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saluto finale per faber

sabato, 17 gennaio 2009 * ripropongo questa bellissima poesia di Andrea dedicata a Fabrizio De André 

 Ora  che  le  tue  ossa  riposano
 

nel  bianco  recinto  del  sonno,

e  la  tua  voce  danza  con  le  gocce

minime  della  nebbia,

amo  ritornare  al  sentiero

della  mia  vecchia  gioventù

e  rivedere  le  foto  degli  angeli  perduti.

E  sentire  di  nuovo  il  loro  canto

 mi  conforta  non  poco,

e  rivedere  il  sole  che  non  giace

più  sulla  terra,  un  pò  mi  consola.

Perchè  nella  morte  non  ci  sia

la  solitudine  a  cui  spesso

la  vita  spietatamente  ci  condanna

ed  il  silenzio  non  sia  la  polvere  gialla

dei  deserti  tristi  senza  nome…

Buonanotte,  Fabrizio

 

phederpher

centinaia di senzatette

ululato da Pralina alle ore 19:19 mercoledì, 15 aprile 2009

NEWS! Ultim’ora. Scosse sismiche devastanti e ripetute  del dodicesimo grado della Scala Caserio “a macchia di leopardo” hanno interessato durante la notte o il giorno (a seconda della possibilità di danno) la Città del Vaticano, il Senato, la Camera, il Parlamento, le sedi delle maggiori società finanziarie, delle banche, dei tribunali, di Mediaset come della RAI, la Villa di Berlusconi ad Arcore, le logge massoniche, le ville dei vips in Costa Smeralda,  le sedi della Lega Nord e di Forza Italia, le case dei mafiosi, dei camorristi e moltissimi altri luoghi dell’Italia che conta. La violenza del sisma è stata tale, che i crolli sono avvenuti anche se le lussuose abitazioni e i palazzi interessati erano stati costruiti a norma, con blocchi di marmo di Carrara, con cemento armato, cemento vero e non sabbia di mare! Non c’è casa di uomo politico di destra o di sinistra o di faccendiere occulto o di palazzinaro costruttore edile che non sia stata toccata dal sisma. Pare che dal sisma siano state risparmiate soltanto le abitazioni del personale di servizio,  gli affreschi  dei grandi artisti, le opere d’arte (belle) e le cucce dei cani, mentre si è abbattuto con particolare gravità contro i luoghi dove il malcontento popolare rivolge le sue abituali imprecazioni, comprese le abitazioni degli architetti e degli urbanisti ebeti che progettano le città e le case degli opinionisti  e tuttologi televisivi, per cui si ipotizza una pista anarco-insurrezionalista. Pare che centinaia di senzatetto e anche centinaia di senzatette (si tratta delle attrici e delle ministre che si erano fatte la protesi)  riusciti a scampare miracolosamente dai crolli, stiano dormendo in Roll-Royce, in bunker, negli yacht o in elicottero, ma molti sono rimasti sotto le macerie. C’è urgentissimo bisogno di sangue e silicone. Un obbiettore di coscienza cattolico che pratica aborti clandestini ha messo a disposizione la sua clinica privata, rimasta miracolosamente  illesa. Perito invece il più grande chirurgo estetico, che riuscì a trasformare le sorelle Carlucci in lolite tredicenni, ciò comporterà gravissimi danni futuri per le donne dello spettacolo. Enormi perdite anche per gli avvocati disonesti, quasi la totalità della corporazione. Crepata anche la casa di Crepet, il noto psicologo. I fratelli Vanzina rimangono intrappolati sotto un cinema multisala dove era in programmazione la primissima visione di “Vacanze di Pasqua all’Isola di Pasqua”, ma i cani dei soccorsi si rifiutano di localizzarli. Il Vaticano non rende noti i nomi dei dispersi mentre i politici periti sotto le macerie verranno rimpiazzati da controfigure. Particolarmente grave la situazione nella Milano da bere, a Roma in ogni sede di potere, nei quartieri residenziali. Anche l’esercito e le forze dell’ordine sono state colpite duramente dal sisma, così non è possibile organizzare i soccorsi, tranne che per il corpo dei vigili del fuoco fra le cui fila si annoverano diverse defezioni, ammutinamenti e bandiere da pirata issate sopra i camion 115. I giornalisti scampati alla tremenda sciagura, non riescono a dare le informazioni,  non possono auto-intervistarsi e porsi domande idiote, sono tutti morti o gravemente feriti, mentre i ripetitori televisivi sono fuori uso. La nostra agenzia trasmette dalla Repubblica Libera di Occussi Ambeno, ci auspichiamo un ritorno alla normalità: sappiamo che i poveracci pagheranno la ricostruzione ai ricchi, come sempre.

