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STRANI MA NORMALI PASSAGGI NEL NOSTRO SITO www.horstfantazzini.net

La memoria di Horst Fantazzini non dovrebbe fare più paura. Dimenticata dalla maggior parte dei giornalisti, i quali sono troppo impegnati a fare copia incolla in giornali fotocopia… relegata in spazi marginali anche per “merito” di molti compagni che anziché favorirsi a livello locale si fanno competizioni stupide e a volte sovrappongono le date delle iniziative senza battere ciglio…  circondata dal silenzio e dall’oblio dopo il momento di notorietà, post uscita del film “Ormai è fatta!” di Enzo Monteleone con Stefano Accorsi, film tecnicamente valido e diciamo pure, bello, per certi versi intenso, che ha molti meriti specialmente quello di avere favorito la sua quasi liberazione dopo una detenzione che durava dall’inizio degli anni 60 ma che comunque era già stato reso “innocuo” da una decontestualizzazione spinta del personaggio (a mio parere Horst in quel film pare un alieno, un matto fuori dal tempo spinto dall’unico desiderio di uscire ma proprio incomprensibile e senza motivazioni politiche legate all’attualità delle lotte e dello scenario internazionale negli anni 70 percarità, infine un simpatico pasticcione iper emotivo che cerca di catturare le simpatie del pubblico)… insomma, ripeto, la memoria di Horst non dovrebbe far più paura, gestita com’è stata gestita proprio da giornalisti che volta per volta lo condannavano, poi lo riabilitavano, poi ne inneggiavano la liberazione mettendo in luce l’umanità sfolgorante ma negli aspetti superficiali e patinati da cronaca rosa, poi lo dipingevano come un coglione che si è messo nei guai volontariamente, come titolava il Resto del Carlino all’indomani dell’ultimo arresto avvenuto il 19 dicembre 2001 “il gentleman ci ricasca”… ma insomma, si sa, i giornalisti così pulitini e perbene sono ragazzi intelligenti e qualche volta persino simpatici, ma nella loro vita hanno qualche privilegio (diciamo tanti privilegi) rispetto a tanti che devono solo mangiare della polvere, quindi mancano di esperienza di vita, voglio dire mica hanno vissuto per strada o in situazioni estreme come il carcere dove si capisce immediatamente dove stare, e poi, come diceva Horst hanno spesso semplicemente paura di affermare le cose come stanno perché se no, nessun direttore gli pubblicherebbe un solo articolo!… una memoria così, dopo il flop del film nelle sale (mentre su Sky e in RAI è stato abbastanza seguito, così come nei circuiti alternativi e in rete) e il suo arresto, e soprattutto della sua morte, a chi vuoi che interessi, e poi, sono passati tanti anni, quanti… undici no?

E’ quindi sorprendente ma in fondo normale trovare la scia di tanti passaggi nel nostro sito http://www.horstfantazzini.net da parte delle forze dell’ordine o del ministero dell’interno. Mi chiedo, ma che cosa stanno cercando o che cosa credono di trovare, visto che ormai la storia di Horst è stata sedimentata in armadi di documenti, scartafacci, dimenticati nelle questure e negli archivi. Sono passati undici anni dalla sua morte, e di lui è stato già detto tutto e il contrario di tutto, sono stati seguiti i suoi spostamenti, analizzate le sue frequentazioni, ascoltati i suoi dialoghi, dato che la nostra casa di Bologna era piena di cimici, secondo “La Gazzetta di Modena” che ne parlò nel 2005 (e quindi sapevano tutto di noi). Riguardo a me, credo di condurre una vita limpida, sono come un libro aperto.

Voglio dire due parole su questo sito. Non c’è nulla di nascosto o di nascondibile, nulla che sia stato taciuto oppure omesso, tranne le storie che riguardano altre persone che non volevano apparire o essere ricordate. E’ stato fatto con il massimo rispetto e purtroppo è incompleto, perché si tratta di frammenti. Va da sé che ciò che non si trova, è proprio perché non è stato trovato. Infatti è un progetto in itinere. E’ nato proprio perché Horst Fantazzini non venisse dimenticato, abbiamo raccolto gli articoli che lo riguardavano, “Ormai è fatta!” il libro e la settimana rossa il capitolo sull’Asinara, qualche immagine, alcuni ricordi, le sue poesie e i suoi scritti, almeno quelli che restavano dopo tante distruzioni, sequestri, appropriazioni e abbandoni, sì perché dovete sapere che nella sua sciagurata esistenza Horst ne ha subiti di furti, furti di scritti, di foto, di libri, di oggetti affettivi, va da sé che lo sciacallaggio post mortem a opera di qualche borderline era quasi una condizione fisiologica. Nessuno si è curato del nostro dolore, delle nostre difficoltà materiali, e del fatto che una persona dopo avere subito quasi 40 anni di carcere (più o meno, 36 o 37), con un fine pena segnato al febbraio 2017, dopo essere stata trascinata da una parte all’altra della Penisola come un pacco postale in maniera illegale, desaparecido per mesi, pestato, torturato, vessato, ricattato sui sentimenti, ridotto in coma per ben due volte in carcere, e infine ucciso per plotone d’esecuzione ma con morte dolce e in “ritardo” di quasi trent’anni (per carità, italiani brava gente). Un “uomo cancellato” così, come un cristo in croce, sbranato, ridotto in polvere, abbandonato persino dai figli nell’urna cineraria del cimitero della Certosa di Bologna, può fare ancora paura? può essere attenzionato? può essere persino nominato a vanvera, accostato superficialmente alle Brigate Rosse (alle quali non ha mai aderito), eletto leader di qualche ipotetica e inesistente formazione armata quando è già fantasma, essere oggetto di citazioni ministeriali post mortem nel vano tentativo di rispolverare una lotta armata che non esiste più, ma che a tanti piacerebbe soltanto per la repressione che potrebbe scatenare? sì, tutto si può, del resto questo nostro disgraziato Paese in eterna lotta per placare i movimenti intestinali: “Franza o Spagna purché si magna” che è stato messo in ginocchio dall’egoismo di tanti, è un paese senza memoria, che ragiona soltanto con la pancia, e se da una parte dimentica con una facilità estrema, dall’altra ha paura di ricordare e teme come la peste persone, esseri umani, come Horst e come altri che pur nelle loro contraddizioni hanno tentato di essere liberi, di essere immediatamente liberi, liberi per sé stessi e per gli altri nel sogno di una giustizia sociale, senza attendere i teorici di una rivoluzione futura, senza seguire le farneticazioni di un leader, e soprattutto senza rinunciare alla propria UMANITA’ e alla propria TENEREZZA, tratti questi sì rivoluzionari in una società che pratica normalmente la prevaricazione e la violenza sui più deboli e per la quale il reato più grande è quello del libero pensiero.

