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il mio primo post di splinder

 

* che nostalgia, ecco i primi due post del mio blog di Splinder, piattaforma che per motivi diciamo speculativi dal 31 gennaio non sarà più raggiungibile, che gli importa della bellezza a chi è interessato al vaìno… avevo appena organizzato con le Vagine Volanti e il Gruppo d’Acquisto dei Gastroribelli il Vegetarian Kitchen Contest all’Asilo Occupato a Firenze località La Lastra, una serata che ancora se la ricordano, centocinquanta persone stipate in una sala e musica by Fiati Sprecati, diggie Freddie, Roberta WjMeatball e Mat Pogo per tutta la notte meglio di una droga di quelle buone, in palio tre “pacchi bomba calorici” biologici per le tre categorie vegetariano, dolce e vegan… un bel modo per salutare Splinder e per dire che la maggior parte della vita la viviamo immersi nell’umanità di carne, e in questo caso è proprio il caso di dirlo.

ululato da Pralina alle ore 01:42 domenica, 19 febbraio 2006

Così finalmente ho ceduto anch’io a questa mania ombelicale condivisa da milioni di persone, ovvero la moda autoreferenziale di farsi un BLOG pochi minuti a disposizione ogni giorno per unire il futile al disastroso… Beh, per ora non ho molto da aggiungere, “sto imparando a usare i comandi ma non mi ricordo come si usa quel tasto llà”, come disse Homer Simpson nella sua centralona nucleare… a domani o mai più!!!!

ululato da Pralina alle ore 10:16 domenica, 19 febbraio 2006

Buongiorno. Ho visto che ci sono un quintiglione e mezzo di BLOG in questo Splinder. E’ come fare la fila per il buffet. Venerdì 17 al Vegetarian Kitchen Contest era la stessa sensazione… un muro di gomma di gente festosa davanti al tavolo, ed io che “permesso…” ma non mi lasciavano passare. Appena infilata sotto le ascelle del primo malcapitato, stavo quasi per affezionarmi al suo odore, quando un’onda anomala di gomiti mi trascinava verso il fondo della sala. Non capisco perché ai buffet (a qualsiasi buffet) riesci a trovare sempre gente più nutrita e più forte di te in prima fila. Credo che sia una legge scientifica, ancora però non ho trovato nessun articolo nei giornali specializzati, sul tipo “Vernissage e aggressività umana latente”. Dovrebbero mettere i più alti e grossi in fondo, invece no, quelli sono tutti lì a fare muro di gomma. Anzi, gli spilungoni si danno appuntamento solo ai buffet, proprio per ostacolare le nanette. Insomma, per farla breve ce l’ho fatta ad arraffare un microassaggio con mille sensi di colpa nei confronti del diggiei che invece era rimasto senza, ma in quel momento ho avuto uno scrupolo e con un filo di voce (per la raucedine incalzante) ho azzardato a chiedere “perfavore, mi dai due porzioni?”. “NO” è stata secca la risposta della tipa che sicuramente mi avrebbe riconosciuta in qualunque altra occasione, ma che in tale guerra doveva rispettare gli ordini di trincea. “Ci sono altre portate, ripassa dopo!”. Bene, così impari a organizzare i Vegetarian Kitchen Contest e a non avere amici che contano. I tuoi di amici contano gli spiccioli e razzolano il fondo del lunario. Io però mi sono divertita come una matta! e anche gli altri! a proposito… DONNA NANA TUTTA TANA!

kevin calvo e il suo attico a soffiano

* il 30 gennaio 2011 si terrà la terza sfilata di bassa moda al CPA Firenze sud ideata e presentata da me, riporto un vecchio post del 2007 molto divertente ispirato a un mio modello… i Calvi Klein nel quartiere di Soffiano

giovedì, 18 gennaio 2007 | in : firenze 

 

Soffiano lane.
 
Sono tornato adesso dalla pausa caffé e a quanto pare la caffeina ha stimolato la sopita meninge facendo scaturire una domanda, chissà se nelle altre città esistono realtà equivalenti, in verità me lo chiedo spesso  quando mi capita di girare questo quartiere.
Il posto dove lavoro è nel quartiere di Soffiano, in verità è pure il quartiere dove sono nato e cresciuto ma per una sorta di dislocamento spazio temporale sembra essersi deformato fino a renderlo irriconoscibile. Intendiamoci, gli edifici sono pressappoco gli stessi, le vie anche, ma la gente si è trasformata. Quello che era un quartiere popolato da   famiglie di borghesia media, che spedivano i bimbi per strada a giocare è divenuto una sorta di “Beverly Hills de noattri” .
In linea con i temi socio culturali della manifestazione che si terrà il 22 gennaio al CPA Firenze sud, pubblicizzata da Pralina segue una breve descrizione dell’abitante tipo di Soffiano. 
 
Kevin calvo e il suo attico a Soffiano.
 
