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la risposte è, però, sbaliataaaa

…non vi preoccupate non sono impazzita, lo ero di già…

ululato da Pralina alle ore 10:19 venerdì, 30 marzo 2007

Ieri sera un treno è partito testinazione finale e lei non si trova più llà. Lei deciso, vabbè. Avreppe, potute, antare, ma lei, gnente! Perché quest…? Avrebbe vomitato tutto il tempo fino alla prossima stazione? Sarebbe tornata con il rimmel colato? oppure? chi, ma poi, soprattutte, cosa? Pralins cosa stafa antante? per cosa stafa faciente? per cosa si stafa spattente? siete riuscite, siete riuscite a sape’e… cosa di lei? un po’ tutto un po’ gnente… il concorso lei l’ha fatto perché, miagola nel buio… lei il nome del vincitore del concorso bufala lo sa, è il primo che ha detto… però lei, non se lo ricorda. Con Fransuà, mai dire “Fransuà” che poi però Gugòl le cattura il nome e la Brietamnia intiera poi s’engazza, qualsiasi cosa decision, presa, comunque lei ha SBALIATOOOOOOOOOOO! Pralins, dai retta a me, fai volta pagina senza l’orecchietta, metti un menhir su quest increscios vicenda, attaccati a QUELO, lui saprà esaustire tutte tue temante. Perché tu sai che comunque cosa fai, comunque cosa dicie, qualunque cosa tu possa scrive su sto blog demmerda, non è che tu possa dire che è… quella cosa per quanto sia e per quanto ti sforzi è SBALIATAAAAAAAAAAAAAAA!

splinder è stato anche questo

* Splinder chiuderà i battenti il 31 gennaio 2011 seppellendo tutto ciò che abbiamo scritto, così vogliono le leggi di mercato alle quali nulla importa della presenza di esseri umani… questa è una dedica speciale che faccio agli ex splinderiani, comunque siano andate le cose e quasiasi strada abbiamo preso, fare blog per qualche anno ha significato anche incontrarsi in carne e ossa… la maggior parte sono stati incontri sfuggenti, altre volte hanno lasciato un segno più profondo, raramente è nata un’amicizia, ancora meno un amore. Però il senso della “comunità virtuale” era anche questo, si usciva spesso dai commenti per incontrarsi dal vivo, ricordo telefonate fiume e tanto altro, è stata per me una sperimentazione magnifica, anche se difficile e incomprensibile alle volte. Anche i dissapori erano reali, così come i regali e gli auguri di compleanno. Se incollo qui i vecchi post è perché voglio che non vadano distrutti e che miei amici, amiche di Splinder possano ancora leggerli tramite un motore di ricerca.

ululato da Pralina alle ore 01:28 lunedì, 24 settembre 2007

22 settembre. Roma, raduno dei Fuori di Testa.

 

Ore 11.55 il mio Neurostar arriva in perfetto orario alla stazione Termini, è sempre un’emozione arrivare a Roma, città che mi evoca un sacco di cose… saccheggi, rapine e devastazioni per la maggior parte. Ma anche incendi, violenze di vario tipo.
Quindi cerco di mantenere una calma apparente, e di entrare in questa città con tutto il rispetto che si deve a una città ormai soggiogata ai Barbari, e governata da un Goto dal pallore mortuario con due vistosi pestoni sotto gli occhi vestito e calzato d’oro e di bianco.

I miei due airbag naturali messi in risalto da un reggiseno atomico e da una camicetta stretta in vita e allargata sui fianchi, e i polpacciotti rotondi lasciati scoperti da una gonna scampanata che arriva appena sopra il ginocchio, non lasciano indifferente un ferroviere, che mi fa “Slurp!”.
Sì, mi sento donna dalla testa ai piedi. Cammino con passo morbido e felpato, ma spedita come una missiva elvetica, con lo zaino sulle spalle.

In testa al binario ad attendermi ci sono Monì, la Patty Divina e Antonio, il professore guardiano di mucche. Siccome sono ancora lontana da loro perché la mia carrozza è l’ultima in fondo, Monì mi chiede al cellulare di alzare la mano per riconoscermi. La alzo, e lei comincia a sbracciarsi.
Finalmente li vedo. Finalmente li posso abbracciare, stringere, annusare e vedere… finalmente gli occhi diversi verde-marrone di Monì, queste gemme rare incastonate su una testa deliziosa, questo microcosmo di donna, questa forza grandissima, questa cascata di lacrime e di risate, questo cranio pieno di idee e di capelli castani lunghissimi, mi abbraccia ma con una delicatezza inaudita. Le sue mani fragili mi toccano appena. Sento che ha paura di rompermi. Sento che è preoccupata per la sua immagine, ancora. Ed io lo sono per la mia. Vorrei ricambiare il suo “Come mi trovi?” in modo sincero ed essere creduta da lei. Vorrei risponderle con la stessa domanda, ma poi ci vorrebbe un semaforo o un diritto di precedenza. Sento che non so come gestire tutte queste emozioni che mi stanno arrivando in un modo così violento, e come descrivere adeguatamente a Monì di nuovo cosa intendo per bellezza (già detto nel mio post, ma forse non mi crede) e che mi trovo bene e che sono felice di essere arrivata. Ma che ho anche timore di loro. E che so che loro mi piaceranno tantissimo, mentre io non so quale effetto farò.
Abbraccio Antonio e lo trovo morbido, dolce ed erotico. Così come trovo morbida e dolce la Patty, che è rotondina e solare come me, che ha dei tratti nordici e due occhi bellissimi verdeazzurro, ma parla in romanesco. Antonio ha gli occhi celesti en pendant con le righe della sua camicia, ha i baffi e due paia di occhiali. Mi stringe con energia, vorrei perdermi nel suo abbraccio ma mi ritraggo come una lumachina.
Monì che mi vuole bene, mi fa un sacco di complimenti, mi dice che sto benissimo coi capelli accorciati, che dimostro ancora meno anni. E che sono dimagrita (che è vero). A me mancano un po’ le mie extencions e i miei capelli attorcigliati e aggrovigliati intorno, continuo a toccarmi i capelli biondi come l’oro e sorprendentemente lisci senza capire come e chi possa avermeli districati così bene.
Vorrei parlare, ma non mi escono le parole di bocca. Sono tante le parole, come i capelli, aggrovigliate con i pensieri e annodate con le emozioni, che non so quale delle tremila far passare per prima. Se dare la precedenza all’educazione, o all’ironia, o alla irrazionalità o al savoir faire. E se nel frattempo le mie sinapsi rallentano un po’ il ritmo oppure si sono decise di andare a tremila coi battiti cardiaci.
Antonio mi dice la stessa cosa che mi dicono tutti gli uomini al primo incontro: “Sei timida, eh?” in realtà mi sono bloccata per non lasciarmi travolgere dall’energia sessuale. Avrei infilato la lingua in bocca a tutti (specie ad Antonio) e mi sono dovuta contenere. Un involucro algido e altero, per un contenuto di fuoco e di magma incandescente.

Ricordi Pralina quando accendevi il fuoco sul pavimento, nel centro della stanza? Ballavi la danza del ventre, quel pomeriggio, e i grani d’incenso incandescenti spaccarono il portacenere di vetro. Ecco tu sei così, dirompente e fragile nello stesso tempo.

Mi sono sentita pericolosa, ho cercato di mettere a posto tutti questi strati di me che erano sconvolti da una scossa tellurica molto forte, mentre prendevamo il caffè al bar della stazione la mia mente e il mio cuore, tutto di me, doveva gestire le emozioni. E così, mentre dentro percepivo TUTTO, mentre sentivo con la testa il cuore i sensi le viscere gli altri, i loro discorsi, la loro energia, la loro bellezza, la loro complessità, le loro fragilità, i loro punti di forza e di fuga, le infinite sfumature della loro presenza… fuori davo l’idea, do sempre questa idea, di una che se la tira e che forse rimane un po’ freddina e indifferente.
E’ sempre così, in ogni occasione. Ma dentro ho l’oceano sconfinato, i vulcani sottomarini, l’incontro della lava con la spuma del mare. Solo i miei  occhi celesti, con il loro scintillio selvaggio, tradiscono un’emotività fuori misura.

E Monì, e Patty, e Antonio. Dio quanto li amo.

A un certo punto Antonio dice che non ha trovato un posto per dormire in albergo perché è un periodo di grandissima affluenza di turisti, così lui e Patty fanno qualche battuta scherzando sulla possibilità che lui dorma con me e Monì.
Senza dire nulla, lancio un’occhiata a Monì… una di quelle occhiate di sbieco con gli occhi a fessura, da unna assassina… e lei che mi conosce come una sorella, mi dice “No! No, Pralina, no! Ho fatto separare i letti e basta, dormiamo io e te, dormiamooo capitooo… e basta!” “Maaa…!” “E’ così, e basta!”

Andiamo a cercare gli altri, la metropolitana di Roma ci porta all’EUR, Abreast ha dato delle indicazioni per arrivare al posto -o forse per boicottare il raduno- e ci fidiamo sbaliandooo, noto che Monì nonostante la salopette è sexy lo stesso (difficile essere sexy con una salopette) glielo dico e lei raggiunge un orgasmo, la metropolitana ci strapazza un po’ ma tanto sono abituata a farmi sbattere, alla buon’ora ai giardinetti incontriamo il grande capo Viviana, con la sua tribù di Carlo albatros900, Paolo Okkirossi, Mario wilcoyote, Massimo Abreast con la sua compagna e la nostra amata squaw Roberta Dama del Solefinalmente arriviamo al ristorante ma prima Antonio compra le rose per tutte le donne, dal solito pakistano delle rose.
Mentre tutte le siniore abbandonano le rose sui sedili delle macchine, porto la mia rosa al ristorante ed esigo una bottiglia vuota dove metterla. La rosa è siniora.

