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cinema universale d’essai

ululato da Pralina alle ore 07:58 mercoledì, 02 agosto 2006

Ci sono dei luoghi che dovrebbero essere considerati “sacri” uno di questi è la sala cinematografica di altri tempi, quando i film venivano proiettati su pellicola.
Non che siano passati tutti questi anni (un paio di decenni) ma con le videocassette e poi i dvd (la cosiddetta rivoluzione digitale) la gente è rimasta molto di più a casa.
Il film è diventato un surrogato della televisione, e non un momento di socializzazione com’era in effetti una volta.
E’ vero, la pellicola dopo qualche passaggio si graffiava o si riempiva di granelli e di bolle (che tutto sommato suggerivano animazioni artistiche degne della Biennale di Venezia) e a volte il film s’interrompeva proprio quando il protagonista stava per essere ucciso, con grandi fischi del pubblico in sala… ma almeno dovevi uscire di casa. Esporti.
Già, perché se una volta frequentavi le sale cinematografiche, ti dovevi proprio esporre, e se eri uno di quei “maniaci” come li chiamava mia mamma, che vanno a vedersi le “porcherie”, dovevi andare alla cassa del cinema e chiedere un biglietto. La cassiera era aldilà del vetro, quindi il biglietto andava chiesto ad alta voce. Non c’era nessuno che ti sostituiva la faccia. Al massimo potevi alzarti il bavero e metterti un bel paio di occhiali da sole.
“Abbassati un po’ quando sei davanti alla cassiera!” mi diceva sempre mia mamma, con aria di chi la sa lunga “se no rischi che ti faccia pagare come un’adulta”.
Povera ingenua, la mamma, non è mai stata l’altezza a farmi passare da adulta (sono tappa e me ne vanto), ma un bel paio di tettine che a 12 anni premevano con prepotenza contro la maglietta, e quelle anche volendo non avrei potuto nasconderle.
Il cinema noi ce l’avevamo vicino a casa, era proprio brutto, più che altro sporco perché non pulivano mai. Ma a noi sembrava un luogo mitico, straordinario.
In televisione allora c’erano solo due reti, e per giunta in bianco e nero. In quegli anni passavano soltanto film in bianco e nero in tivù, tanto non si sarebbe notata la differenza. Il sabato mattina c’erano le comiche dei grandi Buster Keaton, Harold Lloyd, Charlot e Stanlio e Ollio. Mi mettevano una mano sulla spalla e mi dicevano “Ecco adesso mettiti qui e fai la brava!”.
Soltanto i film al cinema erano colorati e per noi ragazzi era un fatto eccezziunalo veramente!
Ricordo che per tutta la settimana facevano i film per tutti e un solo giorno la settimana quelli “vietati ai minori di 14 o persino 18 anni”, quelli dai titoli più fantasiosi tipo “Biancaneve e i sette onani” che i poveracci che andavano a vederseli, dopo avere trovato scuse in famiglia tipo “vado a trovare uno zio di Forlimpopoli che non vedo mai e che mi dispiace tanto di lasciare da solo”, entravano veloci come le schegge, gobbi, strisciando, mimetizzandosi coi muri, qualcuno volando, altri imitando l’uomo invisibile. Altri trovavano l’escamotage di entrare molto prima, portandosi dietro i popcorn e il binocolo, insomma fatto sta che quando c’erano le proiezioni hard nessuno entrava al cinema, erano già tutti dentro, con l’impermeabile e la mano sul pacco.