Kevin calvo dorme tranquillamente nel suo letto di legno bubinga. Il bubinga è un rarissimo ciliegio africano, rarissimo perché nel deserto Sahariano è difficile trovar acqua per annaffiare i ciliegi, ci vogliono almeno una ventina di negretti disposti a farsi 120 chilometri a piedi ogni giorno camminando sotto il sole a picco con sopra la testa una tanica da 25 litri piena di acqua, tutto per annaffiare un ciliegio che servirà a fare un bel letto.  Il ciliegio Africano è reso raro pure dal fatto che spesso questi negri hanno la brutta abitudine di crepare  durante il tragitto rendendo così poco probabile che il ciliegio possa crescere abbastanza da poterci ricavare un bel letto per tipi come il nostro Kevin calvo. Ma Kevin calvo non se ne preoccupa, lui dorme beato avvolto dal piumone di penne di dodo nel suo letto di bubinga.
Kevin calvo è un tipo esclusivo, deve avere il meglio, per lui, per la sua famiglia e per i suoi figli, e non sarà certo la morte di qualche migliaio di sporchi negri a contrastarlo.
Suona la sveglia di Kevin, la sveglia proietta l’ora sul soffitto, sono le 7,30.. Kevin deve sbrigarsi perché deve accompagnare la bimba a scuola, oggi tocca a lui e le suore della scuola privata puniscono il ritardo delle alunne in modo severo e lui padre premuroso non vuol far soffrire la sua piccina.
Kevin si rade in bagno mentre sul televisore da 64 pollici plasma scorrono le ultime quotazioni delle sue azioni  Iraq Oil. Le azioni  dopo l’invasione dell’Iraq denunciano un utile netto del 26 %, Kevin è felice, nel suo mondo è un bel giorno. Kevin guarda con orgoglio il panorama della collina di Bellosguardo attraverso la  finestra del suo bagno. Una passata di dopobarba “acqua belva” il dopobarba di chi “non deve chiedere mai”,ed è pronto.
La scuola privata della figlia di Kevin dista 300 metri da casa ma Kevin naturalmente non la accompagna a piedi, lui non può perdere tempo, lavora lui, i suoi attimi sono preziosi.
Kevin per accompagnare la piccina a scuola usa un SUV biturbo dodicimila di cilindrata, solo per accenderlo e riscaldarlo se ne vanno 6 pozzi in Iraq e due tonnellate di ghiaccio ai poli. Ma Kevin è felice perché oggi c’è il sole, anzi, stranamente in questo Gennaio c’è sempre il sole, Kevin per questo è felice.
Kevin parcheggia il suo SUV rigorosamente e soltanto in terza fila, perché si sa, a Soffiano non si trova mai parcheggio e poi il suo SUV è bello da far notare..
Kevin ha una bella, brava e bionda moglie, ma oggi è giovedì, e il giovedì la moglie non può proprio occuparsi della famiglia. La moglie di Kevin tutti i giovedì ha appuntamento con l’estetista, ci passa tutto il giorno, Kevin non ha mai capito però perché la moglie si depili prima di andare dall’estetista, o forse lo ha capito ma non gli importa. La sua vita và bene così, senza troppe complicazioni. Kevin è felice.
Kevin bacia sulla fronte la bambina e poi la guarda correre verso la scuola, dalle pinguine ammaestrate. Kevin è convinto che quella sia la scelta migliore per sua figlia. Kevin mette in moto il suo dodicimila turbo e si avvia verso il lavoro, la bimba di Kevin  saluta Kevin con la manina, si volta verso la scuola e inizia a piangere.
Kevin fa l’avvocato penalista, in questo periodo le cose vanno straordinariamente bene perché il suo studio legale ha acquisito la difesa di una coppia di coniugi che ha sterminato una famiglia di vicini  di casa. Kevin è felice di aver ottenuto questo importante caso. Il caso è ben pubblicizzato da tutti i media e questo darà una straordinaria visibilità al suo studio. Kevin pensa già agli introiti che gli porterà questa causa, Kevin  pensa di comprarsi una villa in campagna con gli utili derivanti da tutta quella pubblicità gratuita. Questo pensiero rende felice Kevin.
Kevin nel pomeriggio ha un appuntamento, lo ha sempre il Giovedì, lui lavora duro, è un lavoratore instancabile e si spacca la schiena 12 ore al giorno per il bene della sua famiglia. Kevin ha diritto a una distrazione, la distrazione del Giovedì. La  distrazione di Kevin si chiama  Jolanda.  Jolanda è magnifica perchè fa stare bene Kevin, Jolanda rende felice Kevin, poco importa se ha 17 anni, viene dalla città di San Paolo e sul passaporto di fianco alla voce  nome c’è scritto Edoardo.
Kevin è tornato tardi anche stasera, la sua bimba dorme già, la colf gli ha preparato la cena e la moglie gli ha scritto un SMS in cui dice di cenare pure perché ritarderà un po’ poichè l’estetista deve finire il suo lavoro. 
Kevin mangia da solo, dà uno sguardo sfuggente ai canali per adulti di SKY, bacia sua figlia mentre dorme e và a letto.
Va a letto… stanco, ma felice.
 
 
Utente: Lavorini
Nome: Leonardo Lavorini
Il mio profilo?? naaa… vengo meglio da dietro!
 
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* si può fare un film su un lampredottaio? si può, anzi si deve…
 
mercoledì, 24 maggio 2006 | in : ab qualcosa
 

The tripparist

 
The Tripparist.
 