Sono seduta davanti all’imponente Connor e di fianco a Monica che Connor Vincenzo punta come un cane da tartufo, lui è un cannolo gigante ripieno di crema, ha una bella figura e un bel viso rotondo e noto che anche lui ha degli occhi molto belli, scuri, con delle lunghe ciglia, labbra tumide e carnose, e un’aria sfavata della serie “E’ inutile che me la tiro, tanto non piaccio e anche se mi dici di sì nun te credo“.
Mario Archimede Pitagorico (il genio della compagnia, e pure carino) è quietamente seduto a capotavola che controlla la situazione con i suoi occhiali radar.
Il cameriere porta qualcosa che sembrano dei fagioli e mi spiegano che sono gnocchi alla romana. Il menù è semplice come il posto, cerco di convincere Connor a farsi fotografare con due fette di salame sugli occhi, ma non ne vuole sapere “Perché unge”.
Mentre Monì ha già dedicato il suo libro a tutti compreso al cameriere, si è messa il cappello di paglia cubano con il quale compare sull’avatar, ha detto trecento volte che non vuole apparire in foto sul blog, ha raccontato cose, ne ha ascoltate altre, ha voluto bene a tutti, si è alzata e seduta seduta e alzata, io sono rimasta lì ferma a fare le mie foto estemporanee, senza preavviso, senza che nessuno se ne accorgesse, e sono venute delle foto splendide (pagare prego, per averle).
La Viviana vivivì nenenè sorride beata, è lei la fattrice e la nutrice di tutto il raduno, è lei, sprezzante del pericolo, nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, col suo baldo profilo, guidatrice impavida e velocie (detto con voce da speaker dell’Istituto Luce) la nostra manager, la nostra guida spirituale, il nostro guru girasole de Siena impiantata a Roma. Ha una bella figura la vivivì nenenè, bella e alta ma non filiforme anzi piena e tamugna con il volto largo rotondo e spiritoso, il naso all’insù e gli occhi scuri vivaci… vorrei dirle che le voglio bene, alla Vivivì, ma non so da quale porta entrare nella sua vita e lei non mi guarda quasi mai tranne quando le chiedo di che segno è, e mi risponde decisa “Sono cuspide! Il resto non me lo chiedere non me ne intendo”.
Con Roby Dama del Sole e Patty difendiamo la categoria maggiorate, potremmo prendere a sberle con le tette un intero reggimento di guardoni. Di Roberta napoletana vestita di nero, sorridente e malinconica, dolcissima, esuberante, risaltano gli occhi verdi e pieni di tenerezza. Ha sempre la sua macchina foto spaziale… a dire il vero in tanti hanno le macchine foto, ma ci promettiamo per rispetto di tutti, dato che non tutti sono d’accordo con la pubblicazione della loro immagine, di non metterle sui blog.
Usciamo dal ristorante nemmeno ubriachi, ma euforici e pieni di sorrisi e così rilassati che sembriamo sotto l’effetto di un sedativo, soltanto io sono schizzata e giro per il parcheggio con la rosa fra i denti, ci facciamo una foto di gruppo (pagare, per vederla) con la t-shirt del raduno.

(1-continua… me la tiro… me la tiro… me la tiroooooooo)

ululato da Pralina alle ore 23:55 lunedì, 24 settembre 2007

Seconda parte (la prima è sotto, nel post precedente)
 
Raduno dei blogger Fuori di Testa – Roma 22 settembre

Dopo il nostro pranzo al ristorante, visto che abbiamo deciso per la Bellavita a oltranza, e il tempo è mitigato da un venticello gradevolissimo, ci stendiamo anzi ci stravacchiamo sul prato.
La dolce Monì che è davvero un angelo in terra o forse non è molto normale, si premura di procurare asciugamani e coperte, per la compagnia che già era rassegnata all’uso delle copertine dei sedili di automobili non bene precisate, e altro materiale da campo nomadi.

Io e Antonio guardianodimucc posiamo coi nostri corpi avvinghiati per i mesi di gennaio e febbraio del nostro calendario immaginario, il mese di marzo eccetera… verrà più avanti…
Arriva un bel signore alto e asciutto, Monì mi dice che è Filemazio e mi fa un piacere immenso, anche perché ho sempre apprezzato la sincerità dei suoi commenti. Chissà perché me lo aspettavo col turbante, invece arriva vestito normale, vabbè… potenza dell’avatar!
Mario wilcoyote tira fuori la chitarra e da Archimede Pitagorico si trasforma in Eric Clapton di Voghera… cantiamo la canzone dell’amicizia di Dario Baldan Bembo, ormai il nostro coro è il più richiesto su Splinder: è gradevole come la manutenzione della piattaforma.

Verso sera arrivano due top model che sono Lilith979 e la sua amica Laura, e se io e Antonio potevamo ambire al calendario di qualche rivista scientifica per la sessualità della terza età, queste due superfighe stratosferiche si prendono la copertina di Vague, infatti prendiamo le copertine e ci alziamo perché è l’ora di cenare.
Vi assicuro che passare tra il pranzo e la cena, senza fare un cazzo, è una goduria infinita. Detto questo.

Andiamo alle macchine e arriviamo alla Piramide. Là incontriamo Nabla e Margherita carini come sempre, e l’ormai celebre struzzo nero Giorgio, che mi aspettavo vestito casual invece viene vestito tutto fighetto e rasato e col pizzetto e meno male senza il boa di suo fratello.

Arriviamo in pizzeria, con pezzi persi e pezzi aggiunti… mi cambio d’abito nella toilette degli uomini (giuro che non l’ho fatto apposta) ed esco, scambiata dai camerieri per un transessuale ucraino, con il mio vestito da sera nero anni 50 con un fantastico decolleté, elegantissimo, molto femminile, cucito dalla zia di Stefania Sandrelli… la pizza si fa aspettare troppo, nel frattempo Carlo albatros900 ingravida con il suo sguardo azzurro-celestino le ragazze e Giorgio non stacca gli occhi dalla scollatura di Roberta Dama del Sole che ha proprio davanti, Monì firma autografi, qualcuno si alza altri tentano il suicidio ingoiando un pacchetto di sigarette fuori dal locale, ma poi qualcuno ci spiega che la nostra pizza non solo è fatta con ingredienti genuini, ma che questi ingredienti devono ancora essere raccolti dal campo. La mia ha persino due capelli neri, ciò mi riempie di orgoglio perché la rende speciale e unica nel suo genere.
Comunque è veramente buona, almeno quello. Ci mancherebbe.
La serata volge al termine e ognuno pensa al ritorno, quelli che di noi hanno più anni, pensano a quant’erano belle le gite scolastiche, a quanto era bello fregare la penna al professore, svuotarla e poi farci la cerbottana con le palline di carta, anche a me prende un attimo di malinconia, colpa di Giorgio che non mi ha cagata nemmeno di striscio (poi un giorno capirò perché, magari è vero che agli uomini faccio paura, o forse in quella toilette dove mi sono cambiata mi sono dimenticata di farmi la barba) ma in realtà colpa del fatto che la giornata a livello emozionale è stata veramente troppo forte e troppo intensa e troppo tutto.

Antonio mi parla del logo della Nike. Ha un treno per Caserta, dove passerà la notte alla stazione in mezzo ai borboni, pardon ai barboni. Arriva il marito di Patty a riprendersi il suo prezioso gioiello ed esprime la teoria che le donne formose sono più desiderabili.
Dopo tutte queste sviolinate, è ormai chiaro che non si tromba, e che l’unica mia consolazione per le ore seguenti, sarà quella di russare come una sega a motore nell’orecchio di Monì in un albergo di periferia.

Viviana ci accompagna in macchina, l’occhietto nero (era verde, ma si trasforma) le brilla di eccitazione sadica appena accende il motore, le brilla il canino, i capelli biondo sale e pepe (meshati) si drizzano come aculei in testa, si trasforma in una pericolosa amazzone… per strada è pieno di pizzardoni, incontriamo una processione religiosa in pia e devota e composta fila, e lei, da donna che non perde tempo in inutili chiacchiere, si accosta cercando di convincerli in due sole parole a cambiare idea… mentre discutiamo di storia romana e di catacombe, facciamo la via Appia con lo stomaco nei condotti nasali e gli occhi aggrappati al tettuccio per via delle buche prese a randello.
Io e Monì arriviamo all’albergo a Ciampino, una rapida doccia e poi a letto, due minuti per prepararci e molte ore spese a chiacchierare, sapete come sono le donne, e l’ultimo pensiero del giorno è per Vivivì nenenè.
Che la mattina dopo è puntualmente lì, stella, a portarci alla stazione Termini. Monì mi assicura che non ho russato, allora le spiego che è perché ho tenuto il dito in bocca.
Prendiamo il treno con il poliedrico Mario, che si dimostra un ottimo ascoltatore, buono, paziente, saggio, studioso, simpatico e assolutamente ignaro della cattiveria delle donne (Mario, lo so che sono bastarda, ma ti lascio il mio numero di conto corrente postale oppure rivelo quello che so… e che ti potrebbe rovinare l’immagine… molto grave per un prof di matematica… attenzione).

Epilogo. Sono così immensamente felice di avere trascorso questa giornata con voi, di avervi conosciuti, di esservi stata vicino, di avere respirato il profumo dei vostri capelli, le vostre idee, le vostre sensibilità, la vostra simpatia, di avere assorbito il vostro calore, e di tanto altro.


Vi voglio bene… davvero un casino di bene!
 

la dieta del disoccupato

* VECCHIO POST DEL 2007 + CRISI ECONOMICA = ARGOMENTO PIU’ ATTUALE DI PRIMA

ululato da Pralina alle ore 22:28 lunedì, 22 ottobre 2007

Post dedicato a un’amica vera, buona, dolce, essenziale.
Con tanti auguri di buon compleanno, oggi 23 ottobre.
*


Questa idea mi è venuta qualche sera fa parlando da mamma a mamma, con un’amica che per me è un tesoro, anche lei -come tanti- fatica a mettere insieme il pranzo con la cena perché ha due figlie da mantenere.
Vi prego di non prenderlo come un appello drammatico mio personale, sto scherzando per raccontare una condizione comune… e fintanto che scherzo è perché posso ancora permettermelo.
Non è nemmeno un pippone assurdo contro le diete, che sono scelte individuali del tutto rispettabili.

E’ solo per mettere il dito (o forse il naso rosso da clown) dentro le contraddizioni esistenti, in un sistema come il nostro che spinge al consumismo alimentare e nello stesso tempo lo impedisce per sensi di colpa (nel caso delle diete) o per povertà (nel caso della fame).

C’è un argomento tabù in questa Italietta ipocrita dove la dieta per motivi estetici sta diventando un lusso. Che poi magrezza sia sempre sinonimo di bellezza, è ancora tutto da dimostrare!

Va bene, non starò a disquisire sull’unico dogma delle persone limitate di cervello, non voglio mica togliere a tanti l’unica certezza che hanno nella loro magrissima esistenza… ma non vi sembra scandaloso che i giornali di moda femminili parlino soltanto di DIETE e non parlino mai di sottoalimentazione e di FAME?

Nessuno parla delle diete VERE, quelle dei precari e dei disoccupati. Quelle dei pensionati. E di chi, in ogni caso, guadagna meno di quanto possa spendere ogni giorno per avere un’alimentazione veramente ricca e nutriente.