Noi ragazzi e ragazze andavamo a vederci i film “per tutti” alle proiezioni pomeridiane. Siccome ero una ragazzina molto rompiscatole, i miei meno mi vedevano in casa, meglio stavano, e così ogni scusa era buona per mandarmi al cinema come dalle suore o al luna park o a fare i compiti dagli amichetti o a confessarmi dal prete, insomma in qualsiasi altro posto potessi sparire per una mezza giornata.
Inutile dire che mi vidi tutti i film e i cartoni animati di Walt Disney, quelli di Bruno Bozzetto e Asterix. Ma anche Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, Peter Sellers, e tutta la serie 007.
A quei tempi oltre al film cosiddetto di guerra o d’avventura e la commedia all’italiana, spopolava il genere western e mi vidi praticamente tutto quello che si può vedere di serie zeta dopo il grande Leone: filmetti che si potrebbero definire spaghetto western molto scotto, dai titoli “Puzzo di dollari”, “Il bello il brutto e l’arrabbiato parecchio” e cose così.
Quando c’era un nuovo film, e i nuovi film in provincia arrivano sempre quando in città li hanno già digeriti, ma in provincia sono sempre delle prime fantastiche, mi si poneva il problema “quale fidanzato ci porto se non mi accompagna l’amica del cuore”. Mi si imponeva la scelta tra Vincenzo e Roberto, con la ruota di scorta Francesco, a giorni alterni.
Poi c’era il vestito da mettersi, come alla prima di Jesus Christ Superstar. Una tragedia. Finii per mettermi un paio di pantaloni a zampa d’elefante con un paio di zatteroni, sembravo la nipotina dei Cugini di Campagna.
Al cinema non restavi mai da sola nemmeno volendo, ti trovavi talvolta un signore accanto che ti guardava con la coda dell’occhio fantasticando in religioso silenzio di possibili manovre a polipo che mai e poi mai avrebbe attuato pena l’inferno e la pubblica gogna di paese, a quel punto con l’amichetta del cuore c’era la possibilità di cambiare posto o di fare l’infamata al direttore del cinema.
Ma una delle cose più belle del cinema era il bar dove si andava a comprare le rondelle di liquerizia e i ghiaccioli, e ricordo che c’erano i gusti limone, anice e menta (e basta) che allora costavano (mi vergogno di dirlo, tanto da la misura del tempo) 50 lire. Oppure in alternativa i chewingum, che però a termine masticata, ti costringevano a manovre non molto ortodosse, tipo di appiccicarli sul retro della poltroncina davanti.
Smangiucchiare in sala è una vera libidine, lo sanno bene in India dove i film (la famosa Boollywood) durano anche 6 ore e la gente si porta di tutto in sala, anche il pollo con il riso al curry.
Ben altra cosa rispetto al farlo davanti alla tivù, che da un senso di tristezza indicibile. Ricordo com’ero felice quando riuscivo coi pochi spiccioli nella borsetta, a comprare una lattina di qualsiasi bibita e ad aprirla senza schizzare nessuno (una volta purtroppo è successo che ho fatto il bagno a quella davanti).
Gli anni sono passati, e nonostante i nostri traslochi, avevamo sempre un cinema accanto alla nostra casa, non so bene perché.
Così non mi persi mai una visione fino all’inizio degli anni 80, con l’amico gay che sbarellava per Jodorowsky e mi faceva una testa così con “The Fog” di John Carpenter. Dai soavi deliri di Nichetti ai film impegnati superpoliticizzati (le mattonate insomma) della Von Trotta e di Schlodorff sugli anni di piombo, ero sempre lì a mangiarmi le unghie. Certa di non avere capito proprio tutti i passaggi. Ma felice di avere  ampliato i miei criteri percettivi contro l’estetica borghese, ed essere pronta ad assorbire persino Tziga Vertov.


