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beh, la mia relazione con sean connery

ululato da Pralina alle ore 12:50 domenica, 13 gennaio 2008

GRAZIE MONICA e BRIGANT
per lo splendido scoop!
sotto: i miei giochi erotici con Sean Connery
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ci vuole tempo per la guarigione

ululato da Pralina alle ore 10:22 lunedì, 31 marzo 2008

 
Ci sono due categorie di persone che non riesco a sopportare. Gli invidiosi (una terza categoria, fuori concorso) mi fanno pena ma li ritengo pericolosi per la mia vita, perciò cerco di evitarli come la peste… ma i furbi e i presuntuosi, due categorie ampiamente rappresentate in ogni dove, specialmente nel nostro paese dove fare i “furbi” è la qualità migliore e la presunzione è l’unico modo di risolvere i problemi… ecco, i furbi e i presuntuosi mi fanno veramente incazzare. Ci sono persone che si credono Gesù Cristo e si ritengono capaci di passeggiare sulle acque!  
 
 

Persone dotate di raggi X, di poteri di guarigione, addirittura di resurrezione… terapeuti dell’anima che operano cambiamenti miracolosi in una settimana, come quelle pancere che ti fanno perdere 20 chili senza fatica… gente che appena ti vede ha già capito tutto di te, mentre tu sei lì che ancora cerchi, loro hanno già TROVATO!

Ebbene, venghino, siorre e siorri, la panacea per tutti i mali esiste, ma non è nelle vostre mani!

Io, che ho centinaia di difetti, non ho mai pensato di poter “guarire” una psiche sofferente ad esempio, mi limito ad ascoltare la gente quando vengono a confidarsi da me, faccio loro i tarocchi, mi immedesimo nei loro problemi e dopo avere ascoltato tanto, ispirata dalle immagini archetipe (meditazione junghiana) suggerisco alcune soluzioni positive. Specificando che i tarocchi non sono LA risposta (non sono nemmeno un metodo scientifico) e che sarà la persona stessa a trovare, se vuole, la sua via migliore per stare bene.
Perché sono convinta che la “soluzione positiva” ci sia nella maggior parte dei casi, ma sta nella persona trovare la risposta dentro di sé, e non affidarsi a dei ciarlatani, guru o santoni. La maggior parte delle volte, abbiamo soltanto bisogno di essere ascoltati. L’atto dell’ascolto significa accoglienza e amore. Significa svuotarsi di sé, e ciò non è per niente facile in una società competitiva ed egocentrica come la nostra. Si preferisce partire subito con un giudizio o una imposizione, che ovviamente non è che un muro! Ci vuole tempo per la guarigione, un termine di misura che ormai con la connessione super veloce abbiamo perso. Quanto tempo? E’ soggettivo, a volte le cose si risolvono in fretta, a volte no… ma di sicuro nessun* può stabilire i tempi degli altri. Ci vuole molta umiltà per aiutare una psiche sofferente o malata, tanta ne deve avere il medico e il chirurgo che opera su un corpo, ma se persino un medico e un chirurgo possono sbagliare (e sono passibili di ripercussioni giudiziarie), non vedo perché chiunque possa fare diagnosi a casaccio addirittura on line sulla psiche umana, che fra l’altro è assai più complessa e imprevedibile del corpo fisico.

Ecco, ora non ho tempo per trattenermi oltre al computer, ho già rubato troppo tempo alla mia pittura che merita molto di più di un post, ma è solo per mettere giù un paio di riflessioni che di fronte a tanta sapienza sbandierata. Perché onestamente di tanta saccenza ostentata, di tanti “apprendisti stregoni” che parlano per frasi fatte e ragionano per stereotipi ne ho le palle piene, e come diceva mio nonno, preferisco mettermi da parte davanti alla supponenza di chi crede di sapere tutto.

le nuvole sono antiche strade

domenica, 11 maggio 2008
 
Le nuvole sono antiche strade
 

Una poesia ispiratami dai dolci paesaggi delle Langhe piemontesi, che purtroppo lascerò già domani per il viaggio di ritorno. Qui sono vissuti letterati come Pavese e Fenoglio, e la loro presenza si avverte ancora molto bene, nonostante i vari decenni già trascorsi dalla loro prematura scomparsa.