Facciamolo noi… ci state? Sono graditi contributi e critiche per migliorare le diete che vi propongo.

Dopo la dieta del fantino, la dieta dissociata, la dieta californiana… siori e siore… abbiamo… rullo di tamburi e succhi gastrici incarogniti… TA-DAAAAAAAAAAA!

https://i1.wp.com/www.lexabean.com/images/Diet.jpg


LA DIETA DEL PRECARIO (e del sottopagato).

2 pasti, scarsi.
Pastasciutta, condita con quello che c’è. A volte pasta fatta in casa, quella comperata è troppo cara, ma il tempo per fare la sfoglia scarseggia.
Frattaglie e carne bianca, perché la rossa costa troppo.
Pesce in scatola, perché quello fresco costa troppo. Oppure pesce azzurro.
Ricette per riciclare il pane, e tutto quello che avanza. Se avanza.
Frittate (esistono infinite varietà di frittate, anche con la pasta del giorno prima, ma la più buona è la frittata di frittata con un velo di formaggio grattugiato e un’idea di limone).
Verdura e frutta raccolte nell’orto dei parenti, in campagna, offerte di stagione, mercato all’ingrosso, gruppi d’acquisto.
Dolci dell’hard discount o fatti in casa, perché la pasticceria è troppo cara.
Consumazioni al bar spesso ridotte al caffè, con 5 cucchiaini di zucchero che non costa nulla.
Una bottiglia di vino, per i giorni veramente speciali.
Ristorante proibitivo, al limite in via eccezionale una pizza ma senza dessert.

+ un po’ di PALESTRA: bicicletta per andare al lavoro, effetto surf sui mezzi pubblici, scale a piedi, pulizie in casa, trekking, raccolta di funghi in montagna.

LA DIETA DEL PENSIONATO (non abbiente).

1 pasto e mezzo al giorno.
Minestrina fatta col dado.
Carni bianche e purè, polpette con gli avanzi del giorno prima.
Verdura degli orti sociali, oppure offerte di stagione (il pensionato non compra mai a chilo, compra nella misura di tre patate, una cipolla, una mela, una banana, un mandarino…).
Pere e mele cotte.
Thè con un po’ di limone o una tazza di latte. Un bicchiere di vino.
Vizi e perversioni del pensionato non abbiente: una caramella morbida senza zucchero.

+ un po’ di PALESTRA: allenamento per salire sui mezzi pubblici, passo accellerato per attraversare la strada prima che il semaforo nazista scatti il rosso.

+ un po’ di MEDITAZIONE: il pensionato prega per non morire di fame, perché con la sua pensione aiuta ancora una famiglia.

LA DIETA DEL DISOCCUPATO (di ogni età).

1 pasto al giorno e quando si ha culo 2.
Pastasciutta, ma non sempre, la parola “condita” è di gran lusso.
Oppure un uovo al tegamino, per la frittata a volte mancano tutti gli ingredienti.
Carne bianca, ma non sempre. Scatolette.
Pesce in scatola, e qualcosa trafugato ai gatti (scherzo).
Legumi in scatola, patatine del sacchetto.
Ricette per riciclare il pane, quello che vi regala il fornaio a fine giornata, croste di parmigiano bollite, risotto con le ortiche (ottimo!).
Verdura, frutta e qualsiasi altra cosa raccolta nell’orto dei parenti, in campagna, nel proprio terrazzo, nelle casse che buttano via quando smonta il mercato rionale.
Dolci fatti in casa con cioccolato rubato all’hard discount.
Consumazioni al bar saltuarie, offerte da amici (in tal caso paste e cappuccino).
Frequentazione straordinaria di buffet di matrimoni, prime comunioni, compleanni di amici di amici, inaugurazioni, vernissage, zie.
Alcool pessimo, meglio l’acqua naturale di fontana.
Ristorante… solo come lavapiatti!

+ un po’ di PALESTRA: tutto quanto come per il precario, perché anche il disoccupato a volte lavora, solo che non può nemmeno dirlo perché è tutto a nero… e se lavora, per scaramanzia, dice sottovoce che ha trovato da fare qualcosina.

+ sonno per ridurre la fame.



Certo, “Dimagrisci dormendo”… e anche morendo perché no? Morire è il sistema per dimagrire più sicuro. Scusate per la digressione idiota.

Quando non si hanno molti soldi, si capisce che i GRASSI sono quelli che costano meno, e i cibi MAGRI sono quelli che costano di più… ma non importa, ancora un po’ di pazienza, quando spariscono i soldi del tutto spariscono pure i grassi residui.

Vi assicuro che funziona.

Da preoccupata (condizione che precede una occupazione da lavoratrice riconosciuta) o da dadaccupata (condizione dadaista che caratterizza la professione creativa che nessuno riconosce da viva e che molti osannano da morta) ho perso senza difficoltà 8 chili da luglio e sono disposta a perdere ancora, perdo ogni giorno il potere d’acquisto, quindi sono felice perché questo è il paese dei Vip, delle Veline e di VitaSnella ed alla fine sarò in forma proprio come una riccona depressa e piena di complessi che si sottopone a una dieta dimagrante per ingrassare il suo dietologo privato.

Ehehehehehehehehehehehe!!!!!!

il secondo defilé di bassa moda (gennaio 2007)

* se della prima sfilata di bassa moda (Emerson la prima occupazione) organizzata dalle Officine Cinematografiche e Partito Groucho Marxista d’Italia – portavo una tuba nera di seta, parrucca giallo canarino, trench giallo con cinquanta spillette, gonna nera a pois bianchi e pinne da sub – esistono solo poche foto in bianco e nero su carta e qualche testo dattiloscritto era il 1991 [modello sado-naso, Rocco Marocco, Armadi, Va…lentino, ecc.], del secondo esiste una documentazione migliore, ma sono stati momenti fantastici… in attesa del terzo evento il 30 gennaio 2011

ululato da Pralina alle ore 03:53 martedì, 23 gennaio 2007 

Io non so che si può scrivere alle 4 e mezzo del mattino, ubriaca persa come sono tornata a casa, ubriaca no, diciamo come sono ora, che non essendo abituata a bere (non più) ed essendomi ci vi si mi si, scolata vino e cocktails in una quantità superiore al dovuto… e la colpa è anche di sifossifoco con il quale ho avuto un incontro molto bello nel cesso (adesso detta così può far galoppare le fantasie di quelli che in rete ci vanno per fare una certa pratica autoconsolatoria) del Centro Popolare Autogestito mentre mi aggiustavo il rimmel e che per prima cosa mi ha detto “Ma guarda che bella fica” una roba fiorentina che significa più o meno tutto e nulla ma che può fare anche piacere specialmente a una certa età, e che anche lui mi ha offerto da bere…

beh, non è stato un riconforto morale sentire gli uccellini tornando a casa con Giò, l’aria è troppo mite per gennaio e io sono preoccupata per l’effetto serra: temo che saremo costretti a mangiare fragole e asparagi tutto l’anno. Scusate, ora magari dal mio aspetto non sembra, ma devo ancora smaltire i postumi, e allora faccio un post… tanto sono sicura che mi volete bene lo stesso e che non mi sgriderete per questo. Posso fare un rutto? Il defilé di bassa moda è andato così bene che non avrei mai cruto (termine nuovo di pacca, melangiato col fransé). Cosa dire della sfilata? E’ andata veramente bene, c’era tanta gente nella sala del cinema, tanta che forse non c’è nemmeno alle presentazioni di un grande scrittore che forse si fa vestire da Rocco D’Abbiocco, da Tony Merdace non so. Anche per merito di Freddie Villarosa e Roberta WJMeatball. Ma soprattutto ci siamo divertiti. E questa è l’unica cosa che conta. Appena posso metto le foto e i testi. Buona alba a tutt*!

Due bei resoconti della soirée sui blogghi di sifossifoco e Tirabaralla.

ululato da Pralina alle ore 19:45 mercoledì, 24 gennaio 2007

Foto della sfilata di bassa moda testi e presentazione di Pralina Tuttifrutti * 22 gennaio CPA Firenze sud

(post in allestimento… nella foto sotto, Brugola Rossa e il suo cappello magico di Brandamaglia)

 
Rocco D’Abbiocco… Lo stilista scopre la persona che dorme, questa metafora della Bella addormentata di città, sempre alle prese con il tempo che manca, ma come si fa (come sifossifoco nella foto con una nostra amica) a essere sempre a posto quando si fa colazione coi biscotti transgenici del Mulino Bianco,  quando ci sono i bambini da portare all’asilo, c’è la droga da spacciare ai giardinetti adiacenti, la nonna da rinchiudere, il lavoro in ufficio, la cena passata nel traffico cittadino, il dopocena col gruppo d’acquisto, la notte trascorsa davanti a Sky a farsi le seghe… allora lo stilista che è il più furbo di tutti inventa un nuovo modo per conciliare questi diversi momenti et voila Rocco D’Abbiocco, si indossa una volta sola e non si cambia mai. Rocco D’Abbiocco è un elegante mix di eleganza e perversione, le righe snèllono (snelliscono non mi piace), quindi si può portare anche la taglia 46 a patto che si faccia outing sui blog e si confessi di essere dei ciccioni. Rocco D’Abbiocco è un nuovo modo per sentirsi bene col proprio corpo senza andare in palestra, per sentirsi bene coi propri panni e farsi sentire agli altri, senza quegli inutili e costosi deodoranti, che rovinano la fragranza degli slip portati due mesi, Rocco D’Abbiocco è una vera rivoluzione per chi ama stare comodo senza rinunciare al disgusto di sé stesso e degli altri. 

Enrico Co-Co-Co… Lo stilista scopre che esiste il precariato e si diverte a giocarci sopra, facendosi beffe dei co-co-co,  che verranno gettati via dopo il termine del contratto… quale modo più gioioso per rappresentare il lavoratore odierno, sempre alle prese con uno stipendio da fame, con questa moderna schiavitù che è il lavoro contemporaneo… interanale non so… comunque… quale modo più gioioso per simboleggiare lo stato d’animo dei lavoratori dei call-center o di tutte quelle altre gioiose galere nelle quali i lavoratori per un pezzo di pane secco sono costretti a remare anche in quei giorni… lavoratori, gioiosi buffoni, io me ne infischio di voi, dice lo stilista, io abito a Beverly Hills  e mi pulisco il culo nella carta igienica di seta… lavoratori = schiavi, ecco il concetto; e la rappresentazione della precarietà, di questo sentirsi spazzatura, sta in questi splendidi modelli di una semplicità disarmante, notare il taglio genuino e la mancanza di maniche, un colpo di genio dello stilista per ribadire l’impotenza degli schiavi… signori, Enrico Co-co-co! un modello che da solo copre lo stipendio di un precario!