Keano Reeves è “The Tripparist”.
In un futuro prossimo e sconvolgente in una New York infestata di spacciatori di Malox, un eroe semplice  tenta di far emergere l’umanità dal baratro oscuro dei pasti a base di pillole di Happy Meal.  Con il suo banchino di lampredotto e centopelli, dietro  una salsa verde e una di peperoncino si cela il profeta della gastroribellione. The tripparist !!! Fra un pane bagnato e l’atro, si batte per  diffondere il Verbo del pasto a misura d’uomo, ma un  personaggio malvagio, senza scrupoli , e senza registratore di cassa, affiliato alla setta “ bilancio creativo”  tenta di sgominare il nostro eroe, a colpi di offerte speciali e di improbabili tre per due.
Stefano Accorsi è il malvagio “Parmy-San” giapponese di origine romagnola mistificatore dei gusti del belpaese, ninja esperto di arti marziali come il lancio dei micidiali mac toast rotanti. A fianco a lui “ Nasanaka-Kata” cultore del bifidus acti regularis e della crusca che ammorba i nemici con pestilenziali deiezioni.
Il malvagio Parmy-San ha catturato “sexy papilla” bella e conturbante eroina che combatte a fianco di  ” The tripparist ” con il nome di “Trippany”, riuscirà il nostro eroe a liberarla?
Dal primo giugno nei cinema, niente sarà più come prima. THE TRIPPARIST, the movie ! A cento fortunati spettatori estratti a caso durante la serata di gala in anteprima andranno in premio 15 (?) kit promozionali del merchandaising del film comprensivi di: salviette al limone con il logo “ The tripparist” in oro zecchino, bavagli per lui e per lei in spugna unta del brodo di lampredotto usato durante la lavorazione del film, 2 stuzzicadenti ricavati ognuno da una sequoia sintetica secolare, e una bottiglietta mignon de “ l’Amaro del carabiniere”.
Buona digestione a tutti.
 
Scritto a quattro mani e dù piedi da : Littlelombards & Lavorini.
L&Lsd production.
 
Lavorini @
 

la gomma pane la mangio

Martedì 11 aprile – ore 17.30 per Fedeli alla Linea in Jazz Line Pralina intervista la sua anima gemella Alessandro Denci Niccolai, pittore illustratore romano

 
Chet Baker * quadro a olio di Alessandro “Hobbs” Denci Niccolai

Novaradio Firenze 101.5
tutte le info sullo streaming
http://www.novaradio.fol.it

Che dire, sono un illustratore, ed è la prima cosa che dico perchè il lavoro che faccio e cerco di fare ha molto a che vedere con quello che sono. vivo disegnando, qualunque cosa, in qualunque modo, perchè mi piace, perchè mi viene facile perchè per vivere devo usare la fantasia, che insieme allo humor sembra essere l’unica cosa in dotazione nel mio pacchetto… sono così, io, vivo ad orecchio…

dal blog Citarsi addosso

scrive Hobbs

La gomma pane la mangio, dato che non faccio mai bozzetti e disegno direttamente i definitivi. E poi, perché ho fame. Questo lo sanno in pochi, sono un illustratore discreto io, nel senso che parlo poco. I personaggi vengono a trovarmi di tanto in tanto, il mio preferito è un tizio a pastelli che si fa chiamare Mr. Crumb. Passa di notte, quando mi scivola la testa e le voci diventano metalliche. Si cala giù da una matita e mi sporca i fogli. Mi passa qualche idea buona e mi ricorda chi sono e cosa ci faccio a questo mondo. Mr. Crumb ha la voce di un parroco di Frosinone, ma lui non lo sa e forse, è meglio così. Ho cominciato a disegnare prestissimo, come se avessi fretta di dire qualcosa, sassi nella scarpa, immagini come rimproveri. Ho sempre amato le matite colorate, più dei pennarelli ma molto meno delle tette, quelle li, mi sono sempre sembrate la cosa più bella mai fatta e, a parte un cuore che feci una volta con una penna biro, credo che sia così. Le tempere sanno di terra invece, il colore si stende a fatica, come quei pensieri da lettino, quelli che per tirarli fuori devi pagare, non come l’olio, che è morbido come la lingua di Camilla e copre e ripassa e cambia davanti agli occhi come certe nuvole nei giorni soffiati. La china ha quell’odore di pesce che ti entra nel naso e punge, carta francese ovviamente è l’unica puttana del porto buona per il mare di segni che ho. I pastelli li mordo e li mangio, ci lascio i segni dei canini, così che si sappia che sono miei e che abbiano il mio odore, spesso la sera mi lasciano strisce blu sulla lingua e mezzelune sotto le unghie, li tengo appuntiti in modo che non mi si fraintenda, un idea è una idea a patto che la capiscano tutti. Poi, di solito, mi sveglio.

“La carta è aristocratica e troia. Deve opporre quel po di resistenza, come un corteggiamento, cedere alle lusinghe del talento e scordarsi il suo setaccio di buona famiglia. Non ho dote, ma posso farla felice. E poi, io l’amo. “


Pralina saids…

Io la gomma pane la arrotolo come un sigaro e mi ci picchietto i lati della bocca (la bocca ha i lati…buona questa)… coi pastelli ho un rapporto feticista, osservo la scatola di latta, sorrido, occhio porcino, la accarezzo con il palmo aperto e finisco per non aprirla ma se la apro e i Derwent o gli Staedler sono ancora lì, godo… i pastelli li appunto con punte a spillo come i tacchi a spillo… tengo i Giotto di riserva, sono cerosi, ma solidi e nostrani, e mi aiutano nelle campiture… i Giotto portano qualche piccolo morso… coi pennarelli mi sporco sempre, anche a distanza di qualche metro, non so mai come possa succedere ma succede… con l’olio ho un rapporto anale, mi trattengo, li tengo chiusi, ma quando vado non mi contengo e tracimo… conosco le gioie della tempera ma solo su muro, e l’acrilico per grandi quadri fatti qualche anno fa. Di tutti annuso il contenuto, e più che a colore vado a naso, e poi, quando sono asciutti, a tatto. Amo toccare i dipinti. Al Guggenheim suonò l’allarme (forse perché stavo pomiciando troppo vicina al quadro). Amo toccare i dipinti, più delle sculture, che mi intimidiscono. Amo le tette più di tutto. Dietro le quinte. Conosco le gioie delle tette e della pittura, delle mie e di quelle delle altre nelle mie fantasie, e dell’effetto delle mie sugli altri sul fatto pratico. Insomma, un tripudio di sensi primaverili.

