gennarina pummarola

ululato da Pralina alle ore 14:21 sabato, 08 novembre 2008  

Ieri sera per sbaglio sono incappata nel sito internet (ancora in costruzione) di una “pittrice” di una nota città italiana, alla quale darò il nome fantasioso e inesistente di Gennarina Pummarola. La pittrice in questione vanta un curriculum lunghissimo, di esposizioni fatte con le opere di altre persone o delle sue (tanto in ogni caso l’arte contemporanea è anche questa, basta buttare un mattone sporco di sugo sopra un foglio). E poi, mica ce freca se le opere son le sue o no, basta la FIRMA. La sua, ovviamente.
 
 
Io la Gennarina, la conobbi disgraziatamente quando studiavo all’Accademia, venne a casa mia a piangere come un vitello tonnato perché diceva che si era rotta un braccio e non poteva più disegnare, così, bontà tutta mia, unita all’inesperienza e ingenuità (e coglionaggine) dei miei 22 anni, le prestai i miei disegni da portare all’esame. Naturalmente, coi miei disegni, prese il massimo dei voti. Ma poi, anche se si era rotta una braccio, riusciva a guidare benissimo.
Poi, la Gennarina, mi confessò che lei davvero non poteva disegnare, perché non ci riusciva proprio, perché, per lei, era più importante l’umanità e l’ammore.

Sì, il biglietto da visita l’aveva fatto, perché, bisogna pure mangiare. C’era scritto sopra Maestra d’arte, perché, comunque, un po’ di fumo negli occhi, per gli struonzi, ma noi siamo tanto amiche ed io penso solo all’umanità e all’ammore.

L’umanità e l’ammore evidentemente erano più importanti dei lavori di casa e della cura degli animali, un gatto e un cane magnifici, che lasciava chiusi dentro l’appartamento perché costretta, con il risultato che a sera la casa era piena di piscio e di escrementi e d’un fetore allucinante, i piatti ammonticchiati dentro e fuori al lavandino, i figli parcheggiati dalla nonna, le lacrime versate, la cenere di sigaretta ovunque, perché lei fumava… fumava… e parlava… d’arte e di filosofia…
Per un anno, mi portò a destra e a manca, menando il can per l’aia e facendomi capire che per fare l’artista non è necessario essere brave, tanto oggi si comunica oggi è l’era della comunicazione globale che ce freca mica come una volta che i pittori lavoravano veramente, perché faticare?, se si è troia come lei, basta andare a letto con il mercante ottantenne che ti comprerà una tela. Fesso lui, brava ammè.

Era davvero un’artista, non c’è che dire. Non era particolarmente bella,  secondo suo fratello era una chiavica, ma aveva una bella faccia a culo, qualità che in Italia come sapete paga moltissimo. E in ambiente artistico poi. La creme della creme.
Innanzi tutto era un’artista eccelsa ad imbrogliare il marito, al quale raccontava un sacco di stronzate e s’incazzava pure perché lo “struonzo” non le credeva più. Si fece mettere incinta dal pediatra del suo primo bambino per poterci chiedere i soldi, e al marito  dubbioso e furioso raccontò che sta creatura assomigliava tanto allo zio nordico di Nàbule. Era un’artista ineguagliabile nel taccheggio, nel parcheggio in tripla fila, nel mettere la benzina aggratis, nel lasciare il chiodo a tutti i baristi e lattai di Firenze, e così via. Sigarette (a credito) incluse.

Poi un bel giorno, stanca dei furtarelli che avvenivano ai miei danni sempre con sta faccia sorridente e “solare” (mi rubò persino i colori a tempera, che secondo lei erano “spariti proprio”, e un cappotto, per non parlare di duecentomila lire, quelle per “pagare l’affitto di casa che se no ci sfrattano”mai restituite) e delle infinite palle di questa persona il cui unico scopo, il chiodo fisso, l’unica filosofia e la sola religione era di fare fesso al mondo, le dissi basta.

Quando morì suo padre, che invece era una brava persona, un valente pittore, e del quale aveva utilizzato tutte le incisioni grafiche per fare bella figura ai concorsi (qualcuno persino vinto), lei era lì che “distrutta dal dolore” pensava di fare un malocchio al pediatra “colpevole” di non volerla più.

Una settimana dopo mi chiamò dall’ospedale per dirmi che stava abortendo. Anzi, abbortendo, con due B.
“Vieni, corri, sono qua a fare un altro abborto, renditi conto! Ho bisogno che mi tieni la mano. Ti pregooo!”
“Non ti ho messa incinta io”
“Ma comeee? Da te non l’avrei maaai immaginato! Mi rispondi così ammè? alla tua AMICA SORELLA che ti ha dato tuttooo? (strillando) io sono qui che sto crepando, piango tutte le mie lacrime,  ho le due creature a casa, sono una mamma, io, c’ho avuto una morraggìa alla panza, e tu te ne frechi di me!”
“Stai solo a chiedere, sempre a chiedere, non fai altro che chiedere, ma una dignità non ce l’hai? Mi sono stancata, basta… la misura è colma, dalle nostre parti si dice chi è causa del suo mal pianga sé stesso, fuori dalla mia vita, ciao”
“Sei senza cuore. Vafangulo!”

Sì, vafangulo. Era proprio quella parola magica, una liberazione. Suonò dolce nelle mie orecchie. Ciaveva la morraggìa alla panza. Sentammè, mandami afangùla. Tieniti il mio cappotto e i miei soldi, fatti una media di due abborti l’anno, metti le cuorna a quel fesso di tuo marito senza mettermi nel mezzo, almeno riavrò la mia libertà. Io sono una personcina educata, con un livello discreto di cultura, non fumo, non pesto i piedi a nessuno, non lecco il culo ai critici d’arte,  e nemmeno gli pipo l’uccello, non delinquo per sentirmi cresciuta e non faccio fesso il prossimo per principio e filosofia di vita.

Qualche anno dopo, incontrai una brava ragazza che era stata truffata da lei, che mi svelò altri laidi retroscena.
Quando iniziò a parlare, continuò indignata per tre ore, di fila, senza arrestarsi.  Così seppi che si era messa contro interi caseggiati, un quartiere, una città. Mi disse infine, a coronamento di tutte le malefatte, che il Tribunale le aveva tolto la patria potestà di due figli, ma lei era riuscita a farsi mettere incinta ancora, da un uomo facoltoso perché, si sa, i figli so’ piezze core.
Bah… la ritrovo ieri su internet, luogo di raccolta di fogne e tesori insieme, che sbandiera una laurea (una laurea?) che non possiede, visto che non sapeva nemmeno l’itagliano, e parla di colori cozmicissimi, e di ammore universale. Mi ripeto: per fare l’artista non importa essere brave, basta venderla bene.

Proprio bella l’umanità. E io l’ammo dando. E poi dicono dei ROM? Ma vavangula.

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