 

le nuvole sono antiche strade

le antiche strade che non invecchiano

carezzano le montagne

e ridono insieme al sole

o piangono lacrime pesanti

sugli umani che si uccidono

senza ragione

le nuvole partono discrete

e muoiono senza fiatare

poi rinascono e figliano

sono le muse degli erratici

sono le terre degli utopisti

sono gli amori dei gondolieri

phederpher

 

gennarina pummarola

ululato da Pralina alle ore 14:21 sabato, 08 novembre 2008  

Ieri sera per sbaglio sono incappata nel sito internet (ancora in costruzione) di una “pittrice” di una nota città italiana, alla quale darò il nome fantasioso e inesistente di Gennarina Pummarola. La pittrice in questione vanta un curriculum lunghissimo, di esposizioni fatte con le opere di altre persone o delle sue (tanto in ogni caso l’arte contemporanea è anche questa, basta buttare un mattone sporco di sugo sopra un foglio). E poi, mica ce freca se le opere son le sue o no, basta la FIRMA. La sua, ovviamente.
 
 
Io la Gennarina, la conobbi disgraziatamente quando studiavo all’Accademia, venne a casa mia a piangere come un vitello tonnato perché diceva che si era rotta un braccio e non poteva più disegnare, così, bontà tutta mia, unita all’inesperienza e ingenuità (e coglionaggine) dei miei 22 anni, le prestai i miei disegni da portare all’esame. Naturalmente, coi miei disegni, prese il massimo dei voti. Ma poi, anche se si era rotta una braccio, riusciva a guidare benissimo.
Poi, la Gennarina, mi confessò che lei davvero non poteva disegnare, perché non ci riusciva proprio, perché, per lei, era più importante l’umanità e l’ammore.

Sì, il biglietto da visita l’aveva fatto, perché, bisogna pure mangiare. C’era scritto sopra Maestra d’arte, perché, comunque, un po’ di fumo negli occhi, per gli struonzi, ma noi siamo tanto amiche ed io penso solo all’umanità e all’ammore.

L’umanità e l’ammore evidentemente erano più importanti dei lavori di casa e della cura degli animali, un gatto e un cane magnifici, che lasciava chiusi dentro l’appartamento perché costretta, con il risultato che a sera la casa era piena di piscio e di escrementi e d’un fetore allucinante, i piatti ammonticchiati dentro e fuori al lavandino, i figli parcheggiati dalla nonna, le lacrime versate, la cenere di sigaretta ovunque, perché lei fumava… fumava… e parlava… d’arte e di filosofia…
Per un anno, mi portò a destra e a manca, menando il can per l’aia e facendomi capire che per fare l’artista non è necessario essere brave, tanto oggi si comunica oggi è l’era della comunicazione globale che ce freca mica come una volta che i pittori lavoravano veramente, perché faticare?, se si è troia come lei, basta andare a letto con il mercante ottantenne che ti comprerà una tela. Fesso lui, brava ammè.

Era davvero un’artista, non c’è che dire. Non era particolarmente bella,  secondo suo fratello era una chiavica, ma aveva una bella faccia a culo, qualità che in Italia come sapete paga moltissimo. E in ambiente artistico poi. La creme della creme.
Innanzi tutto era un’artista eccelsa ad imbrogliare il marito, al quale raccontava un sacco di stronzate e s’incazzava pure perché lo “struonzo” non le credeva più. Si fece mettere incinta dal pediatra del suo primo bambino per poterci chiedere i soldi, e al marito  dubbioso e furioso raccontò che sta creatura assomigliava tanto allo zio nordico di Nàbule. Era un’artista ineguagliabile nel taccheggio, nel parcheggio in tripla fila, nel mettere la benzina aggratis, nel lasciare il chiodo a tutti i baristi e lattai di Firenze, e così via. Sigarette (a credito) incluse.

