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il poeta veggente

mercoledì, 02 giugno 2010

herbert pagani
 
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Rimbaud diceva che il Poeta doveva farsi veggente, e in effetti gli Dei a volte ci hanno regalato autentici fenomeni in entrambi i campi. Uno di questi era Herbert Pagani, che ebbe, per l’epoca in cui visse (1944-1988), visioni poetiche molto acuminate sul futuro. Ascoltare oggi alcune delle sue canzoni scritte trenta o quarant’anni fa significa ritrovare la voce di una “Cassandra” capace di alternare momenti lirici strazianti ad altri conditi da una ironia pungente, molto più vicini, questi ultimi, alla tradizione d’Oltralpe. Non a caso Pagani era un perfetto “cittadino del Mondo”: nato a Tripoli, visse in Italia, Germania e in Francia, dove ebbe molto più successo che da noi, giustamente. Insomma, il suo humus compositivo e poetico era una perfetta miscellanea di culture e poetiche diverse. Pagani purtroppo fa parte di quel gran numero di belle favole che si interrompono in fretta, così come sono cominciate. Oserei dire che è uno di quelli che ci hanno fatto il torto, andandosene, di lasciarci il dubbio su cosa avrebbero scritto e cantato in un momento come l’attuale, dove anche le più cupe predizioni si stanno materializzando in crude realtà. Ecco, a tal proposito, un suo testo del 1976, “Signori Presidenti”, e ditemi se non è attuale a bestia. Con l’occasione mi rammarico di dirvi che L’INSEMINATORE è per ora in letargo. a causa del poco tempo e della necessità di rinnovare un pò il guardaroba. Ma può essere che la creatura nuova sia ancora più corrosiva, chissà. Tutto il resto invece, più o meno, continuerà, abbiate fede. E adesso basta: “Messa curta, brasula longa”, come si dice in Romagna.
 
 
 Per  quella  schiuma  bianca  che  copre  i  nostri  fiumi
per  tutti  i  nostri  pesci  che  vanno  a  pancia  in  sù,
e  per  la  primavera  che  cede  i  suoi  profumi
al  superdetersivo  coi  granellini  blu
 
E  per  i  panni  sporchi  lavati  troppo  tardi
in  certe  lavatrici  intorno  al  Quirinale
che  puzzano  d’inganni,  di  sangue  e  di  miliardi
mentre  la  lira  scende  ed  il  terrore  sale

Per  tutta  la  violenza  che  scende  nelle  case
dal  cieli  crocefissi  da  antenne  di  TV
quando  non  è  di  turno  tra  Cirio  e  Belpaese
il  Papa  che  consiglia:  votate  per  Gesù

Per  l’urlo  del  pallone  che  vomita  la  radio
coprendo  altre  urla  nei  vostri  mattatoi
prima  che  ci  stendiate  sull’erba  di  uno  stadio
Signori  Presidenti,  grazie  da  tutti  noi!

E  bravi  per  le  belle  centrali  nucleari
che  tutti  già  paghiamo  e  che  nessuno  vuole
e  che  circonderete  di  mille  militari
finchè  non  metterete  un  contatore  al  Sole

Bravi  per  la  giustizia,  che  se  non  tace,  giace
per  la  Rivoluzione  che  ha  i  piedi  gonfi  e  siede
e  per  aver  ridotto  la  libertà  e  la  pace
a  tristi  prostitute  che  fanno  il  marciapiede

Bravi  per  le  colombe  costrette  a  fare  i  falchi
perchè  vendete  armi  al  meglio  compratore
e  per  i  vostri  amori  imposti  ai  rotocalchi
perchè  la  gente  creda  che  voi  avete  un  cuore

Io  vi  ringrazio  ancora  e  me  ne  vado  adesso
la  musica  era  bella  ma  le  parole  no
ma  il  mondo  è  bello  e  ne  avete  fatto  un  cesso
e  finchè  voi  ci  sarete,  così  io  canterò