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il mio primo post di splinder

 

* che nostalgia, ecco i primi due post del mio blog di Splinder, piattaforma che per motivi diciamo speculativi dal 31 gennaio non sarà più raggiungibile, che gli importa della bellezza a chi è interessato al vaìno… avevo appena organizzato con le Vagine Volanti e il Gruppo d’Acquisto dei Gastroribelli il Vegetarian Kitchen Contest all’Asilo Occupato a Firenze località La Lastra, una serata che ancora se la ricordano, centocinquanta persone stipate in una sala e musica by Fiati Sprecati, diggie Freddie, Roberta WjMeatball e Mat Pogo per tutta la notte meglio di una droga di quelle buone, in palio tre “pacchi bomba calorici” biologici per le tre categorie vegetariano, dolce e vegan… un bel modo per salutare Splinder e per dire che la maggior parte della vita la viviamo immersi nell’umanità di carne, e in questo caso è proprio il caso di dirlo.

ululato da Pralina alle ore 01:42 domenica, 19 febbraio 2006

Così finalmente ho ceduto anch’io a questa mania ombelicale condivisa da milioni di persone, ovvero la moda autoreferenziale di farsi un BLOG pochi minuti a disposizione ogni giorno per unire il futile al disastroso… Beh, per ora non ho molto da aggiungere, “sto imparando a usare i comandi ma non mi ricordo come si usa quel tasto llà”, come disse Homer Simpson nella sua centralona nucleare… a domani o mai più!!!!

ululato da Pralina alle ore 10:16 domenica, 19 febbraio 2006

Buongiorno. Ho visto che ci sono un quintiglione e mezzo di BLOG in questo Splinder. E’ come fare la fila per il buffet. Venerdì 17 al Vegetarian Kitchen Contest era la stessa sensazione… un muro di gomma di gente festosa davanti al tavolo, ed io che “permesso…” ma non mi lasciavano passare. Appena infilata sotto le ascelle del primo malcapitato, stavo quasi per affezionarmi al suo odore, quando un’onda anomala di gomiti mi trascinava verso il fondo della sala. Non capisco perché ai buffet (a qualsiasi buffet) riesci a trovare sempre gente più nutrita e più forte di te in prima fila. Credo che sia una legge scientifica, ancora però non ho trovato nessun articolo nei giornali specializzati, sul tipo “Vernissage e aggressività umana latente”. Dovrebbero mettere i più alti e grossi in fondo, invece no, quelli sono tutti lì a fare muro di gomma. Anzi, gli spilungoni si danno appuntamento solo ai buffet, proprio per ostacolare le nanette. Insomma, per farla breve ce l’ho fatta ad arraffare un microassaggio con mille sensi di colpa nei confronti del diggiei che invece era rimasto senza, ma in quel momento ho avuto uno scrupolo e con un filo di voce (per la raucedine incalzante) ho azzardato a chiedere “perfavore, mi dai due porzioni?”. “NO” è stata secca la risposta della tipa che sicuramente mi avrebbe riconosciuta in qualunque altra occasione, ma che in tale guerra doveva rispettare gli ordini di trincea. “Ci sono altre portate, ripassa dopo!”. Bene, così impari a organizzare i Vegetarian Kitchen Contest e a non avere amici che contano. I tuoi di amici contano gli spiccioli e razzolano il fondo del lunario. Io però mi sono divertita come una matta! e anche gli altri! a proposito… DONNA NANA TUTTA TANA!

splinder è stato anche questo

* Splinder chiuderà i battenti il 31 gennaio 2011 seppellendo tutto ciò che abbiamo scritto, così vogliono le leggi di mercato alle quali nulla importa della presenza di esseri umani… questa è una dedica speciale che faccio agli ex splinderiani, comunque siano andate le cose e quasiasi strada abbiamo preso, fare blog per qualche anno ha significato anche incontrarsi in carne e ossa… la maggior parte sono stati incontri sfuggenti, altre volte hanno lasciato un segno più profondo, raramente è nata un’amicizia, ancora meno un amore. Però il senso della “comunità virtuale” era anche questo, si usciva spesso dai commenti per incontrarsi dal vivo, ricordo telefonate fiume e tanto altro, è stata per me una sperimentazione magnifica, anche se difficile e incomprensibile alle volte. Anche i dissapori erano reali, così come i regali e gli auguri di compleanno. Se incollo qui i vecchi post è perché voglio che non vadano distrutti e che miei amici, amiche di Splinder possano ancora leggerli tramite un motore di ricerca.

ululato da Pralina alle ore 01:28 lunedì, 24 settembre 2007

22 settembre. Roma, raduno dei Fuori di Testa.

 

Ore 11.55 il mio Neurostar arriva in perfetto orario alla stazione Termini, è sempre un’emozione arrivare a Roma, città che mi evoca un sacco di cose… saccheggi, rapine e devastazioni per la maggior parte. Ma anche incendi, violenze di vario tipo.
Quindi cerco di mantenere una calma apparente, e di entrare in questa città con tutto il rispetto che si deve a una città ormai soggiogata ai Barbari, e governata da un Goto dal pallore mortuario con due vistosi pestoni sotto gli occhi vestito e calzato d’oro e di bianco.

I miei due airbag naturali messi in risalto da un reggiseno atomico e da una camicetta stretta in vita e allargata sui fianchi, e i polpacciotti rotondi lasciati scoperti da una gonna scampanata che arriva appena sopra il ginocchio, non lasciano indifferente un ferroviere, che mi fa “Slurp!”.
Sì, mi sento donna dalla testa ai piedi. Cammino con passo morbido e felpato, ma spedita come una missiva elvetica, con lo zaino sulle spalle.

