Archivi categoria: cinema indipendente

LA GRANDE BELLEZZA DI HORST FANTAZZINI

La grande bellezza di Horst Fantazzini. Acclamato (dagli ermellini da guardia) vincitore di 57 anni nelle patrie galere italiane, per avere rubato qualche milione di lire, a fronte dei miliardi rubati da presidenti di banche e istituzioni. Nel 1999 uscì il film sulla sua vita, ma non fu distribuito – dalla stessa produzione – come avrebbe meritato. Tutti si ricordarono di lui dopo l’uscita del film e molti lo abbandonarono quando uscì in semilibertà. Morì nel 2001 prima di avere scontato tutta la condanna (fino al 2017 e oltre) e le sue ceneri si trovano al cimitero della Certosa di Bologna, abbandonate dai figli e dai parenti. Domani sarebbe stato il suo compleanno, era nato il 4 marzo 1939 da madre tedesca e padre italiano. Non era propriamente il rappresentante del made in Italy nel mondo, ma un dito puntato contro le ingiustizie sociali e l’istituzione del carcere. Ti amo Horst, ti amerò sempre. I perdenti in questo paese sono distrutti così come sono applauditi i vincitori, ma in realtà chi ha più possibilità di venire amato veramente è proprio il perdente, e tu lo sapevi.

bello

IL 14 FEBBRAIO INAUGURAZIONE ROMANA DEL B.A.M. CON LO STATUTO DEI GABBIANI DI HORST FANTAZZINI

Biblioteca Abusiva Metropolitana, via dei Castani 42, Quartiere Centocelle ROMA

Ore 17: inaugurazione e presentazione BAM + incontro con Pralina Diamante curatrice del libro “Lo statuto dei gabbiani” di Horst Fantazzini ed. Milieu, con prefazione di Pino Cacucci 

Ore 19: proiezione dell’intervista a Horst Fantazzini nel carcere di Alessandria dicembre 1998

Ore 21: apericena anche vegan con proiezione del film “Ormai è fatta!” di Enzo Monteleone 1999

***

Cos’è la B.(A).M.

BIBLIOTECA: perché se esistono i templi del sapere… vogliamo profanarli! Con un’idea aperta e diffusa di cultura e informazione libera e disponibile a tutt*, abbiamo deciso di partire dai libri, luoghi d’inizio di ogni possibile percorso, e costruire intorno ad essi uno spazio che metta al centro l’incontro, lo scambio ed ogni altra iniziativa che ci faccia conoscere e accogliere reciprocamente; possiamo farlo scegliendo il modo che più ci piace! Una biblioteca dunque, ma non solo. Uno spazio collettivo dove non si perde mai tempo. Al massimo si trova!

ABUSIVA: perché è uno spazio sottratto alla rendita e alla speculazione con un azione collettiva diretta (ormai da 5 anni), che non ha chiesto alle istituzioni alcuna autorizzazione. Siamo uno spazio occupato, autogestito e autofinanziato. Libero.

METROPOLITANA: perchè siamo a Roma, ma al lato e in basso rispetto al centro, curato e profumato, dello spazio e del potere. Siamo a Centocelle, quartiere dove la cultura è popolare e meticcia e gli incroci di idee e di colori sono imprevedibili e vitali, come il ”letame” di De Andrè.
Siamo li dove non c’è posto per la rassegnazione al ritmo urbano del produci-consuma-crepa e lo sguardo non va oltre il rosso di un semaforo. Siamo li dove il cemento di muri e strade scrostate non riesce a spegnere la bellezza di occhi limpidi e sinceri…

