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kevin calvo e il suo attico a soffiano

* il 30 gennaio 2011 si terrà la terza sfilata di bassa moda al CPA Firenze sud ideata e presentata da me, riporto un vecchio post del 2007 molto divertente ispirato a un mio modello… i Calvi Klein nel quartiere di Soffiano

giovedì, 18 gennaio 2007 | in : firenze 

 

Soffiano lane.
 
Sono tornato adesso dalla pausa caffé e a quanto pare la caffeina ha stimolato la sopita meninge facendo scaturire una domanda, chissà se nelle altre città esistono realtà equivalenti, in verità me lo chiedo spesso  quando mi capita di girare questo quartiere.
Il posto dove lavoro è nel quartiere di Soffiano, in verità è pure il quartiere dove sono nato e cresciuto ma per una sorta di dislocamento spazio temporale sembra essersi deformato fino a renderlo irriconoscibile. Intendiamoci, gli edifici sono pressappoco gli stessi, le vie anche, ma la gente si è trasformata. Quello che era un quartiere popolato da   famiglie di borghesia media, che spedivano i bimbi per strada a giocare è divenuto una sorta di “Beverly Hills de noattri” .
In linea con i temi socio culturali della manifestazione che si terrà il 22 gennaio al CPA Firenze sud, pubblicizzata da Pralina segue una breve descrizione dell’abitante tipo di Soffiano. 
 
Kevin calvo e il suo attico a Soffiano.
 
Kevin calvo dorme tranquillamente nel suo letto di legno bubinga. Il bubinga è un rarissimo ciliegio africano, rarissimo perché nel deserto Sahariano è difficile trovar acqua per annaffiare i ciliegi, ci vogliono almeno una ventina di negretti disposti a farsi 120 chilometri a piedi ogni giorno camminando sotto il sole a picco con sopra la testa una tanica da 25 litri piena di acqua, tutto per annaffiare un ciliegio che servirà a fare un bel letto.  Il ciliegio Africano è reso raro pure dal fatto che spesso questi negri hanno la brutta abitudine di crepare  durante il tragitto rendendo così poco probabile che il ciliegio possa crescere abbastanza da poterci ricavare un bel letto per tipi come il nostro Kevin calvo. Ma Kevin calvo non se ne preoccupa, lui dorme beato avvolto dal piumone di penne di dodo nel suo letto di bubinga.
Kevin calvo è un tipo esclusivo, deve avere il meglio, per lui, per la sua famiglia e per i suoi figli, e non sarà certo la morte di qualche migliaio di sporchi negri a contrastarlo.
Suona la sveglia di Kevin, la sveglia proietta l’ora sul soffitto, sono le 7,30.. Kevin deve sbrigarsi perché deve accompagnare la bimba a scuola, oggi tocca a lui e le suore della scuola privata puniscono il ritardo delle alunne in modo severo e lui padre premuroso non vuol far soffrire la sua piccina.
Kevin si rade in bagno mentre sul televisore da 64 pollici plasma scorrono le ultime quotazioni delle sue azioni  Iraq Oil. Le azioni  dopo l’invasione dell’Iraq denunciano un utile netto del 26 %, Kevin è felice, nel suo mondo è un bel giorno. Kevin guarda con orgoglio il panorama della collina di Bellosguardo attraverso la  finestra del suo bagno. Una passata di dopobarba “acqua belva” il dopobarba di chi “non deve chiedere mai”,ed è pronto.
La scuola privata della figlia di Kevin dista 300 metri da casa ma Kevin naturalmente non la accompagna a piedi, lui non può perdere tempo, lavora lui, i suoi attimi sono preziosi.
Kevin per accompagnare la piccina a scuola usa un SUV biturbo dodicimila di cilindrata, solo per accenderlo e riscaldarlo se ne vanno 6 pozzi in Iraq e due tonnellate di ghiaccio ai poli. Ma Kevin è felice perché oggi c’è il sole, anzi, stranamente in questo Gennaio c’è sempre il sole, Kevin per questo è felice.
Kevin parcheggia il suo SUV rigorosamente e soltanto in terza fila, perché si sa, a Soffiano non si trova mai parcheggio e poi il suo SUV è bello da far notare..
Kevin ha una bella, brava e bionda moglie, ma oggi è giovedì, e il giovedì la moglie non può proprio occuparsi della famiglia. La moglie di Kevin tutti i giovedì ha appuntamento con l’estetista, ci passa tutto il giorno, Kevin non ha mai capito però perché la moglie si depili prima di andare dall’estetista, o forse lo ha capito ma non gli importa. La sua vita và bene così, senza troppe complicazioni. Kevin è felice.
Kevin bacia sulla fronte la bambina e poi la guarda correre verso la scuola, dalle pinguine ammaestrate. Kevin è convinto che quella sia la scelta migliore per sua figlia. Kevin mette in moto il suo dodicimila turbo e si avvia verso il lavoro, la bimba di Kevin  saluta Kevin con la manina, si volta verso la scuola e inizia a piangere.
Kevin fa l’avvocato penalista, in questo periodo le cose vanno straordinariamente bene perché il suo studio legale ha acquisito la difesa di una coppia di coniugi che ha sterminato una famiglia di vicini  di casa. Kevin è felice di aver ottenuto questo importante caso. Il caso è ben pubblicizzato da tutti i media e questo darà una straordinaria visibilità al suo studio. Kevin pensa già agli introiti che gli porterà questa causa, Kevin  pensa di comprarsi una villa in campagna con gli utili derivanti da tutta quella pubblicità gratuita. Questo pensiero rende felice Kevin.
Kevin nel pomeriggio ha un appuntamento, lo ha sempre il Giovedì, lui lavora duro, è un lavoratore instancabile e si spacca la schiena 12 ore al giorno per il bene della sua famiglia. Kevin ha diritto a una distrazione, la distrazione del Giovedì. La  distrazione di Kevin si chiama  Jolanda.  Jolanda è magnifica perchè fa stare bene Kevin, Jolanda rende felice Kevin, poco importa se ha 17 anni, viene dalla città di San Paolo e sul passaporto di fianco alla voce  nome c’è scritto Edoardo.
Kevin è tornato tardi anche stasera, la sua bimba dorme già, la colf gli ha preparato la cena e la moglie gli ha scritto un SMS in cui dice di cenare pure perché ritarderà un po’ poichè l’estetista deve finire il suo lavoro. 
Kevin mangia da solo, dà uno sguardo sfuggente ai canali per adulti di SKY, bacia sua figlia mentre dorme e và a letto.
Va a letto… stanco, ma felice.
 