In testa al binario ad attendermi ci sono Monì, la Patty Divina e Antonio, il professore guardiano di mucche. Siccome sono ancora lontana da loro perché la mia carrozza è l’ultima in fondo, Monì mi chiede al cellulare di alzare la mano per riconoscermi. La alzo, e lei comincia a sbracciarsi.
Finalmente li vedo. Finalmente li posso abbracciare, stringere, annusare e vedere… finalmente gli occhi diversi verde-marrone di Monì, queste gemme rare incastonate su una testa deliziosa, questo microcosmo di donna, questa forza grandissima, questa cascata di lacrime e di risate, questo cranio pieno di idee e di capelli castani lunghissimi, mi abbraccia ma con una delicatezza inaudita. Le sue mani fragili mi toccano appena. Sento che ha paura di rompermi. Sento che è preoccupata per la sua immagine, ancora. Ed io lo sono per la mia. Vorrei ricambiare il suo “Come mi trovi?” in modo sincero ed essere creduta da lei. Vorrei risponderle con la stessa domanda, ma poi ci vorrebbe un semaforo o un diritto di precedenza. Sento che non so come gestire tutte queste emozioni che mi stanno arrivando in un modo così violento, e come descrivere adeguatamente a Monì di nuovo cosa intendo per bellezza (già detto nel mio post, ma forse non mi crede) e che mi trovo bene e che sono felice di essere arrivata. Ma che ho anche timore di loro. E che so che loro mi piaceranno tantissimo, mentre io non so quale effetto farò.
Abbraccio Antonio e lo trovo morbido, dolce ed erotico. Così come trovo morbida e dolce la Patty, che è rotondina e solare come me, che ha dei tratti nordici e due occhi bellissimi verdeazzurro, ma parla in romanesco. Antonio ha gli occhi celesti en pendant con le righe della sua camicia, ha i baffi e due paia di occhiali. Mi stringe con energia, vorrei perdermi nel suo abbraccio ma mi ritraggo come una lumachina.
Monì che mi vuole bene, mi fa un sacco di complimenti, mi dice che sto benissimo coi capelli accorciati, che dimostro ancora meno anni. E che sono dimagrita (che è vero). A me mancano un po’ le mie extencions e i miei capelli attorcigliati e aggrovigliati intorno, continuo a toccarmi i capelli biondi come l’oro e sorprendentemente lisci senza capire come e chi possa avermeli districati così bene.
Vorrei parlare, ma non mi escono le parole di bocca. Sono tante le parole, come i capelli, aggrovigliate con i pensieri e annodate con le emozioni, che non so quale delle tremila far passare per prima. Se dare la precedenza all’educazione, o all’ironia, o alla irrazionalità o al savoir faire. E se nel frattempo le mie sinapsi rallentano un po’ il ritmo oppure si sono decise di andare a tremila coi battiti cardiaci.
Antonio mi dice la stessa cosa che mi dicono tutti gli uomini al primo incontro: “Sei timida, eh?” in realtà mi sono bloccata per non lasciarmi travolgere dall’energia sessuale. Avrei infilato la lingua in bocca a tutti (specie ad Antonio) e mi sono dovuta contenere. Un involucro algido e altero, per un contenuto di fuoco e di magma incandescente.

Ricordi Pralina quando accendevi il fuoco sul pavimento, nel centro della stanza? Ballavi la danza del ventre, quel pomeriggio, e i grani d’incenso incandescenti spaccarono il portacenere di vetro. Ecco tu sei così, dirompente e fragile nello stesso tempo.

Mi sono sentita pericolosa, ho cercato di mettere a posto tutti questi strati di me che erano sconvolti da una scossa tellurica molto forte, mentre prendevamo il caffè al bar della stazione la mia mente e il mio cuore, tutto di me, doveva gestire le emozioni. E così, mentre dentro percepivo TUTTO, mentre sentivo con la testa il cuore i sensi le viscere gli altri, i loro discorsi, la loro energia, la loro bellezza, la loro complessità, le loro fragilità, i loro punti di forza e di fuga, le infinite sfumature della loro presenza… fuori davo l’idea, do sempre questa idea, di una che se la tira e che forse rimane un po’ freddina e indifferente.
E’ sempre così, in ogni occasione. Ma dentro ho l’oceano sconfinato, i vulcani sottomarini, l’incontro della lava con la spuma del mare. Solo i miei  occhi celesti, con il loro scintillio selvaggio, tradiscono un’emotività fuori misura.

E Monì, e Patty, e Antonio. Dio quanto li amo.

A un certo punto Antonio dice che non ha trovato un posto per dormire in albergo perché è un periodo di grandissima affluenza di turisti, così lui e Patty fanno qualche battuta scherzando sulla possibilità che lui dorma con me e Monì.
Senza dire nulla, lancio un’occhiata a Monì… una di quelle occhiate di sbieco con gli occhi a fessura, da unna assassina… e lei che mi conosce come una sorella, mi dice “No! No, Pralina, no! Ho fatto separare i letti e basta, dormiamo io e te, dormiamooo capitooo… e basta!” “Maaa…!” “E’ così, e basta!”

Andiamo a cercare gli altri, la metropolitana di Roma ci porta all’EUR, Abreast ha dato delle indicazioni per arrivare al posto -o forse per boicottare il raduno- e ci fidiamo sbaliandooo, noto che Monì nonostante la salopette è sexy lo stesso (difficile essere sexy con una salopette) glielo dico e lei raggiunge un orgasmo, la metropolitana ci strapazza un po’ ma tanto sono abituata a farmi sbattere, alla buon’ora ai giardinetti incontriamo il grande capo Viviana, con la sua tribù di Carlo albatros900, Paolo Okkirossi, Mario wilcoyote, Massimo Abreast con la sua compagna e la nostra amata squaw Roberta Dama del Solefinalmente arriviamo al ristorante ma prima Antonio compra le rose per tutte le donne, dal solito pakistano delle rose.
Mentre tutte le siniore abbandonano le rose sui sedili delle macchine, porto la mia rosa al ristorante ed esigo una bottiglia vuota dove metterla. La rosa è siniora.

Sono seduta davanti all’imponente Connor e di fianco a Monica che Connor Vincenzo punta come un cane da tartufo, lui è un cannolo gigante ripieno di crema, ha una bella figura e un bel viso rotondo e noto che anche lui ha degli occhi molto belli, scuri, con delle lunghe ciglia, labbra tumide e carnose, e un’aria sfavata della serie “E’ inutile che me la tiro, tanto non piaccio e anche se mi dici di sì nun te credo“.
Mario Archimede Pitagorico (il genio della compagnia, e pure carino) è quietamente seduto a capotavola che controlla la situazione con i suoi occhiali radar.
Il cameriere porta qualcosa che sembrano dei fagioli e mi spiegano che sono gnocchi alla romana. Il menù è semplice come il posto, cerco di convincere Connor a farsi fotografare con due fette di salame sugli occhi, ma non ne vuole sapere “Perché unge”.
Mentre Monì ha già dedicato il suo libro a tutti compreso al cameriere, si è messa il cappello di paglia cubano con il quale compare sull’avatar, ha detto trecento volte che non vuole apparire in foto sul blog, ha raccontato cose, ne ha ascoltate altre, ha voluto bene a tutti, si è alzata e seduta seduta e alzata, io sono rimasta lì ferma a fare le mie foto estemporanee, senza preavviso, senza che nessuno se ne accorgesse, e sono venute delle foto splendide (pagare prego, per averle).
La Viviana vivivì nenenè sorride beata, è lei la fattrice e la nutrice di tutto il raduno, è lei, sprezzante del pericolo, nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, col suo baldo profilo, guidatrice impavida e velocie (detto con voce da speaker dell’Istituto Luce) la nostra manager, la nostra guida spirituale, il nostro guru girasole de Siena impiantata a Roma. Ha una bella figura la vivivì nenenè, bella e alta ma non filiforme anzi piena e tamugna con il volto largo rotondo e spiritoso, il naso all’insù e gli occhi scuri vivaci… vorrei dirle che le voglio bene, alla Vivivì, ma non so da quale porta entrare nella sua vita e lei non mi guarda quasi mai tranne quando le chiedo di che segno è, e mi risponde decisa “Sono cuspide! Il resto non me lo chiedere non me ne intendo”.
Con Roby Dama del Sole e Patty difendiamo la categoria maggiorate, potremmo prendere a sberle con le tette un intero reggimento di guardoni. Di Roberta napoletana vestita di nero, sorridente e malinconica, dolcissima, esuberante, risaltano gli occhi verdi e pieni di tenerezza. Ha sempre la sua macchina foto spaziale… a dire il vero in tanti hanno le macchine foto, ma ci promettiamo per rispetto di tutti, dato che non tutti sono d’accordo con la pubblicazione della loro immagine, di non metterle sui blog.
Usciamo dal ristorante nemmeno ubriachi, ma euforici e pieni di sorrisi e così rilassati che sembriamo sotto l’effetto di un sedativo, soltanto io sono schizzata e giro per il parcheggio con la rosa fra i denti, ci facciamo una foto di gruppo (pagare, per vederla) con la t-shirt del raduno.