 

rificolona

Rificolona!
 
mercoledì, 09 settembre 2009 | in : firenze, cera una volta

Il 7 settembre ricorre la festa della “rificolona”. Chi non è fiorentino ha tutta la mia compassione per la tristezza della propria esistenza che deriva da vivere in un qualsiasi altro posto nel mondo che non sia Firenze , per i Fiorentini distratti da mille diavolerie mi dilungherò a ricordare le origini di tale festa, poiché si sa, Fiorentini gran popolo ma un po’ ignoranti…
 
Ona ona ona..
A quando risale l’origine di questa festa che conserva e tramanda fra i ragazzi di Firenze l’uso di portare in giro quei lampioncini di carta colorata, modellati nelle forme più varie e bizzarre, con tanto di lumicino all’interno, appesi in cima ad una canna? Con tutta probabilità alla metà del Seicento, ed è da ricollegare all’arrivo in città di tanti contadini e montanari che, con le loro donne, provenienti sia dal vicino contado che dalle zone più impervie del Casentino e della montagna pistoiese, venivano in città per festeggiare la natività della Madonna nella Basilica della Santissima Annunziata, ancor oggi famosa in tutto il mondo cattolico per l’antica, miracolosa e venerata immagine della Madonna madre di grazie, divenuta la rappresentazione più diffusa e più copiata del mistero dell’Annunciazione. Oltre ad essere spinti dal devoto pellegrinaggio, quella simpatica gente approfittava dell’occasione per venire a vendere la propria mercanzia alla fiera-mercato che si svolgeva l’indomani sulla piazza antistante la basilica, in via dei Servi e nelle loro immediate adiacenze. Per poter trovare, però, un buon posto che consentisse un sicuro e totale smercio dei filati, pannilini, funghi secchi e formaggi che avevano portato, questi coloni partivano dalle loro abitazioni molto tempo prima e, nella notte, si rischiaravano l’insicuro cammino con lanterne di varia forma appese in cima a bastoni, canne o pertiche. E proprio con queste multicolori lanterne di carta o tela, aperte in cima per consentire alla candela o al sego dello scodellino di bruciare, giungevano a Firenze la sera prima della fiera, bivaccando la notte nei chiostri della Chiesa della Santissima Annunziata e sotto i loggiati dell’omonima piazza dove, alla tremula luce dei loro lampioncini, cantavano laudi alla Vergine finché, a tarda notte, non arrivava il sonno ristoratore. Questi stanchi pellegrini a volte non riuscivano però a chiudere neppure un occhio per il fracasso fatto dalle brigate dei giovani fiorentini che si riversavano nella piazza, divertendosi un mondo alle spalle dei campagnoli con una sfrenatezza indisciplinata che spesso rasentava l’insolenza. I contadini borbottavano, brontolavano, subivano ma in cuor loro si riproponevano di mettere tutto sul conto dei profitti l’indomani mattina alla “Fiera della Nunziata” rincarando adeguatamente i prezzi della mercanzia. La gente del contado, goffa ed incerta nel camminare, anche perché carica di prodotti contenuti in ingombranti ceste e panieri e scioccata dall’impatto con la città, vestiva in modo rustico e certamente non doveva essere un modello di eleganza e di buon gusto. Le donne, specialmente, erano oggetto di particolari e allegre canzonature e di salaci commenti da parte dei giovani fiorentini, già per natura predisposti al frizzo e allo scherzo. Per questi giovani, il 7 settembre, era diventato un appuntamento obbligato al quale non si poteva e non si doveva mancare; le strane fogge dei ruvidi vestiti indossati dalle brave e inesperte campagnole, dai larghi fianchi e dagli abbondanti seni e posteriori, provocavano allusioni, dileggio e quindi matte risate. Era un divertimento, a volte, smodato, diretto quasi totalmente alle povere “fierucolone” o “fieruculone” come essi così le chiamavano, sia perché partecipavano alla “fierucola” e sia per i loro vistosi deretani. Infatti se la radice “fiero” ha attinenza con fiera o fierucola, la desinenza “colone” o “colone” dovrebbe oggettivamente riferirsi a colone in quanto di campagna o, piuttosto, ai loro floridi posteriori. Da “fieruculona” si ebbe in seguito, per corruzione, la parola “rificolona” che tuttora si usa comunemente quale espressione critica, allegra e scanzonata verso una donna vestita e truccata senza gusto, in modo vistosamente eccentrico.