 
Utente: Lavorini
Nome: Leonardo Lavorini
Il mio profilo?? naaa… vengo meglio da dietro!
 
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* si può fare un film su un lampredottaio? si può, anzi si deve…
 
mercoledì, 24 maggio 2006 | in : ab qualcosa
 

The tripparist

 
The Tripparist.
 
Keano Reeves è “The Tripparist”.
In un futuro prossimo e sconvolgente in una New York infestata di spacciatori di Malox, un eroe semplice  tenta di far emergere l’umanità dal baratro oscuro dei pasti a base di pillole di Happy Meal.  Con il suo banchino di lampredotto e centopelli, dietro  una salsa verde e una di peperoncino si cela il profeta della gastroribellione. The tripparist !!! Fra un pane bagnato e l’atro, si batte per  diffondere il Verbo del pasto a misura d’uomo, ma un  personaggio malvagio, senza scrupoli , e senza registratore di cassa, affiliato alla setta “ bilancio creativo”  tenta di sgominare il nostro eroe, a colpi di offerte speciali e di improbabili tre per due.
Stefano Accorsi è il malvagio “Parmy-San” giapponese di origine romagnola mistificatore dei gusti del belpaese, ninja esperto di arti marziali come il lancio dei micidiali mac toast rotanti. A fianco a lui “ Nasanaka-Kata” cultore del bifidus acti regularis e della crusca che ammorba i nemici con pestilenziali deiezioni.
Il malvagio Parmy-San ha catturato “sexy papilla” bella e conturbante eroina che combatte a fianco di  ” The tripparist ” con il nome di “Trippany”, riuscirà il nostro eroe a liberarla?
Dal primo giugno nei cinema, niente sarà più come prima. THE TRIPPARIST, the movie ! A cento fortunati spettatori estratti a caso durante la serata di gala in anteprima andranno in premio 15 (?) kit promozionali del merchandaising del film comprensivi di: salviette al limone con il logo “ The tripparist” in oro zecchino, bavagli per lui e per lei in spugna unta del brodo di lampredotto usato durante la lavorazione del film, 2 stuzzicadenti ricavati ognuno da una sequoia sintetica secolare, e una bottiglietta mignon de “ l’Amaro del carabiniere”.
Buona digestione a tutti.
 
Scritto a quattro mani e dù piedi da : Littlelombards & Lavorini.
L&Lsd production.
 