(1-continua… me la tiro… me la tiro… me la tiroooooooo)

ululato da Pralina alle ore 23:55 lunedì, 24 settembre 2007

Seconda parte (la prima è sotto, nel post precedente)
 
Raduno dei blogger Fuori di Testa – Roma 22 settembre

Dopo il nostro pranzo al ristorante, visto che abbiamo deciso per la Bellavita a oltranza, e il tempo è mitigato da un venticello gradevolissimo, ci stendiamo anzi ci stravacchiamo sul prato.
La dolce Monì che è davvero un angelo in terra o forse non è molto normale, si premura di procurare asciugamani e coperte, per la compagnia che già era rassegnata all’uso delle copertine dei sedili di automobili non bene precisate, e altro materiale da campo nomadi.

Io e Antonio guardianodimucc posiamo coi nostri corpi avvinghiati per i mesi di gennaio e febbraio del nostro calendario immaginario, il mese di marzo eccetera… verrà più avanti…
Arriva un bel signore alto e asciutto, Monì mi dice che è Filemazio e mi fa un piacere immenso, anche perché ho sempre apprezzato la sincerità dei suoi commenti. Chissà perché me lo aspettavo col turbante, invece arriva vestito normale, vabbè… potenza dell’avatar!
Mario wilcoyote tira fuori la chitarra e da Archimede Pitagorico si trasforma in Eric Clapton di Voghera… cantiamo la canzone dell’amicizia di Dario Baldan Bembo, ormai il nostro coro è il più richiesto su Splinder: è gradevole come la manutenzione della piattaforma.

Verso sera arrivano due top model che sono Lilith979 e la sua amica Laura, e se io e Antonio potevamo ambire al calendario di qualche rivista scientifica per la sessualità della terza età, queste due superfighe stratosferiche si prendono la copertina di Vague, infatti prendiamo le copertine e ci alziamo perché è l’ora di cenare.
Vi assicuro che passare tra il pranzo e la cena, senza fare un cazzo, è una goduria infinita. Detto questo.

Andiamo alle macchine e arriviamo alla Piramide. Là incontriamo Nabla e Margherita carini come sempre, e l’ormai celebre struzzo nero Giorgio, che mi aspettavo vestito casual invece viene vestito tutto fighetto e rasato e col pizzetto e meno male senza il boa di suo fratello.

Arriviamo in pizzeria, con pezzi persi e pezzi aggiunti… mi cambio d’abito nella toilette degli uomini (giuro che non l’ho fatto apposta) ed esco, scambiata dai camerieri per un transessuale ucraino, con il mio vestito da sera nero anni 50 con un fantastico decolleté, elegantissimo, molto femminile, cucito dalla zia di Stefania Sandrelli… la pizza si fa aspettare troppo, nel frattempo Carlo albatros900 ingravida con il suo sguardo azzurro-celestino le ragazze e Giorgio non stacca gli occhi dalla scollatura di Roberta Dama del Sole che ha proprio davanti, Monì firma autografi, qualcuno si alza altri tentano il suicidio ingoiando un pacchetto di sigarette fuori dal locale, ma poi qualcuno ci spiega che la nostra pizza non solo è fatta con ingredienti genuini, ma che questi ingredienti devono ancora essere raccolti dal campo. La mia ha persino due capelli neri, ciò mi riempie di orgoglio perché la rende speciale e unica nel suo genere.
Comunque è veramente buona, almeno quello. Ci mancherebbe.
La serata volge al termine e ognuno pensa al ritorno, quelli che di noi hanno più anni, pensano a quant’erano belle le gite scolastiche, a quanto era bello fregare la penna al professore, svuotarla e poi farci la cerbottana con le palline di carta, anche a me prende un attimo di malinconia, colpa di Giorgio che non mi ha cagata nemmeno di striscio (poi un giorno capirò perché, magari è vero che agli uomini faccio paura, o forse in quella toilette dove mi sono cambiata mi sono dimenticata di farmi la barba) ma in realtà colpa del fatto che la giornata a livello emozionale è stata veramente troppo forte e troppo intensa e troppo tutto.

Antonio mi parla del logo della Nike. Ha un treno per Caserta, dove passerà la notte alla stazione in mezzo ai borboni, pardon ai barboni. Arriva il marito di Patty a riprendersi il suo prezioso gioiello ed esprime la teoria che le donne formose sono più desiderabili.
Dopo tutte queste sviolinate, è ormai chiaro che non si tromba, e che l’unica mia consolazione per le ore seguenti, sarà quella di russare come una sega a motore nell’orecchio di Monì in un albergo di periferia.

Viviana ci accompagna in macchina, l’occhietto nero (era verde, ma si trasforma) le brilla di eccitazione sadica appena accende il motore, le brilla il canino, i capelli biondo sale e pepe (meshati) si drizzano come aculei in testa, si trasforma in una pericolosa amazzone… per strada è pieno di pizzardoni, incontriamo una processione religiosa in pia e devota e composta fila, e lei, da donna che non perde tempo in inutili chiacchiere, si accosta cercando di convincerli in due sole parole a cambiare idea… mentre discutiamo di storia romana e di catacombe, facciamo la via Appia con lo stomaco nei condotti nasali e gli occhi aggrappati al tettuccio per via delle buche prese a randello.
Io e Monì arriviamo all’albergo a Ciampino, una rapida doccia e poi a letto, due minuti per prepararci e molte ore spese a chiacchierare, sapete come sono le donne, e l’ultimo pensiero del giorno è per Vivivì nenenè.
Che la mattina dopo è puntualmente lì, stella, a portarci alla stazione Termini. Monì mi assicura che non ho russato, allora le spiego che è perché ho tenuto il dito in bocca.
Prendiamo il treno con il poliedrico Mario, che si dimostra un ottimo ascoltatore, buono, paziente, saggio, studioso, simpatico e assolutamente ignaro della cattiveria delle donne (Mario, lo so che sono bastarda, ma ti lascio il mio numero di conto corrente postale oppure rivelo quello che so… e che ti potrebbe rovinare l’immagine… molto grave per un prof di matematica… attenzione).