Con l’andare del tempo, per l’appuntamento notturno del 7 settembre, in città, per dare un tono più fantasioso e canzonatorio a quella che era divenuta una vera e propria tradizione, si cominciarono a costruire lanterne, ispirandosi a quelle dei contadini ed alle forme delle loro donne, raffiguranti appunto goffe figure femminili con un lume sotto la sottana, appese a lunghe canne e portate in giro con gran baccano di campanacci, sibili (emessi con certi fischietti di coccio che assordivano), urla e motteggi vari. In queste pittoresche e confusionarie scene popolari, veniva cantata e ricantata la caratteristica cantilena nona, ona, ona ma che bella rificolona…”, immortalata anche dal commediografo fiorentino Augusto Novelli nella famosa commedia musicale in vernacolo `L’acqua cheta’, divenuta popolare come l’altrettanto popolarissimo stornello rimasto in uso fino ai nostri giorni, cantato in allegria da grandi e piccini durante la festa. Un’altra tiritera, quasi dimenticata, diceva: “Bello, bello, bello, chi guarda 1’è un corbello”. Al colmo del baccano succedeva poi che alcuni gruppetti di giovani tirassero bucce di cocomero contro le rificolone per farle incendiare, cosa che si verificava immancabilmente dato il materiale infiammabile col quale venivano fabbricate. Con questa spietata caccia alle rificolone, la festa, dopo la mezzanotte, volgeva al termine, con la tacita intesa che l’anno dopo avrebbe nuovamente allietato la sera del 7 settembre.
La festa anche ai nostri giorni continua a vedere protagoniste le rificolone, anche se la loro forma non è più quella di una volta. Dalle classiche sagome delle goffe montanine si passò poi a raffigurare fette di cocomero, mezzelune, fanali, che molto spesso gli stessi ragazzi realizzavano con carta colorata su un telaio di stecche di canna e fil di ferro. Adesso il “fai da te” non è quasi più di moda, e “l’acquista e getta” ha dato mercato alle rificolone cinesi d’importazione e a quelle più sofisticate rappresentanti aerei, missili e personaggi tipici dei fumetti, costruite industrialmente. Comunque, comprati o no, i lampioncini variopinti si vedono ancora appesi un po’ ovunque, alle finestre dei palazzi, nelle case popolari, sui lungarni e per le strade dove risuona sempre l’antica cantilena di “ona, ona…> , e si consumano i consueti incendi delle rificolone, provocati non più da smodati lanci di bucce di cocomero ma da precisi tiri effettuati con raffinate cerbottane. Negli anni Cinquanta questa pittoresca festa fiorentina si svolse anche sull’Arno e precisamente a monte del fiume, nel tratto fra Bellariva e la pescaia di San Niccolò. Si assisté così alla sfilata delle “rificolone in edizione fluviale”: allegorie in cartapesta su maestosi barconi infiorati e illuminati da centinaia di multicolori lampioncini di carta che scivolavano lenti sull’acqua assieme a piccole barchette amorevolmente artigianali, riscuotendo, nel breve viaggio, applausi dall’una all’altra riva. Attualmente la festa vive di nuovo vigore sia sul fiume che sulla terra ferma grazie ad un impegno organizzativo che richiede tantissima passione ed un costante lavoro nell’assoluto rispetto della tradizione. Tradizione che contribuisce a far amare Firenze anche dai forestieri che quando si allontanano dalla nostra città portano in cuore un po’ di nostalgia che induce al ritorno. Nostalgia dei colli, dei lungarni, delle Cascine, delle piccole stradine medievali ma soprattutto nostalgia dei fiorentini che rimangono, pur con il loro “interno” fazioso stile, nell’animo dei forestieri come un popolo schietto, genuino, dalla battuta sempre pronta e salace, dall’intuito sottile e, soprattutto, intimamente legato alla propria storia alle quale non vuole rinunciare.
 