…à suivre!

ululato da Pralina alle ore 19:48 venerdì, 26 gennaio 2007

(2 – continua Foto della sfilata di bassa moda testi e presentazione di Pralina Tuttifrutti * 22 gennaio CPA Firenze sud)

Modello Autunno-Autunno… by Tirabaralla… Signori, un modello che non può mancare nella nostra collezione da ottobre in poi, ammirate questa magnifica gonna fatta di vellutino in croste, un tripudio di colori che non se ne vedono nemmeno nel New England, un tipo di topa fantastica che prende spunto dalla volontà del nostro stilista di erigere un monumento vivente alle 4 stagioni… signori, lo stilista quest’anno la vuole così… tenera, vellutata, cremosa, con pezzi di foglie e frutta intera dentro, non trattata con anticristogamici, completamente priva di additivi, di nitriti… una donna tutta nature… colori di autunno, anche nella versione autunno caldo (con l’accendino).

Ragazza Tam-Pon… Lo stilista oggi dice che vanno di moda le mestruazioni, questo ciclo archetipo femminile di 28 giorni come febbraio il carnevale, una gioiosa cascata di assorbenti per signora, retti da uno zampillo di skotch… ecco il colpo di genio dello stilista, che un bel giorno si alza dal letto con l’idea che si è fatto della donna, una donna mestruata 365 giorni l’anno, sempre alle prese con tutto ciò che riguarda l’ufficio e la droga da spacciare ai giardinetti e tutto quello che sappiamo, ma consapevole della sua piccola fontana di sangue, della sua cascatella di globuli, della sua perdita di sali minerali… una donna che quest’anno sarà sempre mestruata, così dice lo stilista e noi ci crediamo… perché io, dice lo stilista, non sono feconda a nessuno!… un applauso, signori, per la ragazza tam-pon.

…a suivre!…

 ululato da Pralina alle ore 09:22 martedì, 30 gennaio 2007

In attesa di postare altre foto della sfilata di bassa moda, vorrei fare alcune considerazioni sulla bassa moda e su quanto sia importante sostenerla.

Alla maggior parte dei lettori di questo blog magari della bassa moda non gliene frega nulla, preferiscono quando si parla di pippe (ne riparleremo, abbiate pazienza), comunemente si pensa che gli stilisti non abbiano alcuna influenza sul nostro abbigliamento, soltanto perché non indossiamo capi firmati tipo Yves-Sad Laurent e il suo modello Sado Naso, Aspra e Lontana eccetera eccetera.
Invece no, quei capi indossati dalle stampellone ce li ripropongono, in versione povera. Un anno andranno di moda i pantaloni a sbuffo o a pinocchietto anziché a zampa di elefante, quell’altro andranno di moda gli strass e le paillettes sulle mutande. Nulla di male in questo, si sa che lo stilista è capriccioso e lunatico, ma anche privo di idee perché no, magari è stato in vacanza a Napoli e ha visto una tipa bellissima in un centro sociale con i calzettoni enormi portati dentro gli zoccoli ortopedici e ce li ripropone come roba sua (esempio tratto dal saggio Détourna a Surriento di Guy Debord), tanto ormai lo sappiamo che gli stilisti e il mondo della moda saccheggiano a piene mani l’immaginario alternativo giovanile… il problema è il riadattamento sui nostri corpi e sulle nostre misure.

Insomma, non esiste una moda che non significhi omologazione dei corpi e delle misure.
La classica donna “burrosa” come me con una quinta di tette verrà guardata parecchio dagli uomini, osannata sui blog ma penalizzata al mercato, oltreché umiliata continuamente (vabbè umiliata è un termine grosso, diciamo ridicolizzata che forse rende l’idea) quando va a comperare un semplice paio di jeans, perché va di moda la vita bassa. La vita bassa… e se io ce l’ho alta la vita? Così sarò costretta a comprare un paio di pantaloni con due gambe lunghissime, perché corrispondono alla mia misura, ma sarò anche costretta ad accorciargli le gambe, perché io ce le ho molto armoniose e diritte ma non ce le ho così lunghe, sono una vikinga bonsai.
Una volta, negli anni 80, insieme agli abiti senza scollatura perché allo stilista la donna piaceva macha e manager, andavano di moda quelle maglie oscene con le spalline rinforzate, per fare le spalle larghissime, che andavano abbinate en pendant con quei fantastici orecchini di plastica triangolari a motivi geometrici e con superbe pettinature alla Star Trek… io siccome le spalle ce le ho già larghe di mio, per non passare per una giocatrice di rugby in acido lisergico, dovevo togliere le spalline per farne dei puntaspilli per il cucito.
Io mi sono sempre rifiutata di passare per una “signora taglie forti” perché questa definizione mi fa cagare e poi il mio carattere si rifiuta di indossare tende a fiori o nere o marron tristesse per nascondere le mie forme, io le forme ce le ho, sono belle (anche le calze a righe orizzontali, me le posso permettere, TIE’) e non vedo perché dovrei nasconderle o camuffarle con il tendame da circo o con una parure da vedova nera. Ma anche perché non trovo giusto che la “taglia forte” costi più di una taglia, come definirla a questo punto, debole.
Insomma con la moda non ci si può permettere di andare oltre una 44, di essere troppo alti o troppo robusti, o troppo bassi, o di non avere le tette, perché non c’è un cazzo di abiti fatti con un minimo di garbo, un po’ sfasati per slanciare un pochettino, e con appena qualche centimetro in più, non dico trenta, basterebbe soltanto dieci, o quindici, spesso, per entrarci benissimo.
Invece no, le gonne sono orrende, un vestitino semplice a tinta unita senza la scritta “Las Vegas” non si trova, le maniche te le fanno a sbuffo, tronche, con il finale a sorpresa (tipo confezione natalizia) o con dei nastri che per lavare i piatti ti devi togliere tutto il vestito. Si capisce di qui tutta la misoginia dello stilista.
A parte la stronzata di mettere paillettes dappertutto, e va bene, uno dice, va di moda la moda zingara, ma perchè io mi devo escoriare la pelle tutte le volte che indosso una di queste maglie? non sarebbe meglio che la moda zingara me la faccio da me quando vado a pescare nei sacchi della Caritas? e le piume come si lavano? e le rosellone si devono togliere per non farle sfiorire in lavatrice? e la scritta “Happy California” sul culo, può rinforzare l’autostima di una ragazza? e i pantaloni strappati, scoloriti, sgualciti e rovinati, perché costano più cari? e nelle punte delle scarpe a punta, come si fa a farci entrare un bel paio di calzettoni di lana?
E per fare tutti quei deliziosi inserti di pelliccetta che danno un tocco trendy a colli e maniche, ma anche a scarpe e stivaletti che poi ci rivendono come “wild cat” e selvaggeria varia non bene identificata, hanno sterminato brutalmente migliaia di cani e gatti randagi, lo sapevate?
E poi, diciamolo, da quando non esistono le mezze stagioni, anche per merito dei cinesi padroni del tessile che sono piccoli e stretti, le misure si sono abbassate. La 48 una volta era una 48, adesso è quasi una 44.
Insomma, se c’è qualcuno del mondo della moda che legge questo blog, io vi fanculizzo a dovere, e poi se ancora non siete contenti di essere mandati a fanculo, vi ci mando ancora, perché di già la gente ha poco gusto in genere, voi contribuite ad esasperare lo scempio, e in più, impedite a persone normali e con un minimo di gusto, come me, come tantissime donne normali, a vestirsi decentemente senza dover andare per forza in sartoria o tentare la fortuna in qualche mercatino dell’usato tedesco. Dove stranamente (malgrado che in Italia ci si reputi il paese del buongusto mentre si disprezzano i cugini d’oltralpe per il loro vestire) si trovano ancora delle cose normali (per normali intendo non falsamente trasgressive).
 
ululato da Pralina alle ore 11:50 mercoledì, 07 febbraio 2007
 
Sotto, ancora una fantastica creazione di bassa moda… lo Stilista scopre le donne ma colorate, fasciate di protagonismo, essenziali nei loro discorsi… donne che vivono in città ma che non rinunciano a rivelarsi e, bah… signori, è un gran privilegio e non capita tutti i giorni… donne con le gonadi… quest’anno signori le donne vanno così, vanno come gli pare, a spaccare le vetrine di MacDonald’s anziché quelle di Prada, perché signori oggi la donna bada alle cose essenziali, non è più attaccata come un geco al capo firmato ma bada ai soldi che le mancano alla terza settimana del mese… notate la bellezza degli accessori, con questi accessori non si può più fingere l’organza… un applauso alle Sorelle Offendi Offendi che hanno scippato queste borse in mattinata… grazie Sorelle Offendi Offendi per averci fatto sognare!
 

 

mercoledì, 24 gennaio 2007 

Defilè 

Resoconti della sfilata al CPA qui e qui.

Il mio ricordo è: tanto casino, gente che va-gente che viene, i miei amici che mi dicono che ho tantissima fantasia e che a loro certe cose nemmeno verrebbero in mente (sieeee), imbarazzo, gente che mi chiama “la stilista”, l’emozione di vedere persone diverse da me con addosso le cazzate che ho fatto io (la cosa più bella), la Prali che dice “questo l’ha fatto Tirabaralla” (ormai sono tutt’uno col mio nick…ahah), la mia mamma e la mia sorellina al cena al CPA, tutti gli amici che sono venuti a dare un’occhiata per supportarmi, il signore della BrandaMaglia che mi ha insegnato la tecnica di base mentre nel cinema scorreva il film, la Prali briaha che non è + abituata a bere e rideva a crepapelle e io non sapevo come saremmo andate avanti (Prali, t’ammazzo!  ), le due Rite che sono state stra-carine e stra gentili e mi sono divertita un sacco con loro (smacksmack!!!), la Vale che è rimasta fino all’ultimo con me e mi sono seduta accanto a lei sprofondando nella poltroncina mentre i ragazzi sfilavano (graziegrazie!), il ragazzo troppo tenero che aveva paura di strapparmi la maglietta “Acida” perchè gli andava piccola…
Una riflessione a freddo, invece, è che…incredibile! Pur parlando di vestiti e cappelli e orpelli…non si guardava alla “ficaggine” e “fichettaggine” della gente, ognuno era ganzo a modo suo o spiacevole-piacevole per i suoi modi: questa è fantascienza in una serata mondanissima del mondo “normale” (figurarsi nel mondo della moda), dove devi essere figo (con la “g”, alla milanèse”), bello (di che bellezza stiamo parlando? quanta plastica hai dentro? quante lampade cancerogene ti sei fatto nell’ultimo mese?) e tirartela sempre e comunque (che vomito).
Grazie Prali per aver organizzato sta cosa, e per averla portata comunque in fondo con un successone; per me che sono timidissima è stato un evento stare un po’ “nel centro del ciclone”… ora mi devo riposare dai contatti umani per una settimana! ahah

 * sotto, la presentatrice in carne e oss… in carne

kevin calvo e il suo attico a soffiano

* il 30 gennaio 2011 si terrà la terza sfilata di bassa moda al CPA Firenze sud ideata e presentata da me, riporto un vecchio post del 2007 molto divertente ispirato a un mio modello… i Calvi Klein nel quartiere di Soffiano

giovedì, 18 gennaio 2007 | in : firenze 

 

Soffiano lane.
 
