Archivi categoria: le ricette di nonna papera

LIBERARSI DALLA NECESSITA’ DELLE DIETE

Non sono una professionista dell’alimentazione, la mia esperienza è piuttosto quella di una persona molto sensuale (ovvero coi sensi molto sviluppati), che ha cercato di mettersi in discussione e di cambiare in meglio la propria vita a cominciare dalle abitudini quotidiane. Vedo la “dieta” come una penitenza religiosa, che ci monda dai peccati della gola. Una volta si andava dal prete, ora dal naturopata, ma la sostanza non cambia. In realtà le diete sono una sorta di espiazione, perché il cibo viene percepito non per ciò che semplicemente è, ma per il significato che gli viene dato e per il rapporto negativo che la maggior parte della gente ha con il proprio corpo. Il mio rapporto con il cibo è godurioso. Non ho detto che amo mangiare, ho solo detto che amo ciò che mangio, e in effetti è proprio questa la faccenda. Credo che non sia una differenza da poco. Essendo molto versatile, sono passata da un modo compulsivo di alimentarmi a un’alimentazione sana, cucinata, molto variata, molto ricca, ma di quantità modesta. Il motivo che mi ha portato a scoprire un modo più bello di mangiare risiede in un lunghissimo e faticoso lavoro su me stessa. In pratica ho capito che non stavo per niente gustando ciò che mangiavo, ma mi lasciavo cannibalizzare dal cibo. Mi sono accorta che i sapori che mi procuravano attrazione erano falsati da additivi alimentari e grassi idrogenati, rendevano il cibo irresistibile ma in realtà del tutto insipido, uno stupido riempitivo molto semplice da capire per lo stomaco ma assolutamente inadeguato per la testa. Ho buttato la mayonese industriale e tante altre cose, ho cominciato cucinare prima di tutto (anziché accettare passivamente il cibo “da fame chimica” prodotto in serie), ho iniziato a sostituire gradualmente lo zucchero raffinato con quello di canna integrale, il sale bianco con quello integrale grezzo, il pane bianco con quello integrale e coi semi. Sono diventata più critica riguardo al cibo, ma anche più sperimentale. Vado a fare la spesa a stomaco pieno, per evitare di stipare il carrello in modo compulsivo. Fare la spesa con me è abbastanza divertente, perché commento ad alta voce i prodotti, spesso li ripongo negli scaffali dopo averli esaminati, dicendo: “bocciato”. Non mi lascio condizionare dalla pubblicità, ma dai miei gusti personali o da cose che condivido con amici, la voglia ad esempio di provare una nuova ricetta, una salsa fatta in casa, un abbinamento carino. In natura esistono miliardi di sapori (risultato anche degli abbinamenti) talmente gustosi che vale la pena di provare. Senza esagerare.

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Non è indispensabile mangiare due foglie di lattuga per fare una sana alimentazione, le insalate sono buonissime arricchite con erbe di campo, olive, pomodori, frutta secca e tante altre cose, si possono usare anche certi fiori. Come snack si possono sgranocchiare mandorle, uvetta, bacche di goji. Assaporare un thè verde con il succo del lime, oppure andare giù di centrifughe (e qui si apre un mondo). La cioccolata può assumere un posto d’onore nelle nostre tavole, specialmente se abbinata a spezie, peperoncino, arance, ribes rosso. La grande fortuna è che oggi possiamo coltivare orti, preferire il cibo a km. zero ma avere a disposizione anche prodotti di altre regioni e nazioni; la varietà di cibo è talmente grande che se è giusto comunque contenersi sulla quantità, è assolutamente stupido mortificarsi sul sapore. E’ proprio questo il succo del discorso: la dieta che è imposta da altri (alla fine, per quanto la si voglia raccontare, il “piacersi” non è mai una storia così personale, è sempre il frutto di un condizionamento poiché sono gli altri a tenere in “ostaggio” la tua immagine); la dieta dicevo, viene percepita come una mortificazione. Le parole d’ordine di una dieta sono: attenzione! così come sei non vai bene, devi restringere il tuo corpo, devi ottenere risultati velocemente. In un regime alimentare non puoi mangiare a seconda dei tuoi ritmi ma di una tabella impersonale che ricorda per certi versi i tempi di produzione della fabbrica, ma soprattutto non puoi godere del cibo, non puoi amarlo voluttuosamente, devi privarti anche dei sapori, questo è l’aspetto massimo della penitenza, e poi devi dimostrare al mondo intero che hai volontà e carattere, che “ce l’hai fatta”, e così giudicandoti per il tuo aspetto esteriore (ovvero la magrezza conquistata a suon di sacrifici) gli altri ti alzeranno il punteggio. Le mie parole d’ordine invece sono: me ne frego dei punteggi, voglio liberarmi dalle diete, voglio essere me stessa anche a costo di contraddirmi, voglio fare le cose che mi piacciono, non solo mangiare ma anche muovermi, curare me stessa, creare bellezza con il mio lavoro, e perché no dormire. Voglio ricavare piacere dalle cose che mi circondano e dalle relazioni affettive, professionali e sociali, ma non avere la pretesa di piacere a tutti. Sono convinta che se ci rendiamo indipendenti dagli altri calerà anche la nostra dipendenza dal cibo… 😉