Lavorini @
 
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cinema universale d’essai

ululato da Pralina alle ore 07:58 mercoledì, 02 agosto 2006

Ci sono dei luoghi che dovrebbero essere considerati “sacri” uno di questi è la sala cinematografica di altri tempi, quando i film venivano proiettati su pellicola.
Non che siano passati tutti questi anni (un paio di decenni) ma con le videocassette e poi i dvd (la cosiddetta rivoluzione digitale) la gente è rimasta molto di più a casa.
Il film è diventato un surrogato della televisione, e non un momento di socializzazione com’era in effetti una volta.
E’ vero, la pellicola dopo qualche passaggio si graffiava o si riempiva di granelli e di bolle (che tutto sommato suggerivano animazioni artistiche degne della Biennale di Venezia) e a volte il film s’interrompeva proprio quando il protagonista stava per essere ucciso, con grandi fischi del pubblico in sala… ma almeno dovevi uscire di casa. Esporti.
Già, perché se una volta frequentavi le sale cinematografiche, ti dovevi proprio esporre, e se eri uno di quei “maniaci” come li chiamava mia mamma, che vanno a vedersi le “porcherie”, dovevi andare alla cassa del cinema e chiedere un biglietto. La cassiera era aldilà del vetro, quindi il biglietto andava chiesto ad alta voce. Non c’era nessuno che ti sostituiva la faccia. Al massimo potevi alzarti il bavero e metterti un bel paio di occhiali da sole.
“Abbassati un po’ quando sei davanti alla cassiera!” mi diceva sempre mia mamma, con aria di chi la sa lunga “se no rischi che ti faccia pagare come un’adulta”.
Povera ingenua, la mamma, non è mai stata l’altezza a farmi passare da adulta (sono tappa e me ne vanto), ma un bel paio di tettine che a 12 anni premevano con prepotenza contro la maglietta, e quelle anche volendo non avrei potuto nasconderle.
Il cinema noi ce l’avevamo vicino a casa, era proprio brutto, più che altro sporco perché non pulivano mai. Ma a noi sembrava un luogo mitico, straordinario.
In televisione allora c’erano solo due reti, e per giunta in bianco e nero. In quegli anni passavano soltanto film in bianco e nero in tivù, tanto non si sarebbe notata la differenza. Il sabato mattina c’erano le comiche dei grandi Buster Keaton, Harold Lloyd, Charlot e Stanlio e Ollio. Mi mettevano una mano sulla spalla e mi dicevano “Ecco adesso mettiti qui e fai la brava!”.
Soltanto i film al cinema erano colorati e per noi ragazzi era un fatto eccezziunalo veramente!
Ricordo che per tutta la settimana facevano i film per tutti e un solo giorno la settimana quelli “vietati ai minori di 14 o persino 18 anni”, quelli dai titoli più fantasiosi tipo “Biancaneve e i sette onani” che i poveracci che andavano a vederseli, dopo avere trovato scuse in famiglia tipo “vado a trovare uno zio di Forlimpopoli che non vedo mai e che mi dispiace tanto di lasciare da solo”, entravano veloci come le schegge, gobbi, strisciando, mimetizzandosi coi muri, qualcuno volando, altri imitando l’uomo invisibile. Altri trovavano l’escamotage di entrare molto prima, portandosi dietro i popcorn e il binocolo, insomma fatto sta che quando c’erano le proiezioni hard nessuno entrava al cinema, erano già tutti dentro, con l’impermeabile e la mano sul pacco.
Noi ragazzi e ragazze andavamo a vederci i film “per tutti” alle proiezioni pomeridiane. Siccome ero una ragazzina molto rompiscatole, i miei meno mi vedevano in casa, meglio stavano, e così ogni scusa era buona per mandarmi al cinema come dalle suore o al luna park o a fare i compiti dagli amichetti o a confessarmi dal prete, insomma in qualsiasi altro posto potessi sparire per una mezza giornata.
Inutile dire che mi vidi tutti i film e i cartoni animati di Walt Disney, quelli di Bruno Bozzetto e Asterix. Ma anche Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, Peter Sellers, e tutta la serie 007.
A quei tempi oltre al film cosiddetto di guerra o d’avventura e la commedia all’italiana, spopolava il genere western e mi vidi praticamente tutto quello che si può vedere di serie zeta dopo il grande Leone: filmetti che si potrebbero definire spaghetto western molto scotto, dai titoli “Puzzo di dollari”, “Il bello il brutto e l’arrabbiato parecchio” e cose così.
Quando c’era un nuovo film, e i nuovi film in provincia arrivano sempre quando in città li hanno già digeriti, ma in provincia sono sempre delle prime fantastiche, mi si poneva il problema “quale fidanzato ci porto se non mi accompagna l’amica del cuore”. Mi si imponeva la scelta tra Vincenzo e Roberto, con la ruota di scorta Francesco, a giorni alterni.
Poi c’era il vestito da mettersi, come alla prima di Jesus Christ Superstar. Una tragedia. Finii per mettermi un paio di pantaloni a zampa d’elefante con un paio di zatteroni, sembravo la nipotina dei Cugini di Campagna.
Al cinema non restavi mai da sola nemmeno volendo, ti trovavi talvolta un signore accanto che ti guardava con la coda dell’occhio fantasticando in religioso silenzio di possibili manovre a polipo che mai e poi mai avrebbe attuato pena l’inferno e la pubblica gogna di paese, a quel punto con l’amichetta del cuore c’era la possibilità di cambiare posto o di fare l’infamata al direttore del cinema.
Ma una delle cose più belle del cinema era il bar dove si andava a comprare le rondelle di liquerizia e i ghiaccioli, e ricordo che c’erano i gusti limone, anice e menta (e basta) che allora costavano (mi vergogno di dirlo, tanto da la misura del tempo) 50 lire. Oppure in alternativa i chewingum, che però a termine masticata, ti costringevano a manovre non molto ortodosse, tipo di appiccicarli sul retro della poltroncina davanti.
Smangiucchiare in sala è una vera libidine, lo sanno bene in India dove i film (la famosa Boollywood) durano anche 6 ore e la gente si porta di tutto in sala, anche il pollo con il riso al curry.
Ben altra cosa rispetto al farlo davanti alla tivù, che da un senso di tristezza indicibile. Ricordo com’ero felice quando riuscivo coi pochi spiccioli nella borsetta, a comprare una lattina di qualsiasi bibita e ad aprirla senza schizzare nessuno (una volta purtroppo è successo che ho fatto il bagno a quella davanti).
Gli anni sono passati, e nonostante i nostri traslochi, avevamo sempre un cinema accanto alla nostra casa, non so bene perché.
Così non mi persi mai una visione fino all’inizio degli anni 80, con l’amico gay che sbarellava per Jodorowsky e mi faceva una testa così con “The Fog” di John Carpenter. Dai soavi deliri di Nichetti ai film impegnati superpoliticizzati (le mattonate insomma) della Von Trotta e di Schlodorff sugli anni di piombo, ero sempre lì a mangiarmi le unghie. Certa di non avere capito proprio tutti i passaggi. Ma felice di avere  ampliato i miei criteri percettivi contro l’estetica borghese, ed essere pronta ad assorbire persino Tziga Vertov.


 


E anche quando mi trasferii a Firenze, scoprii la deliziosa sala Universale d’essai, dove venivano proiettati i mitici film di Belushi, quelli di Pietro Germi e Michelangelo Antonioni ma anche quelli der Monnezza, “Tarzoon la vergogna della jungla”, “Harold e Maude”, “Zabriensky Point”, “Woodstock”… dove quando entravi ti pareva d’essere nelle nebbie dei film di Fellini, perché tutti fumavano le canne in sala e la cortina del fumo a una cert’ora diventava così densa che la gente si doveva chiamare a gran voce e sbracciarsi per farsi riconoscere dall’amico entrato al secondo tempo.
Dopo tutte queste premesse, vedere un film o vederne un altro, perché all’ultimo l’avevano sostituito, non era la cosa più importante.
E nemmeno di finire a letto col proiezionista, quando sono stata molto più grandicella.

Ma la cosa più importante era di esserci, al cinema.
 
Pralina Tuttifrutti

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CINEMA UNIVERSALE D’ESSAI.
mercoledì, 02 agosto 2006 | in : pseudo recensioni, telefollie, dura la vita, cinema universale
 

 

(foto tratta dalla copertina del libro di Matteo Poggi, Breve storia del cinema Universale)
 
 
Il fatto è che non ne posso più di accendere la  TV alle venti e trenta e dover scegliere fra “ TEO MAMMUCARI” accompagnato da tette e culo della deficiente brasileira di turno e  “ REAL TV” presentato dalla megafiga negra   che tutta igniuda si spatascia a pecora mentre presenta il disgraziato di turno che si spatascia, pure lui, ma non a pecora o per lo meno solo in senso figurato, a 220 chilometri orari contro un muro.
TEO MAMMUCARI??? Cultura moderna?? È moderna? Ma soprattutto è cultura? CULTURA? Allora io dico come Grillo! Voglio che mi rendano il significato delle parole! Lo rivoglio, è mio  cazzo lo rivoglio! Di diritto! Ridatemelo !  E in questo medioevo mediatico la mente vola per lidi più felici, e affiorano ricordi confortanti quando la sera si poteva andare in un posto fantastico e pieno di magia.
 