Sono tornato adesso dalla pausa caffé e a quanto pare la caffeina ha stimolato la sopita meninge facendo scaturire una domanda, chissà se nelle altre città esistono realtà equivalenti, in verità me lo chiedo spesso  quando mi capita di girare questo quartiere.
Il posto dove lavoro è nel quartiere di Soffiano, in verità è pure il quartiere dove sono nato e cresciuto ma per una sorta di dislocamento spazio temporale sembra essersi deformato fino a renderlo irriconoscibile. Intendiamoci, gli edifici sono pressappoco gli stessi, le vie anche, ma la gente si è trasformata. Quello che era un quartiere popolato da   famiglie di borghesia media, che spedivano i bimbi per strada a giocare è divenuto una sorta di “Beverly Hills de noattri” .
In linea con i temi socio culturali della manifestazione che si terrà il 22 gennaio al CPA Firenze sud, pubblicizzata da Pralina segue una breve descrizione dell’abitante tipo di Soffiano. 
 
Kevin calvo e il suo attico a Soffiano.
 
Kevin calvo dorme tranquillamente nel suo letto di legno bubinga. Il bubinga è un rarissimo ciliegio africano, rarissimo perché nel deserto Sahariano è difficile trovar acqua per annaffiare i ciliegi, ci vogliono almeno una ventina di negretti disposti a farsi 120 chilometri a piedi ogni giorno camminando sotto il sole a picco con sopra la testa una tanica da 25 litri piena di acqua, tutto per annaffiare un ciliegio che servirà a fare un bel letto.  Il ciliegio Africano è reso raro pure dal fatto che spesso questi negri hanno la brutta abitudine di crepare  durante il tragitto rendendo così poco probabile che il ciliegio possa crescere abbastanza da poterci ricavare un bel letto per tipi come il nostro Kevin calvo. Ma Kevin calvo non se ne preoccupa, lui dorme beato avvolto dal piumone di penne di dodo nel suo letto di bubinga.
Kevin calvo è un tipo esclusivo, deve avere il meglio, per lui, per la sua famiglia e per i suoi figli, e non sarà certo la morte di qualche migliaio di sporchi negri a contrastarlo.
Suona la sveglia di Kevin, la sveglia proietta l’ora sul soffitto, sono le 7,30.. Kevin deve sbrigarsi perché deve accompagnare la bimba a scuola, oggi tocca a lui e le suore della scuola privata puniscono il ritardo delle alunne in modo severo e lui padre premuroso non vuol far soffrire la sua piccina.
Kevin si rade in bagno mentre sul televisore da 64 pollici plasma scorrono le ultime quotazioni delle sue azioni  Iraq Oil. Le azioni  dopo l’invasione dell’Iraq denunciano un utile netto del 26 %, Kevin è felice, nel suo mondo è un bel giorno. Kevin guarda con orgoglio il panorama della collina di Bellosguardo attraverso la  finestra del suo bagno. Una passata di dopobarba “acqua belva” il dopobarba di chi “non deve chiedere mai”,ed è pronto.
La scuola privata della figlia di Kevin dista 300 metri da casa ma Kevin naturalmente non la accompagna a piedi, lui non può perdere tempo, lavora lui, i suoi attimi sono preziosi.
Kevin per accompagnare la piccina a scuola usa un SUV biturbo dodicimila di cilindrata, solo per accenderlo e riscaldarlo se ne vanno 6 pozzi in Iraq e due tonnellate di ghiaccio ai poli. Ma Kevin è felice perché oggi c’è il sole, anzi, stranamente in questo Gennaio c’è sempre il sole, Kevin per questo è felice.
Kevin parcheggia il suo SUV rigorosamente e soltanto in terza fila, perché si sa, a Soffiano non si trova mai parcheggio e poi il suo SUV è bello da far notare..
Kevin ha una bella, brava e bionda moglie, ma oggi è giovedì, e il giovedì la moglie non può proprio occuparsi della famiglia. La moglie di Kevin tutti i giovedì ha appuntamento con l’estetista, ci passa tutto il giorno, Kevin non ha mai capito però perché la moglie si depili prima di andare dall’estetista, o forse lo ha capito ma non gli importa. La sua vita và bene così, senza troppe complicazioni. Kevin è felice.
Kevin bacia sulla fronte la bambina e poi la guarda correre verso la scuola, dalle pinguine ammaestrate. Kevin è convinto che quella sia la scelta migliore per sua figlia. Kevin mette in moto il suo dodicimila turbo e si avvia verso il lavoro, la bimba di Kevin  saluta Kevin con la manina, si volta verso la scuola e inizia a piangere.
Kevin fa l’avvocato penalista, in questo periodo le cose vanno straordinariamente bene perché il suo studio legale ha acquisito la difesa di una coppia di coniugi che ha sterminato una famiglia di vicini  di casa. Kevin è felice di aver ottenuto questo importante caso. Il caso è ben pubblicizzato da tutti i media e questo darà una straordinaria visibilità al suo studio. Kevin pensa già agli introiti che gli porterà questa causa, Kevin  pensa di comprarsi una villa in campagna con gli utili derivanti da tutta quella pubblicità gratuita. Questo pensiero rende felice Kevin.
Kevin nel pomeriggio ha un appuntamento, lo ha sempre il Giovedì, lui lavora duro, è un lavoratore instancabile e si spacca la schiena 12 ore al giorno per il bene della sua famiglia. Kevin ha diritto a una distrazione, la distrazione del Giovedì. La  distrazione di Kevin si chiama  Jolanda.  Jolanda è magnifica perchè fa stare bene Kevin, Jolanda rende felice Kevin, poco importa se ha 17 anni, viene dalla città di San Paolo e sul passaporto di fianco alla voce  nome c’è scritto Edoardo.
Kevin è tornato tardi anche stasera, la sua bimba dorme già, la colf gli ha preparato la cena e la moglie gli ha scritto un SMS in cui dice di cenare pure perché ritarderà un po’ poichè l’estetista deve finire il suo lavoro. 
Kevin mangia da solo, dà uno sguardo sfuggente ai canali per adulti di SKY, bacia sua figlia mentre dorme e và a letto.
Va a letto… stanco, ma felice.
 
 
Utente: Lavorini
Nome: Leonardo Lavorini
Il mio profilo?? naaa… vengo meglio da dietro!
 
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* si può fare un film su un lampredottaio? si può, anzi si deve…
 
mercoledì, 24 maggio 2006 | in : ab qualcosa
 

The tripparist

 
The Tripparist.
 
Keano Reeves è “The Tripparist”.
In un futuro prossimo e sconvolgente in una New York infestata di spacciatori di Malox, un eroe semplice  tenta di far emergere l’umanità dal baratro oscuro dei pasti a base di pillole di Happy Meal.  Con il suo banchino di lampredotto e centopelli, dietro  una salsa verde e una di peperoncino si cela il profeta della gastroribellione. The tripparist !!! Fra un pane bagnato e l’atro, si batte per  diffondere il Verbo del pasto a misura d’uomo, ma un  personaggio malvagio, senza scrupoli , e senza registratore di cassa, affiliato alla setta “ bilancio creativo”  tenta di sgominare il nostro eroe, a colpi di offerte speciali e di improbabili tre per due.
Stefano Accorsi è il malvagio “Parmy-San” giapponese di origine romagnola mistificatore dei gusti del belpaese, ninja esperto di arti marziali come il lancio dei micidiali mac toast rotanti. A fianco a lui “ Nasanaka-Kata” cultore del bifidus acti regularis e della crusca che ammorba i nemici con pestilenziali deiezioni.
Il malvagio Parmy-San ha catturato “sexy papilla” bella e conturbante eroina che combatte a fianco di  ” The tripparist ” con il nome di “Trippany”, riuscirà il nostro eroe a liberarla?
Dal primo giugno nei cinema, niente sarà più come prima. THE TRIPPARIST, the movie ! A cento fortunati spettatori estratti a caso durante la serata di gala in anteprima andranno in premio 15 (?) kit promozionali del merchandaising del film comprensivi di: salviette al limone con il logo “ The tripparist” in oro zecchino, bavagli per lui e per lei in spugna unta del brodo di lampredotto usato durante la lavorazione del film, 2 stuzzicadenti ricavati ognuno da una sequoia sintetica secolare, e una bottiglietta mignon de “ l’Amaro del carabiniere”.
Buona digestione a tutti.
 
Scritto a quattro mani e dù piedi da : Littlelombards & Lavorini.
L&Lsd production.
 
Lavorini @
 

le dimensioni non contano

* prima che Splinder chiuda definitivamente, voglio riproporre ancora qualche vecchio post dal mio vecchio blog… vecchio… non esageriamo… avvertenze e modalità d’uso, gli argomenti da me descritti sono riservati a un pubblico adulto ma con tanta voglia di tornare bambino

ululato da Pralina alle ore 23:53 lunedì, 10 settembre 2007

Vi0la ha fatto un gradevole e interessante post sull’arte della seduzione. Io, eccitata dal suo suggerimento, vorrei farlo sul “Quanto è importante la dimensione dell’organo maschile nell’atto sessuale”.
Naturalmente tutto ciò che scrivo è frutto di farneticazioni e delirii, quindi vi prego di darci un’importanza relativa. Si accettano anzi sono graditi i vostri illustri pareri in materia. 
 
Sotto, la mitica Mae West.
https://i1.wp.com/www.typophile.com/files/maeWest_3573.png


Lezione di sesso della prof. Pralinatuttifruttenstein (ihihihihihihihihihihihihihihihi!!!)

