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LE VEGLIE DELLA ROCCACCIA al Teatro dei Sozofili. Impressioni “a caldo” dopo lo spettacolo.

Ieri sera LE VEGLIE DELLA ROCCACCIA #roccaccia al Teatro dei Sozofili a #modigliana #forlì #romagna è andato benissimo. Una nuova formula, a metà strada fra la tradizione romagnola e non solo (le veglie contadine) e il talk show televisivo, con una scenografia povera ma dignitosissima: due poltroncine inglesi acquistate in un mercatino e portate da Londra in Italia, una narrazione fresca, spontanea ma preparata con la massima cura e rispetto, una regia fantastica di un intellettuale onesto, partigiano, visionario, coraggioso, come Antonio Spino, hanno permesso di svelare una parte della ricchezza infinita che offre il nostro territorio e la nostra comunità fino a #faenza #europa #america #giappone, offrendo agli spettatori la vera storia locale, quella di persone modeste ma eccezionali, raccontata dagli stessi protagonisti e i testimoni che hanno vissuto esperienze uniche. E’ stata una serata semplicemente favolosa, piena di immagini proiettate sul palco, slide di opere d’arte, filmati, brani musicali, sorprese. Mi dispiace non avere delle foto perché mi ha impegnato anima e corpo, sul palco, e non c’è stato il tempo materiale per realizzare un po’ di documentazione fotografica. Ma, è pure vero che… impossibile descrivere una serata così con delle foto, in attesa di fare altre serate così con altri protagonisti della scena locale, piena di gratitudine per tutti coloro che hanno reso possibile tutto questo, i tecnici del suono e delle luci, e le associazioni che hanno appoggiato l’evento, Teatro dei Sozofili #sozofili in testa, grazie anche a chi è venuto a vederci e a chi oggi commentava in maniera entusiasta al mercato… 😍😘

[nella foto, una delle pochissime che sono riuscita a fare, durante le prove di uno dei quattro interventi]

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GLI ANNI DI PONGO

<< Appartengo a un frammento di generazione colpevole di un eccesso di sensibilitá, in un’epoca dalla quale ogni sensibilitá é bandita…..>> Pino Cacucci

Prima che qualcun* mi bacchetti di nuovo sulle dita perché ho pubblicato qualcosa che non era di mia proprietà, dirò subito che ho trovato questa foto in rete, non c’erano attribuzioni, e visto che sono una ladra per amore (sono stata adolescente in anni nei quali l’esproprio proletario faceva tendenza), l’ho ridistribuita. Ma sono sempre pronta a renderla, con tante scuse. Come quella volta che rubai un fiore enorme, bellissimo, esposto fuori dal negozio, e il commerciante fiorentino mi rincorse per tutta via de’ Neri. Roberto “Freak” Antoni non l’ho conosciuto personalmente, ma impersonalmente, in quanto pubblico di merda durante uno spettacolo che lo vedeva protagonista insieme alla banda di “Lupo Solitario”, ovvero Maurizia Giusti al secolo Syusy Blady, Patrizio Roversi, Vito, i Gemelli Ruggeri. Non ricordo in quale teatro fossimo né l’anno, ma doveva essere più o meno il 1986. La cassiera del bar scambiò me che allora avevo i capelli più scuri per Syusy Blady e mio marito (impomatato e coi baffetti) per Eraldo Turra dei Gemelli Ruggeri, fu un equivoco molto divertente. Freak Antoni fece il suo show di poesie demenziali e poi al termine di una poesia con il finale a sorpresa “ce l’hai centomila lire da prestarmi?” mi guardò intensamente e notando il mio imbarazzo mi fece il segno di “caghetta” con la mano. Non dimenticherò mai i suoi occhi, il suo sguardo magnetico, il suo ghigno meraviglioso, l’espressione sarcastica ma al contempo buona. Era un grande. Un signore. Umile, come tutti i grandi. E’ proverbiale, la spiga piena guarda sempre in basso. Ora non voglio dire troppe sciocchezze come mio solito, ma ormai sono in ballo e devo ballare. Magari una blogstar l’avrebbe raccontato meglio, io sono della schiera degli imbecilli e degli scarsamente impegnati che hanno sempre amato il genere demenziale, che si mettevano a ballare quando ascoltavano “Fagioli” o “Karabigniere blues”. Ho risentito proprio ieri Roberto in un’intervista per una web tv. Diceva cose sacrosante. Nei cosiddetti “anni di piombo” che lui ribattezza “anni di pongo” non esisteva solo la lotta armata, ma anche la lotta creativa, intuitiva, pittorica e non per questo disarmata ma disarmante solo che noi avevamo altre armi. L’invenzione degli Skiantos fu una atto geniale di sovvertimento di una seriosità (che non sempre corrispondeva a serietà) imposta da gran parte del movimento antagonista e studentesco degli anni settanta, che imponeva slogan e schemi, che etichettava ogni cosa in “di destra” e “di sinistra”, e che guardava con diffidenza tutto ciò che non era attribuibile. Gli Skiantos non avevano schemi ma desideri, idee estemporanee da sviluppare, provocazioni, anche divertimento. Si muovevano come il pesce di nome Wanda in un grande acquario di spunti creativi, magari raccolti da articoli di giornali o storie ascoltate al bar di provincia. Erano la punta di diamante del rock demenziale in Italia, ma anche del punk nostrano, però in versione più godereccia. Sì perché il punk inglese ci dava giù di piercing e catene, loro al massimo si stracciavano le magliette e gettavano gli ortaggi sul pubblico. Durante un concerto in un noto locale bolognese anziché esibirsi cucinarono spaghetti, e al pubblico che li insultava chiedendo i soldi del biglietto, risposero “noi siamo l’avanguardia”. La loro eredità verrà raccolta da Elio e Le storie tese ma anche da una miriade di altri gruppi meno noti. Oggi sono “anni di niente” e di deserto, è vero, tante cose sono sopravvissute come schegge impazzite, però l’Italia come diceva Freak Antoni è un paese a forma di scarpa e quindi inaffidabile di per sé, dove non c’è gusto a essere intelligenti. E va da sé che il riferimento all’ottusità delle major discografiche, dei locali, dei giornalisti e altro, ma anche di quel “pubblico di merda” amorfo e consumista (quando è moda è moda) che sbeffeggiavano durante i loro spettacoli, è calzante. E non solo, si potrebbe parlare all’infinito della triste sorte della cultura e dell’arte in questo paese scarpa che negli ultimi decenni così vuoti e così televisivi ha prodotto una serie infinita di sòle ma pochissima roba sostanziosa. Io sento la sua morte come una sconfitta, e se sono felice che ci siano stati, e non parlo solo di Roberto Antoni ma anche di Piero Ciampi, di Victor Cavallo, di Andrea Pazienza, e di tanti altri, altre, geniacci (il femminile di genio non esiste) maledetti, mi sembra tutto pazzescamente ingiusto. Ma si sa che dio non è mai stato dalla nostra parte o forse teme troppo la concorrenza.