un post scritto da phederpher

RICORDO DI PETER SELLERS E ALTRI GRANDI

martedì, 20 luglio 2010

Ricorrenze e saluti
Un anno, questo, ricco di ricorrenze e, purtroppo, anche di ultimi saluti illustri. Sono scomparsi quest’anno autentici signori della scena pubblica. Dopo Van Wood, Maurizio Mosca, Nicola Arigliano e Raimondo Vianello ci hanno lasciato da poco il mitico Lelio Luttazzi e, due giorni fa, il grande Erasmo (detto Mino) Damato. Di Luttazzi tutti quelli della mia generazione ricordano l’urlo che emetteva quando presentava “Hit Parade” che per dieci anni imperversò dalla Radio, in contemporanea con un altro grande fenomeno radiofonico: “Alto Gradimento”, con la sua vetrina di personaggi allucinati e però, sullo sfondo, le ultime novità discografiche (Boncompagni negli anni 60 era stato uno dei primi DJ italiani). Due trasmissioni che fecero epoca, che cambiarono per sempre il mondo della Radio Italiana. Luttazzi, naturalmente, era anche molto altro. Nel 1943, a soli vent’anni, riuscì a incidere un disco che fu un successo enorme, al punto di fruttargli ben 350000 lire di diritti, cifra colossale per quell’epoca. E poi direzioni di orchestra, conduzioni televisive, e persino cinema. Nel 1959 interpretò un film di Antonioni, su imbeccata dell’allora fidanzata di Antonioni, la leggendaria Monica Vitti. Su Mino Damato si può dire che è stato uno dei primi giornalisti “sulla breccia”: inviato in Vietnam e in Cambogia, e poi con conduzioni televisive che, anche queste, hanno fatto epoca. Cultura e spettacolo: un binomio vincente che introdusse anche a Domenica In. Memorabile la camminata sui carboni ardenti nel 1985 fuori dalla sede RAI di via Teulada. Ma anche tanto impegno civile e sociale, pro bambini malati di Aids. Si lanciò anche in politica, dapprima con AN, poi nel gruppo misto, e infine con Rutelli, senza mai essere eletto allo scranno più alto. Erano gli anni in cui, appunto, i giornalisti si mettevano in politica: Piero Badaloni, Piero Marrazzo, eccetera. Se si fosse messo con la sinistra, forse, avrebbe avuto qualche chance in più, ma in fin dei conti a lui andava bene lo stesso fare il consigliere. Personaggio comunque difficile da governare per tutti, sempre avanti coi tempi. La RAI, in quegli anni, era molto ricca di personaggi così. Ebbi la fortuna di intervistare prima, e di diventare amico poi, di un personaggio mitico del giornalismo anni 70-80. Era un romano e si chiamava Enzo Aprea. Era disabile e ridotto su una sedia a rotelle con le braccia e le gambe amputate, causa una malattia degenerativa che lo portò alla tomba. Aveva anche lui condotto programmi di approfondimento in RAI, e negli ultimi anni scriveva libri di poesie di taglio sociale. Ricordo bene quello che mi disse nell’intervista che gli feci nel 1990. “Essere veri giornalisti significa sopratutto parlare dei DIRITTI NEGATI. Significa, quindi, anche dare fastidio al potere, e a certi potenti”. Qualche giorno più tardi, in una via del centro, mi sentii chiamare per nome da una allegra voce in romanesco: era lui, Enzo, sorridente, accompagnato dal suo infermiere. Quando qualcuno entrava nel cuore di Enzo, insomma, non ne usciva più.Trent’anni fa giusti, un infarto maligno ci portava via uno dei più grandi attori inglesi di sempre: Peter Sellers, a soli 54 anni. Il Fregoli d’Oltremanica, il trasformista per eccellenza. La galleria dei suoi personaggi è mitica: il Dottor Stranamore, l’Ispettore Clouseau della Suretè, l’indiano svampito di “Holliwood Party”, ma sopratutto l’incredibile Chance Giardiniere di “Oltre il giardino”, film girato pochi mesi di morire e che vinse il festival di Cannes. Poetico, delicato, ricco di parabole, con la musica del brasiliano Eumir Deodato, che spesso viene in Emilia Romagna (da New York) a regalarci serate da favola, con il suo pianoforte. La parabola perfetta del potere: un comune giardiniere di un senatore degli Stati Uniti  ormai in fin di vita, che guarda sempre la TV e parla di piante e fiori, ma le cui frasi vengono interpretate come parabole sulla politica e sull’economia. Tramite la moglie dell’anziano viene introdotto alla Casa Bianca, e le sue frasi sui fiori e le stagioni gli fanno guadagnare un’incredibile stima bipartisan. Al punto che, alla morte del senatore, tutti sono concordi nel volerlo candidare alla Presidenza degli Stati Uniti. Ma lui, incurante, durante il funerale, si mette a camminare sull’acqua di uno stagno, misurandone la profondità col suo ombrello da gentiluomo inglese. Una scena incredibile, con la vedova del senatore (una dolcissima Shirley MacLaine, sì, proprio quella di Irma La Dolce), che lo guarda estasiata. Un film ora assolutamente bandito dalla Tv e introvabile nei negozi. Ne possiedo una copia per miracolo, dato che il proprietario del negozio che me la diede un anno più tardi morì, e l’enorme patrimonio di film (c’era roba a partire dagli anni 20!), ora tutti introvabili, andò disperso. L’Inghilterra in quegli anni ci diede una fantastica serie di attori: Peters Sellers, Shirley MacLaine, David Niven, e molti altri. Poi vennero i Monthy Python, ma questa è un’altra storia. Anche se io amo alla follia pure loro.
phederpher

un inedito di charles dickens… chissà…

venerdì, 17 settembre 2010 

un inedito di charles dickens (chissà, mah)
 