MARKUS STEFFEN

cinema universale d’essai

ululato da Pralina alle ore 07:58 mercoledì, 02 agosto 2006

Ci sono dei luoghi che dovrebbero essere considerati “sacri” uno di questi è la sala cinematografica di altri tempi, quando i film venivano proiettati su pellicola.
Non che siano passati tutti questi anni (un paio di decenni) ma con le videocassette e poi i dvd (la cosiddetta rivoluzione digitale) la gente è rimasta molto di più a casa.
Il film è diventato un surrogato della televisione, e non un momento di socializzazione com’era in effetti una volta.
E’ vero, la pellicola dopo qualche passaggio si graffiava o si riempiva di granelli e di bolle (che tutto sommato suggerivano animazioni artistiche degne della Biennale di Venezia) e a volte il film s’interrompeva proprio quando il protagonista stava per essere ucciso, con grandi fischi del pubblico in sala… ma almeno dovevi uscire di casa. Esporti.
Già, perché se una volta frequentavi le sale cinematografiche, ti dovevi proprio esporre, e se eri uno di quei “maniaci” come li chiamava mia mamma, che vanno a vedersi le “porcherie”, dovevi andare alla cassa del cinema e chiedere un biglietto. La cassiera era aldilà del vetro, quindi il biglietto andava chiesto ad alta voce. Non c’era nessuno che ti sostituiva la faccia. Al massimo potevi alzarti il bavero e metterti un bel paio di occhiali da sole.
“Abbassati un po’ quando sei davanti alla cassiera!” mi diceva sempre mia mamma, con aria di chi la sa lunga “se no rischi che ti faccia pagare come un’adulta”.
Povera ingenua, la mamma, non è mai stata l’altezza a farmi passare da adulta (sono tappa e me ne vanto), ma un bel paio di tettine che a 12 anni premevano con prepotenza contro la maglietta, e quelle anche volendo non avrei potuto nasconderle.
Il cinema noi ce l’avevamo vicino a casa, era proprio brutto, più che altro sporco perché non pulivano mai. Ma a noi sembrava un luogo mitico, straordinario.
In televisione allora c’erano solo due reti, e per giunta in bianco e nero. In quegli anni passavano soltanto film in bianco e nero in tivù, tanto non si sarebbe notata la differenza. Il sabato mattina c’erano le comiche dei grandi Buster Keaton, Harold Lloyd, Charlot e Stanlio e Ollio. Mi mettevano una mano sulla spalla e mi dicevano “Ecco adesso mettiti qui e fai la brava!”.
Soltanto i film al cinema erano colorati e per noi ragazzi era un fatto eccezziunalo veramente!
Ricordo che per tutta la settimana facevano i film per tutti e un solo giorno la settimana quelli “vietati ai minori di 14 o persino 18 anni”, quelli dai titoli più fantasiosi tipo “Biancaneve e i sette onani” che i poveracci che andavano a vederseli, dopo avere trovato scuse in famiglia tipo “vado a trovare uno zio di Forlimpopoli che non vedo mai e che mi dispiace tanto di lasciare da solo”, entravano veloci come le schegge, gobbi, strisciando, mimetizzandosi coi muri, qualcuno volando, altri imitando l’uomo invisibile. Altri trovavano l’escamotage di entrare molto prima, portandosi dietro i popcorn e il binocolo, insomma fatto sta che quando c’erano le proiezioni hard nessuno entrava al cinema, erano già tutti dentro, con l’impermeabile e la mano sul pacco.
Noi ragazzi e ragazze andavamo a vederci i film “per tutti” alle proiezioni pomeridiane. Siccome ero una ragazzina molto rompiscatole, i miei meno mi vedevano in casa, meglio stavano, e così ogni scusa era buona per mandarmi al cinema come dalle suore o al luna park o a fare i compiti dagli amichetti o a confessarmi dal prete, insomma in qualsiasi altro posto potessi sparire per una mezza giornata.
Inutile dire che mi vidi tutti i film e i cartoni animati di Walt Disney, quelli di Bruno Bozzetto e Asterix. Ma anche Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, Peter Sellers, e tutta la serie 007.
A quei tempi oltre al film cosiddetto di guerra o d’avventura e la commedia all’italiana, spopolava il genere western e mi vidi praticamente tutto quello che si può vedere di serie zeta dopo il grande Leone: filmetti che si potrebbero definire spaghetto western molto scotto, dai titoli “Puzzo di dollari”, “Il bello il brutto e l’arrabbiato parecchio” e cose così.
Quando c’era un nuovo film, e i nuovi film in provincia arrivano sempre quando in città li hanno già digeriti, ma in provincia sono sempre delle prime fantastiche, mi si poneva il problema “quale fidanzato ci porto se non mi accompagna l’amica del cuore”. Mi si imponeva la scelta tra Vincenzo e Roberto, con la ruota di scorta Francesco, a giorni alterni.
Poi c’era il vestito da mettersi, come alla prima di Jesus Christ Superstar. Una tragedia. Finii per mettermi un paio di pantaloni a zampa d’elefante con un paio di zatteroni, sembravo la nipotina dei Cugini di Campagna.
Al cinema non restavi mai da sola nemmeno volendo, ti trovavi talvolta un signore accanto che ti guardava con la coda dell’occhio fantasticando in religioso silenzio di possibili manovre a polipo che mai e poi mai avrebbe attuato pena l’inferno e la pubblica gogna di paese, a quel punto con l’amichetta del cuore c’era la possibilità di cambiare posto o di fare l’infamata al direttore del cinema.
Ma una delle cose più belle del cinema era il bar dove si andava a comprare le rondelle di liquerizia e i ghiaccioli, e ricordo che c’erano i gusti limone, anice e menta (e basta) che allora costavano (mi vergogno di dirlo, tanto da la misura del tempo) 50 lire. Oppure in alternativa i chewingum, che però a termine masticata, ti costringevano a manovre non molto ortodosse, tipo di appiccicarli sul retro della poltroncina davanti.
Smangiucchiare in sala è una vera libidine, lo sanno bene in India dove i film (la famosa Boollywood) durano anche 6 ore e la gente si porta di tutto in sala, anche il pollo con il riso al curry.
Ben altra cosa rispetto al farlo davanti alla tivù, che da un senso di tristezza indicibile. Ricordo com’ero felice quando riuscivo coi pochi spiccioli nella borsetta, a comprare una lattina di qualsiasi bibita e ad aprirla senza schizzare nessuno (una volta purtroppo è successo che ho fatto il bagno a quella davanti).
Gli anni sono passati, e nonostante i nostri traslochi, avevamo sempre un cinema accanto alla nostra casa, non so bene perché.
Così non mi persi mai una visione fino all’inizio degli anni 80, con l’amico gay che sbarellava per Jodorowsky e mi faceva una testa così con “The Fog” di John Carpenter. Dai soavi deliri di Nichetti ai film impegnati superpoliticizzati (le mattonate insomma) della Von Trotta e di Schlodorff sugli anni di piombo, ero sempre lì a mangiarmi le unghie. Certa di non avere capito proprio tutti i passaggi. Ma felice di avere  ampliato i miei criteri percettivi contro l’estetica borghese, ed essere pronta ad assorbire persino Tziga Vertov.


