Archivi del mese: febbraio 2014

ALLE DONNE CHE SONO SEMPRE UN SEGNO MENO

Dedicato alle donne che sono sempre un segno meno, in ogni cosa che fanno, svalutate, sempre, e perciò ancora più tenaci e forti, e perciò ancora più svalutate.

Alle amiche e sorelle di ogni parte del pianeta che lottano ogni giorno per mettere un sorriso nelle bocche malate, storte, sdentate, e lo fanno con eroismo autentico, soltanto per mandare lo stipendio ai figli, sequestrate in case in paesi lontani dove l’unica via di fuga è un contratto di telefonia per chiamare i familiari.

Alle tante che accompagnano i bambini a scuola per poi scappare a fare un lavoro retribuito con il segno meno.

Alle tantissime che fanno lavori di cura, indispensabili più di un banchiere, più di un finanziere e di un politico, ma pagate con cifre ridicole o non pagate affatto.

Alle donne disoccupate, o inoccupate, parola per dire che non cercano più lavoro, la crisi le ha mandate per prime a casa, nessuno riconosce il lavoro domestico, ma neanche quella parte in ombra di donne con qualità autentiche che vorrebbe fare e che trova solo porte chiuse.

Alle professioniste che non solo non hanno un lavoro, ma non hanno nemmeno il nome di quel lavoro coniugato al femminile.

Alle donne fragili a cui viene tolto un figlio dal tribunale dei minori, a quelle che per problemi economici e familiari si rivolgono al centro di aiuto per le donne per sentirsi dire “ha mai preso psicofarmaci?”.

Donne che hanno automobili meno belle e meno nuove, lavori meno pagati, ma in fondo ci siamo abituate.

Pretendiamo pochissimo, e poi tanto, tantissimo, quando si tratta di essere riconosciute sul piano affettivo, e allora vai di rossetto e di mascara, di tinte per i capelli, di tubini attillati e tacco dodici. E se ciò non bastasse c’è sempre il photoshop e comunque sotto le nostre foto manca sempre un commento che ci farebbe felici.

Un uomo non ha bisogno di truccarsi per essere amato così com’è, un uomo è sempre un segno più, e anche se sfigato, con la pancia prominente e poco attrente, avrà sempre una mamma, una sorella amorevole, una moglie che lo sostiene, lo capisce, lo incoraggia.

E guai a strillare, guai a piangere, guai a mostrarsi isteriche, quelle donnette che lo fanno vengono messe con il segno meno meno.

Alle stronze, che esercitano un potere, nelle istituzioni o in famiglia, e che lo fanno peggio degli uomini, con maggiore severità e ottusità bastarda, e fanno tutto ciò per non essere un segno meno; a quelle auguro di morire, perché la sorellanza non è una questione di genere sessuale ma anche di classe sociale e soprattutto di affinità personale.

LIBERARSI DALLA NECESSITA’ DELLE DIETE

Non sono una professionista dell’alimentazione, la mia esperienza è piuttosto quella di una persona molto sensuale (ovvero coi sensi molto sviluppati), che ha cercato di mettersi in discussione e di cambiare in meglio la propria vita a cominciare dalle abitudini quotidiane. Vedo la “dieta” come una penitenza religiosa, che ci monda dai peccati della gola. Una volta si andava dal prete, ora dal naturopata, ma la sostanza non cambia. In realtà le diete sono una sorta di espiazione, perché il cibo viene percepito non per ciò che semplicemente è, ma per il significato che gli viene dato e per il rapporto negativo che la maggior parte della gente ha con il proprio corpo. Il mio rapporto con il cibo è godurioso. Non ho detto che amo mangiare, ho solo detto che amo ciò che mangio, e in effetti è proprio questa la faccenda. Credo che non sia una differenza da poco. Essendo molto versatile, sono passata da un modo compulsivo di alimentarmi a un’alimentazione sana, cucinata, molto variata, molto ricca, ma di quantità modesta. Il motivo che mi ha portato a scoprire un modo più bello di mangiare risiede in un lunghissimo e faticoso lavoro su me stessa. In pratica ho capito che non stavo per niente gustando ciò che mangiavo, ma mi lasciavo cannibalizzare dal cibo. Mi sono accorta che i sapori che mi procuravano attrazione erano falsati da additivi alimentari e grassi idrogenati, rendevano il cibo irresistibile ma in realtà del tutto insipido, uno stupido riempitivo molto semplice da capire per lo stomaco ma assolutamente inadeguato per la testa. Ho buttato la mayonese industriale e tante altre cose, ho cominciato cucinare prima di tutto (anziché accettare passivamente il cibo “da fame chimica” prodotto in serie), ho iniziato a sostituire gradualmente lo zucchero raffinato con quello di canna integrale, il sale bianco con quello integrale grezzo, il pane bianco con quello integrale e coi semi. Sono diventata più critica riguardo al cibo, ma anche più sperimentale. Vado a fare la spesa a stomaco pieno, per evitare di stipare il carrello in modo compulsivo. Fare la spesa con me è abbastanza divertente, perché commento ad alta voce i prodotti, spesso li ripongo negli scaffali dopo averli esaminati, dicendo: “bocciato”. Non mi lascio condizionare dalla pubblicità, ma dai miei gusti personali o da cose che condivido con amici, la voglia ad esempio di provare una nuova ricetta, una salsa fatta in casa, un abbinamento carino. In natura esistono miliardi di sapori (risultato anche degli abbinamenti) talmente gustosi che vale la pena di provare. Senza esagerare.

