i miei nonni

ululato da Pralina alle ore 16:29 mercoledì, 28 giugno 2006

Io sono felice di essere viva. Lo so di non usare un italiano corretto, ma il caffè va bevuto anche forte… e quindi dico: a me la vita mi ha fatto proprio bene! (*bene nel senso di contentezza che provo). Ma in primo luogo mi sento di ringraziare i miei nonni, da ognuno dei quali ho preso un pezzetto di me… i miei nonni paterni erano siciliani, quelli materni romagnoli.
Di tutti e quattro conservo ricordi fantastici, anche se non sempre lineari. Più che ricordi, sono la consapevolezza di averli condensati in me.
Una costante della mia famiglia, è che il motto “moglie e buoi dei paesi tuoi” non è mai andato a genio a nessuno. Non c’è una ragione precisa, ma i miei antenati hanno adottato in modo entusiastico la teoria dell’incrocio selvaggio, e mantenuto questa costante nei secoli dei secoli. Amen.

Mio nonno paterno era nato a Siracusa, da genitori “misti”: la madre biondo rame con gli occhi verdi era un po’ maltese con un cognome di probabile origine irlandese (un’abbreviazione di McAughliffe), il padre commerciante di vino era cattolico ma il suo cognome è d’origine ebraica sefardita, marrana.

Il nonno che viene dal mare, così lo chiamavo da piccola. Dal nonno paterno ho preso l’ironia. Lo sapevo da sempre, era una nostro modo specialissimo di comunicare. Lui stravedeva per me e mi perdonava, anche quando gli facevo pat pat! sulla pelata. Era bello scherzare con mio nonno, rispondere alle sue battute, ai giochi di parole e agli indovinelli assurdi che mi proponeva. Ma soprattutto me ne accorsi quando, in ospedale, sul letto di morte, dopo avere mandato via il prete che voleva dargli l’estrema unzione (con la frase detta con le braccia rivolte al cielo “Ringraziamo la Santa Romana Chiesa che ci è venuta a trovare!” che suonava come un’altra frase più breve), ci guardò tutti noi parenti riuniti intorno, con quegli occhi blu scuro e l’aria di chi la sa lunga, e pronunciò il suo epitaffio: “Oggi a me… domani a voi…” provocando nascostamente un toccamento generale a livello inguine.
Mio nonno era comunista e leggeva “L’Unità”, si occupava dei “picciriddi” quando piangevano di notte (mentre lei leggeva un romanzo), andava a fare la spesa, faceva il caffè dopo pranzo e portava giù il sacco dell’immondizia, era un uomo sensibile che amava il mare come potrebbe amarlo un pesce, amava le rose e le magnolie, e amava la lettura, ma soprattutto era un uomo mite, rispettoso, che spesso soccombeva alla forza dirompente e qualche volta distruttiva di sua moglie.
Erano una coppia molto divertente, vista attraverso i miei occhi di bambina. Ricordo che appena iniziate le vacanze estive passavo le vacanze da loro, e tutte le sere tanto per essere veramente stronza, mi buttavo giù da letto a gattoni e scalza attraversavo il corridoio, per spiare le loro conversazioni a letto, accucciata dietro la porta… e di cosa parlavano? di Carosello. Stupendi. Tutte le sere parlavano degli spot pubblicitari, facendone un’analisi accurata. Mia nonna era deliziata dalla candeggina Ace, quella dello sciapp! proprio così lo sciapp! in siciliano. Improvvisamente sentivo “E la picciridda dov’è?” “E’ a letto, ma quante volte te l’ho detto! dorme!” “Ma sei sicuro che dorme? che non è qua dietro che ci spia?”. Mi mordevo le labbra. A stento trattenevo un ghigno dirompente. Non so come riuscivo a trattenermi dall’esplodere in una risata che mi avrebbe esposta a un rimprovero…