 


E anche quando mi trasferii a Firenze, scoprii la deliziosa sala Universale d’essai, dove venivano proiettati i mitici film di Belushi, quelli di Pietro Germi e Michelangelo Antonioni ma anche quelli der Monnezza, “Tarzoon la vergogna della jungla”, “Harold e Maude”, “Zabriensky Point”, “Woodstock”… dove quando entravi ti pareva d’essere nelle nebbie dei film di Fellini, perché tutti fumavano le canne in sala e la cortina del fumo a una cert’ora diventava così densa che la gente si doveva chiamare a gran voce e sbracciarsi per farsi riconoscere dall’amico entrato al secondo tempo.
Dopo tutte queste premesse, vedere un film o vederne un altro, perché all’ultimo l’avevano sostituito, non era la cosa più importante.
E nemmeno di finire a letto col proiezionista, quando sono stata molto più grandicella.

Ma la cosa più importante era di esserci, al cinema.
 
Pralina Tuttifrutti

*

CINEMA UNIVERSALE D’ESSAI.
mercoledì, 02 agosto 2006 | in : pseudo recensioni, telefollie, dura la vita, cinema universale
 

 

(foto tratta dalla copertina del libro di Matteo Poggi, Breve storia del cinema Universale)
 
 
Il fatto è che non ne posso più di accendere la  TV alle venti e trenta e dover scegliere fra “ TEO MAMMUCARI” accompagnato da tette e culo della deficiente brasileira di turno e  “ REAL TV” presentato dalla megafiga negra   che tutta igniuda si spatascia a pecora mentre presenta il disgraziato di turno che si spatascia, pure lui, ma non a pecora o per lo meno solo in senso figurato, a 220 chilometri orari contro un muro.
TEO MAMMUCARI??? Cultura moderna?? È moderna? Ma soprattutto è cultura? CULTURA? Allora io dico come Grillo! Voglio che mi rendano il significato delle parole! Lo rivoglio, è mio  cazzo lo rivoglio! Di diritto! Ridatemelo !  E in questo medioevo mediatico la mente vola per lidi più felici, e affiorano ricordi confortanti quando la sera si poteva andare in un posto fantastico e pieno di magia.
 