Ieri mattina, nella nostra cara e vecchia aula di Biologia dell’Università di Oxford, erano le nove precise e c’eravamo tutti e ventiquattro: io e i miei vecchi carissimi MacDermott, MacGuire, MacIntyre, MacEvans, MacGregor, MacBillish, e poi ancora O’Neal, O’Shea, O’Phillys, Flanagan, Flaherty, Flag, Flostill, Georges, Guerenworth, Haig, Hair, Meredith, Mortensen, Muldoon, Parkinson, Reid e infine Williamson. In quel preciso istante entrò il nostro vecchio carissimo Professore di Biologia, che ci disse, tutto raggiante: “Oggi, o miei vecchi e carissimi alunni, non terremo qui nessuna lezione, poichè il vecchio e carissimo Preside MacFish desidera che tutti noi andiamo sulla vecchia e carissima Main Street a fare ala al passaggio del vecchio e carissimo Papa Benedetto 16, che viene da Roma a farci visita. Che ne dite, o miei vecchi e carissimi?”. Non appena ebbe finito, un boato d’entusiasmo riempì la nostra vecchia e cara aula di Biologia, facendo cadere, per lo spostamento d’aria, un antico teschio di tirannosauro vecchio di 2 milioni di anni, che era appoggiato sopra un vecchio e caro armadio, e facendolo andare in mille pezzi. “Peccato, era un teschio favoloso. Il nostro vecchio e caro MacFish se ne adonterà non poco”, osservò il nostro vecchio e carissimo professore, infilandosi la boNbetta. E di lì a poco eccoci tutti all’aria aperta, gioviali ed allegri come possono essere gioviali ed allegri soltanto dei giovani studenti di Biologia della vecchia e cara Università di Oxford. Le strade cittadine, frattanto, erano già tutte invase dalla popolazione festante, che recava in mano la bandiera del Vaticancro, lo Staterello di cui il vecchio e caro Benedetto 16 era il maggiore azionista. Ed eccolo! Un boato dei presenti ci rese noto che il vecchio e caro Benedetto 16 stava per percorrere la vecchia e cara Main Street a bordo del suo veicolo speciale, benedicendo la folla a tutto spiano. Accanto a me il vecchio e caro MacDermott mi sussurrò in un orecchio: “Caro vecchio mio, avrei un’idea in testa. Facciamo uno scherzo all’illustre visitatore? Che ne so, una pernacchia, una bestemmia in antico gaelico, un rutto molto forte?”. Al che risposi al vecchio e caro MacDermott: “Ottima idea, vecchio mio. Ma una cosa scherzosa, sia ben chiaro. Non dimenticarti che siamo studenti dell’Università di Oxford, e abbiamo una solida reputazione da mantenere alta”. Il vecchio e caro MacDermott mi rispose: “Ma certo, vecchio mio, non temere. Una cosa scherzosissima!”. Nel frattempo il corteo papale si appropinquava sempre più verso la nostra posizione, e noi tutti fremevamo per l’emozione. Quando ormai il veicolo papale non distava più che una decina di yarde da noi, il vecchio e caro MacDermott si portò le mani intorno alla bocca per amplificare il suono, e cominciò a urlare: “Tornatene a Roma! Qui siamo tutti protestanti riformati! Non ti vogliamo fra le palle! Levati di culo, hai capito, testadica220 megagalattica!”. Un’ondata di stupore e di riprovazione percorse gli astanti, dopodichè un alto grido squarciò il cielo della vecchia e cara Main Street: “Prendetelo! E’ un provocatore, un terrorista, un anarchico! Fategli un culo come un autotreno!”. E subito scoppiò il bailamme più completo. MacDermott, che correva i 100 metri in 12 secondi e 3 decimi, saettò via più veloce della luce, inseguito dalle guardie Vaticancre che assistivano il Pontefice, il quale, per l’emozione, si era accasciato nella vettura in preda ad un lieve malore. Noi tutti eravamo sconvolti e sbandati. Il nostro vecchio e caro Professore di Biologia era rosso dalla vergogna. Il più sfrontato era il vecchio e caro Flanagan, che approffittò del caos per tastare il sedere di molte delle fanciulle presenti, ad alcune delle quali diede persino il numero di cellulare. Miei cari, quant’è vero che oggi il Manchester United farà una sola pappina del Bristol Rovers, nella nostra vecchia e cara Oxford mai si erano viste scene di questo tipo. Ma poi, provvidenzialmente, calarono le tenebre, e ognuno di noi potè quindi rientrare presso le proprie magioni, accolti dalle braccia premurose delle nostre vecchie e care mammine.
 
 

ha vinto il partito groucho-marxista

martedì, 30 marzo 2010  

Ha vinto il Partito Groucho Marxista 

Con un astuto stratagemma, il solito trucco del portafoglio legato a una cordicella, ho allontanato il leader del Partito Anarco Qualunquista, il noto Alcide Brunazzi (da non confondersi con Alcide Brunetta, domatore di piattoni al Circo Barnum), per prendermi tutto il palco, i polli, le patatine, gli arrosti, gli allori e gli odori di questa agognata vittoria. Mi sento, senza dubbio alcuno, di poter affermare la mia vittoria, insieme alla vittoria degli altri partiti.
Un uomo senza la Vittoria, è come un povero mentacatto, specialmente se la Vittoria la da via a tutti“, così afferma David Goldenlady, maggiore azionista delle calze a ramagi.
Quando si parla d’erezioni, ogni uomo politico si sente fiero d’esser membro della sua specie. E’ per questo, che noi le erezioni le facciamo sempre, e non si parli di erezioni anticipate, erezioni europene o regioanali, con quel sorrisetto di sfottò… l’Italia vanta con forza questo primato!
Ebbene sì, miei cari polli… pardon, elettori, abbiamo vinto in molti, praticamente tutti (Sega Nord, Partito della Libertà di prenderlo nel bocciolo, Unione del Centro Destra col Centro Sinistra, Italia dei Malori, Radicali Liberi, Partito Democritico, Riaffondazione Comunista, ecc. ecc.) e tutti, indistintamente, staranno strombazzando la loro vittoria, ma IO ho ottenuto un audience migliore della trasmissione di “Amici“, quella durante la quale la Defilippi dichiarò d’essere stata un barista baffuto brianzolo e d’aver cominciato a esibirsi per ischerzo come Drag Queen, prima d’esser stata notata da quel bell’uomo di Mauriccio Cottanzo. Nel Lazio hanno preferito gli Spolverini (sono di gusti Fini, nel Lazio). Anche qui in Toscana, c’è stata una tenuta di tutto, anche se a forza di andare a sinistra stanno girando sempre in tondo. A proposito di sovversivi e detersivi, alla Coop ci sono stato ieri, a comprare il pane azzimo che per fare la “scarpetta” con il sugo è davvero il massimo (ci si sbrodola che è un piacere). Stasera me ne starò davanti al pc a fumare il mio sigaro orientale e a riflettermi sul monitor. Sicché, posso ritenermi soddisfatto.
Vostro affezionatissimo leader del Partito Groucho-Marxista d’Italia,

Julius Henry Marx

 

il buon senso comune

ululato da Pralina alle ore 18:38 lunedì, 15 marzo 2010

La mia classe prima, alle scuole elementari, fu la prima in Italia a seguire il metodo della insiemistica. Era il lontano 1969 (ora i maligni faranno i loro calcoli, e i benigni si stupiranno di Roberto) l’insiemistica rappresentava una novità assoluta, tant’è vero che i miei bellissimi quaderni furono spediti al Ministero della Pubblica Istruzione come “quaderni modello” e forse là sono rimasti sepolti, sotto cumuli di cartacce.
L’insiemistica è un buon sistema di apprendimento per i bambini, sviluppa a mio parere le capacità logiche deduttive, il problema è che l’insiemistica da metodo scolastico, viene applicata dal “buon senso comune” (traduzione: accozzaglia di luoghi comuni espressi da perfetti cretini) per discriminare quelle che sono definite “minoranze”.