Epilogo. Sono così immensamente felice di avere trascorso questa giornata con voi, di avervi conosciuti, di esservi stata vicino, di avere respirato il profumo dei vostri capelli, le vostre idee, le vostre sensibilità, la vostra simpatia, di avere assorbito il vostro calore, e di tanto altro.


Vi voglio bene… davvero un casino di bene!
 

gennarina pummarola

ululato da Pralina alle ore 14:21 sabato, 08 novembre 2008  

Ieri sera per sbaglio sono incappata nel sito internet (ancora in costruzione) di una “pittrice” di una nota città italiana, alla quale darò il nome fantasioso e inesistente di Gennarina Pummarola. La pittrice in questione vanta un curriculum lunghissimo, di esposizioni fatte con le opere di altre persone o delle sue (tanto in ogni caso l’arte contemporanea è anche questa, basta buttare un mattone sporco di sugo sopra un foglio). E poi, mica ce freca se le opere son le sue o no, basta la FIRMA. La sua, ovviamente.
 
 
Io la Gennarina, la conobbi disgraziatamente quando studiavo all’Accademia, venne a casa mia a piangere come un vitello tonnato perché diceva che si era rotta un braccio e non poteva più disegnare, così, bontà tutta mia, unita all’inesperienza e ingenuità (e coglionaggine) dei miei 22 anni, le prestai i miei disegni da portare all’esame. Naturalmente, coi miei disegni, prese il massimo dei voti. Ma poi, anche se si era rotta una braccio, riusciva a guidare benissimo.
Poi, la Gennarina, mi confessò che lei davvero non poteva disegnare, perché non ci riusciva proprio, perché, per lei, era più importante l’umanità e l’ammore.

Sì, il biglietto da visita l’aveva fatto, perché, bisogna pure mangiare. C’era scritto sopra Maestra d’arte, perché, comunque, un po’ di fumo negli occhi, per gli struonzi, ma noi siamo tanto amiche ed io penso solo all’umanità e all’ammore.

L’umanità e l’ammore evidentemente erano più importanti dei lavori di casa e della cura degli animali, un gatto e un cane magnifici, che lasciava chiusi dentro l’appartamento perché costretta, con il risultato che a sera la casa era piena di piscio e di escrementi e d’un fetore allucinante, i piatti ammonticchiati dentro e fuori al lavandino, i figli parcheggiati dalla nonna, le lacrime versate, la cenere di sigaretta ovunque, perché lei fumava… fumava… e parlava… d’arte e di filosofia…
Per un anno, mi portò a destra e a manca, menando il can per l’aia e facendomi capire che per fare l’artista non è necessario essere brave, tanto oggi si comunica oggi è l’era della comunicazione globale che ce freca mica come una volta che i pittori lavoravano veramente, perché faticare?, se si è troia come lei, basta andare a letto con il mercante ottantenne che ti comprerà una tela. Fesso lui, brava ammè.

Era davvero un’artista, non c’è che dire. Non era particolarmente bella,  secondo suo fratello era una chiavica, ma aveva una bella faccia a culo, qualità che in Italia come sapete paga moltissimo. E in ambiente artistico poi. La creme della creme.
Innanzi tutto era un’artista eccelsa ad imbrogliare il marito, al quale raccontava un sacco di stronzate e s’incazzava pure perché lo “struonzo” non le credeva più. Si fece mettere incinta dal pediatra del suo primo bambino per poterci chiedere i soldi, e al marito  dubbioso e furioso raccontò che sta creatura assomigliava tanto allo zio nordico di Nàbule. Era un’artista ineguagliabile nel taccheggio, nel parcheggio in tripla fila, nel mettere la benzina aggratis, nel lasciare il chiodo a tutti i baristi e lattai di Firenze, e così via. Sigarette (a credito) incluse.

Poi un bel giorno, stanca dei furtarelli che avvenivano ai miei danni sempre con sta faccia sorridente e “solare” (mi rubò persino i colori a tempera, che secondo lei erano “spariti proprio”, e un cappotto, per non parlare di duecentomila lire, quelle per “pagare l’affitto di casa che se no ci sfrattano”mai restituite) e delle infinite palle di questa persona il cui unico scopo, il chiodo fisso, l’unica filosofia e la sola religione era di fare fesso al mondo, le dissi basta.

Quando morì suo padre, che invece era una brava persona, un valente pittore, e del quale aveva utilizzato tutte le incisioni grafiche per fare bella figura ai concorsi (qualcuno persino vinto), lei era lì che “distrutta dal dolore” pensava di fare un malocchio al pediatra “colpevole” di non volerla più.

Una settimana dopo mi chiamò dall’ospedale per dirmi che stava abortendo. Anzi, abbortendo, con due B.
“Vieni, corri, sono qua a fare un altro abborto, renditi conto! Ho bisogno che mi tieni la mano. Ti pregooo!”
“Non ti ho messa incinta io”
“Ma comeee? Da te non l’avrei maaai immaginato! Mi rispondi così ammè? alla tua AMICA SORELLA che ti ha dato tuttooo? (strillando) io sono qui che sto crepando, piango tutte le mie lacrime,  ho le due creature a casa, sono una mamma, io, c’ho avuto una morraggìa alla panza, e tu te ne frechi di me!”
“Stai solo a chiedere, sempre a chiedere, non fai altro che chiedere, ma una dignità non ce l’hai? Mi sono stancata, basta… la misura è colma, dalle nostre parti si dice chi è causa del suo mal pianga sé stesso, fuori dalla mia vita, ciao”
“Sei senza cuore. Vafangulo!”

Sì, vafangulo. Era proprio quella parola magica, una liberazione. Suonò dolce nelle mie orecchie. Ciaveva la morraggìa alla panza. Sentammè, mandami afangùla. Tieniti il mio cappotto e i miei soldi, fatti una media di due abborti l’anno, metti le cuorna a quel fesso di tuo marito senza mettermi nel mezzo, almeno riavrò la mia libertà. Io sono una personcina educata, con un livello discreto di cultura, non fumo, non pesto i piedi a nessuno, non lecco il culo ai critici d’arte,  e nemmeno gli pipo l’uccello, non delinquo per sentirmi cresciuta e non faccio fesso il prossimo per principio e filosofia di vita.

Qualche anno dopo, incontrai una brava ragazza che era stata truffata da lei, che mi svelò altri laidi retroscena.
Quando iniziò a parlare, continuò indignata per tre ore, di fila, senza arrestarsi.  Così seppi che si era messa contro interi caseggiati, un quartiere, una città. Mi disse infine, a coronamento di tutte le malefatte, che il Tribunale le aveva tolto la patria potestà di due figli, ma lei era riuscita a farsi mettere incinta ancora, da un uomo facoltoso perché, si sa, i figli so’ piezze core.
Bah… la ritrovo ieri su internet, luogo di raccolta di fogne e tesori insieme, che sbandiera una laurea (una laurea?) che non possiede, visto che non sapeva nemmeno l’itagliano, e parla di colori cozmicissimi, e di ammore universale. Mi ripeto: per fare l’artista non importa essere brave, basta venderla bene.