mariopesceafore

* ripropongo questo articolo del 2006 (seguito da lunga intervista radiofonica) perché ritengo che sia più che mai attuale, molto azzeccata l’equazione gallerie = galere per ciò che concerne la reale libertà dell’artista di creare e proporsi e anche vendere, la sua reale autonomia. Una formula molto semplice: riprendiamoci gli spazi anche le abitazioni private e facciamoci “artisti per casa”.

ululato da Pralina alle ore 23:31 domenica, 19 marzo 2006  

Navigando, ho avvistato sulla mia rotta artistica mariopesceafore… che cos’è? mi sono chiesta, un tentativo di sfondare il muro di gomma mass-mediologico, un percorso innovativo  provocatorio in un contesto (arte) nel quale la parola “provocazione” ha perso progressivamente forza e significato quanto ha acquistato in valore monetario, una desacralizzazione del tempio che sancisce tout court la Verità dell’Arte (la galleria), la morte dell’individualismo egoistico dell’artista e quindi un ritorno all’arte collettiva… o cos’altro? e cosa propone? e si può uscire dalle gallerie galere senza diventare anarco liberisti? dopo avere letto che una delle sue attività è quella di fare mostre gratuite a domicilio, non ho più avuto dubbi… ho telefonato al vulcanico Mimmo Di Caterino e abbiamo fissato un’intervista martedì 21 marzo, durante la doppia trasmissione Jazz Line*Fedeli alla Linea (17.15 – 19) sulle frequenze fiorentine di Novaradio 101.5 – per chi non abita a Firenze tutte le info sullo streaming http://www.novaradio.fol.it 

Non esiste artista che non abbia assegnato degli obiettivi al suo fare artistico, o meglio, non esisteva, dato che ultimamente la gran parte degli artisti cerca il proprio obiettivo delegando curatori, critici o galleristi nell’indicarglielo, questo è però un fenomeno di costume recente, legato alla scarsa autonomia dell’arte contemporanea sistemica.

L’arte e l’artista dovrebbero educare lo spettatore alla visione, l’arte dovrebbe guidare lo spettatore verso uno scopo.
L’arte muove al vero, al bello ed al bene, non importa se questo avviene in maniera idealista o relativista, importante è preservare l’intenzione dell’artista senza la quale l’arte scompare.
Deplorevole che un numero non trascurabile di artisti di superficie sistemica oggi faccia arte senza preoccuparsi minimamente dei fini perseguiti, che non siano quelli del mercato omologante e totalitario anarco liberista.
Il regime sistemico dell’arte imperiale privatizzata serve gli interessi esclusivi di una minoranza, minoranza sistemica condotta da funzionari specialisti incaricati unicamente di definire strategie transnazionali di marketing artistico, di imporle e di farle rispettare.
Bisogna riesaminare criticamente il rapporto tra arte e società e lavorare per fare riacquistare all’arte delle finalità chiare.
Quanti artisti oggi sono in grado di definire gli obiettivi della propria ricerca artistica?
Non è irragionevole pensare che un artista scartato di produzione, consapevole di cosa stia facendo con la propria arte, abbia maggiore probabilità di raggiungerei propri obiettivi artistici, piuttosto che un artista di superficie iper protetto inconsapevole di cosa faccia.
L’artista in autonomia deve costruire la propria attività secondo obiettivi definiti, poi deve anche portare a conoscenza della propria ricerca il proprio pubblico, senza ambiguità o mistero.
Esporre per esporre in un tour di gallerie galere private transnazionali potrebbe essere una attività senza scopo alcuno, che non sia quello di creare una bolla speculativa attorno ad un artista.
(Mimmo Di Caterino) 

Mario Pesce a Fore è una posse d’artisti nata nel 1997 a Napoli tra l’Accademia di Belle Arti di Napoli, Officina 99 ed il Laboratorio Okkupato S.k.a. ora è un nodo di comunicazione transnazionale per gli artisti locali esclusi dal nuovo ordine globale dell’arte dell’Impero Transnazionale.
 

 

i sette peccati capitali

* un vecchio divertissement per parlare dei propri peccati, e chi è senza peccato scagli un cono gelato!

Il partecipante a questo gioco pubblica un nuovo post nel proprio blog intitolandolo “i 7 peccati capitali” e scrivendo il proprio pensiero riguardante ognuno dei vizi. I bloggers invitati a partecipare, riporteranno questo regolamento nominando altri 7 giocatori ai quali passare il test. Non bisogna dimenticare di avvertire i prescelti tramite il commento obbligatorio “Vieni a leggermi… e a confessare i tuoi peccati”.