Poi un bel giorno, stanca dei furtarelli che avvenivano ai miei danni sempre con sta faccia sorridente e “solare” (mi rubò persino i colori a tempera, che secondo lei erano “spariti proprio”, e un cappotto, per non parlare di duecentomila lire, quelle per “pagare l’affitto di casa che se no ci sfrattano”mai restituite) e delle infinite palle di questa persona il cui unico scopo, il chiodo fisso, l’unica filosofia e la sola religione era di fare fesso al mondo, le dissi basta.

Quando morì suo padre, che invece era una brava persona, un valente pittore, e del quale aveva utilizzato tutte le incisioni grafiche per fare bella figura ai concorsi (qualcuno persino vinto), lei era lì che “distrutta dal dolore” pensava di fare un malocchio al pediatra “colpevole” di non volerla più.

Una settimana dopo mi chiamò dall’ospedale per dirmi che stava abortendo. Anzi, abbortendo, con due B.
“Vieni, corri, sono qua a fare un altro abborto, renditi conto! Ho bisogno che mi tieni la mano. Ti pregooo!”
“Non ti ho messa incinta io”
“Ma comeee? Da te non l’avrei maaai immaginato! Mi rispondi così ammè? alla tua AMICA SORELLA che ti ha dato tuttooo? (strillando) io sono qui che sto crepando, piango tutte le mie lacrime,  ho le due creature a casa, sono una mamma, io, c’ho avuto una morraggìa alla panza, e tu te ne frechi di me!”
“Stai solo a chiedere, sempre a chiedere, non fai altro che chiedere, ma una dignità non ce l’hai? Mi sono stancata, basta… la misura è colma, dalle nostre parti si dice chi è causa del suo mal pianga sé stesso, fuori dalla mia vita, ciao”
“Sei senza cuore. Vafangulo!”

Sì, vafangulo. Era proprio quella parola magica, una liberazione. Suonò dolce nelle mie orecchie. Ciaveva la morraggìa alla panza. Sentammè, mandami afangùla. Tieniti il mio cappotto e i miei soldi, fatti una media di due abborti l’anno, metti le cuorna a quel fesso di tuo marito senza mettermi nel mezzo, almeno riavrò la mia libertà. Io sono una personcina educata, con un livello discreto di cultura, non fumo, non pesto i piedi a nessuno, non lecco il culo ai critici d’arte,  e nemmeno gli pipo l’uccello, non delinquo per sentirmi cresciuta e non faccio fesso il prossimo per principio e filosofia di vita.

Qualche anno dopo, incontrai una brava ragazza che era stata truffata da lei, che mi svelò altri laidi retroscena.
Quando iniziò a parlare, continuò indignata per tre ore, di fila, senza arrestarsi.  Così seppi che si era messa contro interi caseggiati, un quartiere, una città. Mi disse infine, a coronamento di tutte le malefatte, che il Tribunale le aveva tolto la patria potestà di due figli, ma lei era riuscita a farsi mettere incinta ancora, da un uomo facoltoso perché, si sa, i figli so’ piezze core.
Bah… la ritrovo ieri su internet, luogo di raccolta di fogne e tesori insieme, che sbandiera una laurea (una laurea?) che non possiede, visto che non sapeva nemmeno l’itagliano, e parla di colori cozmicissimi, e di ammore universale. Mi ripeto: per fare l’artista non importa essere brave, basta venderla bene.

Proprio bella l’umanità. E io l’ammo dando. E poi dicono dei ROM? Ma vavangula.

voi come fate la spesa?

* Ripropongo questo mio scritto del 2008 sapendo quanto rimane di stretta attualità, maggiormente in tempi di crisi come questo.

ululato da Pralina alle ore 02:19 mercoledì, 12 marzo 2008

Voi come fate la spesa?

