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MODIGLIANA. 4 maggio. Le Veglie della Roccaccia al Teatro dei Sozofili.

Locandina Veglie - per invii

Dopo il primo spettacolo “Dì la tua” ovvero il Trebbo poetico della valle del Tramazzo, il regista Antonio Spino inaugura il tema della memoria sul palco del Teatro dei Sozofili. Lo fa intervistando quattro protagonisti della scena locale, con racconti, brevi filmati, aneddoti e fotografie d’epoca. Il barista esperto di motociclismo, il pioniere del pronto soccorso, il musicista per karma, la figlia d’arte che diventa artista per destino naturale e ribellione culturale, saranno i primi attori di questo progetto, nella prima tappa emozionante, coinvolgente, di un lungo percorso collettivo che si snoda attraverso sentieri talvolta inconsueti, ma comunitari e quindi immediatamente riconoscibili.

La serata avrà luogo al Teatro dei Sozofili (Piazzale Enrico Berlinguer 23 Modigliana). Venerdì 4 maggio 2018. Ore 21. Entrata a “offerta libera”.

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Isabella Biagini, qualche piuma ogni tanto vola in alto nel cielo.

Enrico Vaime ha detto cose bellissime su Isabella Biagini questa mattina in radio. Ha ragione. Questa società marcia non tollera la leggerezza. Il trend generale è quello di andare a fondo, di chiudere le situazioni che fanno stare bene, di cacciare via i giovani perché rompono le balle, di ignorare i bambini infilandoli in un centro commerciale anziché farli giocare fra di loro, di ignorare o disprezzare gli artisti che creano emozioni positive, di dimenticare chi ci ha fatto ridere creando momenti di svago. Perché quando la gente sta male, quando le cose si rompono, quando ci si ammala di malattie psicosomatiche, quando si è costretti a pagare un avvocato per risolvere una situazione che avrebbe potuto andare in amicizia, quando qualcuno si fa male, fa incidenti per la strada per stanchezza da lavoro o perché è costretto a scappare da un paesello di bigotti che chiudono tutto… quando la gente sta male questo sistema funziona. Vendono molto di più. E non sono l’unica a pensarlo. C’è una folta schiera di cervelli pensanti che lo dicono con me. Ma Isabella Biagini con la sua leggerezza ci ha lasciato lo stesso tanto. E anche se il sistema è marcio, qualche piuma ogni tanto vola in alto nel cielo.

[nella foto un’opera di Andrew Wyeth]

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TESTIMONIANZE DI FIGLI CHE SONO STATI CONDIZIONATI A RIFIUTARE I LORO GENITORI

Testimonianze di figli che sono stati condizionati a rifiutare i loro genitori. PAS è l’acronimo di Parental Alienation Syndrome. – grazie all’associazione FLAge liberi dall’alienazione genitoriale:

<<Le vittime della PAS scrivono ai genitori che hanno perso
Per anni ho detto ai miei amici che mia madre era morta, e invece era viva. Plagiato da quello che mio padre e la sua nuova moglie dicevano di lei sono stato alienato: “la malattia di tua madre la rende pazza, se non stai attento diventerai come lei”. Avevo 11 anni.
Mia madre non si è mai arresa e per anni ha mandato lettere, cartoline, e regali. Quando il controllo di mio padre è diminuito, ho scoperto che mia madre mi mancava, la ho chiamata, e mi è sembrato che il tempo non fosse passato.
Quella breve telefonata fu la prima di una lunga serie. Quando mia madre morì, la sua ultima parola fu “ti voglio bene”.

Da 16 anni sopravvivo alla PAS. Mia madre sarebbe felice di leggere questo messaggio dopo 11 anni di silenzio da parte mia, perché non ha mai smesso di sperare, cercarci e mandarci piccoli ricordi del suo amore.
La sua devozione per noi figli non aveva limiti e così pure non li ha la mia gratitudine per lei, ed il dolore perché mia sorella minore la ha rifiutata fino alla morte di nostra madre.
Mamma ti voglio bene.

