dei beni e delle fonti energetiche. In questo senso, credo di avere attuato qualche strategia “casalinga” che però, per essere efficace, dovrebbe essere praticata da tutti. 

Ad esempio pratico da vent’anni la raccolta differenziata, anche se mi crea un po’ di confusione in cucina, perché non è bella da vedere, si fa prima a mettere ogni cosa nello stesso sacco dell’immondizia e a portare tutto subito nel bidone.
Le lampade di casa mia sono tutte a basso consumo e quella di cucina è una lampada al neon degli anni 60. Ho un frullatore che ha 40 anni. Non ho la lavastoviglie. Faccio la lavatrice fino a 50 gradi, la maggior parte delle volte a 30.
Non faccio incetta di farmaci, utilizzo solo quelli strettamente necessari, per non trovarmi a buttare via quelli di troppo… non amo i centri commerciali e le offerte 3 x 2, non compro il cibo compulsivamente, la spesa la faccio sempre sotto casa e “un poco alla volta” per non dovermi sbagliare e poi trovarmi con roba da buttare (non posso permettermelo). Sinceramente preferisco restare “senza” che essere costretta a buttare roba da mangiare scaduta. Fra l’altro i grandi centri commerciali costringono la gente a muoversi soltanto in automobile e producono una quantità molto maggiore di involucri di plastica rispetto ai piccoli mercati rionali. E noi compriamo anche la spazzatura che buttiamo via (su ogni spesa al supermercato, è calcolato che acquistiamo circa il 30% della nostra stessa spazzatura).
Le pile del walkman di mio figlio sono quelle rinnovabili, che si ricaricano con un apposito apparecchio.

Non ho l’automobile, mi sposto con i mezzi pubblici e con gli amici, cammino molto a piedi. Ho letto che molta gente si sposta mettendo olio di colza o di girasole nel motore, ho seguito un piccolo corso dimostrativo tenuto da un mio amico che lo utilizza per il suo furgoncino, e lo trovo meraviglioso.
Non mi sento frustrata se mi manca l’ipod o il nuovissimo sistema satellitare per inviare le foto agli amici mentre mi taglio le unghie dei piedi, non ho alcuna esigenza di possedere un cellulare ultimo modello, mi basta il mio “vecchio” fintanto che non tira le cuoia, e si è già spaccato una volta, riparato con un pezzo di un altro cellulare dello stesso tipo (infatti è bicolore, da una parte grigio dall’altra ci sono i Simpson). Per registrare le interviste, mi basta avere una cassetta analogica, e un registratore, anche se varie volte mi sono presa della “troglodita” da parte di un mio collega di radio. Vesto con abiti per usare un’espressione oggi di moda, “vintage”, mi compro le scarpe usate con pochi euri, ho trench del 1950 di sartoria e sciarpe di lana fatte ai ferri. Per me il colmo della libidine è riuscire a trovare una gonna all’uncinetto (tipo copertina) fabbricata con gli avanzi della lana. E tante altre cose. Sono tirchia? No, non lo sono per niente, faccio sempre un sacco di regali, ma ritengo che la questione ambientale non sia una cosa astratta.

In questi giorni la televisione e i giornali ci riportano la drammaticità di una situazione, come quella napoletana, che sta creando una vera insurrezione popolare.

Qual è la risoluzione? Bruciare immondizia a scopo dimostrativo o meno, immette diossina nell’atmosfera.

Ma il problema dei rifiuti non esiste soltanto a Napoli, esiste ovunque, in quanto i rifiuti sono l’ultimo anello della catena di un ciclo di produzione che fabbrica troppi oggetti per essere adeguatamente smaltiti, e che immette ogni giorno tecnologia sempre nuova, di modo che la gente sia costretta ad adeguarsi buttando gli elettrodomestici e il software vecchi (diventati vecchi troppo presto).

Non esistono artigiani specializzati nel recupero degli oggetti. I “riparatori”, i ciabattini, le officine per riparare biciclette, le sarte e le rammendatrici scarseggiano. Una volta quando si rompeva una cerniera, una macchina fotografica, un trapano, un registratore o un qualunque altro oggetto, lo portavi a far riparare, oggi lo butti perché non esistono i pezzi di ricambio. Una volta gli oggetti erano robusti, le macchine avevano delle carrozzerie pesanti, i mobili erano di legno vero e li ereditavi dal nonno, i frigoriferi erano massicci, i cappotti non si rompevano, le cuciture dei pantaloni reggevano, le scarpe erano fatte per durare.
Fino a poco tempo fa, con una cadenza quasi settimanale, passava sotto casa l’arrotino e l’ombrellaio, con il suo ape munito di altoparlante. Se l’ombrello serve per ripararsi, dove si riparano gli ombrelli oggi?
La pellicola in bianco e nero è rimasta la migliore in assoluto anche con l’avvento del digitale, ma è destinata a sparire per sempre così come il cinema su pellicola. E il vinile aveva una durata eterna e un calore quasi umano, e se friggeva, pazienza, sempre meglio che sentire oggi i cd quando saltano.

Non solo, ma in questo modo siamo diventati schiavi dell’energia elettrica, molto di più di quanto non lo fossimo trent’anni fa. Per scrivere, nessuno utilizza più la macchina per scrivere meccanica, nessuno si invia più le lettere per posta. Eppure anche l’energia elettrica ha dei costi elevatissimi e di impatto ambientale negativo.

Si teme che non producendo più come prima, si eliminino posti di lavoro e ciò accresca la disoccupazione già esistente. Le fabbriche licenzieranno… in realtà i posti di lavoro si possono creare, come? aiutando la gente a specializzarsi diversamente, anziché a produrre a getto continuo, a riutilizzare tutto quello che abbiamo già a disposizione e a creare fonti di energia rinnovabile. E farne dei posti di lavoro. Anziché catena di montaggio, tecnici che sappiano come intervenire nelle situazioni più diversificate, artigiani abili a usare le mani, restauratori e cercatori di pezzi di ricambio. Ma anche mercatini di quartiere dove la gente possa regalare quello che non le serve, e orti di quartiere che impieghino i pensionati (e lo smaltimento dei rifiuti organici e il compostaggio) e ci procurino di nuovo il cibo in modo diretto.
Tornare un attimo indietro. Sarà questa la vera rivoluzione. O ci troveremo presto sommersi dai rifiuti, e non solo a Napoli.
 
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