E’ un po’ di tempo che volevo chiedervelo, non è un argomento da poco, nel senso che fare la spesa in un modo o nell’altro va a toccare interessi precisi, insomma in qualche modo fare la spesa è un’azione politica oltreché economica, che lo si voglia o no. Ha un effetto sulla propria salute e sui consumi energetici e sul trasporto su ruote e sulla produzione di immondizia e persino sui programmi televisivi (per via della pubblicità) e su tante altre cose.

Come dice Beppe Grillo, che senso ha che i siciliani bevano l’acqua dell’Alto Adige e i lombardi l’acqua della Sila. Faccio per dire. Significa un costo enorme per la collettività intera, a suon di trasporto su ruote, camion su e giù per lo stivale.

Recentemente un servizio de Le Jene, ha evidenziato il fatto che i camionisti sono costretti a turni massacranti e fuori legge, rischiando la loro pelle e quella di tanti automobilisti, pur di soddisfare le esigenze della grande distribuzione.

L’iper e supermercato, e l’hard discount, sono fra i più grandi produttori di immondizia… quando acquistiamo cibi confezionati, acquistiamo anche una grossa parte di immondizia (contenitori tetrapack, plastica, lattine, involucri graziosi con bellissime fotografie di presentazione, ecc. che costituiscono circa un 30% in media del prodotto confezionato… che in realtà una volta tolto dalla confezione è meno sostanzioso di quanto ci abbiano fatto immaginare, vedi l’esempio delle uova di Pasqua e la cagata di sorpresa che ci si trova dentro).

Si può scegliere di continuare a frequentare i soliti centri commerciali e abboccare al 3 x 2, alle offerte convenienza, pensando di avere fatto l’affarone del secolo. Non è che per tanta gente sia proprio una scelta, semplicemente si ritiene che sia la storia più conveniente che ci sia, forse condizionati dalle parole OFFERTA – SUPERCONVENIENZA – REGALATO – GRATIS che ti ripetono fino allo sfinimento. A dar retta a loro, ti regalano tutto e dovresti persino ringraziarli. Invece no. Dopo avere passato la cassa, non abbiamo comprato che una miserabile parte della spesa settimanale, ma siamo alleggeriti come se avessimo fatto una spesa abbondante per dieci giorni buoni!

Sopra: Duane Hanson, Supermarket Shopper. 1970

Quando andiamo a fare la spesa nelle grandi catene di distribuzione, dovremmo pensare che si compra non solo il prodotto, ma anche il suo contenitore, l’involucro, i colori e la plastica che lo avvolgono, la sequela interminabile di giornalini promozionali che infileranno nella nostra buchetta della posta, la scenografia del supermercato e il personale che si occupa di imbellettare e infiocchettare il prodotto come il sondaggista, l’esperto di marketing e lo psicologo che decideranno quale posto occuperà sugli scaffali, le guardie giurate e gli altri sistemi di sorveglianza che custodiranno il prodotto per impedire furti, il ricarico previsto sui furti stessi, e persino (in modo considerevole) la pubblicità che su quel prodotto viene fatta.

In molti facciamo la spesa all’hard discount, dove in effetti per l’aria spartana e priva di fronzoli e il personale ridotto ai minimi termini c’è un abbattimento dei costi, però spesso a discapito della qualità di certi prodotti, e una qualità scadente significa un peggioramento delle proprie condizioni di salute e un utilizzo minore del prodotto stesso (se ad esempio compri la frutta e ti accorgi che è marcia o sa di acqua…).

La povertà sta aumentando se lo dice persino il telegiornale ma noi ce n’eravamo già accorti da un pezzo! e i prezzi dei generi di primo consumo sono alle stelle, arrivare alla terza settimana del mese è sempre più difficile per molte persone. A noi che dell’i-pod e del secondo telefonino ce ne frega una sacrosanta mazza, d’averci almeno il pane tutti i giorni, parrebbe un diritto basilare.

