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intervista di monì a pralina

era il 2006 (la data non c’è) 01:30monicamarghettiamiche, edicola, il giornalino settimanale 

Terza uscita del giornalino “Ditelo a me”

Questa settimana parla/scrive Pralina: http://superpralinix.splinder.com 

1 Signora Pralina, che cosa è per lei l’amicizia?
E’ tutto.
 
2 Dopo una storia d’amore finita cosa secondo lei bisogna fare ?
Bisogna avere la forza di imparare dai propri sbagli. Ad esempio, nel caso di un certo mio ex, considerata la sua stronzaggine, mi sono accorta di non avergli messo abbastanza corna.
 
3 La sua vita possiamo definirla quasi spericolata?
Nel senso cha anche se non faccio niente, mi metto sempre nei guai, esatto! Credo di essere l’unica donna al mondo, che se c’è una macchia di sugo nel giro di un chilometro, se la prende lei sul vestito, io non so come possa succedere, ma succede e va contro le leggi della fisica. Si entra nei fenomeni paranormali.
 
4 Come si veste per andare a letto (sola) e come in compagnia di un uomo?
Da sola, maglietta e pantaloni da tuta come se andassi a fare jogging… in compagnia di un uomo, come se fossi andata a fare jogging e stessi entrando nella doccia.
 
5 si descriva in 7 parole
Soda e caustica, quindi Soda Caustica, sarebbero già sufficienti.
Per aggiungerne altre 5, un ossimoro: Fragile e Forte. E un trio: Libertè, Feminitè, Creativitè.
 
6 Meglio un uovo oggi…oppure mi dica lei cosa le piace da pazzi mangiare
Farei prima a dire cosa non mi piace mangiare, comunque impazzisco per il salmone affumicato, per i ribes rossi e per il frullato di latte e banana. Il mio sapore preferito in assoluto è quello piccante, e la mia libidine è la roba cremosa ma non troppo dolce. Uno scoop forse irrilevante per i lettori del tuo blog: non mi piace per niente la nutella.
 
7 Pralina mamma ecco mi racconti di Enrico
Enrico in poche parole: è la cosa più bella che ho fatto, e l’unica che mi ha dato forza nei momenti di crisi. E’ un ragazzo bellissimo, molto intelligente, riflessivo, raffinato e possiede un raro senso dello humor. Non so come possa essere accaduto, mia mamma dice che assomiglia tantissimo a suo padre.
 
8 Le chiedo di dirmi con tutta onestà come le è sembrata questa mini intervista.
Ti voglio molto bene, Monica, tesoro, ricordatelo sempre. Sei una forza della natura. Forse il prossimo uragano in America lo battezzeranno “Monica”. Ma sarà un uragano a fin di bene: spazzerà via il risentimento e porterà soltanto amore nei cuori delle persone.
 

Grazie Pralina di aver partecipato

 

In Redazione:

Marghetti giornalista da strapazzo 

Brigant fotoreporter d’assalto  

Settimanale  gratuito“Ditelo a me” 