 
Lavorini
 

l’amore entra in punta di piedi

ululato da Pralina alle ore 16:04 lunedì, 02 febbraio 2009

Oggi questo mio post (di qualche mese fa) è più che mai attuale per me… sto sorridendo anche con le orecchie! 

Ho sempre pensato che l’amore vero non da mai consigli
, non opprime, non ammaestra e non giudica, si “limita” a prestare orecchio e cuore alla persona amata, se necessario anche appoggio materiale ed economico.
 

L’amore più bello e più puro (e più difficile) è saper accettare e quando è possibile apprezzare le differenze dell’altra persona, senza forzarla ad essere uguale a noi. 



L’amore rinuncia ad interpretare i silenzi dell’altra persona.

L’amore mantiene le distanze quando l’altro lo domanda, ma sa fondersi totalmente quando avviene una chiamata.



L’amore non alita sul collo, non ha il passo pesante, entra nella vita in punta di piedi, ma è sempre presente.

L’amore è una gara di pazienza e di fiducia. L’incoraggiamento al posto del rimprovero, l’amore lo sa fare, sa dire “bravo” e sa aspettare.

Si può amare follemente, dicendo NO se necessario. Della tua vita fai quello che vuoi, ti appoggerò sempre quando lo ritengo sensato, ma non mi coinvolgere nelle scelte che non condivido. Io e te siamo due persone distinte, con due cervelli autonomi e indipendenti, non un grumo senza capo né coda.



L’amore è dono di sé, incondizionato, non attende d’essere ripagato.

Molte persone non sanno far altro che rinfacciare… io per te ho fatto questo, io per te ho fatto quello, io per te nell’anno domini 1358 eccelsi in generosità. E tu, dicono sempre, che cos’hai fatto per me?
Forse hanno una concezione “mercantile” del donarsi, forse nessuno ha mai spiegato loro cosa significa veramente donarsi.
Il dono non è baratto, non è scambio, non è confronto e non è nemmeno dimostrazione e la sua bellezza risiede proprio nella assoluta gratuità.


 

Infine l’amore è un gioco sovversivo, annulla le disparità sociali, si burla delle convenzioni, si denuda dalle armature, toglie le maschere dal volto, svela ogni bellezza nascosta che è in noi, esce dal seminato, avvicina le distanze, si muove ordinatamente nel caos, costruisce castelli sulle nuvole, rende lo sguardo infinito, raccoglie stelle per il futuro dei nostri figli, bacia la memoria, santifica il presente, illumina il buio, restituisce il sorriso là dove c’è sofferenza. 