 
IL CINEMA UNIVERSALE DESSAI.
 
Il bello del cinema Universale è che non era un cinema, cioè almeno non lo era nel termine etimologico della parola. C’era tutto, lo schermo, le poltroncine, i corridoi, la cassiera e pure la maschera. Ma non era un cinema. Si, perché al cinema si va per vedere il film, all’Universale il film era solo il pretesto, la scusa, e anzi più il film era brutto migliore era lo spettacolo , perché lo spettacolo non era sullo schermo,ma era in sala.
Ricordo favolose serate passate a non guardare fantastici film  come “ il tempo delle mele” oppure “ college” film che nessuno di noi si sarebbe mai sognato di andare a vedere al cinema, ma come già detto l’Universale non era un cinema.
Chi non c’è mai stato non può capire, mi spiace io ci proverò a farvi capire cosa era l’Universale, ma… in fondo che vuoi spiegare? Vuoi spiegare come si entra in sala in vespa pagando un biglietto normale e uno ridotto?   
Ecco l’universale era così, la bigliettaia non si stupiva se si voleva entrare in sala con la vespa , bastava dare una valida giustificazione tipo ” non mi fido a  lasciarla in strada ho paura che me la rubino” e lei faceva pagare un biglietto intero per lui ( mille lire) e un ridotto ( cinquecento lire) per la vespa.
 Appena si spegnevano le luci poi iniziava la magia. Nella sala sembrava di essere in una scena di “ the fog la nebbia assassina!” bastava una boccata per essere già fuori di brutto. Si narra di  personaggi che nelle ultime file pensassero di essere Vietkong con i maledetti Yankie  che li volevano stanare col fumo.
 I commenti alla pellicola proiettata si sprecavano. Commenti tipo “ABBURRACCIUGAGNENE !!!”   abburraciugagnene era il rafforzativo verbale più diffuso  quanto si doveva incitare l’ignaro adolescente dell’ennesimo filmaccio americano a fare la prima mossa con la propria ragazza. A volte qualcuno del loggione (il loggione era alto 2 gradini) si metteva a far le ombre cinesi sullo schermo finche non riceveva una scarpa lanciata dalle prime file. Ho visto spesso uscire gente alla fine del film senza una scarpa, o senza tutte e due, quando la serata era molto movimentata. Insomma ogni sera era una festa, vicino all’ultimo dell’anno era consuetudine portarsi almeno una ventina di raudi per evidenziare le scene più significative del film.
 Poteva capitare di esagerare e allora in quel caso arrivava  “ la maschera” o meglio “ il maschera”.
“Il maschera “ era praticamente un uomo cubo. Alto uno e sessantacinque e largo uno e sessantacinque, aveva delle mani che sembravano le custodie delle mani di Gianni Morandi, ma nonostante la dimensione e la forza quelle mani non faceva quasi  mai male, erano quegli schiaffi amichevoli, quasi accompagnatori,  più per indirizzarti nella giusta direzione che per farti male. Per dirti.. bada, vai più in là.. che stai esagerando.
 Il maschera era amato da tutti e per dimostrargli   cotanto amore quando entrava in sala tutta la platea lo accoglieva con un simpatico coretto, stile domanda e risposta.
 Un gruppo domandava gridando: “ Come l’è il maschera??”   l’altro gruppo gli rispondeva   “ Buco!” seguiva la domanda: “ E per far rima??” risposta finale :” più buco di prima!!” seguiva applauso finale e standing ovation mentre il maschera usciva dalla sala, rosso come un peperone.
Non ho mai provato paura all’Universale, ne vergogna, neppure quando una volta  tutti mi presero a pacchine perché ero il solo a gridare battute fuori tempo. Mi sentivo un po’ in famiglia all’Universale, dove tutti si prendono un po’ in giro ma ci si vuol un gran bene.
 
Il “ cinema d’essai Universale” non c’è più, e  da un bel pezzo ormai, saranno almeno 15 anni, al posto suo c’è un tristissimo ritrovo per giovani trendy un po’ dandy con le scarpe di fendy . L’architetto che lo ha ristrutturato ha voluto mantenere il nome “ Universale”, ma la sua anima ormai  non c’è più. Tutte le volte che ci passo davanti mi viene una gran tristezza e un groppo alla gola, mentre sento nella mia testa in lontananza un grido che fa:  “ VAI ABBURRACCIUGAGNENE!! ”
 
 
Liberamente ispirato al post di pralina.   
 
Lavorini
 

COSA SIGNIFICA SOGNARE UNA LAMPADINA?

ululato da Pralina alle ore 10:53 mercoledì, 03 gennaio 2007

Oggi lo spunto me lo offre involontariamente qualcuno (forse Marzullo in persona) che ha digitato questa frase “cosa significa sognare che si regala una lampadina” ed ha trovato il mio blog. cosa significa sognare che si regala una lampadina
* significa che abbiamo la capacità di regalare i nostri sogni agli altri per continuare a sognare, perché facciamo parte di un sogno collettivo, un immenso reve che dalla notte dei tempi fino alla fine del mondo non si esaurirà mai.
* significa che la nostra energia, il nostro amore, la nostra luce si possono trasmettere con l’atto del dono.
* significa che anche il blog è un dono.
* significa che a volte criticare duramente qualcuno o persino mandarlo affanculo può essere un gesto d’amore, se lo aiutiamo a rendersi conto, ad avere l’illuminazione che sta sbagliando (così come fanno gli altri con noi).
* significa che non dovremmo essere stupidamente, ottusamente egoisti per continuare a vivere al buio e far vivere al buio gli altri.
* significa che siamo innamorati di un elettricista (ma in tal caso è meglio farsi regalare un vibratore, lui saprà giocarci meglio di altri).
* significa che la bolletta dell’enel è in scadenza.
* significa che i concetti e le immagini che abbiamo ricevuto gratuitamente, senza copyright, sono un bene collettivo la cui circolazione libera ci arricchirà profondamente: solo lo scambio non mercantile fra le persone e la contaminazione di culture diverse può accendere la luce della Cultura.