Capitale sociale,interamente versato in contanti (in pizzeria )5 euro

cinema universale d’essai

ululato da Pralina alle ore 07:58 mercoledì, 02 agosto 2006

Ci sono dei luoghi che dovrebbero essere considerati “sacri” uno di questi è la sala cinematografica di altri tempi, quando i film venivano proiettati su pellicola.
Non che siano passati tutti questi anni (un paio di decenni) ma con le videocassette e poi i dvd (la cosiddetta rivoluzione digitale) la gente è rimasta molto di più a casa.
Il film è diventato un surrogato della televisione, e non un momento di socializzazione com’era in effetti una volta.
E’ vero, la pellicola dopo qualche passaggio si graffiava o si riempiva di granelli e di bolle (che tutto sommato suggerivano animazioni artistiche degne della Biennale di Venezia) e a volte il film s’interrompeva proprio quando il protagonista stava per essere ucciso, con grandi fischi del pubblico in sala… ma almeno dovevi uscire di casa. Esporti.
Già, perché se una volta frequentavi le sale cinematografiche, ti dovevi proprio esporre, e se eri uno di quei “maniaci” come li chiamava mia mamma, che vanno a vedersi le “porcherie”, dovevi andare alla cassa del cinema e chiedere un biglietto. La cassiera era aldilà del vetro, quindi il biglietto andava chiesto ad alta voce. Non c’era nessuno che ti sostituiva la faccia. Al massimo potevi alzarti il bavero e metterti un bel paio di occhiali da sole.
“Abbassati un po’ quando sei davanti alla cassiera!” mi diceva sempre mia mamma, con aria di chi la sa lunga “se no rischi che ti faccia pagare come un’adulta”.
Povera ingenua, la mamma, non è mai stata l’altezza a farmi passare da adulta (sono tappa e me ne vanto), ma un bel paio di tettine che a 12 anni premevano con prepotenza contro la maglietta, e quelle anche volendo non avrei potuto nasconderle.
Il cinema noi ce l’avevamo vicino a casa, era proprio brutto, più che altro sporco perché non pulivano mai. Ma a noi sembrava un luogo mitico, straordinario.
In televisione allora c’erano solo due reti, e per giunta in bianco e nero. In quegli anni passavano soltanto film in bianco e nero in tivù, tanto non si sarebbe notata la differenza. Il sabato mattina c’erano le comiche dei grandi Buster Keaton, Harold Lloyd, Charlot e Stanlio e Ollio. Mi mettevano una mano sulla spalla e mi dicevano “Ecco adesso mettiti qui e fai la brava!”.
Soltanto i film al cinema erano colorati e per noi ragazzi era un fatto eccezziunalo veramente!
Ricordo che per tutta la settimana facevano i film per tutti e un solo giorno la settimana quelli “vietati ai minori di 14 o persino 18 anni”, quelli dai titoli più fantasiosi tipo “Biancaneve e i sette onani” che i poveracci che andavano a vederseli, dopo avere trovato scuse in famiglia tipo “vado a trovare uno zio di Forlimpopoli che non vedo mai e che mi dispiace tanto di lasciare da solo”, entravano veloci come le schegge, gobbi, strisciando, mimetizzandosi coi muri, qualcuno volando, altri imitando l’uomo invisibile. Altri trovavano l’escamotage di entrare molto prima, portandosi dietro i popcorn e il binocolo, insomma fatto sta che quando c’erano le proiezioni hard nessuno entrava al cinema, erano già tutti dentro, con l’impermeabile e la mano sul pacco.
Noi ragazzi e ragazze andavamo a vederci i film “per tutti” alle proiezioni pomeridiane. Siccome ero una ragazzina molto rompiscatole, i miei meno mi vedevano in casa, meglio stavano, e così ogni scusa era buona per mandarmi al cinema come dalle suore o al luna park o a fare i compiti dagli amichetti o a confessarmi dal prete, insomma in qualsiasi altro posto potessi sparire per una mezza giornata.
Inutile dire che mi vidi tutti i film e i cartoni animati di Walt Disney, quelli di Bruno Bozzetto e Asterix. Ma anche Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, Peter Sellers, e tutta la serie 007.
A quei tempi oltre al film cosiddetto di guerra o d’avventura e la commedia all’italiana, spopolava il genere western e mi vidi praticamente tutto quello che si può vedere di serie zeta dopo il grande Leone: filmetti che si potrebbero definire spaghetto western molto scotto, dai titoli “Puzzo di dollari”, “Il bello il brutto e l’arrabbiato parecchio” e cose così.
Quando c’era un nuovo film, e i nuovi film in provincia arrivano sempre quando in città li hanno già digeriti, ma in provincia sono sempre delle prime fantastiche, mi si poneva il problema “quale fidanzato ci porto se non mi accompagna l’amica del cuore”. Mi si imponeva la scelta tra Vincenzo e Roberto, con la ruota di scorta Francesco, a giorni alterni.
Poi c’era il vestito da mettersi, come alla prima di Jesus Christ Superstar. Una tragedia. Finii per mettermi un paio di pantaloni a zampa d’elefante con un paio di zatteroni, sembravo la nipotina dei Cugini di Campagna.
Al cinema non restavi mai da sola nemmeno volendo, ti trovavi talvolta un signore accanto che ti guardava con la coda dell’occhio fantasticando in religioso silenzio di possibili manovre a polipo che mai e poi mai avrebbe attuato pena l’inferno e la pubblica gogna di paese, a quel punto con l’amichetta del cuore c’era la possibilità di cambiare posto o di fare l’infamata al direttore del cinema.
Ma una delle cose più belle del cinema era il bar dove si andava a comprare le rondelle di liquerizia e i ghiaccioli, e ricordo che c’erano i gusti limone, anice e menta (e basta) che allora costavano (mi vergogno di dirlo, tanto da la misura del tempo) 50 lire. Oppure in alternativa i chewingum, che però a termine masticata, ti costringevano a manovre non molto ortodosse, tipo di appiccicarli sul retro della poltroncina davanti.
Smangiucchiare in sala è una vera libidine, lo sanno bene in India dove i film (la famosa Boollywood) durano anche 6 ore e la gente si porta di tutto in sala, anche il pollo con il riso al curry.
Ben altra cosa rispetto al farlo davanti alla tivù, che da un senso di tristezza indicibile. Ricordo com’ero felice quando riuscivo coi pochi spiccioli nella borsetta, a comprare una lattina di qualsiasi bibita e ad aprirla senza schizzare nessuno (una volta purtroppo è successo che ho fatto il bagno a quella davanti).
Gli anni sono passati, e nonostante i nostri traslochi, avevamo sempre un cinema accanto alla nostra casa, non so bene perché.
Così non mi persi mai una visione fino all’inizio degli anni 80, con l’amico gay che sbarellava per Jodorowsky e mi faceva una testa così con “The Fog” di John Carpenter. Dai soavi deliri di Nichetti ai film impegnati superpoliticizzati (le mattonate insomma) della Von Trotta e di Schlodorff sugli anni di piombo, ero sempre lì a mangiarmi le unghie. Certa di non avere capito proprio tutti i passaggi. Ma felice di avere  ampliato i miei criteri percettivi contro l’estetica borghese, ed essere pronta ad assorbire persino Tziga Vertov.