Noi donne, si sa, siamo bastarde per natura, con il nostro uomo facciamo le romantiche svenevoli e gli facciamo notare quanto ci avrebbe fatto piacere ricevere delle rose rosse in regalo per il complemese della nostra relazione e quanto siamo tristi e adirate per non averle ricevute… e poi con le amiche parliamo come delle camioniste al bar dell’autogrill.
L’amica, quando esci con un uomo, non ti chiederà mai “Vi siete divertiti? E’ un tipo piacevole? Di cosa avete parlato? Era buona la cena? Siete stati bene? Ti sembra che la sua compagnia sia adeguata per te? Si comporta da signore?”

Nossignore.

L’amica vi chiederà, blocknotes e metro da sarta alla mano, le misure del suo pene. E se funziona bene.

Ora, care amiche, sfatiamo il mito che “Noooooooooooooo… a me non interessano le misure, basta che respiri” perché non è vero.
 
Ci sono però delle regole che dobbiamo imparare a rispettare, altrimenti ci trasformeremo in campioni di Wrestling perdendo tutto il nostro fascino e la nostra dolcezza.
L’uomo va incoraggiato SEMPRE e va tirato su. Va tirato su in ogni modo. Una volta in giro per i blog ho letto di una donna che ha riso davanti al pene del suo uomo. Non si ride mai, mai! nemmeno se vi apparisse una biscia verde fluorescente con un naso da clown. Il pene va incoraggiato in caso di momentanea ritirata e portato in processione in caso di trionfo.
Perbacco, ma immaginate voi care signore, cosa significa stare con una salsiccia così lì, quali responsabilità comporta… certo è facile parlare per noi, che allarghiamo le gambe e facciamo un po’ di spinte in su e in giù come fare aerobica o come al corso preparto.
Immaginate quanto impegno ci si deve mettere per irrorare di sangue un affare, soprattutto se è molto grosso e certamente più grande dell’area del cervello maschile preposta al linguaggio. Loro non possono fingere l’eccitazione e, spesso, in quel momento non riescono neanche a parlare, tranne forse un paio di frasi stereotipate che vertono sulla nostra presunta innata capacità di prostituirci (il grugnito è in quel momento, credetemi, la loro unica forma complessa di comunicazione). Se addestrati, riescono a urlare Ti amo perché non ha più di cinque lettere in tutto. Come ne ha solo cinque la parola troia. Quindi non pretendete conferenze stampa, e diffidate degli uomini che a letto, sul pezzo, parlano come un operatore di un call-center.

Non date per scontato che basti cucinare le vongole dell’hard discount e presentarvi con un completino di pizzo nero per ottenere risultati sorprendenti. Usare un profumo troppo intenso può coprire i cosiddetti feromoni. E un rossetto rosso fuoco può allontanare un bacio anziché invogliarlo. Alla fine, agli uomini del completino sexy con le guepiere gliene frega il giusto (la maggior parte degli uomini ritiene che le guepiere siano un attrezzo agricolo valbrembano). Spesso ve lo strapperanno semplicemente di dosso senza sapere che roba è, a meno che non capitiate con un mercante di abbigliamento con tendenze omosessuali latenti com’è successo a me. Essere gradevoli, pulite, curate, toniche, lisce, e mediamente arrapanti è già sufficente per fare scattare il desiderio in un uomo, la biancheria sexy ed altri artifici femminili servono a NOI come deterrente contro la depressione e per darci maggiore sicurezza (che è la fonte della seduzione). Cosa si può pretendere da un genere che non distingue il nero dal blu, il rosso dal rosa. Gli uomini sono quasi tutti daltonici quando si tratta dei vestiti delle loro signore. E che importanza ha. Infatti è a noi che frega della biancheria intima sexy, delle calze giuste, dei colori abbinati en pendant, delle scarpe coi tacchi, ci fanno sentire più femminili e ci aiutano a migliorare il nostro atteggiamento e quindi anche il nostro aspetto.
Allenate i muscoli del pavimento pelvico e preparateli tutti i giorni. Per “fare ginnastica” è sufficente rilassare e comprimere i muscoletti intorno alla vagina in movimenti alternati, come si fa per trattenere molto forte la pipì. Fatelo per qualche minuto tutti i giorni; potete farlo anche sull’autobus o in metropolitana, tanto chi se ne accorge. Il piacere sarà più forte se non offrite un buco inerte, ma una cava delle meraviglie e una caverna di Ali Babà.

Regola numero uno. Il tempo. La prima volta, le prime volte che si fa l’amore, non sono sempre le migliori, toglietevi dalla testa le immagini dell’uomo supervirile che sbatte per ore la figona di turno e insieme urlano come Tarzan che abbia Cita attaccata ai coglioni.
Ci vuole molto tempo per l’amore, bisogna conoscersi, ampliare la conoscenza reciproca. Bisogna frequentarsi parecchio fuori dal letto, sintonizzarsi sui gusti e sulle sensibilità comuni, capire cosa ci da piacere e cosa no, provare, testare tutto. Non importa cosa direte alle amiche, importa che stiate bene. Uno dei killer dell’amore anzitempo è proprio la mancanza di tempo.
Per questo sono scettica e restia agli incontri da una botta e via, allora tanto vale andare in palestra e farsi un’ora di ginnastica.
Regola numero due. Tenete alla larga per un po’ le amiche, perché noi donne quando sentiamo odore di salsiccia sulla graticola diventiamo troppo curiose e iniziamo a dispensare ogni genere di consiglio (come quelli che vi sto dando ora e anche peggio).
Regola numero tre. Non esiste una “normalità” in amore, ogni cosa è lecita quando non danneggia creature piccole e fragili come i bambini e gli adolescenti, quindi spazio alla fantasia che è l’unico afrodisiaco veramente potente. Tranne il sado-maso, vabbè le unghiette piantate sulla schiena e le sculacciate non sono proprio sado-maso dai, ho provato molte cose gradevoli: fare l’amore nella vasca da bagno, nella doccia, sulla tavola semiapparecchiata, su una poltrona, su un treno, su un tetto, e questo per ricollegarmi al posto più strano dove ho fatto l’amore… sì, un tetto, nel centro della città… sconsiglio vivamente l’automobile, specialmente se non ha i freni funzionanti… sconsiglio pure lo stereo con il punk rock a tutto volume per un amante della musica classica… io e il mio amore tedesco giocavamo tantissimo… naturalmente lotta coi cuscini prima di andare a letto… insomma, usate la fantasia e tornate bambini. Tornare bambini, rimbambirsi letteralmente, è la più grande garanzia di divertimento. Prendetevi cura di voi, come se non foste autosufficenti. Lavarsi insieme, per ore, farsi reciprocamente lo shampoo, imboccarsi col cibo, sono pratiche molto liberatorie. Possono dare al sesso una grande marcia in più ed aiutarvi a liberarvi dai tabù.
Regola numero quattro. Non usate il Viagra che è una porcheria infame. Non bevete troppo, perché l’alcool vi darà subito una sensazione di poter spaccare il mondo ma poi crollate al primo round. La marijuana può allentare le inibizioni ma sicuramente passerete la notte, tutta la notte a ridere provandovi bizzarri occhiali da sole vintage davanti allo specchio oppure a cercare di convincere il vostro partner che non avete peli, ma spine di cactus, e poi sarete presi dalla fame verso le 5 del mattino, e un desiderio così intenso di mangiare non sempre si concilia con il sesso, anche se si può integrare alle effusioni amorose. Lasciate perdere la cocaina e altre porcherie.
Regola numero cinque. Parlate. Dite tutto quello che vi passa per la testa. Raccontategli le vostre fantasie ma anche le vostre difficoltà. Accarezzatevi. Se c’è un blocco, cercate di parlarne, parlatene fintanto che non sentite allentare la tensione. Non ridete delle sue paure e dimostrate con lui la stessa pazienza che dimostra con voi. Ascoltatelo.
Avete paura della trasmissione di qualche malattia? Ditelo chiaramente, anzi, imponetegli l’uso del profilattico. Gli uomini a letto sono carini con noi, e sono più comprensivi di quanto non si possa immaginare. Chiaramente se non sono comprensivi, bye bye e arrivederci…
Regola numero sei. Il cosiddetto punto G sta nel cervello. Non ripassate l’alfabeto nella vana speranza di trovarlo. L’orgasmo non è un obbligo né per l’uomo né per la donna, abbandonate le ansie da prestazione, a letto non si recita, si vive. Non ci sono bambolotti di pelouche da vincere come al tiro a segno del luna-park. Meglio passare la notte nudi e abbracciati e viversela con tutti i sensi all’erta, che passare da un soggetto all’altro con amplessi record, eventi spettacolo di cui potersi vantare.
Il “nulla” non esiste. Se non c’è penetrazione, non è “nulla”, è un rapporto tra un uomo e una donna o tra due esseri umani che ci ha fatte felici. Dormire insieme non è “nulla”.

Regola numero sette. L’Amore.

In tutto questo direte… allora, che importanza ha la dimensione dell’organo sessuale maschile in un rapporto intimo? Non so, io volevo parlarne, certo che la sua importanza ce l’ha, ma poi mi sono venute in mente tutte queste considerazioni che mi sembrano ancora più importanti.
Però… 25 centimetri… ahahahahahahahahahahahahahahahahaha!!!!!
 
 

quand on n’a que l’amour

ululato da Pralina alle ore 00:51 lunedì, 12 novembre 2007

Non è necessario da parte mia fare la “lezioncina” su Jacques Brel, perché, chi già di voi lo conosce avrà sicuramente qualche (o forse tutti) cd, e chi vuole, può trovarlo facilmente su internet, fra l’altro su Youtube esistono dei bellissimi filmati di lui… vi dirò invece cosa mi spinge questa sera a scrivere di lui.

Sto leggendo una rivista monografica che parla della sua vita, una rivista in lingua francese che mio figlio acquistò a Bruxelles.