 
IL CINEMA UNIVERSALE DESSAI.
 
Il bello del cinema Universale è che non era un cinema, cioè almeno non lo era nel termine etimologico della parola. C’era tutto, lo schermo, le poltroncine, i corridoi, la cassiera e pure la maschera. Ma non era un cinema. Si, perché al cinema si va per vedere il film, all’Universale il film era solo il pretesto, la scusa, e anzi più il film era brutto migliore era lo spettacolo , perché lo spettacolo non era sullo schermo,ma era in sala.
Ricordo favolose serate passate a non guardare fantastici film  come “ il tempo delle mele” oppure “ college” film che nessuno di noi si sarebbe mai sognato di andare a vedere al cinema, ma come già detto l’Universale non era un cinema.
Chi non c’è mai stato non può capire, mi spiace io ci proverò a farvi capire cosa era l’Universale, ma… in fondo che vuoi spiegare? Vuoi spiegare come si entra in sala in vespa pagando un biglietto normale e uno ridotto?   
Ecco l’universale era così, la bigliettaia non si stupiva se si voleva entrare in sala con la vespa , bastava dare una valida giustificazione tipo ” non mi fido a  lasciarla in strada ho paura che me la rubino” e lei faceva pagare un biglietto intero per lui ( mille lire) e un ridotto ( cinquecento lire) per la vespa.
 Appena si spegnevano le luci poi iniziava la magia. Nella sala sembrava di essere in una scena di “ the fog la nebbia assassina!” bastava una boccata per essere già fuori di brutto. Si narra di  personaggi che nelle ultime file pensassero di essere Vietkong con i maledetti Yankie  che li volevano stanare col fumo.
 I commenti alla pellicola proiettata si sprecavano. Commenti tipo “ABBURRACCIUGAGNENE !!!”   abburraciugagnene era il rafforzativo verbale più diffuso  quanto si doveva incitare l’ignaro adolescente dell’ennesimo filmaccio americano a fare la prima mossa con la propria ragazza. A volte qualcuno del loggione (il loggione era alto 2 gradini) si metteva a far le ombre cinesi sullo schermo finche non riceveva una scarpa lanciata dalle prime file. Ho visto spesso uscire gente alla fine del film senza una scarpa, o senza tutte e due, quando la serata era molto movimentata. Insomma ogni sera era una festa, vicino all’ultimo dell’anno era consuetudine portarsi almeno una ventina di raudi per evidenziare le scene più significative del film.
 Poteva capitare di esagerare e allora in quel caso arrivava  “ la maschera” o meglio “ il maschera”.
“Il maschera “ era praticamente un uomo cubo. Alto uno e sessantacinque e largo uno e sessantacinque, aveva delle mani che sembravano le custodie delle mani di Gianni Morandi, ma nonostante la dimensione e la forza quelle mani non faceva quasi  mai male, erano quegli schiaffi amichevoli, quasi accompagnatori,  più per indirizzarti nella giusta direzione che per farti male. Per dirti.. bada, vai più in là.. che stai esagerando.
 Il maschera era amato da tutti e per dimostrargli   cotanto amore quando entrava in sala tutta la platea lo accoglieva con un simpatico coretto, stile domanda e risposta.
 Un gruppo domandava gridando: “ Come l’è il maschera??”   l’altro gruppo gli rispondeva   “ Buco!” seguiva la domanda: “ E per far rima??” risposta finale :” più buco di prima!!” seguiva applauso finale e standing ovation mentre il maschera usciva dalla sala, rosso come un peperone.
Non ho mai provato paura all’Universale, ne vergogna, neppure quando una volta  tutti mi presero a pacchine perché ero il solo a gridare battute fuori tempo. Mi sentivo un po’ in famiglia all’Universale, dove tutti si prendono un po’ in giro ma ci si vuol un gran bene.
 