 


E anche quando mi trasferii a Firenze, scoprii la deliziosa sala Universale d’essai, dove venivano proiettati i mitici film di Belushi, quelli di Pietro Germi e Michelangelo Antonioni ma anche quelli der Monnezza, “Tarzoon la vergogna della jungla”, “Harold e Maude”, “Zabriensky Point”, “Woodstock”… dove quando entravi ti pareva d’essere nelle nebbie dei film di Fellini, perché tutti fumavano le canne in sala e la cortina del fumo a una cert’ora diventava così densa che la gente si doveva chiamare a gran voce e sbracciarsi per farsi riconoscere dall’amico entrato al secondo tempo.
Dopo tutte queste premesse, vedere un film o vederne un altro, perché all’ultimo l’avevano sostituito, non era la cosa più importante.
E nemmeno di finire a letto col proiezionista, quando sono stata molto più grandicella.

Ma la cosa più importante era di esserci, al cinema.
 
Pralina Tuttifrutti

*

CINEMA UNIVERSALE D’ESSAI.
mercoledì, 02 agosto 2006 | in : pseudo recensioni, telefollie, dura la vita, cinema universale
 

 

(foto tratta dalla copertina del libro di Matteo Poggi, Breve storia del cinema Universale)
 
 
Il fatto è che non ne posso più di accendere la  TV alle venti e trenta e dover scegliere fra “ TEO MAMMUCARI” accompagnato da tette e culo della deficiente brasileira di turno e  “ REAL TV” presentato dalla megafiga negra   che tutta igniuda si spatascia a pecora mentre presenta il disgraziato di turno che si spatascia, pure lui, ma non a pecora o per lo meno solo in senso figurato, a 220 chilometri orari contro un muro.
TEO MAMMUCARI??? Cultura moderna?? È moderna? Ma soprattutto è cultura? CULTURA? Allora io dico come Grillo! Voglio che mi rendano il significato delle parole! Lo rivoglio, è mio  cazzo lo rivoglio! Di diritto! Ridatemelo !  E in questo medioevo mediatico la mente vola per lidi più felici, e affiorano ricordi confortanti quando la sera si poteva andare in un posto fantastico e pieno di magia.
 
 
IL CINEMA UNIVERSALE DESSAI.
 