 


E anche quando mi trasferii a Firenze, scoprii la deliziosa sala Universale d’essai, dove venivano proiettati i mitici film di Belushi, quelli di Pietro Germi e Michelangelo Antonioni ma anche quelli der Monnezza, “Tarzoon la vergogna della jungla”, “Harold e Maude”, “Zabriensky Point”, “Woodstock”… dove quando entravi ti pareva d’essere nelle nebbie dei film di Fellini, perché tutti fumavano le canne in sala e la cortina del fumo a una cert’ora diventava così densa che la gente si doveva chiamare a gran voce e sbracciarsi per farsi riconoscere dall’amico entrato al secondo tempo.
Dopo tutte queste premesse, vedere un film o vederne un altro, perché all’ultimo l’avevano sostituito, non era la cosa più importante.
E nemmeno di finire a letto col proiezionista, quando sono stata molto più grandicella.

Ma la cosa più importante era di esserci, al cinema.
 
Pralina Tuttifrutti

*

CINEMA UNIVERSALE D’ESSAI.
mercoledì, 02 agosto 2006 | in : pseudo recensioni, telefollie, dura la vita, cinema universale
 

 

(foto tratta dalla copertina del libro di Matteo Poggi, Breve storia del cinema Universale)
 
 
Il fatto è che non ne posso più di accendere la  TV alle venti e trenta e dover scegliere fra “ TEO MAMMUCARI” accompagnato da tette e culo della deficiente brasileira di turno e  “ REAL TV” presentato dalla megafiga negra   che tutta igniuda si spatascia a pecora mentre presenta il disgraziato di turno che si spatascia, pure lui, ma non a pecora o per lo meno solo in senso figurato, a 220 chilometri orari contro un muro.
TEO MAMMUCARI??? Cultura moderna?? È moderna? Ma soprattutto è cultura? CULTURA? Allora io dico come Grillo! Voglio che mi rendano il significato delle parole! Lo rivoglio, è mio  cazzo lo rivoglio! Di diritto! Ridatemelo !  E in questo medioevo mediatico la mente vola per lidi più felici, e affiorano ricordi confortanti quando la sera si poteva andare in un posto fantastico e pieno di magia.
 
 
IL CINEMA UNIVERSALE DESSAI.
 
Il bello del cinema Universale è che non era un cinema, cioè almeno non lo era nel termine etimologico della parola. C’era tutto, lo schermo, le poltroncine, i corridoi, la cassiera e pure la maschera. Ma non era un cinema. Si, perché al cinema si va per vedere il film, all’Universale il film era solo il pretesto, la scusa, e anzi più il film era brutto migliore era lo spettacolo , perché lo spettacolo non era sullo schermo,ma era in sala.
Ricordo favolose serate passate a non guardare fantastici film  come “ il tempo delle mele” oppure “ college” film che nessuno di noi si sarebbe mai sognato di andare a vedere al cinema, ma come già detto l’Universale non era un cinema.
Chi non c’è mai stato non può capire, mi spiace io ci proverò a farvi capire cosa era l’Universale, ma… in fondo che vuoi spiegare? Vuoi spiegare come si entra in sala in vespa pagando un biglietto normale e uno ridotto?   
Ecco l’universale era così, la bigliettaia non si stupiva se si voleva entrare in sala con la vespa , bastava dare una valida giustificazione tipo ” non mi fido a  lasciarla in strada ho paura che me la rubino” e lei faceva pagare un biglietto intero per lui ( mille lire) e un ridotto ( cinquecento lire) per la vespa.
 Appena si spegnevano le luci poi iniziava la magia. Nella sala sembrava di essere in una scena di “ the fog la nebbia assassina!” bastava una boccata per essere già fuori di brutto. Si narra di  personaggi che nelle ultime file pensassero di essere Vietkong con i maledetti Yankie  che li volevano stanare col fumo.
 I commenti alla pellicola proiettata si sprecavano. Commenti tipo “ABBURRACCIUGAGNENE !!!”   abburraciugagnene era il rafforzativo verbale più diffuso  quanto si doveva incitare l’ignaro adolescente dell’ennesimo filmaccio americano a fare la prima mossa con la propria ragazza. A volte qualcuno del loggione (il loggione era alto 2 gradini) si metteva a far le ombre cinesi sullo schermo finche non riceveva una scarpa lanciata dalle prime file. Ho visto spesso uscire gente alla fine del film senza una scarpa, o senza tutte e due, quando la serata era molto movimentata. Insomma ogni sera era una festa, vicino all’ultimo dell’anno era consuetudine portarsi almeno una ventina di raudi per evidenziare le scene più significative del film.
 Poteva capitare di esagerare e allora in quel caso arrivava  “ la maschera” o meglio “ il maschera”.
“Il maschera “ era praticamente un uomo cubo. Alto uno e sessantacinque e largo uno e sessantacinque, aveva delle mani che sembravano le custodie delle mani di Gianni Morandi, ma nonostante la dimensione e la forza quelle mani non faceva quasi  mai male, erano quegli schiaffi amichevoli, quasi accompagnatori,  più per indirizzarti nella giusta direzione che per farti male. Per dirti.. bada, vai più in là.. che stai esagerando.
 Il maschera era amato da tutti e per dimostrargli   cotanto amore quando entrava in sala tutta la platea lo accoglieva con un simpatico coretto, stile domanda e risposta.
 Un gruppo domandava gridando: “ Come l’è il maschera??”   l’altro gruppo gli rispondeva   “ Buco!” seguiva la domanda: “ E per far rima??” risposta finale :” più buco di prima!!” seguiva applauso finale e standing ovation mentre il maschera usciva dalla sala, rosso come un peperone.
Non ho mai provato paura all’Universale, ne vergogna, neppure quando una volta  tutti mi presero a pacchine perché ero il solo a gridare battute fuori tempo. Mi sentivo un po’ in famiglia all’Universale, dove tutti si prendono un po’ in giro ma ci si vuol un gran bene.
 