Accidia: Rispondo con un motto di Jerome K. Jerome “Il lavoro mi piace, mi affascina. Potrei starmene seduto per ore a guardarlo.” … che altro dire di più vero?
Lussuria: Onestamente non so che rispondere. Non me la ricordo. Cioè, ricordo me stessa quando ho avuto la possibilità di essere lussuriosa, ricordo che gli uomini scappavano terrorizzati davanti alla richiesta non tanto e non solo di farne una quarta di fila, ma di avere conferme e attenzioni tutte per me… ricordo segreterie telefoniche sempre inserite, lettere d’addio con frasi del tipo “sei una creatura meravigliosa, ma ho sbagliato a concedermi ed ora ne pagherò le conseguenze” e cose del genere.
Ira: Non mi altero quasi mai, tranne quando mi fanno veramente incazzare. Sono portata al perdono, ma se mi fanno perdere divento vendicativa, e crudele. Ma la mia cattiveria (quasi sempre) si esaurisce in una serie di fantasie su come ammazzare la persona che mi ha ferito. O su come questa possa accidentalmente morire per cause indipendenti dalla mia volontà (è il risultato di ira e pigrizia insieme).
Invidia: Provo molta invidia delle donne che hanno la fortuna d’avere un compagno e si permettono pure il lusso di disprezzarlo, snobbarlo, tradirlo e mandarlo a cagare.
Gola: Quale sapore devo sputare per primo? Va bene: dolce. Amo i dolci, ma che non siano troppo dolci ma un po’ amari o acidi. Marmellata di limone, torta di ricotta, yogurth. Ma soprattutto amo il sapore piccante. E la summa della mia perdizione potrebbe chiamarsi cioccolato fondente amaro con il peperoncino.
Avarizia: Non ne ho mai sofferto, non so che cosa sia. Ho talmente le mani bucate, che devo stare attenta a lavarmi le mani per non sprecare troppa acqua.
Superbia: Superba? No, se vuol dire anche arrogante. Non pretendo che gli altri ammirino i miei difetti, perderei proprio di dignità. Di uomini (e donne) pallone gonfiato ne ho conosciuti tanti, l’unica voglia che ho è quella di prendere un ago e di fargli fare un botto. No, piuttosto sono orgogliosa. E tenace. E cogliona. E così da queste tre prerogative, nasce il termine… tergogliona, che mi sta benissimo.
Grazie a un ipotetico dio che non ha ancora manifestato agli umani la sua grandezza, così da non potersi dimenticare che siamo tanto piccoli, c’è inoltre un ottavo peccato capitale: Ironia.

Passo il testimone a

Lavorini * NgawiD * Eliselle * Tinapika * Hobbs * Tony Rucola * Decablog

 

l’aria è della poesia, la poesia è dell’aria

Credo fermamente che le poesie vadano lette. La poesia tocca il suo senso più alto quando è declamata, urlata, sussurrata, raccontata, portata in giro, nelle strade, sugli autobus, nelle metropolitane, in radio. Lasciata libera nell’aria. Perché la poesia è voce, è musica, è swing, è senso del ritmo. Perché la poesia non è fatta di carta, ma di aria. Perché la poesia non ha zavorre, non ha prezzo, non può essere tenuta su un foglio, legata alla logica, al logos, ma si diffonde per vibrazioni libere. Questo è ciò che penso, ma non solo io. Lo pensava anche Salvatore Salemi, grande estimatore di Charlie Parker, Salvatore che della poesia aveva fatto la sua casa in mezzo alla gente, che la poesia è un dono per l’umanità, va scritta e poi letta, e poi… può anche disperdersi… ma ciò che importa è che arrivi all’orecchio, che il nervo acustico la porti, per gioco di assonanze e rottura di preconcetti, con la corsia preferenziale, in fondo al cuore. 
 

una piccola storia ignobile

* per non dimenticare mai di difendere una conquista che ci sembra scontata, ma che periodicamente viene minacciata dalla parte più retriva del paese…

ululato da Pralina alle ore 08:38 giovedì, 16 marzo 2006

dal blog  lacolf  
 

Lei aveva 16 anni, e la voglia di perdere la verginità l’aveva portata a fare un errore, un errore di valutazione del proprio corpo ancora non del tutto divenuto quello di una donna, così si ritrovò con una creatura che cresceva dentro di lei. 16 anni e una sola possibilità: l’aborto clandestino. Si perchè questa storia avviene nel ’78, quando la legge sull’interruzione volontaria negli ospedali ancora non era stata approvata. Precisamente due mesi prima che divenisse legge. 

Come si procedeva? Il consultorio familiare mandava da un’associazione di volontari, non medici, nè infermieri, che non sto neanche a nominare… lì, veniva spiegato cosa e dove sarebbe stato straziato il tuo corpo, generalmente abitazioni private nelle quali si entrava di nascosto, a piccoli intervalli per non dare nell’occhio. Il metodo usato era quello dell’aspirazione del feto, senza anestesia, su un tavolo, senza che nessuno ti tenesse la mano… i tuoi accompagnatori dovevano rigorosamente stare in un’altra stanza, anche se avevi 16 anni, eri spaventata a morte e sentivi il tuo corpo devastato. Poi ti alzavi e vedevi in una bacinella gli avanzi di tuo figlio e sentivi tirare la catena del bagno. Questi i fatti nudi e crudi.

Quello che passava nella mente di lei è tutta un’altra storia, una decisione difficile da prendere a quell’età, tremenda e lacerante per molto tempo.

Questo per ricordare a tutti che la legge sull’aborto non deve essere toccata, è stata una conquista pagata da molte donne con il rischio della setticemia e della sterilità, rischio che ha corso anche lei, con 39° gradi di febbre dopo due giorni, con crampi al ventre che non la facevano stare in piedi. Non dimentichiamo, mai.

 

 

intervista di monì a pralina

era il 2006 (la data non c’è) 01:30monicamarghettiamiche, edicola, il giornalino settimanale 

Terza uscita del giornalino “Ditelo a me”

Questa settimana parla/scrive Pralina: http://superpralinix.splinder.com 

1 Signora Pralina, che cosa è per lei l’amicizia?
E’ tutto.
 
2 Dopo una storia d’amore finita cosa secondo lei bisogna fare ?
Bisogna avere la forza di imparare dai propri sbagli. Ad esempio, nel caso di un certo mio ex, considerata la sua stronzaggine, mi sono accorta di non avergli messo abbastanza corna.
 