Il bello del cinema Universale è che non era un cinema, cioè almeno non lo era nel termine etimologico della parola. C’era tutto, lo schermo, le poltroncine, i corridoi, la cassiera e pure la maschera. Ma non era un cinema. Si, perché al cinema si va per vedere il film, all’Universale il film era solo il pretesto, la scusa, e anzi più il film era brutto migliore era lo spettacolo , perché lo spettacolo non era sullo schermo,ma era in sala.
Ricordo favolose serate passate a non guardare fantastici film  come “ il tempo delle mele” oppure “ college” film che nessuno di noi si sarebbe mai sognato di andare a vedere al cinema, ma come già detto l’Universale non era un cinema.
Chi non c’è mai stato non può capire, mi spiace io ci proverò a farvi capire cosa era l’Universale, ma… in fondo che vuoi spiegare? Vuoi spiegare come si entra in sala in vespa pagando un biglietto normale e uno ridotto?   
Ecco l’universale era così, la bigliettaia non si stupiva se si voleva entrare in sala con la vespa , bastava dare una valida giustificazione tipo ” non mi fido a  lasciarla in strada ho paura che me la rubino” e lei faceva pagare un biglietto intero per lui ( mille lire) e un ridotto ( cinquecento lire) per la vespa.
 Appena si spegnevano le luci poi iniziava la magia. Nella sala sembrava di essere in una scena di “ the fog la nebbia assassina!” bastava una boccata per essere già fuori di brutto. Si narra di  personaggi che nelle ultime file pensassero di essere Vietkong con i maledetti Yankie  che li volevano stanare col fumo.
 I commenti alla pellicola proiettata si sprecavano. Commenti tipo “ABBURRACCIUGAGNENE !!!”   abburraciugagnene era il rafforzativo verbale più diffuso  quanto si doveva incitare l’ignaro adolescente dell’ennesimo filmaccio americano a fare la prima mossa con la propria ragazza. A volte qualcuno del loggione (il loggione era alto 2 gradini) si metteva a far le ombre cinesi sullo schermo finche non riceveva una scarpa lanciata dalle prime file. Ho visto spesso uscire gente alla fine del film senza una scarpa, o senza tutte e due, quando la serata era molto movimentata. Insomma ogni sera era una festa, vicino all’ultimo dell’anno era consuetudine portarsi almeno una ventina di raudi per evidenziare le scene più significative del film.
 Poteva capitare di esagerare e allora in quel caso arrivava  “ la maschera” o meglio “ il maschera”.
“Il maschera “ era praticamente un uomo cubo. Alto uno e sessantacinque e largo uno e sessantacinque, aveva delle mani che sembravano le custodie delle mani di Gianni Morandi, ma nonostante la dimensione e la forza quelle mani non faceva quasi  mai male, erano quegli schiaffi amichevoli, quasi accompagnatori,  più per indirizzarti nella giusta direzione che per farti male. Per dirti.. bada, vai più in là.. che stai esagerando.
 Il maschera era amato da tutti e per dimostrargli   cotanto amore quando entrava in sala tutta la platea lo accoglieva con un simpatico coretto, stile domanda e risposta.
 Un gruppo domandava gridando: “ Come l’è il maschera??”   l’altro gruppo gli rispondeva   “ Buco!” seguiva la domanda: “ E per far rima??” risposta finale :” più buco di prima!!” seguiva applauso finale e standing ovation mentre il maschera usciva dalla sala, rosso come un peperone.
Non ho mai provato paura all’Universale, ne vergogna, neppure quando una volta  tutti mi presero a pacchine perché ero il solo a gridare battute fuori tempo. Mi sentivo un po’ in famiglia all’Universale, dove tutti si prendono un po’ in giro ma ci si vuol un gran bene.
 
Il “ cinema d’essai Universale” non c’è più, e  da un bel pezzo ormai, saranno almeno 15 anni, al posto suo c’è un tristissimo ritrovo per giovani trendy un po’ dandy con le scarpe di fendy . L’architetto che lo ha ristrutturato ha voluto mantenere il nome “ Universale”, ma la sua anima ormai  non c’è più. Tutte le volte che ci passo davanti mi viene una gran tristezza e un groppo alla gola, mentre sento nella mia testa in lontananza un grido che fa:  “ VAI ABBURRACCIUGAGNENE!! ”
 
 
Liberamente ispirato al post di pralina.   
 
