un pissirotto col pareo

ululato da Pralina alle ore 23:43 domenica, 03 giugno 2007

Vi voglio bene. Non vi voglio bene perché mi siete serviti a qualcosa, vi voglio bene e basta.
L’affetto che sento per voi (per quelli che ho conosciuto e che riconosco) va aldilà della distanza fisica e delle apparenze, di quello che riuscite a “darmi” o a “fare” per me. Credo che questo sia veramente il massimo.

Dieci anni fa conobbi un ragazzo dolcissimo alla stazione di Empoli, era molto più giovane di me.
Mi trovavo in quella stazione per puro caso, stavo tornando dal matrimonio della sorella di un mio amico.
Lui aveva perso il treno. Per questo ci siamo conosciuti. Tornò nella sala d’aspetto dov’ero seduta e mi chiese una sigaretta per suo fratello. Notai che era molto protettivo, perché si preoccupava per gli altri, suo fratello era appena dietro le sue spalle e mi chiedeva una sigaretta per lui.
“Non fumo, mi dispiace”. “Di dove sei?” “Firenze” “Non ci posso credere, ci vado anch’io tutte le sere”.
Era uno splendido principe con capelli d’ebano lunghi fino al culo e due occhi neri, profondi, sottolineati con il rimmel. Indossava un pareo, e sandali infradito. Mi venne un tuffo al cuore per la sua bellezza e lui rimase colpito dalla mia (così mi disse).
“Prali, quella sera avevi i capelli lunghi quasi quanto i miei, e con quel maglioncino rosso aderente, i seni in bella vista, minigonna e stivaloni eri uno schianto, una… hermosa, che donna!”. Prendemmo il primo treno per Firenze, gli raccontai che sono pittrice, che facevo i tarocchi, che mio figlio era a dormire da suo padre, lui mi disse che faceva parte di una occupazione, una ex fabbrica di “frutti canditi” dove si divertivano e spesso c’erano dei rave. C
ontinuammo a parlare nella mia cucina, come se ci conoscessimo da sempre anche se talvolta avvertivo una distanza dolorosa in quel lungo dialogo, come se l’esperienza dello scappare di casa fosse ancora presente.
Venne a dormire da me quella notte, dormire è un eufemismo, eravamo sdraiati accanto nel mio letto a una piazza e mezza, restai a guardarlo per tutta la notte come una lupa guarda i suoi piccoli… poi ci lasciammo il giorno dopo ancora in stazione. Pensavo di non vederlo più, quando chiamò due mesi dopo per incontrarmi, si era appena fatto un piercing alla lingua e parlava come Gatto Silvestro.
Non sono mai stata oppressiva o esigente. Non gli ho mai fatto paternali per la sua scarsa “affidabilità”. Non l’ho mai rimproverato anche quando mi ha fatto dei bidoni pesanti. E non mi sono mai inquietata quando mi ha suonato alla porta alle due o tre di notte per chiedermi di dormire da me. Ed ogni volta correvo alla porta a piedi scalzi, e prima che andasse via gli regalavo qualcosa, una marmellata fatta in casa, un cappello di lana. Non so quante volte ci siamo fatti due spaghetti con l’olio e il peperoncino a mezzanotte, e due tazzine di caffè. Durante una occupazione dei punkabbestia fui identificata e denunciata anch’io, perché mi trovavo lì a portargli le mie mitiche marmellatine.
Nel corso del tempo le cose sono cambiate, quello che ho fatto per lui è stato ampiamente ricambiato, lui ha sentito il bisogno di donare e non soltanto di accettare i miei regali e i miei consigli. Non solo. E’ diventato più maturo e capisce cosa significa la mancanza. Sa quando andare ma anche quando tornare, e quando dare un segnale, un segno per tenere il filo unito.
In fondo basta poco per rassicurare una persona, basta un sms o una mail ogni tanto e non ci vuole altro.
L’ho adottato come un fratello. Con lui ho imparato ad amare una persona che non c’è, una persona fisicamente assente. Non solo. Ho imparato ad amare soltanto per la gioia di amare, senza aspettarmi nulla in cambio. Senza pretendere che l’altra persona sia diversa, si “adatti” o ancora peggio si mortifichi per indossare le nostre uniformi mentali.
Un passerotto, mi dicevo, può tornare in casa a beccare la briciole, l’importante è che si lasci la finestra aperta ed io questa finestra l’ho sempre lasciata aperta per tutti i miei amici e amiche.
Il miracolo dell’amore forse è questo. Non esistono ricette universali, ma tra noi due ha funzionato così.
Ora mio fratello dopo avere soggiornato e lavorato a Tenerife, dopo avere attraversato il Marocco coi bus, si trova nel sud di Ibiza, dove lavorerà come cuoco (a preparare i tapas, o piatti freddi) sulla spiaggia per tutta l’estate. Dorme in una casa senza luce e ha soltanto l’acqua del pozzo, e mi scrive che è molto contento.
Tornerà a casa per la vendemmia, sarò tanto felice di stringerlo fra le braccia!
 

Gli dedico questo scritto, con amore, quell’amore “speciale” che abbiamo vissuto e che viviamo noi due.
 
* sotto Armando con François e i MapReve
 
 
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