Il “ cinema d’essai Universale” non c’è più, e  da un bel pezzo ormai, saranno almeno 15 anni, al posto suo c’è un tristissimo ritrovo per giovani trendy un po’ dandy con le scarpe di fendy . L’architetto che lo ha ristrutturato ha voluto mantenere il nome “ Universale”, ma la sua anima ormai  non c’è più. Tutte le volte che ci passo davanti mi viene una gran tristezza e un groppo alla gola, mentre sento nella mia testa in lontananza un grido che fa:  “ VAI ABBURRACCIUGAGNENE!! ”
 
 
Liberamente ispirato al post di pralina.   
 
Lavorini
 
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bonvi e sturmtruppen

CARTONI ANIMATI CHE PASSIONE

ululato da Pralina alle ore 18:21 venerdì, 22 gennaio 2010

I cartoni animati sono sempre stati la mia passione, non parlo di quelli seriali giapponesi (qualche lungometraggio del Sol Levante degli anni 50, però, è pregevolissimo),  ma delle animazioni pionieristiche, dai primi Disney (tipo Skeleton dance, i primi Topolino, Paperino fino a Fantasia che è il mio cartone animato preferito in assoluto) a Felix the Cat, Betty Boop, Braccio di Ferro, gli anni 70 di Supergulp, di Gustavo, Mr. Magoo, la Pantera Rosa, per arrivare agli psichedelici Yellow SubmarineFritz the Cat dalla fervida fantasia malata del mio adorato Robert Crumb, per concludere in bellezza con gli scintillanti Simpson di Matt Groening che rappresentano l’evoluzione negli anni 90 della caricatura delle famiglie americane, tipo Flinstone ecc., passando per la Linea di Cavandoli, le animazioni dello Studio Armando Testa, Bruno Bozzetto & Guido Manuli studio e concludendo coi Pixar, ieri l’altro mi sono guardata un dvd dei corti Pixar degli anni 84-89, quando ancora l’azienda non era stata fagocitata dalla Disney, era uno studio di pochi animatori, pochi e indebitati allora, ma veramente affiatati e motivati, ho avuto molte emozioni, davvero molte… sarà perché me li sono visti tutti al cinema, da Toy Story a Bugs Life, sarà perché l’animazione mi ha sempre incantata, dalle prime sortite al cinema, di Asterix il gallico, sarà perché ho sempre amato i fumetti, un tempo mi piacevano tanto, dai Puffi a Nonna Abelarda, da Lucky Luke a Poldino, da Sturmtruppen ai Peanuts, fino a Geppo il diavoletto, Lupo Alberto, ecc. per concludere con quelli bellissimi, straordinari di Grazia Nidasio, Jacovitti, Serre, la mitica Brétecher dei Frustrati, il grande Reiser con il suo fantastico Porcone, Chumy Chumez, Sergio Toppi, Andrea Pazienza, ecc. con qualche “puntatina” (da adolescente) per i fumetti porno (erano gli anno 70 e non c’era internet ehehehehehe!) ma leggevo, praticamente divoravo di tutto, Peynet, il Signor Bonaventura, come facessi a conoscere Arcibaldo e Petronilla dio solo lo sa, ma ero riuscita a scovare pure quelli, e ancora Valentina Melaverde, gli album di Asterix, quelle