in morte di samb modou e diop mor

Inoltriamo con molto piacere a tutta la mailing list la stupenda interpretazione dei fatti di oggi, apparsa sul blog di CUSA

martedì, 13 dicembre 2011

IN MORTE DI SAMB MODOU E DIOP MOR

Sarebbe meglio cambiare espressioni, cambiare le parole, magari addirittura la lingua. Dato che qui, in questa città, gli anti sembrano una conferma alle parole che li seguono.
Si fa presto a dire antifascismo o antirazzismo.
Muoiono così due senegalesi, che se erano italiani si sapeva subito il loro nome, i giornalisti non si sbagliavano tanto facilmente (salvo il signor Mentolo che su La7 chiama Luciano, il ventenne morto solo ieri, Francesco Pinna).  Samb Modou e Diop Mor ad ogni modo. Venditori ambulanti, sorridenti segnali di un sistema in disfacimento, loro, Samb e Diop che non avremmo mai incontrato, mai conosciuto, con cui probabilmente non avremmo mai scambiato che qualche iteriezione del tipo ‘A quanto la fai sta borsa?’. Me lo immagino l’articolo che leggeremo domani su qualunque quotidiano. Un articolo che comincia così. Partire dalla retorica sempre e comunque. Dire prima di tutto che noi siamo buoni e che quello era solo un pazzo. Dire che noi da oggi in poi c’impegnamo sempre meglio e sempre di più, trincerati per bene dietro i nostri ‘anti’. Che non sono giubbotti anti-proiettile, nè parole nuove nelle orecchie di un vecchio panzone con il pallino del fantasy celtico…
Non si può dire nulla.
Ci guardavamo tutti instupiditi, oggi, perchè quando gli elicotteri ti ronzano sulla testa, non puoi restare in casa. Anche se non si può dire nulla, meglio essere lì, a farti tradurre quella manciata di parole in wolof dal tizio che ha cercato di venderti lo stesso libro per mesi, davanti alla Edison. Che poi quando ti saluta in mezzo alla folla, sorridi che almeno non è lui, che non è proprio lui ad essere crepato, così, per strada. Senza alcun motivo.
Perchè la follia non è un motivo. Semmai è un fattore scatenante. Troppo comodo dire che una persona è pazza e per questo bisogna far tornare tutto e in fretta alla normalità. Quale normalità? Se non si fosse ucciso, non sarebbe andato in galera come accade a Anders Behering, dichiarato pazzo e scampato alle carceri. Si è ucciso? Decisamente una prova che è pazzo, no?
No. Affatto. Eventi di questo genere segnalano alcune cose ben chiare. La solitudine sovrumana e mostruosa di certe idee, distanti anni luce dalla realtà e plasmanti universi paralleli di ‘giustizia’ promulgati in tutta legittimità perfino da alcuni dei parlamentari (serve parlare di Borghezio?) di questo paese.
Il problema non è la pazzia.
Ma la politica.
E quanto la politica può fare da companatico ideale a quello che è l’orribile pane della fragilità di un essere umano. Il problema è politico perchè di gente pazza ce n’è tanta in giro, e magari come accadeva all’ignoto signor Smith, un giorno tira fuori il suo fucile e spara sulla piazza sotto casa tua. Tutti dicono che era tanto una brava persona però… Beh, forse quello possiamo definirlo ‘solo’ un disturbo e lasciar scrollare le spalle con lucida consapevolezza sulla fatalità della vita.
Ma oggi no, non me la sento.
Liquidare il gesto di un folle come fatalmente folle. Alla follia è stato dato un contenuto. Un imput. Un bersaglio. Alla follia non è stata indicata la folla indistinta, stavolta, ma dei ragazzi neri. Sconosciuti perchè neri. Nemici perchè neri. Questa è la verità con cui occorre confrontarci.
Me lo immagino questo signore trippa ridente mentre macina l’idiozia del suo rancore verso l’ignoto indicatogli nei solerti opifici d’ignoranza – tali pound – da quei ‘camerati’ che di lui ridevano… Perchè si poteva solo ridere, quando era in vita, di uno così, e dei discorsi che m’immagino poteva tenere. Nei suoi libri e fuori. Vittima lui per primo di quel quieto buonsenso quotidiano dietro cui si maschera ogni cosa: la lucidità del killer, l’abominio di uno che non sa niente oltre la sua paura. Che gli mettono in bocca i rosari del razzismo, sempre gli stessi, identici a quelli di sempre, che dire falsi è quasi insultarsi tutti l’un con l’altro dato che la biologia, per prima, non ha mai confermato senso alcuno al razzismo.
E infatti ognuno può verificare tutti i giorni della sua vita che non ne ha nessuno.
Per questo, oggi, non mi fido più degli ‘anti’, voglio una parola nuova che non riproponga quella vecchia, che non ci renda  costretti a pronunciarla ogni volta, sempre, certi di sconfiggere quella che neutralizziamo con un misero ‘anti’.
Per adesso dico che due giovani uomini, Samb e Diop, oggi sono stati uccisi.
E non li faccio morire io, due volte, per un ‘anti’ che non funziona.

Carmen Voita      

 

— Circolo Anarchico Fiorentino
di Via dei Conciatori 2/R

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