Piedi Pralina

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il mio primo post di splinder

 

* che nostalgia, ecco i primi due post del mio blog di Splinder, piattaforma che per motivi diciamo speculativi dal 31 gennaio non sarà più raggiungibile, che gli importa della bellezza a chi è interessato al vaìno… avevo appena organizzato con le Vagine Volanti e il Gruppo d’Acquisto dei Gastroribelli il Vegetarian Kitchen Contest all’Asilo Occupato a Firenze località La Lastra, una serata che ancora se la ricordano, centocinquanta persone stipate in una sala e musica by Fiati Sprecati, diggie Freddie, Roberta WjMeatball e Mat Pogo per tutta la notte meglio di una droga di quelle buone, in palio tre “pacchi bomba calorici” biologici per le tre categorie vegetariano, dolce e vegan… un bel modo per salutare Splinder e per dire che la maggior parte della vita la viviamo immersi nell’umanità di carne, e in questo caso è proprio il caso di dirlo.

ululato da Pralina alle ore 01:42 domenica, 19 febbraio 2006

Così finalmente ho ceduto anch’io a questa mania ombelicale condivisa da milioni di persone, ovvero la moda autoreferenziale di farsi un BLOG pochi minuti a disposizione ogni giorno per unire il futile al disastroso… Beh, per ora non ho molto da aggiungere, “sto imparando a usare i comandi ma non mi ricordo come si usa quel tasto llà”, come disse Homer Simpson nella sua centralona nucleare… a domani o mai più!!!!

ululato da Pralina alle ore 10:16 domenica, 19 febbraio 2006

Buongiorno. Ho visto che ci sono un quintiglione e mezzo di BLOG in questo Splinder. E’ come fare la fila per il buffet. Venerdì 17 al Vegetarian Kitchen Contest era la stessa sensazione… un muro di gomma di gente festosa davanti al tavolo, ed io che “permesso…” ma non mi lasciavano passare. Appena infilata sotto le ascelle del primo malcapitato, stavo quasi per affezionarmi al suo odore, quando un’onda anomala di gomiti mi trascinava verso il fondo della sala. Non capisco perché ai buffet (a qualsiasi buffet) riesci a trovare sempre gente più nutrita e più forte di te in prima fila. Credo che sia una legge scientifica, ancora però non ho trovato nessun articolo nei giornali specializzati, sul tipo “Vernissage e aggressività umana latente”. Dovrebbero mettere i più alti e grossi in fondo, invece no, quelli sono tutti lì a fare muro di gomma. Anzi, gli spilungoni si danno appuntamento solo ai buffet, proprio per ostacolare le nanette. Insomma, per farla breve ce l’ho fatta ad arraffare un microassaggio con mille sensi di colpa nei confronti del diggiei che invece era rimasto senza, ma in quel momento ho avuto uno scrupolo e con un filo di voce (per la raucedine incalzante) ho azzardato a chiedere “perfavore, mi dai due porzioni?”. “NO” è stata secca la risposta della tipa che sicuramente mi avrebbe riconosciuta in qualunque altra occasione, ma che in tale guerra doveva rispettare gli ordini di trincea. “Ci sono altre portate, ripassa dopo!”. Bene, così impari a organizzare i Vegetarian Kitchen Contest e a non avere amici che contano. I tuoi di amici contano gli spiccioli e razzolano il fondo del lunario. Io però mi sono divertita come una matta! e anche gli altri! a proposito… DONNA NANA TUTTA TANA!

fiorentin mangiafagioli

venerdì, 01 dicembre 2006 | in : culi in aria

 

 
 
Fiorentin mangiafagioli !
 