deliziose strisce di Addison sull’Arca di Noè,  B.C., il Corriere dei Ragazzi, Linus, Alter Alter, Strix, il Male, Cannibale, Frigidaire, Blue e non so quale diavolo altro. Non ho mai capito perché in Italia il fumetto e il cartone animato sono sempre stati declassati e considerati arte e letteratura minore, e perché -di conseguenza- non si è mai investito abbastanza in questi settori, forse perché il nostro Paese è condizionato così pesantemente da sempre dal moralismo cattolico per cui tutto ciò che diverte e accende la fantasia è il male, e comunque esiste un’età infantile per divertirsi (non troppo, però!) e un’età adulta per stare seri, e la serietà, come si sa, viene spesso scambiata per seriosità che è soltanto la facciata, l’atteggiamento, la parvenza, la tristezza, la pesantezza, la mancanza di fantasia, in fin dei conti la mancanza di argomenti di una serietà che spesso non esiste nemmeno. Vi lascio alla visione di questa chicca dei corti della Pixar, siamo già in epoca Disney ma non hanno perso di freschezza. Buona visione!

cavandoli a novaradio

 ululato da Pralina alle ore 01:12 martedì, 06 marzo 2007

Oggi martedì 6 marzo su Novaradio Firenze 101.5 per la trasmissione Avanzi di Balera, alle ore 17.20 cliccate qui per l’ascolto in diretta dal vostro computer, intervista a Monica Marghetti autrice del libro “Voglio urlare” edizioni Fuori dalle Rotte. 
 
E’ morto Osvaldo Cavandoli, Cava così lo chiamavano tutti, il papà della Linea, aveva 87 anni… ricordo l’intervista che gli facemmo il 26 aprile 2005 per la trasmissione Fedeli alla Linea di Novaradio, che giustamente si chiamava così in onore suo. Ricordo la mia grande emozione, il cuore mi batteva a mille e la voce mi tremava un pochino: non capita tutti i giorni d’intervistare un simile personaggio. 
Eppure Cavandoli, d’una simpatia travolgente, accettò di essere intervistato da me e Freddie con una grandissima umiltà, divertendosi pure quando, fra risate e gargarismi, imitai per lui la vocina stralunata della sua Linea… che poi non mancò mai (l’imitazione) nelle trasmissioni seguenti.
Vi rendete conto? Ho avuto il privilegio di imitare la vocina della Linea in diretta radiofonica con il grande Cava.

Un uomo conosciuto in tutto il mondo, le sue animazioni vanno in onda in ogni Paese, non soltanto a Natale. Tranne che da noi.

Siamo in Italia, così ci disse il Cava, qui i cartoni animati non vengono apprezzati, la televisione li censura, bisogna andare all’estero.

Guardate me, ci disse il Cava, ho lavorato una vita, lavoro duro come in fabbrica per fare questi disegni, e la tivù italiana non li ha mai trasmessi e sono già passati vent’anni dall’ultima apparizione, perché negli anni sessanta per Carosello pubblicizzavo una nota pentola. Ma che gli frega della pentola ancora? I disegni sono belli sì o no? e allora!