dai, continuate voi…

“Regalare una lampadina significa che si è un po’ tirchi: gli si poteva regalare anche tutto il lampadario. 
E aggiungo, tirchi al quadrato, visto che invece di regalare almeno la lampadina, invece del lampadario completo, lo si sogna e basta.” (Maria Strofa)

“Ooooooooooooooooooh… sciabadaduuuuuuuu… ehi! ma checaaaasu… be-be oh didò oh didò! ma porcadiqueeeeeee… tumiregàunalampaduuuuuuu… ehimachemenefàsmuà… mavaaaaavaaaaavaaaaaavaaaaa…” (La Linea di Cavandoli)

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“Io avevo digitato proposte indecenti e scherzetti telefonici alla zia nuda per trovare il tuo blog” (spero che mi riconoscerai anche se mi camuffo da Mister Bean)

“significa darti qualcosa da pensare….non faresti altro che chiederti,,,”che cazzo avra’ voluto dire con una lampadina..???” (india03)

“sognare che si regala una lampadina… bella immagine. mi viene in mente regalare un’idea, regalare creatività come quella che aveva in testa archimede pitagorico di paperino quando ne inventava una…” (hidra)

“se regalata ad una amico antipatico significa:ti auguro di perdere tutti i capelli all’istante.. ad una bella donna significa:sei la luce che illumina il mio cammino..se a una ragazza con cui vorresti fare l’amore significa:mi piacerebbe farlo 220volt..se a un poliziotto significa:che le sue indagini brancolano nel buio..uèèè pralina va che io vado avanti nè…eh eh eh” (giannierre)

“eheheheheh io quoto il commento di Gianni!
Comunque a me ne hanno regalate una serie a basso consumo cosa vorrà dire???”  (monicamarghetti)

“che coincidenza…ho scritto pochi giorni fa anche io un post su una lampadina… il significato era un po’ diverso, però se vuoi puoi darci un occhiata…..si intitola L’AMORE E’ UNA LAMPADINA…(più chiaro di così… :-P)” (nate)

“Secondo me il tipo ha semplicemente abusato di ddroghe leggere…la peperonata ad esempio…” (freeriding)

“mah, la lampadina è un apostrofo acceso tra le parole buio pesto” (Decablog)

“che hai mangiato la peperonata la sera prima?” (Lavorini)

“Significa che vorrei che tu me la mettessi lì… e anche là… lo sai che le lampadine mi eccitano moltissimo… sono stanca dei soliti sedani, carote, zucchine, topinambur infilati in ogni dove… la prossima volta tesoro, lampadina!”

fiorentin mangiafagioli

venerdì, 01 dicembre 2006 | in : culi in aria

 

 
 
Fiorentin mangiafagioli !
 
E’ un detto che accompagna la nostra tavola ormai da almeno 300 anni, infatti il buonissimo legume occupa un posto di primordine  sulla tavola dei Fiorentini. La passione per questo legume deriva come spesso accade per le tradizioni gastronomiche più antiche dall’esigenza che c’era in passato di riempirsi la pancia spendendo il giusto, con un cibo che conservato secco poteva essere accessibile in qualsiasi stagione dell’anno.
La ricetta che vi voglio descrivere è il sublime sodalizio fra l’Arista, la pregiata lombata di maiale, e il prezioso ineguagliabile e insostituibile cannellino, il bianco fagiolo di noattri.
Prima di addentrarmi nella ricetta volevo però fare un appunto a quegli improbabili personaggi che si fingono esperti gastronomi che decantando le qualità del fagiolo Zolfino del pratomagno non solo inducono l’effetto secondario, non da poco, di far schizzare il prezzo alle stelle, ma fanno si che in gastronomia in fatto di legumi di qualità non si parli d’altro, facendo perdere ad un sacco di gente l’opportunità di assaggiare piatti straordinari nati dall’uso di materie prime povere  come quello che mi accingo ad illustrarvi. Ma prima un po’ di storia…o leggenda, fate voi. 
 
Il patriarca bizantino Bessarione venuto a Firenze nel 1439, in occasione del Concilio Ecumenico per la riunificazione dei credi indetto dal Papa Eugenio IV, risultò da subito un tipo abbastanza coriaceo e poco socievole. Per riuscire a stemperare la tensione i cuochi dell’ egida di Cosimo “il Vecchio” dè Medici  gli prepararono un gran pranzo, poiché si sa, a tavola le lingue si sciolgono e gli animi si distendono.
Pare che il bizantino, dopo aver assaggiato la portata principale consistente in una lombata di maiale cotta al forno, in segno di approvazione, si sia alzato in piedi e indicando la lombata abbia esclamato a gran voce :  “Aristos !!!”, che in greco vuol dire: ottimo, per i migliori, il migliore.
Da quel momento il concilio ecumenico dell’anno 1439 fu tutto in discesa e la lombata di maiale prese il nome di “ Arista” e mai nome fu più appropriato. 
 
 
Fagioli rifatti nell’unto d’Arista.
 
Mettete in ammollo per una notte i fagioli cannellini  in acqua fredda. Scolateli e  coceteli in acqua,  senza sale e con tutti gli odori, sedano, carota, i gambi ( e solo quelli) del prezzemolo, due spicchi di aglio, due pomodorini e un’ abbondante ciuffo di salvia. La velocità di cottura deve essere impercettibile, lentissima, meglio se fatta in un tegame di coccio o addirittura in forno, quando i fagioli bollono si deve avvertire un “ blop..” ogni 10 secondi, insomma non devono bollire, ma solo sobbollire. Portateli così fino a metà cottura.
 