Il “ cinema d’essai Universale” non c’è più, e  da un bel pezzo ormai, saranno almeno 15 anni, al posto suo c’è un tristissimo ritrovo per giovani trendy un po’ dandy con le scarpe di fendy . L’architetto che lo ha ristrutturato ha voluto mantenere il nome “ Universale”, ma la sua anima ormai  non c’è più. Tutte le volte che ci passo davanti mi viene una gran tristezza e un groppo alla gola, mentre sento nella mia testa in lontananza un grido che fa:  “ VAI ABBURRACCIUGAGNENE!! ”
 
 
Liberamente ispirato al post di pralina.   
 
Lavorini
 

la terra degli uomini rossi

02 settembre 2008  

La Terra Degli Uomini Rossi 

Dite quello che volete ma io alla fine ho pianto. Sarà retorica, sarà tenerezza di cuore o quant’altro che vi pare, ma io ho pianto. Perchè questo film che ho visto in prima mondiale “Birdwatchers – La Terra Degli Uomini Rossi”, può

 manifesto

e deve prima commuovervi e poi farvi incazzare di brutto. Ancor prima della proiezione si era pianto in conferenza stampa, dove una giovane protagonista del film, Eliane Juca Da Silva, 19 anni, ha parlato delle condizioni di vita del suo gruppo etnico, gli indios Guaranì-Kaiowa, protagonisti del film, e da cui proviene il nostro amico LALUS, che ha curato il casting della pellicola: “La mia presenza qui è una grande speranza. Non voglio giudicarvi, ma noi non abbiamo più foresta e abbiamo bisogno di cacciare e pescare, e non ci sono nemmeno più fiumi. I nostri giovani non hanno più speranza. Siamo esseri umani COME VOI, utilizziamo i vostri stessi vestiti… ma i fazenderos ci accusano di essere invasori, mentre noi vogliamo solo la nostra terra“. Il film è ambientato nel Mato Grosso e narra il confronto/scontro tra fazenderos, che possiedono lussuose ville e coltivazioni transgeniche e gli indios, poverissimi e scacciati dalle loro legittime terre. La vicenda narra di un gruppo di turisti venuti a guardare gli uccelli in una di queste ville, la cui moglie del proprietario è una rediviva e bravissima CHIARA CASELLI. Ad un certo punto un gruppo di indios guidati da Nadio (Ambrosio Vilhalva) e da uno sciamano, si accampa ai confini della proprietà per rivendicare, prima timidamente e poi con forza, la propria terra. In realtà è Vilhalva stesso l’ispiratore vero del film, in quanto la vicenda narra la vera storia di una di queste lotte portata avanti proprio da lui. In conferenza stampa ha detto: “L’opinione pubblica in Brasile sa della nostra esistenza solo attraverso le notizie dei suicidi dei nostri giovani (poche settimane fa difatti è toccato ad un giovane attore del film, aveva solo 17 anni), perchè chi non ha prospettive può solo fare questo. E questo dimostra che non c’è giustizia, ma solo indifferenza“.

Il regista Marco Bechis (a destra), 2278138469-venezia-lacrime-degli-indios-commuovono-lidoha rincarato la dose, dicendo: “Non ho avuto bisogno di inventare granchè, mi è bastato incontrare Ambrosio e narrare la sua storia. Purtroppo sono molto scettico che qualcosa possa cambiare in meglio. Gli interessi a che gli indios spariscano per sempre, sono molto potenti. E pensare che a loro basterebbe riavere indietro anche soltanto il 20 per cento della loro terra“.

Il Film esce oggi nelle sale e parte degli incassi andrà all’organizzazione SURVIVAL, che dal 1969 cerca di fare qualcosa per i gruppi indigeni del mondo, sempre più emarginati e sterminati. La distribuzione è curata da RAICinema. Io spero che questo film vinca tutto il possibile e l’immaginabile e che tanta gente lo vada a vedere e s’incazzi come è successo a me. Questo modello di sviluppo sta portando all’autodistruzione del Pianeta, mentre i politici, con il loro codazzo di idioti a pagamento, ci rovesciano quotidianamente dai mass media la loro immondizia morale e culturale. E’ ora di svegliarsi prima che sia troppo tardi,   ammesso che non siamo già oltre il punto di non ritorno.