3 La sua vita possiamo definirla quasi spericolata?
Nel senso cha anche se non faccio niente, mi metto sempre nei guai, esatto! Credo di essere l’unica donna al mondo, che se c’è una macchia di sugo nel giro di un chilometro, se la prende lei sul vestito, io non so come possa succedere, ma succede e va contro le leggi della fisica. Si entra nei fenomeni paranormali.
 
4 Come si veste per andare a letto (sola) e come in compagnia di un uomo?
Da sola, maglietta e pantaloni da tuta come se andassi a fare jogging… in compagnia di un uomo, come se fossi andata a fare jogging e stessi entrando nella doccia.
 
5 si descriva in 7 parole
Soda e caustica, quindi Soda Caustica, sarebbero già sufficienti.
Per aggiungerne altre 5, un ossimoro: Fragile e Forte. E un trio: Libertè, Feminitè, Creativitè.
 
6 Meglio un uovo oggi…oppure mi dica lei cosa le piace da pazzi mangiare
Farei prima a dire cosa non mi piace mangiare, comunque impazzisco per il salmone affumicato, per i ribes rossi e per il frullato di latte e banana. Il mio sapore preferito in assoluto è quello piccante, e la mia libidine è la roba cremosa ma non troppo dolce. Uno scoop forse irrilevante per i lettori del tuo blog: non mi piace per niente la nutella.
 
7 Pralina mamma ecco mi racconti di Enrico
Enrico in poche parole: è la cosa più bella che ho fatto, e l’unica che mi ha dato forza nei momenti di crisi. E’ un ragazzo bellissimo, molto intelligente, riflessivo, raffinato e possiede un raro senso dello humor. Non so come possa essere accaduto, mia mamma dice che assomiglia tantissimo a suo padre.
 
8 Le chiedo di dirmi con tutta onestà come le è sembrata questa mini intervista.
Ti voglio molto bene, Monica, tesoro, ricordatelo sempre. Sei una forza della natura. Forse il prossimo uragano in America lo battezzeranno “Monica”. Ma sarà un uragano a fin di bene: spazzerà via il risentimento e porterà soltanto amore nei cuori delle persone.
 

Grazie Pralina di aver partecipato

 

In Redazione:

Marghetti giornalista da strapazzo 

Brigant fotoreporter d’assalto  

Settimanale  gratuito“Ditelo a me” 