E’ un detto che accompagna la nostra tavola ormai da almeno 300 anni, infatti il buonissimo legume occupa un posto di primordine  sulla tavola dei Fiorentini. La passione per questo legume deriva come spesso accade per le tradizioni gastronomiche più antiche dall’esigenza che c’era in passato di riempirsi la pancia spendendo il giusto, con un cibo che conservato secco poteva essere accessibile in qualsiasi stagione dell’anno.
La ricetta che vi voglio descrivere è il sublime sodalizio fra l’Arista, la pregiata lombata di maiale, e il prezioso ineguagliabile e insostituibile cannellino, il bianco fagiolo di noattri.
Prima di addentrarmi nella ricetta volevo però fare un appunto a quegli improbabili personaggi che si fingono esperti gastronomi che decantando le qualità del fagiolo Zolfino del pratomagno non solo inducono l’effetto secondario, non da poco, di far schizzare il prezzo alle stelle, ma fanno si che in gastronomia in fatto di legumi di qualità non si parli d’altro, facendo perdere ad un sacco di gente l’opportunità di assaggiare piatti straordinari nati dall’uso di materie prime povere  come quello che mi accingo ad illustrarvi. Ma prima un po’ di storia…o leggenda, fate voi. 
 
Il patriarca bizantino Bessarione venuto a Firenze nel 1439, in occasione del Concilio Ecumenico per la riunificazione dei credi indetto dal Papa Eugenio IV, risultò da subito un tipo abbastanza coriaceo e poco socievole. Per riuscire a stemperare la tensione i cuochi dell’ egida di Cosimo “il Vecchio” dè Medici  gli prepararono un gran pranzo, poiché si sa, a tavola le lingue si sciolgono e gli animi si distendono.
Pare che il bizantino, dopo aver assaggiato la portata principale consistente in una lombata di maiale cotta al forno, in segno di approvazione, si sia alzato in piedi e indicando la lombata abbia esclamato a gran voce :  “Aristos !!!”, che in greco vuol dire: ottimo, per i migliori, il migliore.
Da quel momento il concilio ecumenico dell’anno 1439 fu tutto in discesa e la lombata di maiale prese il nome di “ Arista” e mai nome fu più appropriato. 
 
 
Fagioli rifatti nell’unto d’Arista.
 
Mettete in ammollo per una notte i fagioli cannellini  in acqua fredda. Scolateli e  coceteli in acqua,  senza sale e con tutti gli odori, sedano, carota, i gambi ( e solo quelli) del prezzemolo, due spicchi di aglio, due pomodorini e un’ abbondante ciuffo di salvia. La velocità di cottura deve essere impercettibile, lentissima, meglio se fatta in un tegame di coccio o addirittura in forno, quando i fagioli bollono si deve avvertire un “ blop..” ogni 10 secondi, insomma non devono bollire, ma solo sobbollire. Portateli così fino a metà cottura.
 
Prendete una lombata di maiale, di media grandezza, rigorosamente con l’osso, fatevela disossare mantenendo però la base attaccata all’osso in modo da poterla richiudere prima della cottura. Mettete l’Arista in una pirofila insieme a mezzo bicchiere di aceto di vino rosso e massaggiatela con l’aceto ben benino ( con passione e amore) per venti minuti. Togliete l’Arista dalla pirofila e asciugatela bene.
Preparate un composto di aglio tritato, rosmarino tritato, sale, abbondante pepe, un pizzico di finocchietto selvatico e olio extra vergine d’oliva. Cospargete l’Arista con questo composto massaggiandola ancora  in ogni sua parte, anche fra osso e lombo. Ricomponete l’arista con il suo osso legandola con uno spago alimentare.
Adagiate l’Arista nella teglia da forno precedentemente unta con olio extra vergine di oliva ( quello Bono.. non fate i tirchi). Tutto intorno all’arista mettete i fagioli scolati dal loro liquido e privati di tutti gli odori, aggiungete 2 o 3 spicchi di aglio pelati e interi e una “mazzetta “ di salvia. Aggiustate di sale e di pepe e annaffiate con un po’ di olio ( sempre quello Bono)
Infornate il vostro  capolavoro a 180 gradi per  circa 40 minuti ( secondo la dimensione dell’arista). Dopo mezz’ora di cottura rigirate i fagioli  distendendoli più possibile nella teglia in modo che possano rosolarsi ben uniformemente (se durante questa operazione i fagioli si disfanno un po’ non preoccupatevi… l’è il sù Bono!). Separate l’arista dall’osso e infornate, accendendo il grill o posizionando la teglia sulla griglia superiore.  Il tutto dovrà prendere un color nocciola pallido.  Una volta cotta prima di scaloppare  fate riposare  la carne a temperatura ambiente per una decina di minuti ( in modo che i succhi  della carne si riassorbano).
Servite l’arista tagliata a fette (non troppo sottili circa mezzo centimetro) al centro di un vassoio (riscaldato precedentemente ) con intorno i suoi fagioli. ( l’osso lo mandate a me che lo mangio io )
Vedrete che per pur ottima che sia la vostra Arista sarà il contorno per i vostri fagioli.
 