Lavorini
 

andrea salsedo

ululato da Pralina alle ore 03:44 mercoledì, 01 marzo 2006

C’era la neve e ballavo in strada.
Il mare d’inverno è freddo nelle ossa
la mia mente si apriva a strani pensieri,
nomi di anarchici scritti sui libri di scuola
ogni foglio un nome da imparare.
E questi scritti a pennarello
sono Sacco e Vanzetti
e poi c’era Andrea Salsedo,
morto buttato giù dai poliziotti.
“Your comrade is dead.
He has jumped from the window”.
C’era la neve e ballavo in strada.
Quando ho scoperto l’Anarchia
era tutto bianco
e i miei passi lasciavano solchi profondi
nella luce di febbraio.
 
poesia scritta a 16 anni da Pralina
 

era il blog di donnafranca

ululato da Pralina alle ore 20:53 giovedì, 20 aprile 2006

Questa non è una donna, è semplicemente un mito…  donnafranca.splinder.com  

Donna Franca è stato uno dei blog più carini di Splinder, un fake d’autore, fantastico e freschissimo nei suoi “consigli per le amiche” di questa signora elegante e di classe ma un po’ troppo spregiudicata per la sua età, fra una innaffiatura alle rose e un doppiosenso sessuale ma senza mai perdere il bon ton.

l’esorciccia

ululato da Pralina alle ore 14:26 lunedì, 24 aprile 2006

  

    
* nelle fotine, Pralinda Blair prima dopo e durante 

Scena realmente accaduta. Personaggi ed inter-preti: PraLilith Tuttifrutti nel ruolo di Lilith la porcona violentatrice di maschi della Mesopotamia, Donca del blog Cardinal Ruini, Infy del blog Infelicemente obesa, Monica nel ruolo di sensitiva, e un certo diavoletto non meglio qualificatosi. 

PraLilith mentre fluttua sopra il letto, con le palle degli occhi bianche: “Che cazzo vuoi, prete falangista della Spagna del ’36? viva Durruti viva l’Anarchia a morte i franchisti e il clero borghese di merdaaaaa! io amo Federica Montseny! Fottiti, crostaceooo” rivolta a Donca
Infy dalla sponda del letto: “Tranquilla Pra-lilith, ti ho portato un amico. Non può farti del male”
PraLilith con la voce del diavoletto: “Calmati, calmati, ti do ragione basta che la finiamo con questa storia, diglielo, sono una donna e ragiono un giorno sì e un giorno no” (poi con voce di Paolo Poli) “Hai capito… sono una danna, tutta uterosa e contorta, odorosa nelle pudenda, la fichetta sciacquetta pare un bocciol di rosa, ma senza cervello la premestruata che ne saaa”
 