l’uomo che verrà

ululato da phederpher alle ore 17:12 sabato, 20 febbraio 2010 

 
Lasciamo il campo ad una cosa seria e incredibilmente bella. CLAUDIO CASADIO, mio coetaneo e concittadino, da oltre venticinque anni attore diplomato al DAMS di Bologna e cofondatore assieme a RUGGERO SINTONI del gruppo ACCADEMIA PERDUTA, che gestisce la programmazione di buona parte dei teatri romagnoli, ha esordito nel cinema dopo oltre vent’anni di spettacoli per ragazzi. L’occasione è il bellissimo film del regista Giorgio Diritti “L’Uomo Che Verrà”, che ha già vinto tre prestigiosi premi al Festival del Cinema di Roma nell’ottobre scorso. Trama del film: “Inverno 1943. Martina ha otto anni e vive alle pendici di Monte Sole, a sud di Bologna, ed è l’unica figlia di una famiglia di contadini che fatica a sopravvivere. Anni prima ha perso un fratellino di pochi giorni e da allora ha smesso di parlare. Nel dicembre la madre rimane di nuovo incinta. I mesi passano e la guerra (siamo vicini alla famosa Linea Gotica, di cui parlerò presto) si avvicina. E la vita si fa ancora più dura. Nella notte fra il 28 e il 29 settembre 1944 il piccolo finalmente viene alla luce. In quei giorni, però, le SS scatenano nella zona un rastrellamento senza precedenti, che porterà alla tristemente famosa strage di Marzabotto”. Questo film, insomma, racconta la guerra vista dal basso, da parte di chi suo malgrado ne viene coinvolto. Diamo spazio ora alle parole di Claudio, una bellissima faccia cinematografica chissà perché arrivata al cinema solo a 52 anni.
 
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“La tremarella all’inizio era tanta. Al primo giorni di riprese mi ripetevo: “Ma chi me l’ha fatto fare?”. La mia unica esperienza risaliva al 1978 come comparsa nella fiction IL PASSATOR CORTESE (la madre del bandito era interpretata da una grande attrice di teatro dialettale, LUISA FIORENTINI; con cui ho lavorato due anni, ndr). Questo film era la mia prima vera esperienza su un set. Il regista (Giorgio Diritti, ndr) aveva pensato a me dopo avermi visto in uno spettacolo per ragazzi, ed era rimasto molto colpito dal modo in cui raccontavo le favole, e quindi mi propose la parte del ruolo maschile principale. Bè, mi piacque molto, in quanto vengo da una famiglia molto provata dalla guerra e ho conosciuto di persona molti partigiani. Nel personaggio ho inserito un pò tutte le storie sentite e vissute”. 
 
Oltre a Claudio nel film ci sono due volti noti femminili, MAYA SANSA e ALBA ROHRWACHER, più uno stuolo di attori locali e comparse che recitano in dialetto bolognese della collina, tanto che alla prima del film a Bologna, presso il Cinema Lumière, molti bolognesi non sempre riuscivano ad afferrare il significato delle battute. Il film, comunque, ha fatto registrare il tutto esaurito per tutte le giornate in cui era stato programmato. 
 
“Giorgio Diritti è un regista molto bravo. Ha raccontato la strage di Marzabotto con grande onestà intellettuale e con grande amore. Non ha fatto un film patetico. Nel montaggio ha tolto scene troppo “strappalacrime”. Quando abbiamo girato le scene dell’eccidio, c’era silenzio e la consapevolezza di fare qualcosa di molto importante. Abbiamo girato per quasi due mesi, in novembre e dicembre, ed è stato molto faticoso. Faceva freddo, pioveva, poi è anche nevicato. E’ stata una prova fisicamente durussima. Per caricarmi facevo finta che il mio solito pubblico teatrale fosse la troupe che mi stava davanti” 
 
Abbiamo citato il suo collega attore e socio RUGGERO SINTONI. In effetti è merito suo se Claudio ha avuto questa occasione, in quanto ha fatto in modo che Diritti venisse a vedere un suo spettacolo, POLLICINO, che poi ha convinto il regista in modo definitivo. Ora il film è nelle sale, distribuito da MIKADO, e sta sbarcando anche in Francia. Ma Claudio non si è montato la testa e continua a fare teatro per ragazzi (da qualche anno fà tournèe un pò in tutta Europa), considerando questa esperienza come una piacevole e stimolante parentesi. Che dire di più? Appena lo vedete dalla vostre parti, correte al cinema!
 