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Non è indispensabile mangiare due foglie di lattuga per fare una sana alimentazione, le insalate sono buonissime arricchite con erbe di campo, olive, pomodori, frutta secca e tante altre cose, si possono usare anche certi fiori. Come snack si possono sgranocchiare mandorle, uvetta, bacche di goji. Assaporare un thè verde con il succo del lime, oppure andare giù di centrifughe (e qui si apre un mondo). La cioccolata può assumere un posto d’onore nelle nostre tavole, specialmente se abbinata a spezie, peperoncino, arance, ribes rosso. La grande fortuna è che oggi possiamo coltivare orti, preferire il cibo a km. zero ma avere a disposizione anche prodotti di altre regioni e nazioni; la varietà di cibo è talmente grande che se è giusto comunque contenersi sulla quantità, è assolutamente stupido mortificarsi sul sapore. E’ proprio questo il succo del discorso: la dieta che è imposta da altri (alla fine, per quanto la si voglia raccontare, il “piacersi” non è mai una storia così personale, è sempre il frutto di un condizionamento poiché sono gli altri a tenere in “ostaggio” la tua immagine); la dieta dicevo, viene percepita come una mortificazione. Le parole d’ordine di una dieta sono: attenzione! così come sei non vai bene, devi restringere il tuo corpo, devi ottenere risultati velocemente. In un regime alimentare non puoi mangiare a seconda dei tuoi ritmi ma di una tabella impersonale che ricorda per certi versi i tempi di produzione della fabbrica, ma soprattutto non puoi godere del cibo, non puoi amarlo voluttuosamente, devi privarti anche dei sapori, questo è l’aspetto massimo della penitenza, e poi devi dimostrare al mondo intero che hai volontà e carattere, che “ce l’hai fatta”, e così giudicandoti per il tuo aspetto esteriore (ovvero la magrezza conquistata a suon di sacrifici) gli altri ti alzeranno il punteggio. Le mie parole d’ordine invece sono: me ne frego dei punteggi, voglio liberarmi dalle diete, voglio essere me stessa anche a costo di contraddirmi, voglio fare le cose che mi piacciono, non solo mangiare ma anche muovermi, curare me stessa, creare bellezza con il mio lavoro, e perché no dormire. Voglio ricavare piacere dalle cose che mi circondano e dalle relazioni affettive, professionali e sociali, ma non avere la pretesa di piacere a tutti. Sono convinta che se ci rendiamo indipendenti dagli altri calerà anche la nostra dipendenza dal cibo… 😉

Piedi Pralina

GLI ANNI DI PONGO

<< Appartengo a un frammento di generazione colpevole di un eccesso di sensibilitá, in un’epoca dalla quale ogni sensibilitá é bandita…..>> Pino Cacucci