La cosa paradossale e schifosamente ipocrita, è che la grande catena di distribuzione, proprio quell’ipermostro colorato che (come dice anche sifossifoco in un grandioso post “…Poco importa se poi, tra le mille offerte depositate a tonnellate nelle cassette delle lettere -pratica non proibita nemmeno in tempi di emergenza rifiuti- non ce ne sia una dedicata ai poveri nostrani, o tesa a dimostrare una maggiore etica verso la piaga del precariato nel lavoro. Il supermercato, in quanto impresa economica, non regala niente. … “) si ammanta di buonismo (finto) regalando immagini di cuori che si sciolgono e adozioni a distanza, commerci equi e solidali e beneficenze africane (sempre lontane devono andare le beneficenze), anziché regalare i prodotti in scadenza alle persone bisognose, li getta via!

Se qualcuno eludendo i sistemi di sorveglianza riesce a raggiungere il cassonetto dove buttano a quintali i prodotti appena scaduti e prova a “rubare” ciò che è stato gettato (ma si può rubare ciò che è stato gettato? è un’azione riprovevole a livello morale?) chiamano la polizia proprio come se si trattasse di taccheggio. Figuriamoci che i dipendenti delle pulizie vengono perquisiti uno alla volta all’uscita del turno di notte (non faccio il nome del supermercato), non gli basta la videosorveglianza, preferiscono pagare i vigilantes piuttosto che trovarsi deprivati di qualche miserabile scatoletta di tonno.

E qui tutti gli argomenti di cui parlava Renato Curcio nel suo bellissimo libro “L’azienda totale”, tornano alla perfezione.

Quello che scrivo non sono soluzioni, ma appunti… e forse, suggerimenti.

Da circa dieci anni in molte città si sono organizzati i Gruppi d’acquisto, che per mezzo di riunioni o contatti via internet, stilano ordini corposi in grandi quantitativi, per gruppi di famiglie e di individui abitanti nella stessa zona o nello stesso condominio. Gli acquisti riguardano i prodotti più svariati, dal latte in polvere per i neonati alle conserve di pomodoro, dall’olio extravergine alla carne. Generalmente si privilegiano i prodotti stagionali e locali e i produttori coi quali si ha già un rapporto di fiducia. A volte può avvenire che l’ordinazione è più lontana e si fa via internet. A volte si va direttamente al mercato all’ingrosso o dal contadino. Acquistare in gruppo, può essere anche un modo simpatico per conoscere gente nuova e per uscire dalla solita spesa noiosa, ripetitiva, solitaria… e un po’ triste. Chi ha poco tempo, può delegare a chi di tempo ne ha di più, e chi non ha la macchina, può chiedere un passaggio al suo compagno di acquisti (così come ho fatto io tante volte).

Fare la spesa insieme, accorciando la filiera, abbatte i prezzi. Anche il prezzo di spedizione verrà ammortizzato dalla quantità di ordini.

Acquistare via internet è molto interessante. Si possono fare comparazioni dei prezzi e trovare una varietà infinita di prodotti, semplici e lavorati, freschi e surgelati, comuni e inusuali, biologici e no. I prezzi sono vantaggiosi rispetto al negozio, i costi di spedizione (l’unica cosa antipatica dell’acquisto on line) si possono ammortizzare con un acquisto collettivo o con l’acquisto di grossi quantitativi. E’ possibile farlo con la carta di credito ma anche contrassegno.

Da un po’ di tempo esiste in alcune zone d’Italia un servizio di latte fresco pastorizzato distribuito con un furgoncino o con colonnine messe su varie strade, chi lo acquista deve solo portare una bottiglia di vetro che verrà riempita con il latte (distributore automatico). Il latte è freschissimo e molto buono (l’ho provato!).

Anche l’acqua si può rendere “minerale” e addirittura gassata, con un marchingegno dotato di filtri appositi e collegato direttamente all’acqua di casa. Una volta comprato il complesso dispositivo, ma a volte basta un semplice filtro per rendere l’acqua più gradevole, non si dovranno più comprare le famigerate bottiglie di plastica per sempre.

Non soltanto il latte e l’acqua, ma anche l’inchiostro (per la stampante) si può mettere in contenitori riciclati. E chissà quanti altri prodotti, volendo…

Comprare al mercato rionale o nel negozio sotto casa (se proprio non sono ladri) a volte può risultare più conveniente che acquistare al supermercato, soprattutto in relazione alla freschezza e alla qualità dei prodotti. Ma anche qui, come al supermercato, assisteremo a un notevole “lievitamento” dei prezzi, dal prodotto raccolto a quello venduto su banco.