P.s.
 
Si vede che mi hanno reso il cappello?
 
 
 
 
Lavorini

peposo dell’impruneta

venerdì, 21 luglio 2006 | in : culi in aria 

Dico… ma che cuoco sei?
 
Mi sono reso conto che nonostante il cappello e il forchettone è almeno un anno e mezzo che non posto una ricetta, quindi delizierò voi, mio stupendo pubblico di una ricetta MOOOLTO estiva adatta a queste temperature.
 
PEPOSO DELL’ IMPRUNETA:
 
Chi si intende di tradizioni gastronomiche toscane a questo punto si sarà già accorto del grave errore da me commesso.
Si, perché non esiste un solo  “ peposo dell’Impruneta” , chiamarlo così equivale a chiamare un chianti classico Brolio “un vino da tavola”. Ora che vi ho incuriosito non posso esimermi da narrare alcuni cenni storici sull’origine del piatto o meglio DEI piatti… si perché i piatti sono due, “La peposa del Brunelleschi “ e il “ peposo alla Fornacina”.
 
 
 
 
Intorno al 1420 il nobile maestro Filippo Brunelleschi per costruire quella che sarebbe stata un’ opera d’arte straordinaria, la cupola di Santa Maria del Fiore in Firenze ( il Duomo) , decise di utilizzare  solo i materiali più pregiati. Precisamente per la fornitura delle oltre quattro milioni di tegole che dovevano ricoprire la cupola, il Grande Brunelleschi si rivolse agli ormai già famosi “Fornacini dell’Impruneta”.  Quattro milioni di tegole!! Per farle e poi cuocerle tutte fu necessaria moltissima manodopera, e siccome ancora non esistevano gli scafisti albanesi, furono assunte maestranze in numero eccezionale. Ma c’era un problema, tutta quella gente andava sfamata e a basso costo.
In un “coccio” venivano messi tutti i ritagli di ciccia, i tagli meno pregiati e più duri, tanto avrebbero cotto per ore e ore all’interno dei forni di cottura delle tegole, e poi veniva aggiunto pepe, tanto pepe, in modo che per spegnere l’ardore si dovesse mangiare pane, tanto pane che avrebbe sfamato quei plebei stomaci. Questo era il “Peposo alla Fornacina”
Il Brunelleschi, che era uomo di mondo, si rese conto subito della bontà del piatto ma essendo nobil’uomo se lo faceva preparare, anziché con i “ritagli” con un bel pezzo di ciccia, e con alcune modifiche in modo da essere più ricco.
Fattostà che nei forni dell’impruneta, ai tempi c’erano sempre 2 recipienti, uno per le maestranze e uno per il “ Maestro” che cocevano in comunione, tutti e due avvolti dal sacro fuoco delle acacie dei boschi intorno Firenze.
 
 
PEPOSA DEL BRUNELLESCHI:
 
Legare il muscolo ( almeno 1 kg) e farlo rosolare in una casseruola di coccio in abbondante olio extra vergine di oliva insieme ad alcuni spicchi di aglio in camicia ( 3 o 4) , 2 peperoncini,  due cucchiai di pepe in grani. Appena rosolato aggiungere il sale, ricoprire di un buon chianti classico e  mettete in forno a 140 gradi. Fate cuocere per almeno 3 ore, sfornate, lasciatelo riposare per mezz’ora e affettatelo a fette alte, ponete le fette su del pane toscano abbrustolito e coprite con il fondo di cottura.
 
