l’autunno per me

ululato da Pralina alle ore 13:08 mercoledì, 22 novembre 2006

Autumn Leaves!

Ho sempre amato l’autunno. L’autunno mi ricorda i momenti più belli della mia infanzia: le ultime gite in campagna, fra gli spari dei cacciatori, e i ritorni a casa rischiando di venire impallinati, ma con la macchina stipata di casse di uva, di mele, di pere e di cachi (i cachi, mi hanno sempre fatto cacare come frutta)… le passeggiate nei brumosi viali alberati, con le caviglie che affondavano nel tappeto delle foglie secche, una libidine sentire quello scrik scrok… il profumo di mosto che si poteva respirare improvvisamente in qualche vicolo dove c’era un tino nascosto in cantina… l’odore fantastico delle caldarroste arrostite sul fuoco del camino… i primi mesi della scuola elementare quando, dopo un’estate passata al mare, si tornava pieni di baldanza e di bei pensierini (i grandi hanno i pensieri, i piccoli i pensierini).
L’autunno per me era la stagione consacrata a Pippi Calzelunghe, da sempre mio idolo, alla sua Villa Villacolle che per me era una casa mitica immaginaria, verde acqua con le persiane verniciate di lilla, con il cavallo Zietto a pois nella veranda, con il grande giardino pieno di arbusti di ribes e di rose. In un ipotetico nord-nord. Là dove i grandi non sarebbero mai entrati a disturbare con le loro frasi classiche: “Comportati bene” “Ma come sei cresciuta, assomigli tutta al nonno” “Dai un bacio alla zia” “E come va a scuola la bambina?”.
Come va a scuola? Da spaccare il culo a tutti, vecchia babbiona.
Ok, la mia scuola è un edificio per niente bello, costruito in stile fascista con le “esse” di scuola che ricordano altri tipi di “esse esse”. Bisogna stare in fila, coi grembiulini belli lindi e stirati, e i fiocchi fatti alla perfezione. Al muro dietro alla cattedra c’è un grande crocefisso e la foto di Leone, presidente della Repubblica. Quando entra un adulto ci alziamo tutti in piedi e salutiamo all’unisono, chi non lo fa viene preso per un orecchio. La palestra è un luogo mitico dove si impara a marciare e ad arrampicarsi sulla pertica, ma a noi femmine ci fanno solo correre (ma a me piace marciare). La mia maestra è una tipa acida e un po’ carogna, che quando sbagliamo a parlare e a scrivere, ci riempie di sberle. Un giorno ha preso un bambino e gli ha sbattuto la testa contro la lavagna. Noi non sapevamo se ridere o se piangere.
Ma quando ci fa imparare le poesie, beh, sai cara vecchia babbiona, è una signora in gamba la mia maestra, noi non recitiamo le poesie solo per Natale. A me piace un sacco Umberto Saba, Salvatore Quasimodo, Giuseppe Ungaretti, Garcia Lorca, Bertold Brecht, Nazim Hikmet. Li conosci? No, non importa. A scuola facciamo troppe cose interessanti. Ci fanno vedere i documentari sugli ultimi carbonai di Grosseto e sull’educazione stradale… ci fanno fare i problemi per capire la difficoltà di una massaia a pagare le uova e l’angoscia di Piero a riempire la vasca da bagno, e poi, per ogni problema risolto faccio un bordino di castagne o farfalle… ci fanno disegnare tantissimo, ed io disegno disegno disegno fino a farmi venire i calli alle dita. L’altro giorno ho finito di fare la mia ventesima tavola illustrata su Pinocchio. Le ho disegnate tutte con una sola penna nera bic. Collodi, un grande. Anche la penna Bic.
Mia madre a quel punto, vedendomi assorta, diceva ridendo (è sempre stata delicata mia madre, sempre a rimestare col dito nella piaga) “E’ debole solo in aritmetica”.
“Oh, ma non preoccuparti per questo, mia bella bambina!” E chi si preoccupa.
Incredibile la capacità degli adulti di darsi le domande e le risposte al posto dei bambini.
Ma ho sempre amato l’autunno, perché ho dei ricordi troppo intimi, troppo miei. Dove nessun adulto può ancora entrare.
 
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