Capitale sociale,interamente versato in contanti (in pizzeria )5 euro

cinema universale d’essai

ululato da Pralina alle ore 07:58 mercoledì, 02 agosto 2006

Ci sono dei luoghi che dovrebbero essere considerati “sacri” uno di questi è la sala cinematografica di altri tempi, quando i film venivano proiettati su pellicola.
Non che siano passati tutti questi anni (un paio di decenni) ma con le videocassette e poi i dvd (la cosiddetta rivoluzione digitale) la gente è rimasta molto di più a casa.
Il film è diventato un surrogato della televisione, e non un momento di socializzazione com’era in effetti una volta.
E’ vero, la pellicola dopo qualche passaggio si graffiava o si riempiva di granelli e di bolle (che tutto sommato suggerivano animazioni artistiche degne della Biennale di Venezia) e a volte il film s’interrompeva proprio quando il protagonista stava per essere ucciso, con grandi fischi del pubblico in sala… ma almeno dovevi uscire di casa. Esporti.
Già, perché se una volta frequentavi le sale cinematografiche, ti dovevi proprio esporre, e se eri uno di quei “maniaci” come li chiamava mia mamma, che vanno a vedersi le “porcherie”, dovevi andare alla cassa del cinema e chiedere un biglietto. La cassiera era aldilà del vetro, quindi il biglietto andava chiesto ad alta voce. Non c’era nessuno che ti sostituiva la faccia. Al massimo potevi alzarti il bavero e metterti un bel paio di occhiali da sole.
“Abbassati un po’ quando sei davanti alla cassiera!” mi diceva sempre mia mamma, con aria di chi la sa lunga “se no rischi che ti faccia pagare come un’adulta”.
Povera ingenua, la mamma, non è mai stata l’altezza a farmi passare da adulta (sono tappa e me ne vanto), ma un bel paio di tettine che a 12 anni premevano con prepotenza contro la maglietta, e quelle anche volendo non avrei potuto nasconderle.
Il cinema noi ce l’avevamo vicino a casa, era proprio brutto, più che altro sporco perché non pulivano mai. Ma a noi sembrava un luogo mitico, straordinario.
In televisione allora c’erano solo due reti, e per giunta in bianco e nero. In quegli anni passavano soltanto film in bianco e nero in tivù, tanto non si sarebbe notata la differenza. Il sabato mattina c’erano le comiche dei grandi Buster Keaton, Harold Lloyd, Charlot e Stanlio e Ollio. Mi mettevano una mano sulla spalla e mi dicevano “Ecco adesso mettiti qui e fai la brava!”.
Soltanto i film al cinema erano colorati e per noi ragazzi era un fatto eccezziunalo veramente!
Ricordo che per tutta la settimana facevano i film per tutti e un solo giorno la settimana quelli “vietati ai minori di 14 o persino 18 anni”, quelli dai titoli più fantasiosi tipo “Biancaneve e i sette onani” che i poveracci che andavano a vederseli, dopo avere trovato scuse in famiglia tipo “vado a trovare uno zio di Forlimpopoli che non vedo mai e che mi dispiace tanto di lasciare da solo”, entravano veloci come le schegge, gobbi, strisciando, mimetizzandosi coi muri, qualcuno volando, altri imitando l’uomo invisibile. Altri trovavano l’escamotage di entrare molto prima, portandosi dietro i popcorn e il binocolo, insomma fatto sta che quando c’erano le proiezioni hard nessuno entrava al cinema, erano già tutti dentro, con l’impermeabile e la mano sul pacco.
Noi ragazzi e ragazze andavamo a vederci i film “per tutti” alle proiezioni pomeridiane. Siccome ero una ragazzina molto rompiscatole, i miei meno mi vedevano in casa, meglio stavano, e così ogni scusa era buona per mandarmi al cinema come dalle suore o al luna park o a fare i compiti dagli amichetti o a confessarmi dal prete, insomma in qualsiasi altro posto potessi sparire per una mezza giornata.
Inutile dire che mi vidi tutti i film e i cartoni animati di Walt Disney, quelli di Bruno Bozzetto e Asterix. Ma anche Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, Peter Sellers, e tutta la serie 007.
A quei tempi oltre al film cosiddetto di guerra o d’avventura e la commedia all’italiana, spopolava il genere western e mi vidi praticamente tutto quello che si può vedere di serie zeta dopo il grande Leone: filmetti che si potrebbero definire spaghetto western molto scotto, dai titoli “Puzzo di dollari”, “Il bello il brutto e l’arrabbiato parecchio” e cose così.
Quando c’era un nuovo film, e i nuovi film in provincia arrivano sempre quando in città li hanno già digeriti, ma in provincia sono sempre delle prime fantastiche, mi si poneva il problema “quale fidanzato ci porto se non mi accompagna l’amica del cuore”. Mi si imponeva la scelta tra Vincenzo e Roberto, con la ruota di scorta Francesco, a giorni alterni.
Poi c’era il vestito da mettersi, come alla prima di Jesus Christ Superstar. Una tragedia. Finii per mettermi un paio di pantaloni a zampa d’elefante con un paio di zatteroni, sembravo la nipotina dei Cugini di Campagna.
Al cinema non restavi mai da sola nemmeno volendo, ti trovavi talvolta un signore accanto che ti guardava con la coda dell’occhio fantasticando in religioso silenzio di possibili manovre a polipo che mai e poi mai avrebbe attuato pena l’inferno e la pubblica gogna di paese, a quel punto con l’amichetta del cuore c’era la possibilità di cambiare posto o di fare l’infamata al direttore del cinema.
Ma una delle cose più belle del cinema era il bar dove si andava a comprare le rondelle di liquerizia e i ghiaccioli, e ricordo che c’erano i gusti limone, anice e menta (e basta) che allora costavano (mi vergogno di dirlo, tanto da la misura del tempo) 50 lire. Oppure in alternativa i chewingum, che però a termine masticata, ti costringevano a manovre non molto ortodosse, tipo di appiccicarli sul retro della poltroncina davanti.
Smangiucchiare in sala è una vera libidine, lo sanno bene in India dove i film (la famosa Boollywood) durano anche 6 ore e la gente si porta di tutto in sala, anche il pollo con il riso al curry.
Ben altra cosa rispetto al farlo davanti alla tivù, che da un senso di tristezza indicibile. Ricordo com’ero felice quando riuscivo coi pochi spiccioli nella borsetta, a comprare una lattina di qualsiasi bibita e ad aprirla senza schizzare nessuno (una volta purtroppo è successo che ho fatto il bagno a quella davanti).
Gli anni sono passati, e nonostante i nostri traslochi, avevamo sempre un cinema accanto alla nostra casa, non so bene perché.
Così non mi persi mai una visione fino all’inizio degli anni 80, con l’amico gay che sbarellava per Jodorowsky e mi faceva una testa così con “The Fog” di John Carpenter. Dai soavi deliri di Nichetti ai film impegnati superpoliticizzati (le mattonate insomma) della Von Trotta e di Schlodorff sugli anni di piombo, ero sempre lì a mangiarmi le unghie. Certa di non avere capito proprio tutti i passaggi. Ma felice di avere  ampliato i miei criteri percettivi contro l’estetica borghese, ed essere pronta ad assorbire persino Tziga Vertov.


 


E anche quando mi trasferii a Firenze, scoprii la deliziosa sala Universale d’essai, dove venivano proiettati i mitici film di Belushi, quelli di Pietro Germi e Michelangelo Antonioni ma anche quelli der Monnezza, “Tarzoon la vergogna della jungla”, “Harold e Maude”, “Zabriensky Point”, “Woodstock”… dove quando entravi ti pareva d’essere nelle nebbie dei film di Fellini, perché tutti fumavano le canne in sala e la cortina del fumo a una cert’ora diventava così densa che la gente si doveva chiamare a gran voce e sbracciarsi per farsi riconoscere dall’amico entrato al secondo tempo.
Dopo tutte queste premesse, vedere un film o vederne un altro, perché all’ultimo l’avevano sostituito, non era la cosa più importante.
E nemmeno di finire a letto col proiezionista, quando sono stata molto più grandicella.

Ma la cosa più importante era di esserci, al cinema.
 
Pralina Tuttifrutti

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CINEMA UNIVERSALE D’ESSAI.
mercoledì, 02 agosto 2006 | in : pseudo recensioni, telefollie, dura la vita, cinema universale
 

 

(foto tratta dalla copertina del libro di Matteo Poggi, Breve storia del cinema Universale)
 
 
Il fatto è che non ne posso più di accendere la  TV alle venti e trenta e dover scegliere fra “ TEO MAMMUCARI” accompagnato da tette e culo della deficiente brasileira di turno e  “ REAL TV” presentato dalla megafiga negra   che tutta igniuda si spatascia a pecora mentre presenta il disgraziato di turno che si spatascia, pure lui, ma non a pecora o per lo meno solo in senso figurato, a 220 chilometri orari contro un muro.
TEO MAMMUCARI??? Cultura moderna?? È moderna? Ma soprattutto è cultura? CULTURA? Allora io dico come Grillo! Voglio che mi rendano il significato delle parole! Lo rivoglio, è mio  cazzo lo rivoglio! Di diritto! Ridatemelo !  E in questo medioevo mediatico la mente vola per lidi più felici, e affiorano ricordi confortanti quando la sera si poteva andare in un posto fantastico e pieno di magia.
 