Ho 26 anni, ed ho appena scoperto questo sito ieri sera, sono ancora sveglia ed il sole sta già sorgendo. Non avevo mai capito quale tremendo abuso ho subito da piccola.
Ho capito che mia madre ha fatto tutto quello che poteva per farmi odiare il mio papà, che mi amava tantissimo. Sono cresciuta credendo che mio padre non mi volesse bene, la mia infanzia è stata difficile, confusa, solitaria. Quando avevo 13 anni, ero così avvelenata contro di lui che non sapeva più come parlarmi. Recentemente mio padre mi ha detto che mia madre aveva ordinato alla scuola di impedirgli di farmi avere regali, o di fargli sapere come andavo.>>

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FATE SILENZIO, NESSUNO DEVE SVEGLIARSI…

A chi abbandona un parente stretto, un familiare, un figlio, un genitore, un animale da compagnia, posso dire che ha tutta la mia condanna, ma ritengo che ciò non sia possibile senza la complicità di tutto il clan familiare. La famiglia agisce come la mafia, quando decide di alienare un componente, perché lo ritiene una “bocca in più da sfamare”, o una “seccatura”, o perché nelle famiglie ci sono figure dittatoriali, piccoli tiranni uomini e donne che decidono per tutti. Fate silenzio, nessuno deve sapere. Createvi gli alibi più assurdi per nascondervi dietro un dito. Ci sono un sacco di persone abbandonate per i motivi più disparati. Li si ritiene bocche in più da sfamare, seccature, anelli deboli della catena, inutili rottami che dopo essere stati usati per la produzione di figli o per essere coccolati come giocattoli non servono più. Arrivano a buttarli sulla strada pur di non farsene carico, dimenticando, che una persona anche debole, se sostenuta, aiutata a trovare un lavoro e curata può diventare un vero sostegno e un vero tesoro a sua volta per tutti gli altri. Le istituzioni non difendono le persone deboli, ma le infilano nella categoria dei bisognosi, al massimo le mandano dallo psichiatra a prendere dei farmaci per evitare che esprimano la loro rabbia, il loro dolore, e così facendo evitano di affrontare chi davvero ha dei problemi psichiatrici: quelli che li hanno ridotti così. Volete sapere a cosa servono le istituzioni in questi casi? a NIENTE. I latini dicevano vae victis e questa è la loro filosofia. Io invito le persone a parlare, a raccontare, a raccontarsi, a scrivere le proprie esperienze. Se c’è abbandono, c’è anche perdita di voce. Ti staccano la spina. Non vogliono che la verità venga fuori. Non esiste nemmeno una legge per tutelare questi casi, per quanto, la legge, per la sua stessa natura, non è quasi mai a favore dei deboli. Vi sembra possibile? Guardatevi intorno, guardate nelle vostre famiglie e nelle famiglie che conoscete, pensateci. Italiani brava gente che fa i regali per Natale, vi siete mai chiesti quanti fanno i regali di Natale per lavarsi la coscienza?

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IL PIACERE DEL CORPO

Amare e godere del corpo degli altri (non solo in senso erotico) è bellissimo. Non mi stancherò mai di guardare le persone senza inquadrarle in categorie, numeri, età, altezza, peso. Fuori dai numeri le persone sono tutte interessanti, dignitose, anche belle. Ho conosciuto persone bellissime e tristi (ovvero rassegnate) perché mai riconosciute in questa loro bellezza, che si deve sempre quantificare coi numeri. Non sono mai riuscita a urlare “mi piaci” a chi alzava le spalle come a dire “dobbiamo rassegnarci per questo schifo di corpo che abbiamo”. Il mio compagno mi dava bonariamente della scema perché vedevo attraverso le sue pieghe, le sue rughe e anche i suoi chili in più. No non sono scema, no credo di essere abbastanza pazza ma non sono scema. Il corpo umano, anche degli animali, ma il corpo umano (perché sto parlando di quello) è una meraviglia comunque sia. L’umanesimo è durato troppo poco e con quello i corpi maestosi – quasi giganteschi – sono spariti, sepolti da altri secoli di di buio clericale. Il corpo non deve apparire, e se appare deve apparire senza provocare turbamento. Le religioni monoteiste ci hanno insegnato a temerlo, contenerlo e allontanarlo, e in particolare il corpo delle donne da sempre impuro, peccaminoso, “sbagliato”. Ai lati grevi e retrivi del cattolicesimo e una pessima interpretazione dell’estetica si è aggiunto un estetismo superficiale e vuoto, da tamarri o nuovi ricchi cafoni servi della televisione. La televisione ingrassa, ingrassare è il male se non è finalizzato alla riproduzione benedetta dalla chiesa. Il piacere non si può ostentare, ma si deve insegnare il sacrificio e la forza di volontà. Come se non bastasse già la sofferenza, la malattia e la morte nelle nostre misere esistenze. Non ci libereremo mai da questi retaggi. Forse dovremmo provarci.