Si parla infatti di negri o persone di colore o extracomunitari o handicappati o mongoloidi o gay o trans o ancora donne per non parlare di lesbiche, come se tutti gli altri (maschi bianchi eterosessuali abili e arruolati) non avessero alcun bisogno di venire riuniti e descritti, e magari recintati col filo spinato, dentro un insieme.
Non c’è nulla di più discriminatorio che recintare un gruppo di persone dentro un insieme, parlare di “quelli là”, di “quelli un po’ così”, di “vucumprà”, di “quelli dell’altra sponda”, ecc. come se l’appartenenza al gruppo e all’insieme fosse più importante dell’appartenenza tout court al genere umano. C’è dell’altro. Perché parlare di scrittore gay, o di architetto donna, specificando, quasi per mettere le mani avanti, che lo scrittore è gay e l’architetto è donna (e qui vedete com’è sessista la lingua, che non riconosce nemmeno un femminile in tante professioni). Eppure tutt* noi, magari per pigrizia mentale o per comodità, cadiamo in questi tranelli linguistici, ma la lingua non è mai neutrale, esprime concetti politici, ideologici, ecc. E difatti, che importanza ha che lo scrittore sia gay o l’architetto sia donna?
Noi siamo appartenenti al genere umano, e siamo differenti uno dall’altra. Punto.


C’è poi un altro insieme, che è quello delle persone obese, sovrappeso o per usare un eufemismo (perché non ci chiamate direttamente ciccione? perché l’utilizzo di questi eufemismi ancora più offensivi?) “cicciottelle”. Quelle che appena vogliono comprare un vestito, si devono rivolgere al settore “taglie forti”, che in genere resta in fondo ai grandi magazzini, ha i modelli più tristi, i colori più spenti e i prezzi più cari. Quelle che ogni volta che si va a mangiare, tutti si aspettano che chiedano la portata più abbondante e magari si ungano la bazza (il mento) di sugo.
Quante volte ho sentito questa frase “Le donne come te…” oppure “Io amo le donne come te…” e via coi luoghi comuni (siamo burrose, siamo flaccide, siamo buone, siamo pacioccone, siamo pigre, siamo lente di riflessi, siamo poco agili,  facciamo fatica a camminare, abbiamo la tiroide che non funziona, puzziamo, scorreggiamo, russiamo, ci strafoghiamo di cibo perché siamo infelici,  non siamo desiderabili, abbiamo un appetito formidabile, facciamo paura agli uomini, siamo invidiose delle donne magre) oppure ancora “Assomigli a tizia, caia” solo perché dovrei fare parte di un insieme. Una minoranza di maggiorate. In realtà, così come i cinesi non sono tutti uguali, così come i cinesi non assomigliano affatto ai giapponesi, così come i diversamente abili sanno fare e soprattutto sanno essere un sacco di cose che i normalmente abili se le sognano, non sono uguali fra di loro nemmeno le persone con qualche chilo in più. Quante volte mi hanno parlato di dieta a sproposito, senza sapere che io mangio in modo assolutamente normale (due pasti scarsi al giorno) e che non ho affatto dei raptus alimentari compulsivi, anzi, il mio fidanzato che è magro si stupisce perché non ho mai la sua stessa fame! C’è chi al sovrappeso c’è arrivato per un motivo o per l’altro, che può anche essere lontanissimo dall’iperfagia (o assunzione smodata di cibo), si può essere grossi anche per la massa muscolare, per DNA, perché come me si hanno degli antenati (russi o vichinghi) eccezionalmente dotati a livello fisico… c’è chi in effetti (e sono tantissimi) amano le persone floride, in carne, ma in ogni caso sentirsi catalogare in qualsiasi modo è discriminatorio.

 


Ognuna di noi, come persona, appartiene al genere umano e come individuo è una cosa unica e irripetibile. Vorrei dire altro, potrei accennare al discorso vegano e alle gerarchie che l’uomo ha creato ritenendosi superiore agli altri esseri viventi, ma mi fermo qui. Ma ad ogni modo abbiamo tanto da imparare, anche dai vegan e dai metodi biologico e biodinamico per coltivare la terra in maniera non intensiva e non invasiva. La biodiversità è un principio fondamentale della vita stessa e il corpo è sacro. Non ha nessuna importanza, l’appartenenza a una classe sociale, a un genere sessuale, a una tendenza sessuale, l’avere pelle di colore “diverso” (diverso, da cosa?) o carne con qualche centimetro in più di spessore.

l’uomo che verrà

ululato da phederpher alle ore 17:12 sabato, 20 febbraio 2010 

 
Lasciamo il campo ad una cosa seria e incredibilmente bella. CLAUDIO CASADIO, mio coetaneo e concittadino, da oltre venticinque anni attore diplomato al DAMS di Bologna e cofondatore assieme a RUGGERO SINTONI del gruppo ACCADEMIA PERDUTA, che gestisce la programmazione di buona parte dei teatri romagnoli, ha esordito nel cinema dopo oltre vent’anni di spettacoli per ragazzi. L’occasione è il bellissimo film del regista Giorgio Diritti “L’Uomo Che Verrà”, che ha già vinto tre prestigiosi premi al Festival del Cinema di Roma nell’ottobre scorso. Trama del film: “Inverno 1943. Martina ha otto anni e vive alle pendici di Monte Sole, a sud di Bologna, ed è l’unica figlia di una famiglia di contadini che fatica a sopravvivere. Anni prima ha perso un fratellino di pochi giorni e da allora ha smesso di parlare. Nel dicembre la madre rimane di nuovo incinta. I mesi passano e la guerra (siamo vicini alla famosa Linea Gotica, di cui parlerò presto) si avvicina. E la vita si fa ancora più dura. Nella notte fra il 28 e il 29 settembre 1944 il piccolo finalmente viene alla luce. In quei giorni, però, le SS scatenano nella zona un rastrellamento senza precedenti, che porterà alla tristemente famosa strage di Marzabotto”. Questo film, insomma, racconta la guerra vista dal basso, da parte di chi suo malgrado ne viene coinvolto. Diamo spazio ora alle parole di Claudio, una bellissima faccia cinematografica chissà perché arrivata al cinema solo a 52 anni.
 