E’ stato una persona straordinaria, autenticamente umile come tutti i grandi, un Poeta vero, che ha saputo mettere in canzoni il suo malessere, e fare polpette con le convenzioni borghesi, l’ipocrisia, la “vuotezza” dei salotti, la becera realtà di provincia, l’opportunismo delle fanciulle, le contraddizioni della messa in scena religiosa (quando la religione non è vicina ai cuori ma solo ai portafogli), le tante maschere grottesche o rappresentazioni dei ruoli sociali che James Ensor rappresentò con la pittura e che Brel portò sui palcoscenici, poi incise su vinile…
Perché Brel, che proveniva dalla ricca borghesia fiamminga, quel posto nella ditta di suo padre che gli avrebbe garantito una sicurezza economica e sociale ma una vita piatta come i suoi “Plat Pays” da dove proveniva, lo lasciò presto per calcare con la sua chitarra in pugno le scene parigine e mondiali… per il cinema… e infine per essere sepolto alle Marquises, in Oceania, accanto alla tomba di Paul Gaugin, quando morì per tumore.
Leggere la sua biografia è entusiasmante e doloroso nello stesso tempo, per le considerazioni che si possono fare (che potrei fare) sulla pochezza di questa società in confronto alla grandezza di un uomo che è considerato un genio, perché, a differenza della maggioranza delle persone vegetanti su questo pianeta, ha avuto il coraggio di scavare dentro sé stesso per tirare fuori verità che in tanti celano sotto la maschera di un falso sorriso.
Ma poi c’è anche l’aspetto tenero… di ragazzo timidissimo, di uomo combattuto, di padre amorevole (bellissima la canzone dedicata alla sua bimba Isabelle) e di amico (Jojo) che resta attaccato alla sua umanità, tenace nel difendere la sua vita privata dalla morbosità superficiale ed effimera della stampa, fedele ai suoi legami affettivi, ma soprattutto fedele a sé stesso, fino alla fine.
 
 
https://i2.wp.com/www.jacquesbrel.be/img/carte_voeux.jpg
 
Quand on n’a que l’amour

 
(la sua prima canzone celebre, 1956)


Quando c’è solo l’amore
Da spartirsi
Nel giorno del gran viaggio
Che è il nostro grande amore
 
Quando c’è solo l’amore
Il mio amore tu ed io
Per far scoppiare di gioia
Ogni ora ogni minuto

Quando non c’è che l’amore
Per vivere le nostre promesse
Senza altra ricchezza
Che credervi ogni giorno

Quando c’è solo l’amore
Per ammobiliare di meraviglie
E ricoprire col sole
Il brutto dei quartieri

Quando non c’è che l’amore
Per unica ragione
Per unica canzone
Ed unico soccorso

Quando c’è solo l’amore
Per rivestire mattini
Poveri e malandrini
Di manti di velluto

Quando c’è solo l’amore
Da offrire in preghiera
Per i mali della terra
Come semplice trovatore

Quando non c’è che l’amore
Da offrire a coloro
La cui unica lotta
È di conquistarsi il giorno

Quando non c’è che l’amore
Per tracciare un cammino
E forzare il destino
Ad ogni crocevia

Quando c’è solo l’amore
Per parlare ai cannoni
E nient’altro che una canzone
Per convincere un tamburo
Allora senza aver nient’altro
Che la forza d’amare
Noi avremo nelle nostre mani
Amici, il mondo intero.

un pissirotto col pareo

ululato da Pralina alle ore 23:43 domenica, 03 giugno 2007

Vi voglio bene. Non vi voglio bene perché mi siete serviti a qualcosa, vi voglio bene e basta.
L’affetto che sento per voi (per quelli che ho conosciuto e che riconosco) va aldilà della distanza fisica e delle apparenze, di quello che riuscite a “darmi” o a “fare” per me. Credo che questo sia veramente il massimo.

Dieci anni fa conobbi un ragazzo dolcissimo alla stazione di Empoli, era molto più giovane di me.
Mi trovavo in quella stazione per puro caso, stavo tornando dal matrimonio della sorella di un mio amico.
Lui aveva perso il treno. Per questo ci siamo conosciuti. Tornò nella sala d’aspetto dov’ero seduta e mi chiese una sigaretta per suo fratello. Notai che era molto protettivo, perché si preoccupava per gli altri, suo fratello era appena dietro le sue spalle e mi chiedeva una sigaretta per lui.
“Non fumo, mi dispiace”. “Di dove sei?” “Firenze” “Non ci posso credere, ci vado anch’io tutte le sere”.
Era uno splendido principe con capelli d’ebano lunghi fino al culo e due occhi neri, profondi, sottolineati con il rimmel. Indossava un pareo, e sandali infradito. Mi venne un tuffo al cuore per la sua bellezza e lui rimase colpito dalla mia (così mi disse).
“Prali, quella sera avevi i capelli lunghi quasi quanto i miei, e con quel maglioncino rosso aderente, i seni in bella vista, minigonna e stivaloni eri uno schianto, una… hermosa, che donna!”. Prendemmo il primo treno per Firenze, gli raccontai che sono pittrice, che facevo i tarocchi, che mio figlio era a dormire da suo padre, lui mi disse che faceva parte di una occupazione, una ex fabbrica di “frutti canditi” dove si divertivano e spesso c’erano dei rave. C
ontinuammo a parlare nella mia cucina, come se ci conoscessimo da sempre anche se talvolta avvertivo una distanza dolorosa in quel lungo dialogo, come se l’esperienza dello scappare di casa fosse ancora presente.
Venne a dormire da me quella notte, dormire è un eufemismo, eravamo sdraiati accanto nel mio letto a una piazza e mezza, restai a guardarlo per tutta la notte come una lupa guarda i suoi piccoli… poi ci lasciammo il giorno dopo ancora in stazione. Pensavo di non vederlo più, quando chiamò due mesi dopo per incontrarmi, si era appena fatto un piercing alla lingua e parlava come Gatto Silvestro.
Non sono mai stata oppressiva o esigente. Non gli ho mai fatto paternali per la sua scarsa “affidabilità”. Non l’ho mai rimproverato anche quando mi ha fatto dei bidoni pesanti. E non mi sono mai inquietata quando mi ha suonato alla porta alle due o tre di notte per chiedermi di dormire da me. Ed ogni volta correvo alla porta a piedi scalzi, e prima che andasse via gli regalavo qualcosa, una marmellata fatta in casa, un cappello di lana. Non so quante volte ci siamo fatti due spaghetti con l’olio e il peperoncino a mezzanotte, e due tazzine di caffè. Durante una occupazione dei punkabbestia fui identificata e denunciata anch’io, perché mi trovavo lì a portargli le mie mitiche marmellatine.
Nel corso del tempo le cose sono cambiate, quello che ho fatto per lui è stato ampiamente ricambiato, lui ha sentito il bisogno di donare e non soltanto di accettare i miei regali e i miei consigli. Non solo. E’ diventato più maturo e capisce cosa significa la mancanza. Sa quando andare ma anche quando tornare, e quando dare un segnale, un segno per tenere il filo unito.
In fondo basta poco per rassicurare una persona, basta un sms o una mail ogni tanto e non ci vuole altro.
L’ho adottato come un fratello. Con lui ho imparato ad amare una persona che non c’è, una persona fisicamente assente. Non solo. Ho imparato ad amare soltanto per la gioia di amare, senza aspettarmi nulla in cambio. Senza pretendere che l’altra persona sia diversa, si “adatti” o ancora peggio si mortifichi per indossare le nostre uniformi mentali.
Un passerotto, mi dicevo, può tornare in casa a beccare la briciole, l’importante è che si lasci la finestra aperta ed io questa finestra l’ho sempre lasciata aperta per tutti i miei amici e amiche.
Il miracolo dell’amore forse è questo. Non esistono ricette universali, ma tra noi due ha funzionato così.
Ora mio fratello dopo avere soggiornato e lavorato a Tenerife, dopo avere attraversato il Marocco coi bus, si trova nel sud di Ibiza, dove lavorerà come cuoco (a preparare i tapas, o piatti freddi) sulla spiaggia per tutta l’estate. Dorme in una casa senza luce e ha soltanto l’acqua del pozzo, e mi scrive che è molto contento.
Tornerà a casa per la vendemmia, sarò tanto felice di stringerlo fra le braccia!
 

Gli dedico questo scritto, con amore, quell’amore “speciale” che abbiamo vissuto e che viviamo noi due.
 
* sotto Armando con François e i MapReve
 
 

sex and the cita

* da sola o in coppia? questo è il dilemma… sono passati anni ho incontrato di nuovo l’amore ma ancora, a volte, me lo chiedo…
 
 
ululato da Pralina alle ore 23:57 domenica, 28 ottobre 2007 
Da molto tempo ormai, dormo abbracciata al cuscino e penso che sia bene così.
 
Non vorrei mai sommare i problemi di un altro ai miei (o viceversa), sono convinta che l’amore non serva affatto a riempire i vuoti esistenziali e a non sentire la solitudine. Quante volte, anche recentemente, ho conosciuto o reincontrato coppie insoddisfatte, mal assortite, annoiate, con certi sguardi spenti e malinconici, con dei rimpianti grandi.
Coppie che non sopravvivono al primo grosso litigio o che vanno avanti senza entusiasmo negli anni. Non li invidio! E quei pochi che invece stanno bene in amore, non li invidio lo stesso, perché so quanti compromessi a volte si fanno per continuare a stare assieme dopo i primi fuochi. 
Semplicemente penso che non sia arrivato il mio momento, o forse non arriverà mai più.
 
 
Tuttavia, essendo un essere vivente (animale), di genere femminile… sento di avere degli istinti, sento di desiderare un uomo. Bene, bando ai preamboli, questo è ciò che sento quando desidero un uomo. Perché non sono ancora morta!
 
A volte sento un bisogno irrefrenabile di carezzare e baciare il corpo di un uomo.
Le mie mani non hanno dimenticato niente, delle sensazioni provate in passato… Mi piace tantissimo carezzare, dolcemente, lievemente. Le carezze, e l’abbraccio, sono tutt’uno col mio modo di sentire, primitivo, istintivo, dolce, passionale. Le cose che amo di più quando ho la fortuna d’avere un amore, un compagno, sono di guardarlo negli occhi e di carezzare il suo viso e le sue labbra. Con teneri sorrisi e piccoli morsi.
Mi piace essere presa fra le braccia, lo scrivo anche se mi fa un po’ (o tanto) male ricordarlo, perché fa ancora parte di me.
Ricordo d’essere stata tanto felice quando dormivo con il mio amore o con uno dei tanti che ha attraversato la mia vita senza preoccuparsi di proseguire con me il cammino.
Ricordo che al risveglio avevo tutti i capelli arruffati e la pelle liscia e certi occhietti splendenti come attraversati da centinaia di stelle, che non importava nemmeno che mi truccassi perché risaltassero così tanto. Avevo un visetto buffo e liscio come quello di una bimba e le labbra dischiuse in un sorriso dolcissimo.

Ricordo che andavo a fare la pipì e la facevo davanti a lui e sorridevo timida e felice, vergognandomi un po’ della mia animalità.
Ricordo le colazioni e i pranzi e le cene insieme all’amato, un tripudio di sensi, e non soltanto il gusto. Ricordo che mi riusciva tutto benissimo come se il mestolo fosse una bacchetta magica, che sembravo una cuoca sopraffina, ricordo del cibo imboccato reciprocamente, dei brindisi col vino rosso, degli sguardi saettanti da un paio di occhi all’altro. Ricordo che un amante paragonò i miei denti a una collana di piccole perle.
Ricordo le lacrime reciproche, le parole, i silenzi per cercare di ascoltarci, e il suono delle risate che a volte continuava a rimbalzare sulle pareti per una notte intera.