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ALLE DONNE CHE SONO SEMPRE UN SEGNO MENO

Dedicato alle donne che sono sempre un segno meno, in ogni cosa che fanno, svalutate, sempre, e perciò ancora più tenaci e forti, e perciò ancora più svalutate.

Alle amiche e sorelle di ogni parte del pianeta che lottano ogni giorno per mettere un sorriso nelle bocche malate, storte, sdentate, e lo fanno con eroismo autentico, soltanto per mandare lo stipendio ai figli, sequestrate in case in paesi lontani dove l’unica via di fuga è un contratto di telefonia per chiamare i familiari.

Alle tante che accompagnano i bambini a scuola per poi scappare a fare un lavoro retribuito con il segno meno.

Alle tantissime che fanno lavori di cura, indispensabili più di un banchiere, più di un finanziere e di un politico, ma pagate con cifre ridicole o non pagate affatto.

Alle donne disoccupate, o inoccupate, parola per dire che non cercano più lavoro, la crisi le ha mandate per prime a casa, nessuno riconosce il lavoro domestico, ma neanche quella parte in ombra di donne con qualità autentiche che vorrebbe fare e che trova solo porte chiuse.

Alle professioniste che non solo non hanno un lavoro, ma non hanno nemmeno il nome di quel lavoro coniugato al femminile.

Alle donne fragili a cui viene tolto un figlio dal tribunale dei minori, a quelle che per problemi economici e familiari si rivolgono al centro di aiuto per le donne per sentirsi dire “ha mai preso psicofarmaci?”.

Donne che hanno automobili meno belle e meno nuove, lavori meno pagati, ma in fondo ci siamo abituate.

Pretendiamo pochissimo, e poi tanto, tantissimo, quando si tratta di essere riconosciute sul piano affettivo, e allora vai di rossetto e di mascara, di tinte per i capelli, di tubini attillati e tacco dodici. E se ciò non bastasse c’è sempre il photoshop e comunque sotto le nostre foto manca sempre un commento che ci farebbe felici.

Un uomo non ha bisogno di truccarsi per essere amato così com’è, un uomo è sempre un segno più, e anche se sfigato, con la pancia prominente e poco attrente, avrà sempre una mamma, una sorella amorevole, una moglie che lo sostiene, lo capisce, lo incoraggia.

E guai a strillare, guai a piangere, guai a mostrarsi isteriche, quelle donnette che lo fanno vengono messe con il segno meno meno.

Alle stronze, che esercitano un potere, nelle istituzioni o in famiglia, e che lo fanno peggio degli uomini, con maggiore severità e ottusità bastarda, e fanno tutto ciò per non essere un segno meno; a quelle auguro di morire, perché la sorellanza non è una questione di genere sessuale ma anche di classe sociale e soprattutto di affinità personale.