l’uomo di aran

ululato da Pralina alle ore 11:21 martedì, 20 novembre 2007

Ieri sera al CPA Firenze sud ho visto L’uomo di Aran film del 1934, girato da Robert Flaherty, regista irlandese…

 
https://i0.wp.com/www.veikkovasama.net/blogikuvat/man_of_aran.jpg 
 
…un film bellissimo, per ottenere il quale sono occorsi due anni di duro lavoro, “poesia visiva” come l’ha definito Gio delle Officine Cinematografiche. La storia di una famiglia che vive ad Aran, arcipelago a ovest dell’Irlanda dove la natura è particolarmente aspra, un promontorio a picco sull’Oceano Atlantico dove non ci sono alberi e che viene costantemente battuto dal vento.
Oggi le isole Aran sono una meta turistica rinomata, per la bellezza del paesaggio e le condizioni particolari in cui si trovano (tanto difficili a raggiungersi nei tempi passati, che il tipo di gente che vi risiede è considerato “celtico” puro) allora il turismo non c’era, c’era solo il vento impietoso e le onde che si infrangevano sulle scogliere con una furia incredibile.
Sembrano gusci di noce le barche dei pescatori (
dette currach, costruite con un’impalcatura molto leggera e ricoperte di materiale bituminoso)
trascinate e scaraventate dai marosi.
Ogni giorno il braccio di ferro con il mare, per sopravvivere ma anche per cavare i mezzi di sostentamento per la vita: il pesce da mangiare, l’olio della balena per le lampade. La terra veniva concimata con le alghe (metodo ancora usato in Irlanda) e coltivata unicamente a patate, nel film si vedono alcuni animali domestici, pecore e capre, galline; sicuramente qualche telaio per fare i vestiti di lana… quel poco o quel tanto strappato a forza di braccia, spaccando pietre per fare i muretti, raccogliendo alghe nella parte bassa della scogliera e mettendole nelle ceste dietro la schiena per portarle dove c’è la terra.
Da noi un film simile è stato il magnifico “La terra trema” di Luchino Visconti, del 1948.
 
Guardando questi film non è difficile immaginare come sono vissuti i nostri nonni, e prima di loro, tutti i nostri antenati. Mi stavo chiedendo quanto siamo diventati sinceramente, ingrati, nel giro di pochi decenni. Prendiamo tutto dandolo per scontato. Non soltanto a livello materiale, anche a livello di rapporti umani.
Com’è strana l’umanità e come ci si “adatta” a tutte le condizioni (quelle più estreme) o ci si dimentica presto con un adattamento all’arrovescio, delle nostre radici, della fatica di vivere, dell’impegno necessario per realizzare le cose, appena abbiamo a disposizione un supermarket della comunicazione come internet.
 
Forse scrivo banalità e non lascio molto margine per i commenti. Può darsi. Ma lo dico. Buonagiornata a tutt*! 
 

massimo consoli & la divine

ululato da Pralina alle ore 23:13 sabato, 08 dicembre 2007

Per ricordare Massimo Consoli, uno dei padri fondatori del movimento gay italiano, recentemente scomparso… ecco una sua lettera indirizzata a me, nel 1993… stavo allestendo una mostra fotografica e rassegna cinema sulla Divine.
La ripropongo sul mio blog, per ricordare Consoli e perché è una bella testimonianza sull’attore Divine.
*

<<Essere considerata un sex symbol ha i suoi vantaggi. All’aereoporto, ad esempio, quando mi aprono le valigie, io gli sbatto davanti questo paio di tette, e puoi star sicuro che non controllano più niente. Se solo lo volessi, potrei persino fare il contrabbando di eroina!>>
 
Chi parlava di se stessa, era la più famosa attrice del cinema underground americano, la Divine, morta nel marzo del 1988 in una stanza d’albergo di Los Angeles, soffocata nel sonno.
Era l’unica bomba erotica emersa negli anni ’80 anche se, quando si pensa ad un simbolo del sesso, si è più portati a immaginare Marylin Monroe o Jane Mansfield, piuttosto che un eccentrico travestito da 150 kili!
Perché all’anagrafe, in effetti, la Divine risultava di sesso maschile, ed era registrata col nome di Harris Glenn Milstead, nato a Baltimore, il 19 ottobre 1946.