unire l’ente futile all’ente dilettevole

ululato da phederpher alle ore 13:08 sabato, 31 ottobre 2009

Indovina indovinello, cosa presiede il Prof. Zoppello? Forse manco suo cugino sa che il suddetto è il Presidente dell’Ente Nazionale Sementi Eletti (ENSE), come si apprende da un comunicato del Consiglio dei Ministri. L’Ente ha anche il suo bel sito, tutto verde, la sua ottima sede in quel di Milano, funzionari, portieri e addetti alle pulizie, e il suo giusto peso nei finanziamenti pubblici. Sì, ma di che si occupano? Certificano i prodotti sementieri (anche gli OGM?), controllano le piantine di ortaggi e brevettano le “novità” vegetali, spedendo probabilmente le royalties al Vaticancro, dato che dicono di essere i rappresentanti dell’Altissimo. Con un facile giro sul sito par di capire che se uno si alza la mattina e trova una patata mega nell’orto, la può portare all’ENSE dove loro ci appigliano un timbro sulla buccia, legalizzando così l’esistenza del tubero clandestino. Oltre all’ENSE abbiamo poi una pletora di Enti, tutti molto meritori come l’ACI (del quale sono stato socio per due decenni almeno), ai quali il Governo ha imposto una “ristrutturazione” per un loro miglior funzionamento. Insomma, fra un pò conteremo i morti anche in questo campo. Fra i confermatissimi, però, già troviamo una serie di nomi e sigle illustri e degnissime. L’Istituto Agronomo per l’Oltremare ad esempio. Che fanno costoro? Intanto il sito è in inglese, ma pare si occupi di ricerche agricole nei Tropici, ottimi luoghi, sembra, per fare “ricerche”. Sopravvive l’Istituto Postelegrafonico: alzi la mano chi di voi ha mandato un cablo via telegrafo negli ultimi ventidue anni. E come rinunciare alla Scuola Archeologica Italiana in Atene, dove gli aspiranti reperitori di vasi micenei si rivolgono notoriamente a frotte? Scuola antica, peraltro, visto che esiste da oltre un secolo. E per i giovani molestati a scuola c’è qualcosa? Ma certo che sì, qui abbiamo nientepopodimenocchè l’Agenzia Nazionale Per I Giovani, il cui onorevole scopo è lo sviluppo della solidarietà e della tolleranza al fine di rafforzare le “coesione sociale”. A scuola vi minacciano con un temperino? La vostra fidanzatina viene stuprata, filmata e resa celebre su Yutubb? Niente paura, si chiama l’ANPIG, che celeri celeri arrivano, montano un bel gazebo, raccolgono firme e vi regalano quattro santini di Don Bosco e cinque di San Ciccillo. Potrei continuar per ore, ma il tempo, tiran, mi manca. Un dubbio, pria del desinar, feroce, m’assal: non è che il Prof. Zoppello è dentro ai Consigli d’Amministrazione e/o Collegi Sindacali di alcune di queste indispensabili realtà? Forse, ahimè, non lo sapremo mai.
 
phederpher
 

innamorata, eh…

ululato da Pralina alle ore 21:06 domenica, 25 gennaio 2009  

In questi giorni sono veramente distratta. Stasera mio figlio mi ha chiesto il dolce, ed io gli ho messo in tavola la scatola dello zucchero (con grande divertimento di mio figlio, che ha pensato ad uno scherzo). Sto ancora ridendo!
 
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fragili quando se lo possono permettere

ululato da Pralina alle ore 13:46 sabato, 14 novembre 2009

Dedicato a quelle come me che sono fragili solo quando se lo possono permettere * le donne che la vita bastona sui denti, le stronze che non hanno tempo per chattare * le superbe che non hanno tempo per rispondere ai messaggi privati * le vanesie che pretendono l’unico complimento mai ricevuto da bambine * le reduci da cinghiate sulle gambe, da “piccoli litigi familiari” * le zoccole che non vogliono pregare in chiesa, ma soltanto in privato * le zingare che sostituiscono il crocefisso con la faccia di Che Guevara * le indomabili che non hanno mai voluto i piedi in testa da un medico * le indiane metropolitane che si pitturano il viso e rifiutano il valium * le femministe che a scuola vengono chiamate “troie” perché hanno denunciato uno stupro di gruppo ai danni di una ragazzina * le mamme troppo apprensive che passano la notte in bianco sul letto dei figli * le figlie troppo ansiose che passano i giorni all’ospedale sul letto della madre * le piccine isteriche per troppa fame e sete d’amore* quelle che gli uomini chiamano “pazze”, le squilibrate, le sclerate, le emotive * le mestruate e quelle in menopausa, quelle sempre troppo ansiose * quelle che agli uomini rompono sempre gli attributi, e poi glieli rendono virili * le donne romagnole, le forti e fragili, che si rompono facilmente in un pianto che si ricompongono in una risata come uno schianto magnifico * secche come cortecce, umide come l’argilla del greto di un fiume.