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“La tremarella all’inizio era tanta. Al primo giorni di riprese mi ripetevo: “Ma chi me l’ha fatto fare?”. La mia unica esperienza risaliva al 1978 come comparsa nella fiction IL PASSATOR CORTESE (la madre del bandito era interpretata da una grande attrice di teatro dialettale, LUISA FIORENTINI; con cui ho lavorato due anni, ndr). Questo film era la mia prima vera esperienza su un set. Il regista (Giorgio Diritti, ndr) aveva pensato a me dopo avermi visto in uno spettacolo per ragazzi, ed era rimasto molto colpito dal modo in cui raccontavo le favole, e quindi mi propose la parte del ruolo maschile principale. Bè, mi piacque molto, in quanto vengo da una famiglia molto provata dalla guerra e ho conosciuto di persona molti partigiani. Nel personaggio ho inserito un pò tutte le storie sentite e vissute”. 
 
Oltre a Claudio nel film ci sono due volti noti femminili, MAYA SANSA e ALBA ROHRWACHER, più uno stuolo di attori locali e comparse che recitano in dialetto bolognese della collina, tanto che alla prima del film a Bologna, presso il Cinema Lumière, molti bolognesi non sempre riuscivano ad afferrare il significato delle battute. Il film, comunque, ha fatto registrare il tutto esaurito per tutte le giornate in cui era stato programmato. 
 
“Giorgio Diritti è un regista molto bravo. Ha raccontato la strage di Marzabotto con grande onestà intellettuale e con grande amore. Non ha fatto un film patetico. Nel montaggio ha tolto scene troppo “strappalacrime”. Quando abbiamo girato le scene dell’eccidio, c’era silenzio e la consapevolezza di fare qualcosa di molto importante. Abbiamo girato per quasi due mesi, in novembre e dicembre, ed è stato molto faticoso. Faceva freddo, pioveva, poi è anche nevicato. E’ stata una prova fisicamente durussima. Per caricarmi facevo finta che il mio solito pubblico teatrale fosse la troupe che mi stava davanti” 
 
Abbiamo citato il suo collega attore e socio RUGGERO SINTONI. In effetti è merito suo se Claudio ha avuto questa occasione, in quanto ha fatto in modo che Diritti venisse a vedere un suo spettacolo, POLLICINO, che poi ha convinto il regista in modo definitivo. Ora il film è nelle sale, distribuito da MIKADO, e sta sbarcando anche in Francia. Ma Claudio non si è montato la testa e continua a fare teatro per ragazzi (da qualche anno fà tournèe un pò in tutta Europa), considerando questa esperienza come una piacevole e stimolante parentesi. Che dire di più? Appena lo vedete dalla vostre parti, correte al cinema!
 

un paese che puzza di morte

ululato da phederpher alle ore 23:21 lunedì, 19 aprile 2010  

Da un pò di anni la televisione si è adeguata al peggio dell’essere umano. Disgrazie, assassini, catastrofi e putiferi vari costituiscono il settanta per cento (circa) di un qualsiasi telegiornale. Chi vi parla, fra l’altro, ha lavorato per due anni al telegiornale di una TV locale emilioromagnola (circa vent’anni fa) e persino a dimensioni così piccole la percentuale di cui sopra non è poi così distante. Abbiamo appena visto i funerali di Raimondo Vianello. Lo spettacolo della povera e ormai irriconoscibile Sandra che urlava il nome del marito, sormontata dalla sagoma a tratti persino sorridente di Silvio Berlusconi, era assai peggio del più orrido film dell’orrore che si potesse immaginare. Premettendo che i film dell’orrore, secondo me che ne avrò visti (credo) tre in tutta la mia vita, sono robaccia al confine tra l’idiozia, la stupidità e l’infantilismo. Il problema è che questo Paese puzza di morte da ogni angolo, ormai. E non si fa nulla per non ostentare questa fetore, questo immane putridume che sale oramai da qualsiasi istituzione possibile e immaginabile. Solo un altro scempio può essere paragonato a quello del funerale di Vianello: l’immagine di Papa Woytila sofferente di Parkinson che si affacciava dalla finestra del Vaticano, con lo sguardo spento e la voce flebile. Ora io sono sempre stato un fiero mangiapreti (di tradizioni anarco-repubblico-emiliane, quindi PARECCHIO mangiapreti), nonchè dissacratore fierissimo di tutto ciò che la gente RITIENE sacro, perchè le cose davvero sacre sono pressochè ignorate dalla massa/volgo/popolo bue, ma non posso tollerare che l’immagine di un vecchio ultraottantenne gravemente ammalato, vengano diffuse in tutto il mondo solo perchè è il capo di una religione, benchè una delle più numerose. Ormai si è superato il limite e di parecchio. Purtroppo lo stato di intorpidimento e/o rincoglionimento generale è arrivato al punto che pochi protestano, pochissimi s’indignano, meno ancora s’incazzano. Insomma, tutto passa nel tritacarne che domani è un altro giorno, Rossella. Ma consoliamoci, la vita riserva ancora fatterelli siNpatici & carini. Sabato pomeriggio, stazione di Brisighella. Il sottoscritto sta uscendo da un bar e sta per apprestarsi a prendere il solito treno che mi porterà in Toscana dalla mia Pralina. In quella vengo avvicinato da un signore distinto, occhiali, capelli bianchi, sessant’anni circa ben portati, gran macchinone e quindi, probabilmente, portafoglio gonfio. Il classico tipo, insomma, che farebbe gola a qualsiasi donna single di mezza età. Sul bavero noto un piccolo distintivo di Forza Italia. Sorridendomi, il tipo mi chiede gentilmente da che parte sono le Terme di Brisighella, poichè sulle prime è andato dritto filato all’Ospedale, ritenendo che le Terme fossero quelle. Io osservo, cercando di stare serio, che “Terme” e “Ospedale” sono normalmente cose molto differenti, e che comunque le Terme sono da tutt’altra parte della cittadina, in compenso sono anche molto ben segnalate da una miriade di cartelli apposti ad ogni angolo. Il tipo sembra non cogliere la mia sottile ironìa, e continua a chiedermi dove diavolo siano ste benedette Terme. Al che, impietosito, glielo spiego con dovizia di particolari, dopodichè il signore, tutto soddisfatto, parte sgommando. Ora non è per dire di Forza Italia, dato che conosco anche parecchia gente di sinistra messa, se possibile, anche peggio. Un fatto è sicuro: questo Paese, per chi fa satira, sarà sempre una miniera generosa.