 
PEPOSO ALLA FORNACINA: ( rivisto e corretto dopo il 1492)
 
Fatevi preparare dal macellaio un bello spezzatino di quarto anteriore, taglio poco pregiato ma gustosissimo, ricco di tessuto connettivo. Fate rosolare i pezzetti in una casseruola di coccio con abbondante olio extra vergine di oliva, 2 o 3 spicchi di aglio in camicia, appena ha raggiunto un bel colore nocciola salate, coprite tutto con abbondante vino rosso ( Chianti) e 1/ 3 di acqua, aggiungete 2 cucchiai di pepe macinato, coprite  e infornate tutto per un ora e mezza a 140 gradi. Togliete dal forno e aggiungete del pomodoro fresco a pezzetti, percedentemente pelato ( peso metà della carne), terminate la cottura in forno coperto  per un’altra ora e mezza.
 
 
Personalmente preferisco di gran lunga quello alla fornacina, archetipo della mia coscenza culinaria.
 
Buon appetito!
 
p.s.
Piccolo quiz.. Peposo alla fornacina: perché rivisto e corretto dopo il 1492 ???
 
Lavorini
 

cioccolato fondente col peperoncino

ululato da Pralina alle ore 12:47 mercoledì, 28 febbraio 2007  

Ragazzi, perfavore non passatemi più catene di sant’antonio, io sono una di cuore, mi dispiace deludere le vostre aspettative, risponderò ai dolcissimi Mauro e Tear che hanno proposto un test culinario, trasformandolo in un post, sul mio rapporto con la gastronomia… beh, è solo un assaggio… nulla di che… è talmente vasto l’argomento…
Però mi ricordo che i momenti più belli della mia vita gastronomica, li ho trascorsi in piena libertà, quando nessuno degli adulti riusciva a convincermi a mangiare tale pietanza o tal altra, seppure condite delle migliori intenzioni (degli adulti).
Ad esempio da bambina, una delle cose che mi faceva sbroccare, era di potermi ungere la bazza (mento in fiorentino) a piacere, di trangugiare bicchieri di aceto, vino anche (quel poco concesso quando andavamo in campagna), panna spray direttamente dal barattolo, di mangiare le patate lesse con le mani, di potermi “sbrodolare” con il sugo di pomodoro, di dare libero sfogo insomma alle mie perversioni orali. Lo so, che ai compleanni ero la “guastafeste” che toccava sempre le torte con le dita, per poi leccarsele con voluttà nemmeno tanto di nascosto… lo so, che ho rovinato più di un Natale tradizionale in famiglia scavando tunnel nei panettoni per mangiare soltanto l’uvetta passa, e rifiutando poi il resto del panettone, ma che ci posso fare.
In più, il fatto d’essere stata una bambina, non facilitava le cose: coi maschietti si è più indulgenti, loro sono più scalmanati, hanno diritto ad esserlo. Noi femmine dobbiamo “contenerci” in tutte le nostre espressioni specialmente in quelle di piacere, così è stabilito dalla cultura-prigione nella quale ci troviamo. Così per me l’educazione alle posate, e alla “compostezza” a tavola, è stata la cosa più dura.
Ora che ho un’età per così dire matura (ahahahahaha!) mia madre quando mi invita a pranzo, mi chiede di mettermi il “bavagliolo” (in romagnolo il fazzoletto per non sporcarsi) come si fa coi nonni dell’ospizio. La poveretta resta in apprensione fino al dessert.
Inutile dire che con il cibo ho un ottimo rapporto, le foto lo dimostrano, ma ottimo nel senso che mangio solo quello che desidero e non mi sento assolutamente in colpa di quello che ho mangiato. Quando decido di stare a dieta lo faccio, senza proroghe o scusanti. Sia che decida una cosa o l’altra, mangiare oppure no, non mi martello di sensi di colpa. Questo mi mette al riparo dal cibo “spazzatura” e da altri tipi di autolesionismo alimentare (Macdonald’s, patatine fritte dei sacchetti, merendine, bevande gassate, chewingum e altre porcherie) e dai surrogati dietetici, tipo Dietor WW o peggio che andar di notte coke light, aspartame e delinquame vario cancerogeno. Del resto non fumo, bevo pochissimo (solo vino buono) e ho rimasto tutte le papille gustative intatte. Ma non sono nemmeno una che si è votata al sacrificio estremo. Insomma, io mi voglio bene a tavola. Non vedo perché no.
Mi dicono che sono rotondetta e suppongono che soffra per questo. Io soffro soltanto per i pregiudizi degli altri, casomai, quando mi dicono cosa dovrei fare o cosa sarebbe bene che facessi per me stessa. Ma poi c’è l’altra faccia della medaglia e chi disprezza, vorrebbe avere le rotondità che ho io. Le donne parlano sempre di dieta e poi ti dicono che però vorrebbero avere le tette. Gli uomini guardano le modelle e vanno a letto con le donne normali. Meglio ancora se in carne. E allora mi dico che viviamo in un mondo schizofrenico sul rapporto con il piacere. Ma il senso di colpa non può cambiare nulla di ciò che siamo.
E di sicuro, non mi metterò la coscienza a posto se dico che al posto della Nutella uso il cioccolato (e pure il caffè) equo e solidale, ma quantomeno è la cosa migliore per il mio gusto. Preferisco l’olio extravergine d’oliva con spremitura a freddo a quello fatto diversamente, la pasta biologica della cooperativa a quella di una marca famosa, le uova d’allevamento a terra a quelle di batteria, lo zucchero di canna a quello raffinato, le marmellate fatte in casa a quelle industriali, e così il latte (meglio bio) e un sacco di altre cose, fino alla decisione di utilizzare il minimo del sale, perché rovina il sapore di un bel piatto d’insalata o di pomodori crudi… ma le rare volte che mi fermo a comprare un gelato, naturalmente artigianale (a proposito il mio gusto preferito è cioccolato fondente col peperoncino, in alternativa crema pasticcera al limone), aderisco a questa decisione come la mia lingua può aderire al gelato, cioé in un modo totale, libidinoso e assolutamente imbarazzante per chiunque decida di venire a mangiare il gelato con me.
Sì perché per me il gelato è una di quelle cose, di quegli ambiti “sacri”, magici, fiabeschi, dove ritorno bambina e mi ripenso mentre facevo sculture con la lingua (avete presente i pinnacoli e le guglie?) al gelato al limone, assorbita al 100% da quell’atmosfera tutta  mia.
Oggi se mangio il gelato voglio poter mostrare la gioia degli occhi e della lingua, e non sentirmi ipocrita nel farlo in modo colpevole, falsamente disgustato, ovvero compiacente delle fobie degli altri (come ahimé spesso succede a molte di noi).
Insomma, non so se il mio rapporto con il cibo sia veramente equilibrato, non so nemmeno se inseguire questo “equilibrio” sia il massimo… io inseguo il MIO equilibrio fra il rispetto della mia salute e la mia infinita libidine, ed è il massimo che possa fare.
 