Prima che qualcun* mi bacchetti di nuovo sulle dita perché ho pubblicato qualcosa che non era di mia proprietà, dirò subito che ho trovato questa foto in rete, non c’erano attribuzioni, e visto che sono una ladra per amore (sono stata adolescente in anni nei quali l’esproprio proletario faceva tendenza), l’ho ridistribuita. Ma sono sempre pronta a renderla, con tante scuse. Come quella volta che rubai un fiore enorme, bellissimo, esposto fuori dal negozio, e il commerciante fiorentino mi rincorse per tutta via de’ Neri. Roberto “Freak” Antoni non l’ho conosciuto personalmente, ma impersonalmente, in quanto pubblico di merda durante uno spettacolo che lo vedeva protagonista insieme alla banda di “Lupo Solitario”, ovvero Maurizia Giusti al secolo Syusy Blady, Patrizio Roversi, Vito, i Gemelli Ruggeri. Non ricordo in quale teatro fossimo né l’anno, ma doveva essere più o meno il 1986. La cassiera del bar scambiò me che allora avevo i capelli più scuri per Syusy Blady e mio marito (impomatato e coi baffetti) per Eraldo Turra dei Gemelli Ruggeri, fu un equivoco molto divertente. Freak Antoni fece il suo show di poesie demenziali e poi al termine di una poesia con il finale a sorpresa “ce l’hai centomila lire da prestarmi?” mi guardò intensamente e notando il mio imbarazzo mi fece il segno di “caghetta” con la mano. Non dimenticherò mai i suoi occhi, il suo sguardo magnetico, il suo ghigno meraviglioso, l’espressione sarcastica ma al contempo buona. Era un grande. Un signore. Umile, come tutti i grandi. E’ proverbiale, la spiga piena guarda sempre in basso. Ora non voglio dire troppe sciocchezze come mio solito, ma ormai sono in ballo e devo ballare. Magari una blogstar l’avrebbe raccontato meglio, io sono della schiera degli imbecilli e degli scarsamente impegnati che hanno sempre amato il genere demenziale, che si mettevano a ballare quando ascoltavano “Fagioli” o “Karabigniere blues”. Ho risentito proprio ieri Roberto in un’intervista per una web tv. Diceva cose sacrosante. Nei cosiddetti “anni di piombo” che lui ribattezza “anni di pongo” non esisteva solo la lotta armata, ma anche la lotta creativa, intuitiva, pittorica e non per questo disarmata ma disarmante solo che noi avevamo altre armi. L’invenzione degli Skiantos fu una atto geniale di sovvertimento di una seriosità (che non sempre corrispondeva a serietà) imposta da gran parte del movimento antagonista e studentesco degli anni settanta, che imponeva slogan e schemi, che etichettava ogni cosa in “di destra” e “di sinistra”, e che guardava con diffidenza tutto ciò che non era attribuibile. Gli Skiantos non avevano schemi ma desideri, idee estemporanee da sviluppare, provocazioni, anche divertimento. Si muovevano come il pesce di nome Wanda in un grande acquario di spunti creativi, magari raccolti da articoli di giornali o storie ascoltate al bar di provincia. Erano la punta di diamante del rock demenziale in Italia, ma anche del punk nostrano, però in versione più godereccia. Sì perché il punk inglese ci dava giù di piercing e catene, loro al massimo si stracciavano le magliette e gettavano gli ortaggi sul pubblico. Durante un concerto in un noto locale bolognese anziché esibirsi cucinarono spaghetti, e al pubblico che li insultava chiedendo i soldi del biglietto, risposero “noi siamo l’avanguardia”. La loro eredità verrà raccolta da Elio e Le storie tese ma anche da una miriade di altri gruppi meno noti. Oggi sono “anni di niente” e di deserto, è vero, tante cose sono sopravvissute come schegge impazzite, però l’Italia come diceva Freak Antoni è un paese a forma di scarpa e quindi inaffidabile di per sé, dove non c’è gusto a essere intelligenti. E va da sé che il riferimento all’ottusità delle major discografiche, dei locali, dei giornalisti e altro, ma anche di quel “pubblico di merda” amorfo e consumista (quando è moda è moda) che sbeffeggiavano durante i loro spettacoli, è calzante. E non solo, si potrebbe parlare all’infinito della triste sorte della cultura e dell’arte in questo paese scarpa che negli ultimi decenni così vuoti e così televisivi ha prodotto una serie infinita di sòle ma pochissima roba sostanziosa. Io sento la sua morte come una sconfitta, e se sono felice che ci siano stati, e non parlo solo di Roberto Antoni ma anche di Piero Ciampi, di Victor Cavallo, di Andrea Pazienza, e di tanti altri, altre, geniacci (il femminile di genio non esiste) maledetti, mi sembra tutto pazzescamente ingiusto. Ma si sa che dio non è mai stato dalla nostra parte o forse teme troppo la concorrenza.

DIVA DELLE CURVE CONTRO STRISCIA LA NOTIZIA

http://www.divadellecurve.com/2014/02/striscia-la-notizia-ridicolizza-il.html