Donca: “Qui urge un esorcismo… figliuola, in nomine Patri… et Filii… et Spiritus Sanctus”
PraLilith con la voce di Frank Sinatra: “Naaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa-aaaaaaaaaaaaaaaaaah!”
PraLilith con la voce del diavoletto: “Hai sbagliato accordo, ora te lo faccio sentire io lo strumento di Paganini”
PraLilith con la voce di un violino: “Zanzara zanzara zanzara zanzara zanzara zanzaaaa” e al termine del zanzà, si rompe una corda vocale e sputa bile verde sulla faccia di Donca
Infy a bassa voce: “Glielo avevo detto Sua Eminenza, che non era un soggetto facile, qui nella cartella clinica c’è scritto soggetto bipolare, passa dalla depressione all’euforia. Poveretta, ha subito gravi lutti e un mobbing in ambienti politici, è per questo che parla così. Tranquillanti? abbiamo provato a darglieli, ma l’hanno resa ancora più nervosa”
PraLilith con la voce del diavoletto: “Diglielo che sei un soggetto instabile, così se ne vanno via senza aiutarti… ehehehe” e poi, supplichevole “Mica mi vorrete lapidare… vero Reverendissimo? tessorro… io sono brava, io piango, vede piango qui” (si alza la camicia da notte, i suoi capezzoli grondano di lacrime)
Donca: “Figliuola, ego te benedico in nomine Deo onnipotente…”
PraLilith con voce stranamente del Puffo inventore: “Il tuo Deo sai che fine fa… fa la fine del deodorante, che èèè peggio”
poi, con voce di Bertinotti: “Questa volta, sono andata in culo agli astensionisti, ho votato Rifondazione Comunista, per appoggiare la candidatura di Vladimir Luxuria”
Infy: “Qui urgono rinforzi, telefono a superMoni” “Pronto… ascolta Moni, la situazione è peggiore di quanto immaginassi… ora Prali cammina sul soffitto con le pinne da sub e si dondola attraverso  il lampadario cantando la Messa in Requiem di Mozart con accento bergamasco… ah, non so… non so… da tre ore… sì… e ha fatto anche la pipì ma la pipì è salita verso il cielo… Donca le sta guardando sotto la camicia da notte, no, le mutandine non ce le ha… e dalla fessura le esce lava incandescente… ascolta, quando puoi arrivare? io devo preparare la cena”
Dopo cinque minuti arriva superMoni dalla finestra a bordo del Folletto aspirapolvere: “Ma oddio, Prali, ma cosa c’è? Te l’avevo detto di non mangiare pesante la sera!!!”
PraLilith con la voce del diavoletto canta a squarciagola: “Che cooooosa c’è, che mi sono liberatooooo di teeee, c’è che ora il mondo mi appartiene se solo ti sovviene che non ti leggerò mai piùùùùù… ehehehehe”
Donca alzando al cielo il crocifisso: “Riproviamo. In nomine Patri…”
PraLilith con voce sua, improvvisamente con due grosse trecce bionde, cantando jodel mentre le tette le passano da una quinta a una… ottava (notare il gioco di parole sulla musica): “NooAooAooAooA… Patrizia nooAooAooA…”
Ecccccpppppppputtttt!!!!!! sputazzo gigante di catarro verde, ma già più chiaro.
Donca “et Filii…”
PraLilith fa un giro con la scopa infilata in culo urlando: “Sono una donna, e sono una pazza, non tentarmi, perché sono pazzaaa”
Donca: “et Spiritus Sanctus…”
PraLilith con un urlo disumano, che Tarzan sembra una bambinetta in confronto, cade sfinita sul letto. Un boato tremendo.

PraLilith si lamenta con la voce di Romano Prodi: “E’ stata una lotta tremendaaa, la lotta tra il bene e il male, ma alla fine il bene ha trionfato di un soffiooo, ce l’abbiamo faaatta, non si sa cooome e peeerché ma… abiamo vintooo e questa è la cosa più importante è una cosa belissima…”

I vicini di casa bussano al muro urlando “Allora? Baaasta, un se ne pole più di codesta manfrina!!!”.  Si rompono i vetri della finestra, si spegne la luce.

Donca dopo aver detto con un filo di voce “I love you!” cade per terra, stramazzato al suolo. Ma si salverà. Infy e Moni si abbracciano piangendo. PraLilith a gambe divaricate, sporca di muco e di sangue, di nuovo con la sua bellissima voce radiofonica, chiede se era maschio o femmina.
Fine ultimo atto.
 

fiorentin mangiafagioli

venerdì, 01 dicembre 2006 | in : culi in aria

 

 
 
Fiorentin mangiafagioli !
 
E’ un detto che accompagna la nostra tavola ormai da almeno 300 anni, infatti il buonissimo legume occupa un posto di primordine  sulla tavola dei Fiorentini. La passione per questo legume deriva come spesso accade per le tradizioni gastronomiche più antiche dall’esigenza che c’era in passato di riempirsi la pancia spendendo il giusto, con un cibo che conservato secco poteva essere accessibile in qualsiasi stagione dell’anno.
La ricetta che vi voglio descrivere è il sublime sodalizio fra l’Arista, la pregiata lombata di maiale, e il prezioso ineguagliabile e insostituibile cannellino, il bianco fagiolo di noattri.
Prima di addentrarmi nella ricetta volevo però fare un appunto a quegli improbabili personaggi che si fingono esperti gastronomi che decantando le qualità del fagiolo Zolfino del pratomagno non solo inducono l’effetto secondario, non da poco, di far schizzare il prezzo alle stelle, ma fanno si che in gastronomia in fatto di legumi di qualità non si parli d’altro, facendo perdere ad un sacco di gente l’opportunità di assaggiare piatti straordinari nati dall’uso di materie prime povere  come quello che mi accingo ad illustrarvi. Ma prima un po’ di storia…o leggenda, fate voi. 
 