E poi i baci… quelli, sono meravigliosi… un arcobaleno di baci che copre tutto il suo corpo, ed il mio.
Lo so… parlare dell’amore senza l’amato è come parlare di acqua nel deserto, ma a volte qualcosa si risveglia, non si può sempre insabbiare tutto.
Allora i baci… mi piace darli e riceverli… e la mia lingua è deliziosa ovunque. Si insinua, osa, senza reticenze.
Adoro essere presa fra le braccia e tenuta così, mi piace dormire abbracciata a un uomo e voltargli la schiena, per sentire il contatto della mia parte posteriore con quella sua anteriore, la pienezza della mia schiena e le rotondità sode del mio culo contro un ventre maschile che si sveglia anche nel cuore della notte.
Adoro il tocco leggero o insistente delle sue dita che cercano il mio seno e non faticano a trovarlo, coi capezzoli protesi sporgenti e duri come sassi pronti per essere succhiati o risucchiati nel gorgo della sua bocca… mi sento morire quando le sue labbra si posano sul mio collo, quando mi succhiano la nuca dopo averla denudata dal mare di capelli. Dio potrei fare qualunque cosa per un uomo che mi sussurra nell’orecchio parole d’amore e che mi bacia il collo.
Mi bacia il collo ed io non riesco più a pensare, vado in corto circuito… balbetto… mi cadono gli oggetti dalle mani… mi sento indifesa… mi sento così femmina!

 
 
Mi sento femmina al 100%, anche quando faccio la clown in radio, la giornalista, la scrittrice, la pittrice… anche quando ho delle responsabilità di mamma così forti che conciliare la passione per un uomo con la vita familiare non è facile… anche quando sono in crisi con me stessa e divento un po’ (o forse tanto) orsa… quando non so dire cosa provo e non so fare la “carina” con gli uomini solo perché sono tanto timida e non conosco le tecniche e le tattiche e non so fare nient’altro che cercare di assecondare i miei desideri in un modo semplice e genuino… mi sento femmina anche quando non “sembra” che sotto a questo guscio c’è… una creatura con così tanta voglia di amare, di un amore vero, grandissimo, passionale, dolce, pulito, e senza difese.
 
Ho voglia di abbandonarmi senza riserve fra le braccia di chi.
 

 

 

ricordate l’ordinanza contro i lavavetri?

* era il 2007, tanta demagogia ancora senza tramvia e fuffa d’apparenzi per far contenti i bottegai e i lor parenzi, sì fors’ han dato appena un’aggiustatina in tutta sta latrina, ma soltanto per la vetrina, e poco e niente è cambiato anche in questa città 

ululato da Pralina alle ore 16:39 giovedì, 30 agosto 2007

In questi giorni fa molto discutere l’ordinanza dell’assessor trombonCioni per incarcerare 3 mesi i lavavetri che affollano gli incroci fiorentini.

Ora, a parte la cazzata di voler rendere fuorilegge ciò che già è, poiché l’abusivismo è già fuorilegge. Se volessero, basterebbe soltanto far applicare le regole.
E’ evidente che si tratta dell’ennesimo provvedimento per farsi belli, un pasticcio fanfarone all’italiana che verrà applicato con solerzia e vigore la prima settimana, con energia la seconda, e chiudendo gli occhi le restanti settimane.

Molti accusano chi critica l’amministrazione comunale fiorentina… di buonismo.
Invece si tratta di buonsenso. Infatti, cacciati i lavavetri dai semafori, il “problema” dell’elemosina senza straccio e spazzolone agli incroci e all’uscita dei parcheggi potrebbe essere ancora più grave.

E’ incredibile l’impegno dell’amministrazione fiorentina a volere questa città sporca per forza.

Non hanno minimamente pensato di impiegare (con contratto regolare, paga dignitosa e assicurazione) i lavavetri per pulire il resto della città.
No, a loro non gli passa nemmen per l’anticamera del cervello di unire due piccioni con una fava, dando lavoro utile dignitoso e assicurato a chi fa pseudolavori abusivi.

Negli anni ’80 quando venni ad abitare qui, non c’erano ancora tutti questi lavavetri, ma di sicuro le strade fiorentine e persino l’ingresso dell’Accademia di Belle arti erano sporche di piscio e di escrementi, e non solo di cane (questa usanza di far cacare il cane nel bel mezzo dei marciapiedi senza raccogliere la sua popò, rimase di gran moda fra i residenti in barba ai ciechi e alle mamme coi passeggini, fino a quando non ci fu una legge che imponeva di raccogliere gli escrementi pena una salata multa).
Dura da rimuovere, l’antica usanza di gettare il sudiciumaio dalla finestra (e i mozziconi accesi dalle automobili), retaggio medievale.
I vicoli fiorentini puzzano. Vuoi perché a una certa età, la gente talvolta diviene incontinente; vuoi perché i ‘briaconi ci son sempre stati fra i locali locali e non solo fra gli stranieri; vuoi perché i turisti dopo tanto camminare non trovavano mai un gabinetto libero, perché dovete sapere che a Firenze non esistono quasi i gabinetti pubblici, come non esistono panchine in centro per mettersi seduti e fontane per abbeverarsi.
E visto che la terra dove ci sediamo e l’acqua che beviamo sono sempre a pagamento. Se potessero, metterebbero a pagamento pure l’aria che respiriamo, e meno male che l’aria come tutti sanno è libera, se no ad ogni incrocio ci sarebbero le macchinette a gettoni con l’ossigeno.

Non parliamo delle periferie fiorentine… l’azienda del sudicio urbano (ASNU) per la quale paghiamo fior di tasse, ha messo, con gli anni, cassonetti e cestini per i rifiuti ovunque, ma tanta gente ignorantemente butta il sudicio per terra. Ci sono alcuni che si specializzano a buttare il sudicio accanto al cassonetto, e non soltanto le cose (grazie a dio) riciclabili.

I monumenti sono incrostati di smog e di scritte e cacate di piccione, ma anche il buon caro chewingum americano fa la sua parte da leone, e il Duomo, Santa Maria del Fiore, è così nero di fuliggine che a pensare che fu edificato con marmo rosa, bianco e verdino, viene da piangere.
Smettetela di fotografare e sorridere, cari giapponesi, noi non veniamo a Tokio a fotografare i vostri cessi… che di sicuro son più puliti di questo!

Per non parlare del letto dei torrenti, talmente pieno di detriti che l’alluvione si rischia per le “dighe” di roba buttata lì… come successe molti anni fa, quando tutti si aspettavano un altro 1966 con l’Arno e invece fu il Mugnone a straripare, per colpa di qualcuno che aveva buttato la sua lavatrice in acqua.

Vogliamo parlare del traffico fiorentino?
Del fatto che se esci con la bicicletta ti arrotano?
Della mancanza di piste ciclabili! dai… non si può definire pista ciclabile, una stradina di soli 100 metri che non parte da nessuna parte e non porta in nessun luogo.
Dei parchi pubblici a pagamento con la scusa che sono patrimonio delle Belle Arti?
Della speculazione edilizia gestita da pochi pescecani, che sta mangiando intere zone della città?
Della tramvia per la quale stanno sconvolgendo interi quartieri, e abbattendo tutti gli alberi dei viali dove dovrà passare?
Della TAV?
Dei cantieri perennemente aperti, delle strade piene di buche, delle deviazioni di percorso mai annunciate degli autobus?

Ogni giorno vieni aggredito dall’inquinamento acustico, dallo smog, dalle deviazioni perenni che ti portano in nessundove, dalla mancanza di segnaletica adeguata, da queste buche ignoranti che ti sbalzano via dal motorino, dagli scleri di certi automobilisti, dalle macchine parcheggiate in doppia e tripla fila e sovente sul marciapiede, da autobus che tardano anche 45 minuti, dai semafori che scattano arancione molto prima che una persona normodotata abbia finito di attraversare le strisce bianche, dalla mancanza di agevolazioni architettoniche per i diversamente abili.

Vieni anche aggredito dagli affitti altissimi che questa città pratica con la scusa del turismo, e che stanno impedendo a tanti delle fasce più povere, di avere una vita dignitosa.

E poi questi si permettono di parlare di difesa delle donne sole e degli anziani.

Ma come diceva quel frikkettone di Gesù Cristo, guarda pure la pagliuzza nell’occhio degli altri, non vedere la tua bella trave di merda.

Io non sono buona, sono incazzata nera.

*

dal blog di sifossifoco

martedì, 11 settembre 2007
Lo scrivevo giusto ieri, e oggi la procura di Firenze gli ha bocciato ì decreto lavavetri… in sintesi gli hanno detto: un siamo mica a’ tempi degli sceriffi! L’umanità è una razza in via d’estinzione. Già ora, ad esempio, a Firenze, non ci sono più i lavavetri, e si stanno facendo grandi passi avanti per eliminare le prostitute, i venditori abusivi, i borseggiatori dei bus, i mendicanti, i punkabbestia. Quando queste piaghe dell’umanità cittadina saranno eliminate, sarà la volta di quelli che fanno volare gli aquiloni, poi toccherà a chi oserà calpestare le lastre tombali della città perfetta con le infradito, e infine a chi butta la cicca per terra. Già tremano, quelli (e sono tanti) che non sanno parlare sottovoce e urlano sempre. E assieme a loro quelli che bevono un bicchiere di troppo sotto le finestre dei cittadini perbene. Questi, a loro volta, dovrebbero essere preoccupati di quando si vorranno eliminare quelli che scuotono i tappeti dall’ultimo piano sui panni stesi degli altri. La città così ordinata si accorgerà dunque che a dar fastidio saranno di volta in volta le automobili così disuguali o gli scooter colorati e le biciclette troppo vecchie. I coltivatori di piante non troppo rigogliose sul terrazzo diventeranno allora un elemento di fastidio nella skyline della città perfetta e pure loro dovranno sparire. Poi toccherà ai proprietari dei cani che abbaiano troppo, e di quelli che sporcano. Quando anche tutti questi fastidi saranno eliminati, Firenze diventerà un caso di studio, città pilota. La cupola, il Marzocco e quel gioiello dei nostri tempi… la tramvia. Ma non ci sarà nessuno che sale, nessuno che scende.
 
11/09/2007 10:03