Prendete una lombata di maiale, di media grandezza, rigorosamente con l’osso, fatevela disossare mantenendo però la base attaccata all’osso in modo da poterla richiudere prima della cottura. Mettete l’Arista in una pirofila insieme a mezzo bicchiere di aceto di vino rosso e massaggiatela con l’aceto ben benino ( con passione e amore) per venti minuti. Togliete l’Arista dalla pirofila e asciugatela bene.
Preparate un composto di aglio tritato, rosmarino tritato, sale, abbondante pepe, un pizzico di finocchietto selvatico e olio extra vergine d’oliva. Cospargete l’Arista con questo composto massaggiandola ancora  in ogni sua parte, anche fra osso e lombo. Ricomponete l’arista con il suo osso legandola con uno spago alimentare.
Adagiate l’Arista nella teglia da forno precedentemente unta con olio extra vergine di oliva ( quello Bono.. non fate i tirchi). Tutto intorno all’arista mettete i fagioli scolati dal loro liquido e privati di tutti gli odori, aggiungete 2 o 3 spicchi di aglio pelati e interi e una “mazzetta “ di salvia. Aggiustate di sale e di pepe e annaffiate con un po’ di olio ( sempre quello Bono)
Infornate il vostro  capolavoro a 180 gradi per  circa 40 minuti ( secondo la dimensione dell’arista). Dopo mezz’ora di cottura rigirate i fagioli  distendendoli più possibile nella teglia in modo che possano rosolarsi ben uniformemente (se durante questa operazione i fagioli si disfanno un po’ non preoccupatevi… l’è il sù Bono!). Separate l’arista dall’osso e infornate, accendendo il grill o posizionando la teglia sulla griglia superiore.  Il tutto dovrà prendere un color nocciola pallido.  Una volta cotta prima di scaloppare  fate riposare  la carne a temperatura ambiente per una decina di minuti ( in modo che i succhi  della carne si riassorbano).
Servite l’arista tagliata a fette (non troppo sottili circa mezzo centimetro) al centro di un vassoio (riscaldato precedentemente ) con intorno i suoi fagioli. ( l’osso lo mandate a me che lo mangio io )
Vedrete che per pur ottima che sia la vostra Arista sarà il contorno per i vostri fagioli.
 
P.s.
 
Si vede che mi hanno reso il cappello?
 
 
 
 
Lavorini

rificolona

Rificolona!
 
mercoledì, 09 settembre 2009 | in : firenze, cera una volta

Il 7 settembre ricorre la festa della “rificolona”. Chi non è fiorentino ha tutta la mia compassione per la tristezza della propria esistenza che deriva da vivere in un qualsiasi altro posto nel mondo che non sia Firenze , per i Fiorentini distratti da mille diavolerie mi dilungherò a ricordare le origini di tale festa, poiché si sa, Fiorentini gran popolo ma un po’ ignoranti…
 