Proprio bella l’umanità. E io l’ammo dando. E poi dicono dei ROM? Ma vavangula.

appassionato di montagna

ululato da Pralina alle ore 21:46 giovedì, 27 luglio 2006

Vabbè… vado a prendere dal freezer della mia raccolta di racconti “Un sogno da mora” (mai pubblicata) questo gustoso ricordo del mio ex marito che ha fatto sbellicare pure lui… andiamo in montagna, vah! 

L’uomo che sposai a 18 anni era, diciamo, un poco (ma solo un pochino) appassionato di montagna.
La mia vita è stata sommersa da valanghe di materiale cartaceo su vita, morti e miracoli della montagna… riviste montanare e giornali d’alta quota, bollettini dal nome minaccioso “Rompistinchi”, che facevano del male solo a vederli… diapositive e video di pareti rocciose… magliette ed altri gadgets con le stelle alpine… zaini sudaticci e scarponi chiodati numero 46 sparsi per tutta casa.
L’unico uomo capace di farmi lo sgambetto a distanza!
Andavo in bagno e c’erano le sue tute, le sue lampadine a pila, sì perché faceva anche speleo, ed io me ne restavo sulla tazza del cesso con il suo casco arancione in mano a pensare il da farsi per arginare la sua passione incontenibile; c’erano i suoi cerotti anticalli e antivescica; e queste riviste patinate, tutte uguali, sul mobiletto.
Una volta ero così furiosa che gli strappai una pagina, poi pentita del gesto volevo riattaccargliela, ma le riviste erano tutte uguali! Oh, non ci fu verso di ritrovarla.
C’è un dato scientifico che ho imparato a mie spese in quegli anni: le riviste patinate sono fredde al tatto.
Andavo a letto e sotto il cuscino c’erano regolarmente due Informatrekking, tiravo su le coperte e cadevano tre Alp e due inserti sulla vita amorosa degli stambecchi, mentre un album sulle Apuane si chiudeva sui miei piedi con effetto “lapide di marmo di Carrara”. Improvvisamente si suicidava (con imprecazioni bilingui) anche la biografia completa di Messner che era rimasta aggrappata all’angolo inferiore del letto.
Una sera scivolando al buio sotto le coperte, per poco non feci un urlo: c’era una cosa fredda sotto le cosce… era un libro di fotografie di baldi scalatori e di prodi ciclisti.
“Quell’Himalaya di tu’ maaa!”, ma lui ridacchiava sotto i baffi incrostati di ghiaccio e mi diceva “Hai ragione tesoro!”. “Seee… il tesoro della Sierra Nevada!”
Quel fetente del nostro postino, che era appassionato anche lui di montagna, consegnava la corrispondenza prima a lui, poi dopo un’ora ripassava e mi diceva “Dimenticavo… c’era anche una cartolina per te, forse è stata mandata dal mare, ma non ricordo dove l’ho messa, scusa”.
Ma poi, oltre le escursioni e compagnia bella, proiezioni degli audiovisivi sugli Sherpa tibetani incluse (purtroppo mi addormentavo sempre al quarto caricatore di diapo), cercava di coinvolgermi negli allenamenti per lo sci di fondo con annessi e sconnessi, nel senso che dovevo guardarlo slittare in estate su quello che chiamavo “uno zerbino di qualche kilometro” e poi aggiungevo “che gusto ci trovi, è come pulirsi i piedi su uno zerbino moltiplicato duecentomila”.
Pazientemente, che per me significa occhietti lividi, un filo di bava verde all’angolo della bocca e orecchie fumanti, lo osservavo nei suoi preparativi: sciolina, pulizia degli scarponi, prova della piccozza (un due tre)… poi finalmente la gara in Svizzera “Tesoro, ti annoierai da sola per tre giorni'” “Ma proprio per niente, tu portami la cioccolata o sono cazzi amari”
Ricordo i risvegli all’alba della domenica con gran rumore di corde e di ferramenta (moschettoni, gavette, ecc.) e i suoi baci del “buongiorno”, coi baffi che mi si infilavano su per il naso.
“Ciao amore, forse ci vediamo questa sera, forse te lo dico per battuta ma anche per prepararti all’evento… se finisco in un crepaccio tu sai già tutto il sentiero, te l’ho segnato sopra un foglio che ho messo sulla tovaglia, non ti resta che chiamare il Soccorso Alpino“. Vedendomi in stato catatonico mi ripeteva “Chiamerai il Soccorso Alpino vero?” ed io “Forse!”.
Non riuscivo più a prender sonno.
Mi faceva sempre questi discorsi. Quella cima di sua madre mi telefonava il pomeriggio verso le cinque, al solito dopo aver finito tre ceri e una scatola di tavor, per dirmi di stare tranquilla.
Io preferisco il mare, soprattutto se implica la massima attività di starsene spaparanzata all’ombra. Anche al mare riusciva ad attirare l’attenzione su di noi, quando s’arrivava in spiaggia e aveva addosso la maglietta del Gruppo Trekking con la stella alpina disegnata sopra, e si metteva a consultare la mappa dei Monti Sibillini o a leggere “Alpinismo estremo” sotto l’ombrellone.
“Ti prego, ci stanno guardando” “E che faccio di male?” “Che ne diresti se venissi alle vostre riunioni di sbevazzoni con le pinne da sub?”
Ho provato alcune volte a seguirlo, con enorme fatica. L’unico monte che ho amato e che amo, è il monte di cazzate.
Ricordo il sentiero fino alla vetta del Falterona, con un’ape che mi ronzava intorno perché attirata dal profumo di violetta indiana di cui avevo abusato. L’ape fece talmente tanti giri intorno alla mia testa, che mi disegnò una bellissima aureola gialla e nera.
Mi fermavo ogni cinque minuti, poi sono anche asmatica cronica, pigra tossica, e ho i cosiddetti “piedi dolci”, insomma una vera palla, ma lui imperterrito mi spinse fino alla vetta. Così come per la Pietra di Bismantova e altri bellissimi e impervi luoghi. Che cosa non si fa per amore.
“Non sai come sono contento di averti qui con me” mi diceva, dopo il mio quarto rosario di bestemmie. “Ma non c’è nemmeno una discesina in questo cazzo di posto?” “Ah ah! come mi fai ridere tu!” “Grrrrr…”.
La montagna è stata per anni il mio vero incubo (sto scherzando, dai) oltretutto quando gli chiedevo una fotografia, mi faceva mettere in posa e poi, escludendo la mia figura, la scattava al paesaggio.
Alle vette, naturalmente.
 