Il patriarca bizantino Bessarione venuto a Firenze nel 1439, in occasione del Concilio Ecumenico per la riunificazione dei credi indetto dal Papa Eugenio IV, risultò da subito un tipo abbastanza coriaceo e poco socievole. Per riuscire a stemperare la tensione i cuochi dell’ egida di Cosimo “il Vecchio” dè Medici  gli prepararono un gran pranzo, poiché si sa, a tavola le lingue si sciolgono e gli animi si distendono.
Pare che il bizantino, dopo aver assaggiato la portata principale consistente in una lombata di maiale cotta al forno, in segno di approvazione, si sia alzato in piedi e indicando la lombata abbia esclamato a gran voce :  “Aristos !!!”, che in greco vuol dire: ottimo, per i migliori, il migliore.
Da quel momento il concilio ecumenico dell’anno 1439 fu tutto in discesa e la lombata di maiale prese il nome di “ Arista” e mai nome fu più appropriato. 
 
 
Fagioli rifatti nell’unto d’Arista.
 
Mettete in ammollo per una notte i fagioli cannellini  in acqua fredda. Scolateli e  coceteli in acqua,  senza sale e con tutti gli odori, sedano, carota, i gambi ( e solo quelli) del prezzemolo, due spicchi di aglio, due pomodorini e un’ abbondante ciuffo di salvia. La velocità di cottura deve essere impercettibile, lentissima, meglio se fatta in un tegame di coccio o addirittura in forno, quando i fagioli bollono si deve avvertire un “ blop..” ogni 10 secondi, insomma non devono bollire, ma solo sobbollire. Portateli così fino a metà cottura.
 
Prendete una lombata di maiale, di media grandezza, rigorosamente con l’osso, fatevela disossare mantenendo però la base attaccata all’osso in modo da poterla richiudere prima della cottura. Mettete l’Arista in una pirofila insieme a mezzo bicchiere di aceto di vino rosso e massaggiatela con l’aceto ben benino ( con passione e amore) per venti minuti. Togliete l’Arista dalla pirofila e asciugatela bene.
Preparate un composto di aglio tritato, rosmarino tritato, sale, abbondante pepe, un pizzico di finocchietto selvatico e olio extra vergine d’oliva. Cospargete l’Arista con questo composto massaggiandola ancora  in ogni sua parte, anche fra osso e lombo. Ricomponete l’arista con il suo osso legandola con uno spago alimentare.
Adagiate l’Arista nella teglia da forno precedentemente unta con olio extra vergine di oliva ( quello Bono.. non fate i tirchi). Tutto intorno all’arista mettete i fagioli scolati dal loro liquido e privati di tutti gli odori, aggiungete 2 o 3 spicchi di aglio pelati e interi e una “mazzetta “ di salvia. Aggiustate di sale e di pepe e annaffiate con un po’ di olio ( sempre quello Bono)
Infornate il vostro  capolavoro a 180 gradi per  circa 40 minuti ( secondo la dimensione dell’arista). Dopo mezz’ora di cottura rigirate i fagioli  distendendoli più possibile nella teglia in modo che possano rosolarsi ben uniformemente (se durante questa operazione i fagioli si disfanno un po’ non preoccupatevi… l’è il sù Bono!). Separate l’arista dall’osso e infornate, accendendo il grill o posizionando la teglia sulla griglia superiore.  Il tutto dovrà prendere un color nocciola pallido.  Una volta cotta prima di scaloppare  fate riposare  la carne a temperatura ambiente per una decina di minuti ( in modo che i succhi  della carne si riassorbano).
Servite l’arista tagliata a fette (non troppo sottili circa mezzo centimetro) al centro di un vassoio (riscaldato precedentemente ) con intorno i suoi fagioli. ( l’osso lo mandate a me che lo mangio io )
Vedrete che per pur ottima che sia la vostra Arista sarà il contorno per i vostri fagioli.
 
P.s.
 
Si vede che mi hanno reso il cappello?
 
 
 
 
Lavorini

peposo dell’impruneta

venerdì, 21 luglio 2006 | in : culi in aria 

Dico… ma che cuoco sei?
 