LIBERARSI DALLA NECESSITA’ DELLE DIETE

Non sono una professionista dell’alimentazione, la mia esperienza è piuttosto quella di una persona molto sensuale (ovvero coi sensi molto sviluppati), che ha cercato di mettersi in discussione e di cambiare in meglio la propria vita a cominciare dalle abitudini quotidiane. Vedo la “dieta” come una penitenza religiosa, che ci monda dai peccati della gola. Una volta si andava dal prete, ora dal naturopata, ma la sostanza non cambia. In realtà le diete sono una sorta di espiazione, perché il cibo viene percepito non per ciò che semplicemente è, ma per il significato che gli viene dato e per il rapporto negativo che la maggior parte della gente ha con il proprio corpo. Il mio rapporto con il cibo è godurioso. Non ho detto che amo mangiare, ho solo detto che amo ciò che mangio, e in effetti è proprio questa la faccenda. Credo che non sia una differenza da poco. Essendo molto versatile, sono passata da un modo compulsivo di alimentarmi a un’alimentazione sana, cucinata, molto variata, molto ricca, ma di quantità modesta. Il motivo che mi ha portato a scoprire un modo più bello di mangiare risiede in un lunghissimo e faticoso lavoro su me stessa. In pratica ho capito che non stavo per niente gustando ciò che mangiavo, ma mi lasciavo cannibalizzare dal cibo. Mi sono accorta che i sapori che mi procuravano attrazione erano falsati da additivi alimentari e grassi idrogenati, rendevano il cibo irresistibile ma in realtà del tutto insipido, uno stupido riempitivo molto semplice da capire per lo stomaco ma assolutamente inadeguato per la testa. Ho buttato la mayonese industriale e tante altre cose, ho cominciato cucinare prima di tutto (anziché accettare passivamente il cibo “da fame chimica” prodotto in serie), ho iniziato a sostituire gradualmente lo zucchero raffinato con quello di canna integrale, il sale bianco con quello integrale grezzo, il pane bianco con quello integrale e coi semi. Sono diventata più critica riguardo al cibo, ma anche più sperimentale. Vado a fare la spesa a stomaco pieno, per evitare di stipare il carrello in modo compulsivo. Fare la spesa con me è abbastanza divertente, perché commento ad alta voce i prodotti, spesso li ripongo negli scaffali dopo averli esaminati, dicendo: “bocciato”. Non mi lascio condizionare dalla pubblicità, ma dai miei gusti personali o da cose che condivido con amici, la voglia ad esempio di provare una nuova ricetta, una salsa fatta in casa, un abbinamento carino. In natura esistono miliardi di sapori (risultato anche degli abbinamenti) talmente gustosi che vale la pena di provare. Senza esagerare.

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Non è indispensabile mangiare due foglie di lattuga per fare una sana alimentazione, le insalate sono buonissime arricchite con erbe di campo, olive, pomodori, frutta secca e tante altre cose, si possono usare anche certi fiori. Come snack si possono sgranocchiare mandorle, uvetta, bacche di goji. Assaporare un thè verde con il succo del lime, oppure andare giù di centrifughe (e qui si apre un mondo). La cioccolata può assumere un posto d’onore nelle nostre tavole, specialmente se abbinata a spezie, peperoncino, arance, ribes rosso. La grande fortuna è che oggi possiamo coltivare orti, preferire il cibo a km. zero ma avere a disposizione anche prodotti di altre regioni e nazioni; la varietà di cibo è talmente grande che se è giusto comunque contenersi sulla quantità, è assolutamente stupido mortificarsi sul sapore. E’ proprio questo il succo del discorso: la dieta che è imposta da altri (alla fine, per quanto la si voglia raccontare, il “piacersi” non è mai una storia così personale, è sempre il frutto di un condizionamento poiché sono gli altri a tenere in “ostaggio” la tua immagine); la dieta dicevo, viene percepita come una mortificazione. Le parole d’ordine di una dieta sono: attenzione! così come sei non vai bene, devi restringere il tuo corpo, devi ottenere risultati velocemente. In un regime alimentare non puoi mangiare a seconda dei tuoi ritmi ma di una tabella impersonale che ricorda per certi versi i tempi di produzione della fabbrica, ma soprattutto non puoi godere del cibo, non puoi amarlo voluttuosamente, devi privarti anche dei sapori, questo è l’aspetto massimo della penitenza, e poi devi dimostrare al mondo intero che hai volontà e carattere, che “ce l’hai fatta”, e così giudicandoti per il tuo aspetto esteriore (ovvero la magrezza conquistata a suon di sacrifici) gli altri ti alzeranno il punteggio. Le mie parole d’ordine invece sono: me ne frego dei punteggi, voglio liberarmi dalle diete, voglio essere me stessa anche a costo di contraddirmi, voglio fare le cose che mi piacciono, non solo mangiare ma anche muovermi, curare me stessa, creare bellezza con il mio lavoro, e perché no dormire. Voglio ricavare piacere dalle cose che mi circondano e dalle relazioni affettive, professionali e sociali, ma non avere la pretesa di piacere a tutti. Sono convinta che se ci rendiamo indipendenti dagli altri calerà anche la nostra dipendenza dal cibo… 😉

Piedi Pralina