phederpher

campionato di calcio interreligioso

ululato da phederpher alle ore 17:35 giovedì, 17 giugno 2010

Ieri pomeriggio è iniziato il Campionato del Mondo di Calcio Interreligioso, con la disputa a Roma dell’atteso match fra la formazione del VATICANCRO e quella dei TESTONI DI GENOVA. Il girone A comprende anche il BUDDA’S TEAM e l’EVANGELIST CHURCH FUCKBALL CLUB, mentre il girone B è composto dall’ALLAH ALBAR, dall’HINDU’ INTECU’, dal JEWISH GOLD TEAM e dall’ORTODONTHIC ENSEMBLE. Diciamo subito che è stata una partita molto combattuta, giocata sul campo di Centocelle. Ottomila paganti hanno seguito l’andamento del match con grande passione e con un tifo indiavolato sul maxischermo collocato in Piazza San Pietro. L’SS. Pappa Sepp Natzinger in persona ha assistito al match dal balcone della finestra dove di solito impartisce la benedizione agli orbi che disturbano. La partita è terminata con un rocambolesco 5 a 5, veramente un risultato d’altri teNpi. Ma eccovi le formazioni delle sCuadre e note salienti del match. VATICANCRO: Don Mario detto Revolver, Don Benedetto, Don Carlo detto Minni, Don Franco, Don Domenico detto Dindon, Don Giovanni, Don Andrea, Don Fernando detto Killer, Don Giuseppe, Don Carlos detto Ester e infine il boNber Don Maurizio detto Bazooka. Allenatore il Sig. Marcello Cicci. TESTONI DI GENOVA: Marco Parodi, Giovanni Parodi, Andrea Parodi, Marcello Parodi, Carlo Parodi, Mirco Parodi, Giorgio Parodi, Uliano Parodi, Wagner Parodi, Iader Parodi, Cosimo Parodi. Allenatore il Sig. Parodo Parodi. La cronaca. Al terzo minuto discesa ubriacante di Don Bazooka che dal limite centra l’angolino con una legnata poderosa che tira giù anche tutta la porta. Pubblico del Vaticancro in visibilio, ma i Testoni non demordono e dopo soli quattro minuti pareggiano con Parodi che lancia a Parodi che passa a Parodi che segna con un preciso pallonetto, nonostante una revolverata di Don Mario che cercava di centrare il pallone per sgonfiarlo prima che entrasse in rete. Al sedicesimo gomitata di Don Killer che spacca la faccia di Parodi che viene sostituito da Parodi. L’arbitro confessa Don Killer e si limita solo ad ammonirlo, dopo che il prete si è detto pentito. Al trentesimo dribbling stretto di Parodi che crossa in area per Parodi che di testa infila di precisione l’angolino destro, nonostante l’estremo tentativo di Don Mario che centra con una revolverata il palo. Il proiettile poi rimbalza in tribuna centrando in fronte Suor Maria delle Orsoline Sconsolate, che si affloscia senza vita e viene immediatamente proclamata Santa (o santa). Ma il Vaticancro reagisce e sposta in avanti il centro di Bari, pareggiando allo scadere con un tiro di Don Carlo detto Minni per via dei suoi foulards rosa e delle sue bellissime guepière. 2 a 2 all’intervallo. Al rientro i calciatori vaticancri cominciano con grande lena e in soli dieci minuti segnano due gol incredibili prima con Don Bazooka, che fà ben tre tunnel di fila prima a Parodi poi a Parodi e di nuovo a Parodi e poi infila Parodi, e poi con Don Andrea che si avvita su un traversone di Don Dindon e mette nel sacco fra l’esultanza della tifoseria vaticancra. E’ a questo punto che l’allenatore Parodi fa uscire Parodi sostituendolo con Parodi. E’ la mossa vincente: il nuovo entrato semina lo scompiglio fra la difesa del Vaticancro segnando personalmente due reti di rara bellezza, mentre Revolver centra altre due Suore in tribuna, che vengono subito proclamate Beate. Ma è di nuovo Don Carlo detto Minni a riportare avanti i locali, intervenendo con le terga su un rinvio del portiere Parodi: la traiettoria assume una parabola evangelica che si insacca alla sinistra dello stupefatto estremo difensore dei Testoni. Insomma, il classico gol di culo. Finita così? Giammai. A due minuti dalla fine Parodi s’incazza davvero e scende verso la porta vaticancra seminando come birilli i difensori e presentandosi davanti a Don Revolver che lo punta con decisione, mirando al petto. Ma all’ultimo istante Parodi lo scarta con abilità, mentre Don Revolver fa partire una gragnuola che abbatte l’intero stato maggiore delle Orsoline Desolate. Parodi entra in porta col pallone e sigla il definitivo 5 a 5. Incredibile.