Quando ho saputo della sua scomparsa, ho provato tristezza e poi rabbia.

Ma i disegni animati, nonostante l’ottusità dei nostri dirigenti televisivi, non sono un sottoprodotto culturale e non sono dedicati soltanto ai bambini. Fanno parte del nostro patrimonio, della nostra cultura, del nostro immaginario collettivo per usare una frase di Jung, fanno parte infine dei nostri sogni e della nostra memoria, dei bambini che eravamo e che siamo rimasti, di quelli che abbiamo fatto nascere e di quelli che nasceranno in futuro. Checché ne pensino i burocrati della scatola catodica, i visipallidi dal doppiopetto grigio, gli spargitori di muffa, i killer d’aquiloni, i dimenticatori dell’infanzia.


Ciao Cava, sarai vendicato.

 

il senso del magico

ululato da Pralina alle ore 12:34 mercoledì, 23 dicembre 2009

C’è una ricchezza che non si può comprare con tutti i soldi del mondo, questa ricchezza infinita è il senso del magico che ogni bambino e bambina possiede. Max Ernst si appassionò alla pittura pensando a ciò che “vedeva” da bambino nelle macchie di muffa sul soffitto. Io stessa passavo ore a contemplare le nuvolone bianche e le macchioline di granito nel pavimento della casa dei nonni, ed ogni volta lì scoprivo cavalieri con alabarde e lance in resta, draghi con fiori in bocca, labbra gigantesche, ufo a forma di banana, vecchi con il cotton-fioc nelle orecchie, streghe con cappelli a due punte… e tante altre cose… tante che mi era difficile distogliermi dai miei pensieri, per tornare a “fare la brava” cioé a rendere nei termini produttivi (voti belli a scuola e lodi della signora maestra). Non c’è nulla al mondo di più bello che possedere questo senso del magico, che si riscopre soltanto nell’innamoramento e si mantiene quasi intatto nella musica, nella pittura (ed altre forme artistiche) e nell’assunzione di alcune droghe naturali, tipo la cannabis e i funghi allucinogeni. E’ chiaro. La nostra vita non può essere soltanto una grigia sequenza di compiti, attività produttive, relazioni umane mercantili ed ogni azione utile per ricavarne cibo e oggetti, per procacciarsi il cibo e curare il proprio corpo per renderlo efficente a produrre, a competere in senso produttivo e comunque a sopravvivere per questo scopo.  L’avevano capito persino gli uomini e donne preistoriche (che per alcune cose erano più avanti di noi), che accanto alle figure dei cacciatori e raccoglitori, avevano gli e le sciamani, aventi la funzione di mantenere il legame tra terra e cielo, vivi e spiriti defunti, esseri viventi umani e animali. Gli sciamani raggiungevano stati alterati di coscienza con erbe, bacche e funghi, a scopo rituale e divinatorio. Lo sciamanismo (shaman è una parola tungusa, siberiana) venne portato dal cuore della Siberia fino in America, per mezzo delle numerose migrazioni umane che partivano verso il nuovo continente attraverso lo Stretto di Bering. Pare che Walt Disney fosse (oltre che un agente della CIA, purtroppo) un grande appassionato di esoterismo. Non è un caso che Topolino vestisse i panni di un “apprendista stregone”, ogni cosa sulla terra potesse animarsi come mossa da una forza misteriosa che andava contro ogni legge fisica conosciuta, e tutto il resto. Proprio a questo senso del magico è dedicato l’intero film d’animazione Fantasia che uscì se non erro nel 1940 e ancora oggi rimane insuperato in quanto a maestria del colore e delle immagini e felice simbiosi di musica e disegno. I funghetti che ballano, sono quelli usati dagli sciamani dell’Artico? qualcuno sostiene di sì… di sicuro uno dei migliori film di animazione di ogni tempo. 

Un abbraccio colorato a tutt* voi!