 
IL CINEMA UNIVERSALE DESSAI.
 
Il bello del cinema Universale è che non era un cinema, cioè almeno non lo era nel termine etimologico della parola. C’era tutto, lo schermo, le poltroncine, i corridoi, la cassiera e pure la maschera. Ma non era un cinema. Si, perché al cinema si va per vedere il film, all’Universale il film era solo il pretesto, la scusa, e anzi più il film era brutto migliore era lo spettacolo , perché lo spettacolo non era sullo schermo,ma era in sala.
Ricordo favolose serate passate a non guardare fantastici film  come “ il tempo delle mele” oppure “ college” film che nessuno di noi si sarebbe mai sognato di andare a vedere al cinema, ma come già detto l’Universale non era un cinema.
Chi non c’è mai stato non può capire, mi spiace io ci proverò a farvi capire cosa era l’Universale, ma… in fondo che vuoi spiegare? Vuoi spiegare come si entra in sala in vespa pagando un biglietto normale e uno ridotto?   
Ecco l’universale era così, la bigliettaia non si stupiva se si voleva entrare in sala con la vespa , bastava dare una valida giustificazione tipo ” non mi fido a  lasciarla in strada ho paura che me la rubino” e lei faceva pagare un biglietto intero per lui ( mille lire) e un ridotto ( cinquecento lire) per la vespa.
 Appena si spegnevano le luci poi iniziava la magia. Nella sala sembrava di essere in una scena di “ the fog la nebbia assassina!” bastava una boccata per essere già fuori di brutto. Si narra di  personaggi che nelle ultime file pensassero di essere Vietkong con i maledetti Yankie  che li volevano stanare col fumo.
 I commenti alla pellicola proiettata si sprecavano. Commenti tipo “ABBURRACCIUGAGNENE !!!”   abburraciugagnene era il rafforzativo verbale più diffuso  quanto si doveva incitare l’ignaro adolescente dell’ennesimo filmaccio americano a fare la prima mossa con la propria ragazza. A volte qualcuno del loggione (il loggione era alto 2 gradini) si metteva a far le ombre cinesi sullo schermo finche non riceveva una scarpa lanciata dalle prime file. Ho visto spesso uscire gente alla fine del film senza una scarpa, o senza tutte e due, quando la serata era molto movimentata. Insomma ogni sera era una festa, vicino all’ultimo dell’anno era consuetudine portarsi almeno una ventina di raudi per evidenziare le scene più significative del film.
 Poteva capitare di esagerare e allora in quel caso arrivava  “ la maschera” o meglio “ il maschera”.
“Il maschera “ era praticamente un uomo cubo. Alto uno e sessantacinque e largo uno e sessantacinque, aveva delle mani che sembravano le custodie delle mani di Gianni Morandi, ma nonostante la dimensione e la forza quelle mani non faceva quasi  mai male, erano quegli schiaffi amichevoli, quasi accompagnatori,  più per indirizzarti nella giusta direzione che per farti male. Per dirti.. bada, vai più in là.. che stai esagerando.
 Il maschera era amato da tutti e per dimostrargli   cotanto amore quando entrava in sala tutta la platea lo accoglieva con un simpatico coretto, stile domanda e risposta.
 Un gruppo domandava gridando: “ Come l’è il maschera??”   l’altro gruppo gli rispondeva   “ Buco!” seguiva la domanda: “ E per far rima??” risposta finale :” più buco di prima!!” seguiva applauso finale e standing ovation mentre il maschera usciva dalla sala, rosso come un peperone.
Non ho mai provato paura all’Universale, ne vergogna, neppure quando una volta  tutti mi presero a pacchine perché ero il solo a gridare battute fuori tempo. Mi sentivo un po’ in famiglia all’Universale, dove tutti si prendono un po’ in giro ma ci si vuol un gran bene.
 
Il “ cinema d’essai Universale” non c’è più, e  da un bel pezzo ormai, saranno almeno 15 anni, al posto suo c’è un tristissimo ritrovo per giovani trendy un po’ dandy con le scarpe di fendy . L’architetto che lo ha ristrutturato ha voluto mantenere il nome “ Universale”, ma la sua anima ormai  non c’è più. Tutte le volte che ci passo davanti mi viene una gran tristezza e un groppo alla gola, mentre sento nella mia testa in lontananza un grido che fa:  “ VAI ABBURRACCIUGAGNENE!! ”
 
 
Liberamente ispirato al post di pralina.   
 
Lavorini
 

andrea salsedo

ululato da Pralina alle ore 03:44 mercoledì, 01 marzo 2006

C’era la neve e ballavo in strada.
Il mare d’inverno è freddo nelle ossa
la mia mente si apriva a strani pensieri,
nomi di anarchici scritti sui libri di scuola
ogni foglio un nome da imparare.
E questi scritti a pennarello
sono Sacco e Vanzetti
e poi c’era Andrea Salsedo,
morto buttato giù dai poliziotti.
“Your comrade is dead.
He has jumped from the window”.
C’era la neve e ballavo in strada.
Quando ho scoperto l’Anarchia
era tutto bianco
e i miei passi lasciavano solchi profondi
nella luce di febbraio.
 
poesia scritta a 16 anni da Pralina