Da non disdegnare  il cosiddetto abusivismo, ovvero la vendita del contadino (vino, uova, ecc.) e l’iniziativa diretta dei produttori (spesso avviene per prodotti freschissimi di stagione, arance, funghi o altro) che decidono di vendere i loro prodotti senza passare per le maglie del mercato, utilizzando il loro camion, una piazzola sulla strada, un cartello scritto con il pennarello e… un po’ di coraggio!

Molti vanno direttamente al mercato all’ingrosso e si caricano le casse degli alimenti (spesso frutta e verdura) in macchina, secondo un sondaggio è possibile risparmiare anche un 40% rispetto ai prezzi di mercato al dettaglio, questo è un esempio concreto di “accorciamento” della filiera.

Infatti l’allungamento della filiera che comprende una serie infinita di ricarichi come i costi dei trasporti, i costi del personale, i costi degli imballaggi e del prodotto confezionato finale, gli affitti dei locali, l’energia elettrica, il carburante, l’IVA, nonché le numerose speculazioni che vi sono tra il produttore e il distributore finale, fanno sì che un prodotto possa crescere di prezzo in modo esagerato… prodotto che rimane caro persino quando cala la domanda!


narciso e il suo narcisismo

ululato da Pralina alle ore 20:48 domenica, 15 giugno 2008

 
Certo, non s’è mai vista sulla faccia della terra una creatura che si massacri più di noi femminucce per l’aspetto fisico… a torto o a ragione. Ma spesso a torto.
Però anche i maschietti non sono immuni da fissazioni.Tempo fa avevo un boy friend (proprio così, la parola boy friend gli calza a pennello), rimorchiato al mercato dove ha un banco di abbigliamento usato, lo chiamerò Narciso, un omaccione toscano biondo, grande e grosso, alto un metro e novanta con due spalle tipo armadio e due braccia tipo quelle di Popeye, occhi verdi, lineamenti regolari, un bel naso diritto, che sembrava un attore americano di film western.
Aveva modi abbastanza ruvidi per spacciarsi per macho. Mi portava in giro con lo scooter, io dietro con la minigonna, gli stivaloni, i lunghi capelli biondi che svolazzavano da sotto il casco e le mie amiche che al nostro passaggio rosicavano. Gli piaceva mangiare la pizza con la salsiccia e i broccoli, non ordinava coca-cola ma birra. Era sodo e tonico, ma non palestrato, con appena un filo di pancetta che secondo me agli uomini dona tantissimo. La prima volta che uscimmo insieme, mi denudò quasi, seduta sopra un tavolino di un bar. Poi davanti al portone di casa mi infilò in bocca tre metri di lingua tipo formichiere. Sicchè mi sembrava a posto.
Invece no, nini.
Quando veniva a trovarmi la sera dopo il lavoro, Narciso mi chiedeva “Come sto?” proprio così “Come sto?” mica come stai, no no, che di quello gliene fregava il giusto.
“Sono stato dalla parrucchiera, mi ha fatto i capelli, ti piacciono? Sono biondi naturali, non ho bisogno di schiarirmeli!”

E dai con i capelli biondi naturali.

E poi con i braccini. Sì, proprio i braccini.

“Mi fai le carezzine sui braccini?” I braccini? E li chiami braccini quelli? Ti mancano solo i tatuaggi del pirata Barbanera poi sei da manuale!
E poi con le cremine per il viso. “Ma mi dici come fai ad avere questa pelle bellissima? Io che ho la tua età ho le rughette… vedi? Le vedi queste maledette zampe di gallina! Ho visto che in bagno tieni tante cremine per il viso, non me ne regali una a me?”
E poi le foto. “Io non voglio foto da te, che poi vengo malissimo, le foto me le fanno soltanto nello studio, sai il book fotografico degli attori… a proposito, mi hai fatto tre foto a tradimento, strappale subito! distruggi i negativi! non voglio che restino testimonianze così imperfette di me”.
Insomma, uno strazio.
Ad un certo punto, viste le scarse performance e tutto il resto, decisi di lasciare Narciso al suo narcisismo.
 