(*nella foto sotto, i miei monti preferiti… i Monty Python)


i miei nonni

ululato da Pralina alle ore 16:29 mercoledì, 28 giugno 2006

Io sono felice di essere viva. Lo so di non usare un italiano corretto, ma il caffè va bevuto anche forte… e quindi dico: a me la vita mi ha fatto proprio bene! (*bene nel senso di contentezza che provo). Ma in primo luogo mi sento di ringraziare i miei nonni, da ognuno dei quali ho preso un pezzetto di me… i miei nonni paterni erano siciliani, quelli materni romagnoli.
Di tutti e quattro conservo ricordi fantastici, anche se non sempre lineari. Più che ricordi, sono la consapevolezza di averli condensati in me.
Una costante della mia famiglia, è che il motto “moglie e buoi dei paesi tuoi” non è mai andato a genio a nessuno. Non c’è una ragione precisa, ma i miei antenati hanno adottato in modo entusiastico la teoria dell’incrocio selvaggio, e mantenuto questa costante nei secoli dei secoli. Amen.

Mio nonno paterno era nato a Siracusa, da genitori “misti”: la madre biondo rame con gli occhi verdi era un po’ maltese con un cognome di probabile origine irlandese (un’abbreviazione di McAughliffe), il padre commerciante di vino era cattolico ma il suo cognome è d’origine ebraica sefardita, marrana.

Il nonno che viene dal mare, così lo chiamavo da piccola. Dal nonno paterno ho preso l’ironia. Lo sapevo da sempre, era una nostro modo specialissimo di comunicare. Lui stravedeva per me e mi perdonava, anche quando gli facevo pat pat! sulla pelata. Era bello scherzare con mio nonno, rispondere alle sue battute, ai giochi di parole e agli indovinelli assurdi che mi proponeva. Ma soprattutto me ne accorsi quando, in ospedale, sul letto di morte, dopo avere mandato via il prete che voleva dargli l’estrema unzione (con la frase detta con le braccia rivolte al cielo “Ringraziamo la Santa Romana Chiesa che ci è venuta a trovare!” che suonava come un’altra frase più breve), ci guardò tutti noi parenti riuniti intorno, con quegli occhi blu scuro e l’aria di chi la sa lunga, e pronunciò il suo epitaffio: “Oggi a me… domani a voi…” provocando nascostamente un toccamento generale a livello inguine.
Mio nonno era comunista e leggeva “L’Unità”, si occupava dei “picciriddi” quando piangevano di notte (mentre lei leggeva un romanzo), andava a fare la spesa, faceva il caffè dopo pranzo e portava giù il sacco dell’immondizia, era un uomo sensibile che amava il mare come potrebbe amarlo un pesce, amava le rose e le magnolie, e amava la lettura, ma soprattutto era un uomo mite, rispettoso, che spesso soccombeva alla forza dirompente e qualche volta distruttiva di sua moglie.
Erano una coppia molto divertente, vista attraverso i miei occhi di bambina. Ricordo che appena iniziate le vacanze estive passavo le vacanze da loro, e tutte le sere tanto per essere veramente stronza, mi buttavo giù da letto a gattoni e scalza attraversavo il corridoio, per spiare le loro conversazioni a letto, accucciata dietro la porta… e di cosa parlavano? di Carosello. Stupendi. Tutte le sere parlavano degli spot pubblicitari, facendone un’analisi accurata. Mia nonna era deliziata dalla candeggina Ace, quella dello sciapp! proprio così lo sciapp! in siciliano. Improvvisamente sentivo “E la picciridda dov’è?” “E’ a letto, ma quante volte te l’ho detto! dorme!” “Ma sei sicuro che dorme? che non è qua dietro che ci spia?”. Mi mordevo le labbra. A stento trattenevo un ghigno dirompente. Non so come riuscivo a trattenermi dall’esplodere in una risata che mi avrebbe esposta a un rimprovero…

Mia nonna paterna, insegnante elementare come suo marito, soprannominata “ape” era siciliana, sembrava una beduina, non era alta un metro e cinquanta, snella, pelle olivastra, capelli crespi folti un tempo neri corvini, naso importante. Assomigliava parecchio ad Einstein. Era una forza della natura, combattiva, intelligente, polemica, spontanea, piena di fuoco. Anche lei era una meticcia strana, siciliana sì, sicilianissima i suoi antenati provenivano da Palermo, ma aveva un bisnonno piemontese o lombardo con un po’ di sangue spagnolo (ma vai a capire perché). Sapeva dipingere e ricamare, cucinava benissimo, divorava i libri, i classici, ma anche quelli di matematica, che erano la sua unica vera passione. “Vorrei avere tante vite, per leggere tutto quello che è stato scritto sulla terra!”. La cosa più bella di mia nonna, è che si rinnovava continuamente. A ottant’anni ripassava le tabelline tutti i giorni per tenere il cervello allenato. Era curiosa e poneva sempre un sacco di domande. Viveva con semplicità, la sua casa oggi si direbbe zen, era arredata di pochissimi mobili (per forza, buttava tutto!). Non era attaccata alle cose, né ai soldi, non amava le foto e non aveva ricordi, ma progetti per il futuro. Diceva sempre che è sereno l’uomo che riesce a vivere portandosi un fardello leggero sulle spalle, come il nomade che vive nel deserto. Ma in lei bruciava la febbre della conoscenza. Se non aveva sonno, si alzava nel cuore della notte per sperimentare nuove ricette di cucina, ordinava dispense per imparare l’informatica. A metà degli anni ottanta disse che voleva imparare a usare il computer. Ricordo le nostre discussioni, e le sue risate finali. Non era facile far ridere mia nonna, dovevo fare non so quali acrobazie verbali, lei mi guardava sospettosa, ma alla fine esplodeva in una risata tagliente, e poi diceva “da chi hai preso tu? qui nessuno di noi è un buffone… no, non hai preso da nessuno, forse da uno dei miei fratelli che faceva cabaret”. I suoi fratelli e sorelle con relativa prole erano un altro capitolo a parte, c’erano insegnanti, musicisti, e anche un novizio che però di fare il prete non ne volle sapere e scappò un bel giorno dal seminario strappandosi la tonaca e gettandola alle ortiche con grandi berci ed urli. Era una tosta, una che piangeva tanto, ma si rialzava sempre dalle tragedie della vita, quelle che l’avevano provata più duramente… la morte di due figli su tre.
Un giorno mi disse “dopo la mia morte, ti lascerò il mio cervello” (che mi ricorda tanto la scena di “Frankenstein junior” dove Aigor porta un cervello abnormal per la costruzione del supermostro ahahahahahaha!), chiaramente era una metafora, non credo che volesse lasciarmelo veramente in formalina, ma non ci giurerei…

Mia nonna materna (romagnola) invece era una donnina a posto nel senso tradizionale del termine, una sartina modesta, graziosa, esile e con grandi occhi verdi, tutta per bene, molto brava nelle faccende domestiche e molto religiosa, fino al momento in cui per demenza senile sbroccò improvvisamente e si trasformò in una donnina dispettosa come una bertuccia. Allora la sua forza repressa in tanti anni di rosario e di obbedienza al marito, venne fuori prepotentemente. Fino agli episodi del fazzoletto ritagliato estemporaneamente dal centro di un lenzuolo, delle mutande messe ad asciugare sulla stufa dopo averle lavate… poi caramellatesi per abbandono (e quindi, ovviamente, cosparse di zucchero) e dei piatti messi sul davanzale perché si lavassero con la pioggia. Un genio! mia nonna era un genio e nessuno se n’era accorto!