stevia rebaudiana

ululato da Pralina alle ore 08:34 mercoledì, 27 febbraio 2008

Stevia Rebaudiana

E’ un vecchio articolo de La Repubblica, nel frattempo sono cambiate un po’ di cose, perché l’azienda che voleva distribuire l’erba citata sotto, non l’ha più fatto (non era conveniente in termini economici oppure forse la mafia dei dolcificanti sintetici è stata determinante) ma ieri sera mi sono imbattuta in
un simpatico sito che vende semi biologici on line. Allora mi sono ricordata di quest’erba (che è pure decorativa e non ha bisogno di cure particolari) così ne ho ordinate alcune buste, da seminare nel mio terrazzo e da regalare. 

https://i1.wp.com/upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/d/d9/Stevia-rebaudiana-total.JPG/411px-Stevia-rebaudiana-total.JPG L'immagine “https://i2.wp.com/www.defeatdiabetes.org/E-Lerts/cover%20Sensational%20Stevia%20Desserts.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.

Non sono diabetica, però l’idea di “dolcificare” il thè senza utilizzare lo zucchero, o gli edulcoranti sintetici (che sono delle vere porcherie cancerogene), utilizzando soltanto qualche foglia di una pianta che cresce spontaneamente… mi incuriosisce molto. E interessa alcune persone intorno a me, che hanno dovuto abolire lo zucchero nella loro alimentazione.

Voi cosa ne pensate?