Oggi l’uomo quando esce con una donna, è sempre meno propenso ad aprirle la portiera della macchina (in quel caso del furgone) o a ripararla sotto un ombrello anche se piove a dirotto, ma sempre più disponibile a guardarsi allo specchio, di tre quarti, di profilo, di pancetta in apnea senza respirare, appena passa davanti ad una vetrina. 

Una cassiera mi raccontava “Sai una sera sono uscita con due uomini, ma vedessi che pezzi di figlioli, palestrati, bellissimi! Maremma uno più bello dell’altro, le amiche mi invidiavano. Non mi crederesti, ma hanno passato tutta la sera a guardarsi in ogni specchietto, in ogni vetrina specchiabile, io dico anche nelle pozzanghere… e a me che mi ero messa tutta in tiro, nulla, nemmeno uno sguardo”
“No no, guarda che ti credo sulla parola!”  

Giusto venerdì in farmacia, c’era un bel ragazzone con gli occhi azzurri, da dieci minuti buoni teneva la testa girata da un lato, lo sguardo fisso in una certa direzione, ed io pensavo “Avrà adocchiato sicuramente una bella ragazza!”
Macchè. L’angelo aveva, ma, adocchiato, l’immagine di sé stesso, nello specchio centrale della farmacia.
 

la dittatura del natale

ululato da Pralina alle ore 17:12 sabato, 27 dicembre 2008 
 
 
il Natale è una cagata pazzesca!
 
https://i2.wp.com/www.claudiocolombo.net/FotoDVD/ilsecondotragicofant3.jpg 

<<Sono passata da queste parti e trovo un post di rabbia contro il Natale, fai bene ad esserlo, ma dimmi cosa centra la festività con la morte della persona speciale che ti stava accanto? Dio che si è fatto uomo per noi, non ha voluto toglierti il compagno giusto il giorno della rievocazione della sua nascita. Pensaci, il mondo ha due entità una malvagia ed una buona, questo lo sai , lo sanno anche le pietre, quindi è con il male che te la devi prendere: Lui ha raggiunto lo scopo farti odiare il bene (Dio). Ciò che accade nel mondo di sbagliato è sempre opera del male, lo stesso “male” che mandò in croce Gesù, il Bambinello poi divenuto uomo. Il tuo compagno ora è felice in quel mondo dove non c’è il male e lui(il tuo caro amore) soffre sapendo che coltivi l’odio. Quando te ne sarai liberata, troverai la pace.
Un caro abbraccio, Annamaria.>>
 