Mi sono reso conto che nonostante il cappello e il forchettone è almeno un anno e mezzo che non posto una ricetta, quindi delizierò voi, mio stupendo pubblico di una ricetta MOOOLTO estiva adatta a queste temperature.
 
PEPOSO DELL’ IMPRUNETA:
 
Chi si intende di tradizioni gastronomiche toscane a questo punto si sarà già accorto del grave errore da me commesso.
Si, perché non esiste un solo  “ peposo dell’Impruneta” , chiamarlo così equivale a chiamare un chianti classico Brolio “un vino da tavola”. Ora che vi ho incuriosito non posso esimermi da narrare alcuni cenni storici sull’origine del piatto o meglio DEI piatti… si perché i piatti sono due, “La peposa del Brunelleschi “ e il “ peposo alla Fornacina”.
 
 
 
 
Intorno al 1420 il nobile maestro Filippo Brunelleschi per costruire quella che sarebbe stata un’ opera d’arte straordinaria, la cupola di Santa Maria del Fiore in Firenze ( il Duomo) , decise di utilizzare  solo i materiali più pregiati. Precisamente per la fornitura delle oltre quattro milioni di tegole che dovevano ricoprire la cupola, il Grande Brunelleschi si rivolse agli ormai già famosi “Fornacini dell’Impruneta”.  Quattro milioni di tegole!! Per farle e poi cuocerle tutte fu necessaria moltissima manodopera, e siccome ancora non esistevano gli scafisti albanesi, furono assunte maestranze in numero eccezionale. Ma c’era un problema, tutta quella gente andava sfamata e a basso costo.
In un “coccio” venivano messi tutti i ritagli di ciccia, i tagli meno pregiati e più duri, tanto avrebbero cotto per ore e ore all’interno dei forni di cottura delle tegole, e poi veniva aggiunto pepe, tanto pepe, in modo che per spegnere l’ardore si dovesse mangiare pane, tanto pane che avrebbe sfamato quei plebei stomaci. Questo era il “Peposo alla Fornacina”
Il Brunelleschi, che era uomo di mondo, si rese conto subito della bontà del piatto ma essendo nobil’uomo se lo faceva preparare, anziché con i “ritagli” con un bel pezzo di ciccia, e con alcune modifiche in modo da essere più ricco.
Fattostà che nei forni dell’impruneta, ai tempi c’erano sempre 2 recipienti, uno per le maestranze e uno per il “ Maestro” che cocevano in comunione, tutti e due avvolti dal sacro fuoco delle acacie dei boschi intorno Firenze.
 
 
PEPOSA DEL BRUNELLESCHI:
 
Legare il muscolo ( almeno 1 kg) e farlo rosolare in una casseruola di coccio in abbondante olio extra vergine di oliva insieme ad alcuni spicchi di aglio in camicia ( 3 o 4) , 2 peperoncini,  due cucchiai di pepe in grani. Appena rosolato aggiungere il sale, ricoprire di un buon chianti classico e  mettete in forno a 140 gradi. Fate cuocere per almeno 3 ore, sfornate, lasciatelo riposare per mezz’ora e affettatelo a fette alte, ponete le fette su del pane toscano abbrustolito e coprite con il fondo di cottura.
 
 
PEPOSO ALLA FORNACINA: ( rivisto e corretto dopo il 1492)
 
Fatevi preparare dal macellaio un bello spezzatino di quarto anteriore, taglio poco pregiato ma gustosissimo, ricco di tessuto connettivo. Fate rosolare i pezzetti in una casseruola di coccio con abbondante olio extra vergine di oliva, 2 o 3 spicchi di aglio in camicia, appena ha raggiunto un bel colore nocciola salate, coprite tutto con abbondante vino rosso ( Chianti) e 1/ 3 di acqua, aggiungete 2 cucchiai di pepe macinato, coprite  e infornate tutto per un ora e mezza a 140 gradi. Togliete dal forno e aggiungete del pomodoro fresco a pezzetti, percedentemente pelato ( peso metà della carne), terminate la cottura in forno coperto  per un’altra ora e mezza.
 
 
Personalmente preferisco di gran lunga quello alla fornacina, archetipo della mia coscenza culinaria.
 
Buon appetito!
 
p.s.
Piccolo quiz.. Peposo alla fornacina: perché rivisto e corretto dopo il 1492 ???
 
Lavorini