Scoperte Oltre lo zucchero

Acalorico e biologico: si chiama stevioside l’integratore che cambierà il mercato
di Paola Santoro (questo articolo non è più attuale, serve soltanto per mostrare le proprietà della Stevia Rebaudiana)
 
 
Si sposa divinamente con le bevande e con lo yogurt perché resta invariato in ambiente acido. Resiste alle alte temperature, e quindi può essere utilizzato industrialmente per produrre caramelle. Si presta a sostituire lo zucchero nelle casalinghe torte della nonna e può anche servire a rendere più piacevole il gusto di un dentifricio e di un colluttorio, perché non favorisce la carie. Per il momento lo stevioside è disponibile soltanto come integratore alimentare, ma l’azienda produttrice per l’Italia, la Specchiasol, ha già avviato la richiesta per la dicitura di “dolcificante” all’Unione Europea. Sapremo presto, quindi, se questo derivato della Stevia Rebaudiana, una pianta proveniente dall’America Latina, prenderà il posto dell’aspartame e della saccarina nel cuore dei consumatori. Dotata di un potere dolcificante pari a trecento volte quello dello zucchero, la Stevia Rebaudiana veniva già utilizzata nel Cinquecento dagli indigeni del Paraguay per addolcire il mate, le bevande alcoliche e per migliorare il gusto del tabacco. Ma soltanto la scienza del Novecento ha fornito gli strumenti per ricavare l’estratto dalle sue foglie. “Non è la prima pianta dall’utilizzo simile a quello della canna da zucchero, ma è certamente la prima ad essere totalmente acalorica (perché non contiene proteine) e resistente alla cottura”, sostiene il professor Piergiorgio Pietta, responsabile della sperimentazione e dirigente di ricerca del Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche) di Milano, “è quindi forse l’integratore dal potere edulcorante più adatto nell’alimentazione dei diabetici e nelle diete ipocaloriche”. E se da noi lo stevioside è arrivato in commercio soltanto da pochissimi mesi, sotto forma di liquido o di estratto secco, in Giappone e in Brasile si è già conquistato, da qualche decennio, un’enorme fetta di mercato. Resta un unico appunto per il miracoloso derivato di questa pianta. Prima che si diffonda su larga scala, com’è probabile, ha bisogno di un nome nuovo. Se possibile, più facile. Qualche altra notizia interessante sulla Stevia QUI

C’ERA UNA VOLTA BERTINORO

ululato da Pralina alle ore 15:23 lunedì, 24 agosto 2009

Ciao a tutti miei fedelissimi (o quasi) fans. Durante queste vacanze io e pheder ci stiamo dedicando agli hobbies casalingui quali la cucina di piatti sfiziosi e la ginnastica a letto (tipo di sport non contemplato nelle discipline olimpioniche, che ieri ci ha visti in una performance pomeridiana di un’ora e mezza ininterrotta, con grande gioia degli ascoltatori dall’altra parte del caseggiato)… ogni tanto fuggiamo dalle nostre torride città, che già ispirarono il Sommo Poeta Dante Alighieri nella sua descrizione dell’Inferno, per dirigerci verso più ventilate località, come, appunto, Bertinoro ieri sera, ridente cittadina del forliverde riminese che vanta numerose citazioni sulle guide gamberossiane e slowfoodiste come uno dei posti dove si mangia e beve meglio, il sentiero del vino e queste storie qui… beh… leggetevi il resoconto di pheder (Andrea) qui sotto, e poi ne riparliamo…