Mia nonna paterna, insegnante elementare come suo marito, soprannominata “ape” era siciliana, sembrava una beduina, non era alta un metro e cinquanta, snella, pelle olivastra, capelli crespi folti un tempo neri corvini, naso importante. Assomigliava parecchio ad Einstein. Era una forza della natura, combattiva, intelligente, polemica, spontanea, piena di fuoco. Anche lei era una meticcia strana, siciliana sì, sicilianissima i suoi antenati provenivano da Palermo, ma aveva un bisnonno piemontese o lombardo con un po’ di sangue spagnolo (ma vai a capire perché). Sapeva dipingere e ricamare, cucinava benissimo, divorava i libri, i classici, ma anche quelli di matematica, che erano la sua unica vera passione. “Vorrei avere tante vite, per leggere tutto quello che è stato scritto sulla terra!”. La cosa più bella di mia nonna, è che si rinnovava continuamente. A ottant’anni ripassava le tabelline tutti i giorni per tenere il cervello allenato. Era curiosa e poneva sempre un sacco di domande. Viveva con semplicità, la sua casa oggi si direbbe zen, era arredata di pochissimi mobili (per forza, buttava tutto!). Non era attaccata alle cose, né ai soldi, non amava le foto e non aveva ricordi, ma progetti per il futuro. Diceva sempre che è sereno l’uomo che riesce a vivere portandosi un fardello leggero sulle spalle, come il nomade che vive nel deserto. Ma in lei bruciava la febbre della conoscenza. Se non aveva sonno, si alzava nel cuore della notte per sperimentare nuove ricette di cucina, ordinava dispense per imparare l’informatica. A metà degli anni ottanta disse che voleva imparare a usare il computer. Ricordo le nostre discussioni, e le sue risate finali. Non era facile far ridere mia nonna, dovevo fare non so quali acrobazie verbali, lei mi guardava sospettosa, ma alla fine esplodeva in una risata tagliente, e poi diceva “da chi hai preso tu? qui nessuno di noi è un buffone… no, non hai preso da nessuno, forse da uno dei miei fratelli che faceva cabaret”. I suoi fratelli e sorelle con relativa prole erano un altro capitolo a parte, c’erano insegnanti, musicisti, e anche un novizio che però di fare il prete non ne volle sapere e scappò un bel giorno dal seminario strappandosi la tonaca e gettandola alle ortiche con grandi berci ed urli. Era una tosta, una che piangeva tanto, ma si rialzava sempre dalle tragedie della vita, quelle che l’avevano provata più duramente… la morte di due figli su tre.
Un giorno mi disse “dopo la mia morte, ti lascerò il mio cervello” (che mi ricorda tanto la scena di “Frankenstein junior” dove Aigor porta un cervello abnormal per la costruzione del supermostro ahahahahahaha!), chiaramente era una metafora, non credo che volesse lasciarmelo veramente in formalina, ma non ci giurerei…

Mia nonna materna (romagnola) invece era una donnina a posto nel senso tradizionale del termine, una sartina modesta, graziosa, esile e con grandi occhi verdi, tutta per bene, molto brava nelle faccende domestiche e molto religiosa, fino al momento in cui per demenza senile sbroccò improvvisamente e si trasformò in una donnina dispettosa come una bertuccia. Allora la sua forza repressa in tanti anni di rosario e di obbedienza al marito, venne fuori prepotentemente. Fino agli episodi del fazzoletto ritagliato estemporaneamente dal centro di un lenzuolo, delle mutande messe ad asciugare sulla stufa dopo averle lavate… poi caramellatesi per abbandono (e quindi, ovviamente, cosparse di zucchero) e dei piatti messi sul davanzale perché si lavassero con la pioggia. Un genio! mia nonna era un genio e nessuno se n’era accorto!

Mio nonno materno (romagnolo con probabilissimi antenati del nord Europa forse tedeschi o scandinavi se non addirittura russi) è forse il pezzo meglio della collezione, un omone di quasi un metro e novanta, imponente, massiccio, con capelli biondo scuro e occhi azzurri a mandorla (la plica mongolica che ho ereditato), un volto da bambolotto dai lineamenti slavi, che quando mia nonna lo vide per la prima volta disse “ah però!” e rinunciò al suo proposito di farsi suora. E come darle torto. Mio nonno era stato un vigile del fuoco, da giovane, staffetta dei partigiani per la liberazione di Faenza. Nel dopoguerra, per raccogliere l’eredità morale di un’antica famiglia di ceramisti maiolicari dai quali discendiamo (la Ca’ Pirota), e soprattutto per sfamare quattro bocche, mise su una bottega da verniciatore e grafico cartellonista. Era un uomo passionale, generoso e leale, anche se piuttosto autoritario e molto rigido di carattere, con le sue idee politiche (era repubblicano) fin dalla tenera età di nove anni. Gli piaceva viaggiare, adorava la pittura, si incendiava per Victor Hugo e per i classici moderni. Amava l’opera lirica come tutti i romagnoli, ricordo che quando ascoltava la “Tosca” o il “Nabucco” era intrattabile, comunicava a gesti… ricordo che mia nonna gli passava davanti in punta di piedi, con gli occhioni spalancati, facendo segno a noi nipoti con il dito davanti alla bocca “shhhh!”.

Sì, sono felice di essere viva, e di avere avuto quattro nonni come questi. Mi sento di onorare tutto quello che mi hanno dato, e anche quel poco che non sono riusciti a darmi. Sono riconoscente anche quando riconosco a loro dei limiti, o quando mi sento invidiosa per tutto quello che hanno fatto e che non riuscirò mai a fare.

Penso che ogni giorno che ci svegliamo, dovremmo rivolgere un pensiero ai nostri figli e a chi ci ha preceduto. I nostri figli ci hanno dato una terra in prestito. I nostri antenati ci hanno dato il permesso di viverci.

Non avrebbero potuto farci un regalo più grande, anche quando la vita è crudele, stupida e amara. Ma non sarà mai crudele, stupida e amara per colpa loro.

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