 

Intervistato, l’allenatore del Vaticancro, Marcello Cicci, ha aperto le braccia, e con tono sconsolato ha ammesso: “Forse dovremo cambiare portiere. Così proprio non va!”. Vabbè, staremo a vedere. Intanto il caNpionato prosegue: stasera il BUDDA’S TEAM incontrerà l’EVANGELIST FUCKBALL CLUB. Nella photo a sinix della nostra inviata Pralina Tuttifrutti, un momento della gara’a.

phederpher

eh sì me lo merito

ululato da Pralina alle ore 12:06 martedì, 23 marzo 2010

E’ molto tempo che non parlo della mia pittura, la primavera che allunga le giornate porta questa ispirazione insieme alla luce… io abito al sesto piano, quando le giornate sono limpide come oggi, di qui vedo un cielo mozzafiato, anche se “deturpato” dalla vista dei palazzi davanti, e i miei due terrazzi sono un tripudio di fiori e piantine, di vasi con la terra appena annaffiata, pronti a germinare. La mia è una casa un po’ bohemiénne, senza comodità, senza condizionatore per l’estate, con il frigo vuoto, con mobili non belli, tranne un paio, molto in disordine, anche perché tenere ordine con una quantità esorbitante di cose viventi o vissute, risulta veramente difficile (mi perdoneranno le casalinghe o le pensionate il cui unico pensiero è spolverare un mobile vuoto e una libreria senza libri) una cosa così, però ci sto benissimo e poi fa un po’ casa un po’ atelier.
Ieri sera sfogliavo un libro di meravigliosi disegni di Albrecht Durer (niente umlaut per questa tastiera, vabbè) incantata davanti a siffatta bellezza, e pensavo alla mia prossima opera. Pensavo anche alle stupende incisioni di Rembrandt e alla mia prossima opera. Non che fra le tre cose ci sia un nesso (io non mi metto a gareggiare coi Maestri Assoluti), ma un po’ di narcisismo non guasta. Sono un po’ stanca di sentirmi “Cenerentola”.
Lo so, per noi donne creare, in senso narcisistico, egoistico, per aumentare il soddisfacimento personale, è sempre stato un problema. Noi dobbiamo fare sempre le cose belle per gli altri. E aspettare che gli altri ci dicano “Ooooooooooh!”.
E questa è la grossa palla al piede che ci mettiamo, il fare per gli altri e mai per noi. Stranamente, dico per il soggetto insolito (in genere sono paesaggi o ritratti d’altri) mi hanno commissionato un autoritratto, per ciò occorre che io mi faccia fare delle foto,  è una cosa curiosa, molto stimolante, sarà un’occasione per dare sfogo al mio narcisismo, per giocare con la mia immagine reale (quella materica, ciccia, ossa, tendini, lavoro di chiaro-scuro con unghie, cornee, capelli) e un po’ la mia rivincita (anche) su un commento superlativo che il mio amore ha lasciato a una tizia di splinder che ha un avatar pesantemente taroccato. Una cavalletta nascosta sotto una parrucca nero fumo. Salvo poi ricredersi quando gli ho fatto notare che la tipa non ha nemmeno i miei requisiti, ma solo una grandissima abilità nel camuffarsi  dietro una cortina di nero fumo e una maschera di vamp costruita ad hoc.
Voglio che sto cazzo di commento sei una donna bellissima, lo metta a me, finalmente, dopo avere visto le foto e l’autoritratto. Chiuso capitolo.
Ma la motivazione principale è che io devo tornare a “splendere” come persona e come artista nel modo migliore, senza intermittenze come una lucciola, ma di luce continua.  E tutto ciò passa attraverso la mia autostima. Quella cosa che ti fa essere fiera d’avere due mani perfette, come le mie. Ripeto, noi donne si tende a fare le cose solo per gli altri, sentendoci in colpa tantissimo quando le facciamo per egoismo. E così si passa la vita a pensare all’uomo, ai figli, ai traslochi, ai genitori anziani, ai carcerati, ai moribondi, al volontariato, agli archivi, alle sedi di partito, alle feste patronali, alle tombole di beneficenza, a mantenere i fiori freschi e i lumi nei cimiteri. Fin da bambine, la tensione sta tutta lì, nel fare le cose per gli altri e dagli altri dipendere. Saremo sempre le più brave a scuola, quando i maschietti fanno i discoli, e nonostante tutti i nostri sforzi a studiare, il mondo del lavoro premierà di più gli uomini, assegnando loro ruoli più prestigiosi e quindi le paghe migliori. Questa nostra immensa generosità e bellezza, alimentazione dove c’è la fame, cura dove c’è la malattia, consolazione dove c’è il dolore, vitalità dove intorno c’è la morte, ci fa perdere giorno per giorno autostima, ci fa sentire “brutte” poiché spendiamo tutte le nostre energie, pendiamo dalle labbra di chi amiamo, dipendiamo dai giudizi della suocera che è sempre acida con noi, dagli scleri del nonno che si piscia addosso, dai programmi televisivi che ci vorrebbero sempre perfette come bambole gonfiabili a suon di botulino labbra gonfiate e tette al silicone, dalle palpate di culo del nostro capufficio, dalle prediche del sacerdote per il quale noi donne siamo tutte peccatrici; dai pareri del medico per il quale noi abbiamo sempre delle “patologie”,  siamo sempre grasse, depresse, problematiche, così come considerano patologico partorire, allattare “più del normale”,  andare in menopausa, sentirci stanche e tristi o pesare 10 chili più di ciò che è segnato sulla tabella, e da tutte le altre figure professionali che sono tutte migliori di noi, e sempre sconfermanti, paternaliste, e mai una parola di conforto al momento giusto, nemmeno da noi stesse (si sa che noi donne siamo le nemiche numero uno di noi stesse). Noi siamo quelle che ci restiamo male se nostro marito il commendatùr in andropausa guarda le ragazzine di vent’anni per sentirsi giovane. Noi siamo sempre quelle del ti chiedo scusa se mangio come ogni altra persona normale a questa cena… lunedì mi metterò a dieta. Tanto per mettere le manine avanti e non essere massacrate dalle amiche invidiose della tua sesta di reggiseno e dal fatto che gli uomini si voltano a guardarti (altro che cavallette, porcodd…).
Eppure noi donne siamo bellissime, lo siamo anche senza bisogno di taroccare un avatar fino a farci credere Vampyrella o Greta Garbo, di metterci due etti di rossetto rosso corallo perché come dice il mio lui “le donne con il rossetto rosso sono più sensuali”, o di dimostrare a uno cecato, la bellezza di carne, naturale, selvaggia, che abbiamo.
Noi donne siamo belle selvagge, anche a una certa età (chissà perché l’età è certa solo quando si va oltre i 40 anni) siamo belle senza artifici, e siamo belle anche struccate, possiamo giocare con la nostra immagine, divertirci con le nostre immagini, testare luci e colori, perdonarci qualche difettuccio che ci fa essere uniche al mondo, fare le linguacce e ridere dei nostri occhi strabuzzati, senza questa tensione di voler apparire in maniera “perfetta”… vorrei che questo autoritratto mi portasse a sentirmi dire che sono bellissima, ma che il suono di questa parola bellissima, provenga in primo luogo da me, risalga dal mio io profondo, rompa le catene che mi tengono imprigionata a cliché, mi renda sicura di me stessa, mi faccia sentire almeno per una volta libera.