lunedì 24 agosto 2009

C’era una volta Bertinoro

Reportage triste da una serata domenicale di fine agosto nel balcone di Romagna. Bertinoro è un paesino medioevale, sito su due collinette, di cui una utilizzata in gran parte da un ripetitore TV già dagli anni 60, alte circa 300 metri e a metà strada fra Cesena e Forlì. Un paesino in gran parte medioevale, con in piazza l’antica colonna “dell’ospite”, munita di anelli a cui i viandanti legavano i finimenti dei cavalli. Un paesino cantato dal grande poeta romagnolo Aldo Spallicci, scomparso da alcuni decenni, e che reca una curiosità simpatica: il Club dei Brutti, che ogni anno promuove la gara per stabilire il più brutto d’Italia. Una località un tempo di gran moda e dove si mangiava molto bene. Ma il degrado e la recessione non hanno risparmiato questo ex angolo felice. Metà paese è in vendita: case private e attività di ogni tipo. Gli affitti sono alti, considerato che poi ti devi spostare in pianura per tutto: dai 500 in su, e le case sono tutte piccole e quasi tutte da ristrutturare. I ristoranti, come la mitica Cà de Bè, che è anche piccolo museo della civiltà vinicola locale, sono sporchi, offrono un servizio appena passabile e risparmiano su tutto. Alla Cà de Bè si mangia all’esterno sulla terrazza con tavoli presi dall’OBI -plastica verde da giardino- con posate leggerissime da discount. L’ordine ti arriva dopo più di mezz’ora e la piadina servita è senza infamia nè lode: Il Ristorante Belvedere che una volta serviva crostini da sogno ha cambiato gestione, e ora propone menù per tasche ben fornite dai 40 in sù per un pasto completo. Quanto buono non si sa. Non che alla Cà de Bè si sia speso poco: in due per una bottiglia d’acqua, un crescione e una piadina al formaggio 12,70 euro. E ti alzi che hai ancora fame. Non è andata meglio in una crostinoteca alla fine del paese verso ovest. Venti euro per “crostini” fatti su pane da pancarrè di evidente provenienza Conad a essere generosi (addirittura pezzi di margherita che non c’entrano nulla) con mini bottiglia d’acqua e bicchiere di vino rosso. Il gestore, se non altro, compensa con un dolce e un caffè offerti alla fine, ma il disagio nostro e suo è palpabile. Addirittura quando gli rievoco i tempi dei crostini del “Belvedere”, si allarga: “E i nostri come sono?”. Roba da piangere. Non a caso, a parte la Cà de Bè, i locali sono tutti semivuoti e tristi, con luci pubbliche a dir poco spettrali. In piazza c’è un tizio che suona canzoni alla chitarra di un pò tutti gli autori possibili, ma senza nemmeno uno straccio di amplificazione, davanti a quattro gatti tristi come bisce. Pochissime coppie a braccetto in quello che un tempo era il paese degli innamorati per antonomasia. Il castello, vestigia di tempi assai più gloriosi, sembra guardare impotente dalla sommità del colle tutto questo degrado moderno. Un pò la crisi, un pò le mode che passano, ma non è più la Bertinoro dei miei anni verdi. E con lei anche la Romagna, in palese crisi d’identità ormai da un pezzo. Rievocare la “vecchia” Romagna mi sembra quasi di riesumare il vecchio West con Toro Seduto e il generale Custer. Che tristezza, davvero.

phederpher

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Piatto del giorno (cucinato da Pralina)
Tagliolini con asparagi e ricotta
Bollite le punte degli asparagi in acqua salata, utilizzate l’acqua di cottura per bollirvi i tagliolini all’uovo, a parte fate scaldare la ricotta con gli asparagi tagliati a pezzettini, poi unite i tagliolini e spolverate con una cucchiaiata di parmigiano e voila, servite in tavola…
Altri suggerimenti della chef:
Barchette di radicchio rosso con salsa di gamberetti
Prendete il radicchio rosso a foglia lunga (trevigiano), lavatelo, staccate delicatamente le foglie, poi preparate con il mixer la salsa seguente: gamberetti sgusciati cotti, erba cipollina, maionese… mescolate benissimo, poi prendete la salsa con un cucchiaio e adagiatela su ogni foglia, mangiate crudo prendendo ogni “barchetta” con le mani, è un piatto freschissimo e adatto al grande caldo
Crostini con salsa di radicchio rosso
Prendete il radicchio avanzato e trituratelo con il mixer insieme ad acciughe e maionese, mi raccomando la maionese va usata con parsimonia perché è pesante, diciamo che serve giusto per dare consistenza al tutto; indi utilizzate questa salsina per condire i crostini, è molto buona e fresca e il radicchio da un tocco di amarognolo molto gradevole al palato… mi raccomando per fare i crostini non usate il pan carrè, ma la frusta o altri tipi di pane, meglio se leggermente abrustolito e “sfregato” con uno spicchio di aglio.
Ottimi anche i crostini con il pesto (fra l’altro il pesto è superlativo nel minestrone di verdure, dove conferisce un sapore “in più” molto gradevole)
Granita di limone (buonissima)
Spremete due o tre limoni e aggiungetevi dell’acqua zuccherata, tanto quanto basta a riempire le formine da freezer, regolatevi con lo zucchero a seconda dei vostri gusti… tenete le formine in freezer circa un’ora o più, poi togliete la granita e mettetela nel bicchiere, con un cucchiaio o cannuccia, fantastica e mille volte meglio di quella del bar che è fatta con lo sciroppo (con lo stesso sistema si possono fare anche delle granite o anche ghiaccioli di cocomero, pompelmo, caffè freddo, latte di mandorla, ecc. ma utilizzando sempre ingredienti freschi)