Mio nonno materno (romagnolo con probabilissimi antenati del nord Europa forse tedeschi o scandinavi se non addirittura russi) è forse il pezzo meglio della collezione, un omone di quasi un metro e novanta, imponente, massiccio, con capelli biondo scuro e occhi azzurri a mandorla (la plica mongolica che ho ereditato), un volto da bambolotto dai lineamenti slavi, che quando mia nonna lo vide per la prima volta disse “ah però!” e rinunciò al suo proposito di farsi suora. E come darle torto. Mio nonno era stato un vigile del fuoco, da giovane, staffetta dei partigiani per la liberazione di Faenza. Nel dopoguerra, per raccogliere l’eredità morale di un’antica famiglia di ceramisti maiolicari dai quali discendiamo (la Ca’ Pirota), e soprattutto per sfamare quattro bocche, mise su una bottega da verniciatore e grafico cartellonista. Era un uomo passionale, generoso e leale, anche se piuttosto autoritario e molto rigido di carattere, con le sue idee politiche (era repubblicano) fin dalla tenera età di nove anni. Gli piaceva viaggiare, adorava la pittura, si incendiava per Victor Hugo e per i classici moderni. Amava l’opera lirica come tutti i romagnoli, ricordo che quando ascoltava la “Tosca” o il “Nabucco” era intrattabile, comunicava a gesti… ricordo che mia nonna gli passava davanti in punta di piedi, con gli occhioni spalancati, facendo segno a noi nipoti con il dito davanti alla bocca “shhhh!”.

Sì, sono felice di essere viva, e di avere avuto quattro nonni come questi. Mi sento di onorare tutto quello che mi hanno dato, e anche quel poco che non sono riusciti a darmi. Sono riconoscente anche quando riconosco a loro dei limiti, o quando mi sento invidiosa per tutto quello che hanno fatto e che non riuscirò mai a fare.

Penso che ogni giorno che ci svegliamo, dovremmo rivolgere un pensiero ai nostri figli e a chi ci ha preceduto. I nostri figli ci hanno dato una terra in prestito. I nostri antenati ci hanno dato il permesso di viverci.

Non avrebbero potuto farci un regalo più grande, anche quando la vita è crudele, stupida e amara. Ma non sarà mai crudele, stupida e amara per colpa loro.

l’autunno per me

ululato da Pralina alle ore 13:08 mercoledì, 22 novembre 2006

Autumn Leaves!

Ho sempre amato l’autunno. L’autunno mi ricorda i momenti più belli della mia infanzia: le ultime gite in campagna, fra gli spari dei cacciatori, e i ritorni a casa rischiando di venire impallinati, ma con la macchina stipata di casse di uva, di mele, di pere e di cachi (i cachi, mi hanno sempre fatto cacare come frutta)… le passeggiate nei brumosi viali alberati, con le caviglie che affondavano nel tappeto delle foglie secche, una libidine sentire quello scrik scrok… il profumo di mosto che si poteva respirare improvvisamente in qualche vicolo dove c’era un tino nascosto in cantina… l’odore fantastico delle caldarroste arrostite sul fuoco del camino… i primi mesi della scuola elementare quando, dopo un’estate passata al mare, si tornava pieni di baldanza e di bei pensierini (i grandi hanno i pensieri, i piccoli i pensierini).
L’autunno per me era la stagione consacrata a Pippi Calzelunghe, da sempre mio idolo, alla sua Villa Villacolle che per me era una casa mitica immaginaria, verde acqua con le persiane verniciate di lilla, con il cavallo Zietto a pois nella veranda, con il grande giardino pieno di arbusti di ribes e di rose. In un ipotetico nord-nord. Là dove i grandi non sarebbero mai entrati a disturbare con le loro frasi classiche: “Comportati bene” “Ma come sei cresciuta, assomigli tutta al nonno” “Dai un bacio alla zia” “E come va a scuola la bambina?”.
Come va a scuola? Da spaccare il culo a tutti, vecchia babbiona.
Ok, la mia scuola è un edificio per niente bello, costruito in stile fascista con le “esse” di scuola che ricordano altri tipi di “esse esse”. Bisogna stare in fila, coi grembiulini belli lindi e stirati, e i fiocchi fatti alla perfezione. Al muro dietro alla cattedra c’è un grande crocefisso e la foto di Leone, presidente della Repubblica. Quando entra un adulto ci alziamo tutti in piedi e salutiamo all’unisono, chi non lo fa viene preso per un orecchio. La palestra è un luogo mitico dove si impara a marciare e ad arrampicarsi sulla pertica, ma a noi femmine ci fanno solo correre (ma a me piace marciare). La mia maestra è una tipa acida e un po’ carogna, che quando sbagliamo a parlare e a scrivere, ci riempie di sberle. Un giorno ha preso un bambino e gli ha sbattuto la testa contro la lavagna. Noi non sapevamo se ridere o se piangere.
Ma quando ci fa imparare le poesie, beh, sai cara vecchia babbiona, è una signora in gamba la mia maestra, noi non recitiamo le poesie solo per Natale. A me piace un sacco Umberto Saba, Salvatore Quasimodo, Giuseppe Ungaretti, Garcia Lorca, Bertold Brecht, Nazim Hikmet. Li conosci? No, non importa. A scuola facciamo troppe cose interessanti. Ci fanno vedere i documentari sugli ultimi carbonai di Grosseto e sull’educazione stradale… ci fanno fare i problemi per capire la difficoltà di una massaia a pagare le uova e l’angoscia di Piero a riempire la vasca da bagno, e poi, per ogni problema risolto faccio un bordino di castagne o farfalle… ci fanno disegnare tantissimo, ed io disegno disegno disegno fino a farmi venire i calli alle dita. L’altro giorno ho finito di fare la mia ventesima tavola illustrata su Pinocchio. Le ho disegnate tutte con una sola penna nera bic. Collodi, un grande. Anche la penna Bic.
Mia madre a quel punto, vedendomi assorta, diceva ridendo (è sempre stata delicata mia madre, sempre a rimestare col dito nella piaga) “E’ debole solo in aritmetica”.
“Oh, ma non preoccuparti per questo, mia bella bambina!” E chi si preoccupa.
Incredibile la capacità degli adulti di darsi le domande e le risposte al posto dei bambini.
Ma ho sempre amato l’autunno, perché ho dei ricordi troppo intimi, troppo miei. Dove nessun adulto può ancora entrare.