Me lo merito sì o no. Ecchecazzo…

*

23 Marzo 2010 – 12:37

 
un buongiorno alla mia tenerissima e bellissima… sto un pò meglio ma mi sembra di riemergere da sotto terra… qua il tempo è come al solito grigio e la gola dà ancora un pò di fitte… ma bisogna ripartire… a dopo, je t’aime
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#2  23 Marzo 2010 – 13:14
 
Cosih mi piacy, e la prossima volta “sei bellissima” non dirlo piuh all’amor tesecca.
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#3  23 Marzo 2010 – 14:40
 
Pralina, Tesor, farò quanto mi hai chiesto, dammi però un pò di tempo perchè ci voglio fare un commento degno di tanta bellezza, bellezza esteriore e interiore, bellezza sofferta, sentita e urlata. Tutti devono impallidire leggendo e chinare la testa accecati, perchè TU sei bellissima dentro e fuori, davanti e dietro, in ogni singolo cm. della tua pelle. 
Grande Pralina  ti abbraccio stretta stretta.
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#4  23 Marzo 2010 – 14:43
 
Dimentico sempre di dirtelo,  osservavo il tuo avatar, delizioso!
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DONNA NANA, TUTTA TANA!

ululato da Pralina alle ore 15:57 lunedì, 27 dicembre 2010

Dieci motivi tra il serio e il faceto per cui la donna bassa è meglio (per rispondere a chi mi dice che dare della “bassa” a una donna è una battuta di spirito)… e non si offendano le donne alte, perché hanno già mezza bellezza dalla loro parte, ma l’altra mezza ce la prendiamo noi!

1) è l’altezza classica, quella della Venere di Milo e di tutte le modelle dell’antichità e dell’era moderna

2) per fare cinema, teatro e televisione, non importa essere alti, ma caratteristici e fotogenici. Qualche esempio di “basse”? Marylin Monroe non arrivava a 1.70, Mae West, Wanda Osiris, Giulietta Masina non erano propriamente delle stangone, ma l’elenco è lunghissimo, si fa prima a dichiarare quante (poche) stangone hanno lavorato come attrici prima degli anni 80… fino a Raffaella Carrà, Sandra Mondaini e la Clerici (vabbè quest’ultima mettiamocela per spirito di solidarietà, vah), che pur non essendo altissime, hanno resistito in tv più delle giraffone. Per non parlare della simpatia delle donne piccole, da Tina Pica a Rita Pavone, una come Syusy Blady è travolgente, e ha inventato il neologismo “tap model”.

3) a esser basse è meglio: quando devi comprare un paio di scarpe veramente fighe, trovi sempre qualcosa della tua misura, perché il piede non supera il numero 40 e indossando un paio di scarpe coi tacchi, non fa l’effetto di “travestito” mentre per noi piccoline fa l’effetto di Betty Boop!

4) devo dirla tutta? argomento “schiena”… no, non la dico per non ferire chi sta curvo, le persone basse quasi mai, anzi spesso stanno diritte e impettite

5) io ho una bassotta e mi ci trovo benissimo! 

6) gli uomini alti sovente (anche se non sempre) preferiscono le donne nane come me, perché s’illudono di poterle dominare o perché ispirano sentimenti di protezione, si sa, Minnie (Topolina) ha avuto più successo di Clarabella, mentre quelli bassi vengono spesso intimiditi dalle stangone… e poi, dice il proverbio, donna nana, tutta tana!

7) le donne basse possono avere più fascino perché fin da piccole (cioè, fin da subito) devono esercitarlo con tutta la loro forza, quelle alte sono già arrivate al capolinea, sono già belle perché così è già stabilito (ma da chi?)

8] le donne gnome, come me, con una quasi sesta di reggiseno, fanno un certo effetto, una donna alta con una sesta è già nella sua norma (anche se a dirla tutta, quelle spilungone magre amate dagli stilisti, hanno al massimo una seconda)

9) quando ti metti per l’orizzontale, sinceramente, che senso ha avere 20 centimetri in più che non siano di organo genitale?

10) in effetti le misure sono relative: ai medici (o anche falsi medici) che mi dicono che dovrei perdere almeno 20 chili, io dico sempre che sono diversamente alta e che sono una falsa grassa, così anche se non ci credono, mi sono presa il tempo per uscire dallo studio, in un nanosecondo, e senza pagargli la porcella.