Eppure, le madri di famiglia non sospettavano di certo quando, fiduciose, compravano ai loro bambini il libro pieno delle sue immagini da ritagliare ed incollare, che questa donna prosperosa, formosa ed eccessiva in tutti i sensi era, in realtà, un uomo timido, introverso e un po’… pelato.

sotto: il regista John Waters
 
 

La sua carriera ebbe inizio con il film di John Waters Pink Flamingos (“Fenicotteri rosa”) nel 1972, che venne proiettato per la prima volta a New York, a mezzanotte, presso il cinema Elgin e come riempitivo dopo un film ben più importante, quel era “El Topo” di Jodorowsky.
In breve, il film divenne oggetto di quello straordinario fenomeno culturale tipicamente newyorkese che è il cinema underground notturno, e per otto anni di seguito è stato proiettato negli stessi teatri di Los Angeles e New York, tant’è che oggi, in America, quasi tutti sanno chi era la Divine, ma pochi aficionados sanno perfino che esiste Jodorowsky …
Ma che cosa aveva la Divine di così attraente? Perché piaceva tanto?
La sua specialità erano le donne perverse, eccentriche e spietate, oppure madri di famiglia di una banalità sconcertante, in ogni caso tutte di una volgarità eccezionale, scurrili, dal trucco pesante ed il seno esagerato. In “Pink Flamingos”, alla fine del film, si mangiava anche un po’ di cacchina del suo cane (e la mangiava sul serio!), come fece Mario Mieli, a Roma, nella sede dell’Ompo’s, nell’ormai lontano 1978.
Su Polyester, il primo film in ODORAMA, lei è una povera disgraziata maltrattata da un marito scorreggione (e per gustarsi meglio il film bisogna sollevare l’adesivo che copre una chiazza numerata dov’è conservata la puzza corrispondente… per questo si chiamava “odorama”!). Amiche invidiose le mandano pizze andate a male con aglio e cipolla, e sullo schermo appare il numero dell’adesivo da togliere e graffiare per poter sniffare l’atroce “profumo”. Il figlio, per metà punk e per l’altra metà maniaco sessuale, è il famoso violentatore di piedi femminili: si apposta di fronte ai supermercati e, preso da un incontenibile raptus, “zac!”, calpesca con una scarpa chiodata i piedi delle sventurate vittime. La figlia, da parte sua, è ninfomane tossicodipendente ma verrà redenta da un commando di monache guerrigliere. La madre è una ladrona immatricolata che le sfila i soldi dal borsellino e che, alla fin fine, fuggirà in Florida col marito della figlia! E durante tutto il film, la Divine sbatte le sue indescrivibili tette a destra e a manca, piangendo, lamentandosi, passando da un gabinetto a una sala da letto a una camera da pranzo… è, insomma, una donna normale che vive la normalità della propria vita, fatta di tradimenti coniugali, liti in famiglia, dispetti idioti, problemi etilici e complicazioni filiali.

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Nonostante queste sue vergognose e oltraggiose interpretazioni femminili, queste sue parti “svaccate” e piene di organi genitali esibiti un po’ dappertutto, uno si accorge che in questi film il sesso è del tutto assente. Al contrario, si è travolti dallo schifo, ma è uno schifo bonaccione, goliardico, casalingo, che piace ed è impossibile rifiutare.
Prima di morire stava interpretando un ruolo maschile (finalmente!): il personaggio del detective nel film “Out of the dark” e mi sono ricordato di quanta amarezza, a New York, presso la Libreria Dalton (era il 17 maggio 1983) mentre mi dedicava tre copie del suo libro “THE SIMPLY DIVINE CUT – tto…
OUT DOLL BOOK” (“una per te, una per il tuo archivio, una per il tuo maschio preferito, honey!”) mi confidò, abbassando il tono della voce per non farsi sentire dagli altri invitati: “Tutti dicono che io sono un attore travestito, addirittura mi chiamano il travestito di 150 kili! Ma io sono un entertainer, un ATTORE, punto e basta, senza aggettivi! Spread the word… dillo in giro!”.

L’ho detto, sweety, l’ho detto!

MASSIMO CONSOLI (Roma, 18 luglio 1993)