Ona ona ona..
A quando risale l’origine di questa festa che conserva e tramanda fra i ragazzi di Firenze l’uso di portare in giro quei lampioncini di carta colorata, modellati nelle forme più varie e bizzarre, con tanto di lumicino all’interno, appesi in cima ad una canna? Con tutta probabilità alla metà del Seicento, ed è da ricollegare all’arrivo in città di tanti contadini e montanari che, con le loro donne, provenienti sia dal vicino contado che dalle zone più impervie del Casentino e della montagna pistoiese, venivano in città per festeggiare la natività della Madonna nella Basilica della Santissima Annunziata, ancor oggi famosa in tutto il mondo cattolico per l’antica, miracolosa e venerata immagine della Madonna madre di grazie, divenuta la rappresentazione più diffusa e più copiata del mistero dell’Annunciazione. Oltre ad essere spinti dal devoto pellegrinaggio, quella simpatica gente approfittava dell’occasione per venire a vendere la propria mercanzia alla fiera-mercato che si svolgeva l’indomani sulla piazza antistante la basilica, in via dei Servi e nelle loro immediate adiacenze. Per poter trovare, però, un buon posto che consentisse un sicuro e totale smercio dei filati, pannilini, funghi secchi e formaggi che avevano portato, questi coloni partivano dalle loro abitazioni molto tempo prima e, nella notte, si rischiaravano l’insicuro cammino con lanterne di varia forma appese in cima a bastoni, canne o pertiche. E proprio con queste multicolori lanterne di carta o tela, aperte in cima per consentire alla candela o al sego dello scodellino di bruciare, giungevano a Firenze la sera prima della fiera, bivaccando la notte nei chiostri della Chiesa della Santissima Annunziata e sotto i loggiati dell’omonima piazza dove, alla tremula luce dei loro lampioncini, cantavano laudi alla Vergine finché, a tarda notte, non arrivava il sonno ristoratore. Questi stanchi pellegrini a volte non riuscivano però a chiudere neppure un occhio per il fracasso fatto dalle brigate dei giovani fiorentini che si riversavano nella piazza, divertendosi un mondo alle spalle dei campagnoli con una sfrenatezza indisciplinata che spesso rasentava l’insolenza. I contadini borbottavano, brontolavano, subivano ma in cuor loro si riproponevano di mettere tutto sul conto dei profitti l’indomani mattina alla “Fiera della Nunziata” rincarando adeguatamente i prezzi della mercanzia. La gente del contado, goffa ed incerta nel camminare, anche perché carica di prodotti contenuti in ingombranti ceste e panieri e scioccata dall’impatto con la città, vestiva in modo rustico e certamente non doveva essere un modello di eleganza e di buon gusto. Le donne, specialmente, erano oggetto di particolari e allegre canzonature e di salaci commenti da parte dei giovani fiorentini, già per natura predisposti al frizzo e allo scherzo. Per questi giovani, il 7 settembre, era diventato un appuntamento obbligato al quale non si poteva e non si doveva mancare; le strane fogge dei ruvidi vestiti indossati dalle brave e inesperte campagnole, dai larghi fianchi e dagli abbondanti seni e posteriori, provocavano allusioni, dileggio e quindi matte risate. Era un divertimento, a volte, smodato, diretto quasi totalmente alle povere “fierucolone” o “fieruculone” come essi così le chiamavano, sia perché partecipavano alla “fierucola” e sia per i loro vistosi deretani. Infatti se la radice “fiero” ha attinenza con fiera o fierucola, la desinenza “colone” o “colone” dovrebbe oggettivamente riferirsi a colone in quanto di campagna o, piuttosto, ai loro floridi posteriori. Da “fieruculona” si ebbe in seguito, per corruzione, la parola “rificolona” che tuttora si usa comunemente quale espressione critica, allegra e scanzonata verso una donna vestita e truccata senza gusto, in modo vistosamente eccentrico.
Con l’andare del tempo, per l’appuntamento notturno del 7 settembre, in città, per dare un tono più fantasioso e canzonatorio a quella che era divenuta una vera e propria tradizione, si cominciarono a costruire lanterne, ispirandosi a quelle dei contadini ed alle forme delle loro donne, raffiguranti appunto goffe figure femminili con un lume sotto la sottana, appese a lunghe canne e portate in giro con gran baccano di campanacci, sibili (emessi con certi fischietti di coccio che assordivano), urla e motteggi vari. In queste pittoresche e confusionarie scene popolari, veniva cantata e ricantata la caratteristica cantilena nona, ona, ona ma che bella rificolona…”, immortalata anche dal commediografo fiorentino Augusto Novelli nella famosa commedia musicale in vernacolo `L’acqua cheta’, divenuta popolare come l’altrettanto popolarissimo stornello rimasto in uso fino ai nostri giorni, cantato in allegria da grandi e piccini durante la festa. Un’altra tiritera, quasi dimenticata, diceva: “Bello, bello, bello, chi guarda 1’è un corbello”. Al colmo del baccano succedeva poi che alcuni gruppetti di giovani tirassero bucce di cocomero contro le rificolone per farle incendiare, cosa che si verificava immancabilmente dato il materiale infiammabile col quale venivano fabbricate. Con questa spietata caccia alle rificolone, la festa, dopo la mezzanotte, volgeva al termine, con la tacita intesa che l’anno dopo avrebbe nuovamente allietato la sera del 7 settembre.
La festa anche ai nostri giorni continua a vedere protagoniste le rificolone, anche se la loro forma non è più quella di una volta. Dalle classiche sagome delle goffe montanine si passò poi a raffigurare fette di cocomero, mezzelune, fanali, che molto spesso gli stessi ragazzi realizzavano con carta colorata su un telaio di stecche di canna e fil di ferro. Adesso il “fai da te” non è quasi più di moda, e “l’acquista e getta” ha dato mercato alle rificolone cinesi d’importazione e a quelle più sofisticate rappresentanti aerei, missili e personaggi tipici dei fumetti, costruite industrialmente. Comunque, comprati o no, i lampioncini variopinti si vedono ancora appesi un po’ ovunque, alle finestre dei palazzi, nelle case popolari, sui lungarni e per le strade dove risuona sempre l’antica cantilena di “ona, ona…> , e si consumano i consueti incendi delle rificolone, provocati non più da smodati lanci di bucce di cocomero ma da precisi tiri effettuati con raffinate cerbottane. Negli anni Cinquanta questa pittoresca festa fiorentina si svolse anche sull’Arno e precisamente a monte del fiume, nel tratto fra Bellariva e la pescaia di San Niccolò. Si assisté così alla sfilata delle “rificolone in edizione fluviale”: allegorie in cartapesta su maestosi barconi infiorati e illuminati da centinaia di multicolori lampioncini di carta che scivolavano lenti sull’acqua assieme a piccole barchette amorevolmente artigianali, riscuotendo, nel breve viaggio, applausi dall’una all’altra riva. Attualmente la festa vive di nuovo vigore sia sul fiume che sulla terra ferma grazie ad un impegno organizzativo che richiede tantissima passione ed un costante lavoro nell’assoluto rispetto della tradizione. Tradizione che contribuisce a far amare Firenze anche dai forestieri che quando si allontanano dalla nostra città portano in cuore un po’ di nostalgia che induce al ritorno. Nostalgia dei colli, dei lungarni, delle Cascine, delle piccole stradine medievali ma soprattutto nostalgia dei fiorentini che rimangono, pur con il loro “interno” fazioso stile, nell’animo dei forestieri come un popolo schietto, genuino, dalla battuta sempre pronta e salace, dall’intuito sottile e, soprattutto, intimamente legato alla propria storia alle quale non vuole rinunciare.
 
 
Lavorini
 

peposo dell’impruneta

venerdì, 21 luglio 2006 | in : culi in aria 

Dico… ma che cuoco sei?
 
Mi sono reso conto che nonostante il cappello e il forchettone è almeno un anno e mezzo che non posto una ricetta, quindi delizierò voi, mio stupendo pubblico di una ricetta MOOOLTO estiva adatta a queste temperature.
 
PEPOSO DELL’ IMPRUNETA:
 
Chi si intende di tradizioni gastronomiche toscane a questo punto si sarà già accorto del grave errore da me commesso.
Si, perché non esiste un solo  “ peposo dell’Impruneta” , chiamarlo così equivale a chiamare un chianti classico Brolio “un vino da tavola”. Ora che vi ho incuriosito non posso esimermi da narrare alcuni cenni storici sull’origine del piatto o meglio DEI piatti… si perché i piatti sono due, “La peposa del Brunelleschi “ e il “ peposo alla Fornacina”.
 
 
 
 
Intorno al 1420 il nobile maestro Filippo Brunelleschi per costruire quella che sarebbe stata un’ opera d’arte straordinaria, la cupola di Santa Maria del Fiore in Firenze ( il Duomo) , decise di utilizzare  solo i materiali più pregiati. Precisamente per la fornitura delle oltre quattro milioni di tegole che dovevano ricoprire la cupola, il Grande Brunelleschi si rivolse agli ormai già famosi “Fornacini dell’Impruneta”.  Quattro milioni di tegole!! Per farle e poi cuocerle tutte fu necessaria moltissima manodopera, e siccome ancora non esistevano gli scafisti albanesi, furono assunte maestranze in numero eccezionale. Ma c’era un problema, tutta quella gente andava sfamata e a basso costo.
In un “coccio” venivano messi tutti i ritagli di ciccia, i tagli meno pregiati e più duri, tanto avrebbero cotto per ore e ore all’interno dei forni di cottura delle tegole, e poi veniva aggiunto pepe, tanto pepe, in modo che per spegnere l’ardore si dovesse mangiare pane, tanto pane che avrebbe sfamato quei plebei stomaci. Questo era il “Peposo alla Fornacina”
Il Brunelleschi, che era uomo di mondo, si rese conto subito della bontà del piatto ma essendo nobil’uomo se lo faceva preparare, anziché con i “ritagli” con un bel pezzo di ciccia, e con alcune modifiche in modo da essere più ricco.
Fattostà che nei forni dell’impruneta, ai tempi c’erano sempre 2 recipienti, uno per le maestranze e uno per il “ Maestro” che cocevano in comunione, tutti e due avvolti dal sacro fuoco delle acacie dei boschi intorno Firenze.
 