Sì, ma la rabbia è solo tua, cara Annamaria. Io non sono animata dall’odio e non ho deciso di fare una crociata contro il Natale, perché per me il Natale non esiste (per i motivi che spiego sotto e che forse non hai letto bene o non hai capito perché eri troppo impegnata a emettere il tuo giudizio finale) anche se  (attenzione!) io rispetto completamente chi lo festeggia e non lo contesto, anzi, lo agevolo.
Invece esiste, quella sì che esiste, la DITTATURA del Natale, come dice un mio amico, la dittatura natalizia è ancora più invadente se possibile di quelle militari.
Se dissenti da una dittatura militare, possono ucciderti, metterti in prigione, spedirti in esilio, perseguitarti in mille modi, ma se dissenti dal Natale non ti perseguitano, semplicemente perché non è contemplato che tu dissenta, tu non puoi dissentire, perché tu devi festeggiare il Natale.
Questa è la grande differenza: io tollero il Natale degli altri, gli altri non capiscono perché io non lo voglia festeggiare. E’ un po’ come la storia della chat. Io amo fare il blog ma non mi piace la chat. Non più. Una volta uno mi disse brutalmente: se non vuoi chattare, è perché sei racchia. E’ come lo spam, che ti arriva giornalmente sulla tua email. Quello per allargare il pene, quello per fare amicizia con un nuovo utente. E’ come la password, come il codice fiscale, che se non ce le hai o non te ne ricordi, ti fanno crepare in mezzo alla strada.
Mi arrivano valanghe di sms, da gente che sa perfettamente cosa mi è successo sotto Natale, ma che continua a mandarmeli per convenzione, mi sento una merda ma non riesco a rispondere.
Una mia amica mi chiama “Ho due pacchettini da darti”, vado da lei, per non offenderla, ci vado a mani vuote, ma con il cuore. Io mi scuso, perché sono a mani vuote, lei no, perché facendomi il regalo è automaticamente dalla parte della ragione. I due pacchettini sono due regali riciclati. Una teiera pacchiana dentro una scatola, visibilmente “datata”, e una scatola di cioccolatini con il ripieno di liquore, che detesto. Sospiro. Userò la teiera per piantarci dentro le mie piantine grasse e i cioccolatini… boh. Non ha importanza, anche se onestamente, a una che fatica ad arrivare alla fine del mese, girerebbero anche un pochino le ovaie.
Mio figlio è in crisi perché suo padre lo stressa con i regali. Ma lui non sa che fare, è frastornato. E poi non sa perché dovrebbe spendere tutta la sua misera paghetta di lavoratore part-time (sottopagato), in regali. Alla fine, per non farlo sfigurare e per togliergli questo piccolo dispiacere come si toglie un dente, glieli compro io gli ultimi due della serie. Naturalmente io non voglio nulla e non voglio figurare, io, come dice qualcuno che non ricordo: “Mi sono seduta dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano occupati” (è vero, l’ha detto Bertold Brecht, eh eh eh!).
Mio figlio andrà dalle nonne. Torno a casa, decisa a passarli da sola questi due giorni, spengo il cellulare, accendo la tivù e “a reti unificate” ci sono programmi di Natale, jingles di Natale, vestiti di Natale, pubblicità di Natale, mediasciòpping di Natale, telefonìa di Natale, cartoni animati e film di Natale, anche questi riciclati. La radio, uguale. E tutti riscoprono i valori della solidarietà, si parla di canili, di anziani, di senzatetto (siamo specialisti a cambiare le parole, tempo fa erano solo barboni, ora senzatetto o invisibili, fra poco diventeranno diversamente inquilini). E la tivù gronda di buonismo obbligatorio, occhi di cagnetti abbandonati, manine piccole che stringono le grandi, dimenticando per un attimo quanti cani si regalano per Natale e vengono abbandonati a Ferragosto, e quanti pedofili merdosi ci sono in giro per il mondo, spesso coperti da strutture politiche, militari e clericali.
Un attimo. Io non odio il Natale. Anzi, resto in rispettoso silenzio e doverosa osservazione verso chi (degli adulti) riesce a festeggiarlo. Solo che mi pare, che chi riesce a festeggiarlo, rispetto alla marea di persone sbuffanti e frustrate (e infelici) in coda alla cassa del supermercato, alla massa di gente che si riversa in strada e che spende mediamente 45 minuti alla volta per parcheggiare senza un’idea di cosa “deve” regalare (perché manco ti hanno mai ascoltato una sola volta), e a chi invece vorrebbe davvero festeggiarlo ma per gravi problemi economici non può o forse chi trova il Natale anche un pochino offensivo perché costretto in ospedale a fare la chemio mentre tutti si abboffano pensando (dopo) di mettersi a dieta… siano decisamente pochi.
E’ festa sì? Ci sarebbe da chiedere: allora quante facce serene e sorridenti vedete per strada? Natale dovrebbe essere la festa dei bambini e sono gli adulti a gestirlo, e nel modo peggiore.
E poi trovo commenti come quello sopra nel mio blog. Ma io, a differenza di tanti, non ho deciso d’essere buona un giorno soltanto. Solo che la mia bontà fa rima con giustizia sociale, è questa la differenza.