 
PEPOSA DEL BRUNELLESCHI:
 
Legare il muscolo ( almeno 1 kg) e farlo rosolare in una casseruola di coccio in abbondante olio extra vergine di oliva insieme ad alcuni spicchi di aglio in camicia ( 3 o 4) , 2 peperoncini,  due cucchiai di pepe in grani. Appena rosolato aggiungere il sale, ricoprire di un buon chianti classico e  mettete in forno a 140 gradi. Fate cuocere per almeno 3 ore, sfornate, lasciatelo riposare per mezz’ora e affettatelo a fette alte, ponete le fette su del pane toscano abbrustolito e coprite con il fondo di cottura.
 
 
PEPOSO ALLA FORNACINA: ( rivisto e corretto dopo il 1492)
 
Fatevi preparare dal macellaio un bello spezzatino di quarto anteriore, taglio poco pregiato ma gustosissimo, ricco di tessuto connettivo. Fate rosolare i pezzetti in una casseruola di coccio con abbondante olio extra vergine di oliva, 2 o 3 spicchi di aglio in camicia, appena ha raggiunto un bel colore nocciola salate, coprite tutto con abbondante vino rosso ( Chianti) e 1/ 3 di acqua, aggiungete 2 cucchiai di pepe macinato, coprite  e infornate tutto per un ora e mezza a 140 gradi. Togliete dal forno e aggiungete del pomodoro fresco a pezzetti, percedentemente pelato ( peso metà della carne), terminate la cottura in forno coperto  per un’altra ora e mezza.
 
 
Personalmente preferisco di gran lunga quello alla fornacina, archetipo della mia coscenza culinaria.
 
Buon appetito!
 
p.s.
Piccolo quiz.. Peposo alla fornacina: perché rivisto e corretto dopo il 1492 ???
 
Lavorini
 

boiler sapiens

martedì, 16 maggio 2006 | in : dura la vita 

Boiler-Sapiens.
 
 
 
 
Effettivamente l’uomo, inteso come ominide homo sapiens genere maschile è assimilabile a uno scaldabagno.
Non potrete far altro che acconsentire alla mia convinzione in quanto, l’uomo over 30  sicuramente per forma e per peso, è assimilabile a  un bellissimo boiler da 80 litri, un cilindro perfetto di 90 chili di peso, pieno di  inquietante vacuità., è quindi identico  non solo per aspetto esteriore ma pure per contenuti ad un trentenne.
Pure il funzionamento è analogo: “ ON-OFF” acceso o spento, non ci sono vie di mezzo, non ci sono sfumature di sorta tutta la sua esistenza si riassume in un funzionalissimo sistema binario. In questo  gli uomini sono radicalmente diversi dalle donne, splendi esseri pluricromatici. Le donne vivono di sfaccettature e hanno la capacità di assaporare i mille gusti e retrogusti di ogni aspetto della vita, noi No. Noi siamo “ON OFF”, in qualsiasi cosa ci tuffiamo, qualsiasi passione si aggiunga alla nostra lista di giochi da eterni bambini ci coinvolge completamente e diviene missione di vita. Prendiamo per esempio lo sport, quando un uomo decide di avvicinarsi a qualche attività fisica non è mai semplicemente per “sport” immediatamente lui diviene un professionista, acquistando ogni genere di attrezzatura e assimilando ogni genere di terminologia tecnica al riguardo, diventando in soli sei giorni il più grande esperto sulla faccia della terra di quella disciplina. Affronta ogni impresa sportiva come se fosse una lotta per la vita con un agonismo olimpico pregno dell’ eroismo di Enea di Itaca. Eccolo li, “ON” Si è acceso.. e non si spegnerà finche non sarà trascorso il fisiologico tempo di decadimento passionale ( in media altri 6 giorni) oppure non troverà qualcuno più competitivo e bravo di lui che lo umilierà pubblicamente, prendendo a martellate il suo orgoglio maschie e obbligandolo ad addurre patetiche puerili scuse tipo “riacutizzazione della sciatica o gomito della lavandaia” per non doverlo affrontare più, per poi ” OFF ” spegnersi.
Quando siamo “ ON”  diveniamo professionisti, sappiamo tutto, abbiamo attrezzature che la NASA ci invidia, biciclette in carbonio, racchette da tennis in carbonio,  moto in carbonio, sci in carbonio, guantoni da box in carbonio, perfino le mutande in carbonio, spendiamo capitali pari al prodotto interno lordo dell’Utzbechistan per essere competitivi. Ormai siamo “ ON! “ è inevitabile siamo “ ON”,  la valanga ha iniziato la discesa e non si può più fermare. Ci alleniamo 16 ore al giorno con la pioggia, il gelo, la neve o 45 gradi all’ombra, in confronto a noi l’allenamento di un ninja è una partita al mini golf.   Per aumentare la prestanza fisica prendiamo ogni genere di integratori vitaminici e proteici e diventiamo  gonfi come un saccottino del mulino bianco. Siamo troppo forti! Siamo convinti!   Noi novelli gladiatori in un mondo ormai senza più passione! Ci sentiamo incompresi dall’altro sesso,  noi uomini prendiamo tutto sul serio, una partita “ scapoli  contro ammogliati” diventa la finale di coppa dei campioni, e se quando torniamo  la moglie non ci coccola come eroi mitologici ci sentiamo trascurati e incompresi.  Le donne non ci possono capire, le nostre sono passioni vere, intense, sanguigne, inesauribili, inesauribili.. finche non ci stanchiamo,   quando lo facciamo “ OFF” fine,  ci ritroviamo il garage con mucchi di costosissimi pezzi di carbonio.
 
 
 
 
Lavorini