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saluto finale per faber

sabato, 17 gennaio 2009 * ripropongo questa bellissima poesia di Andrea dedicata a Fabrizio De André 

 Ora  che  le  tue  ossa  riposano
 

nel  bianco  recinto  del  sonno,

e  la  tua  voce  danza  con  le  gocce

minime  della  nebbia,

amo  ritornare  al  sentiero

della  mia  vecchia  gioventù

e  rivedere  le  foto  degli  angeli  perduti.

E  sentire  di  nuovo  il  loro  canto

 mi  conforta  non  poco,

e  rivedere  il  sole  che  non  giace

più  sulla  terra,  un  pò  mi  consola.

Perchè  nella  morte  non  ci  sia

la  solitudine  a  cui  spesso

la  vita  spietatamente  ci  condanna

ed  il  silenzio  non  sia  la  polvere  gialla

dei  deserti  tristi  senza  nome…

Buonanotte,  Fabrizio

 

phederpher

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ti lascio un lume che respira in cielo

Gryzko Mascioni, originario del Canton Ticino, deceduto nel 2002, è stato uno dei più grandi drammaturghi e poeti svizzeri del secolo testè concluso. Memorabile una sua opera teatrale avente come soggetto la monaca tedesca Ildegarda di Bingen, vissuta nel XII secolo. Questa sua stupenda poesia, intitolata “Il Soffio della Notte”, è tratta dal suo ultimo lavoro “Angstbar“  (Il bar dell’angoscia), uscito postumo. Il tono della poesia risente fatalmente del suo stato di malattia, ed è dedicato alla sua ultima compagna di vita.
 

 
Tu che mi vieni incontro, alato
d’innocenza, umile amore,
o tortora dorata, covi il nido
negli sterpi di brughiera,
nella luce di malva della sera.
Ma senti come ghiaccia
il soffio della notte,
il brivido dell’ultimo maestrale,
che scarruffa di riccioli di spuma
l’alto mare: ed un palpito
di piume già mi accòra,
nel precipite tuffo, or
ch’è l’ora, di pensare
alla partenza. Ti lascio
un lume che respira in cielo,
pallore di un’esangue arcobaleno,
monile sul tremore del tuo seno,
che infantile, si svena di paura.
Tanto per dir che non fu vana
la piccola avventura di noi due,
sorridersi nel vento, ed insieme
camminar, la mano nella mano
 

dal cenacolo dei poeti

le nuvole sono antiche strade

domenica, 11 maggio 2008
 
Le nuvole sono antiche strade
 

Una poesia ispiratami dai dolci paesaggi delle Langhe piemontesi, che purtroppo lascerò già domani per il viaggio di ritorno. Qui sono vissuti letterati come Pavese e Fenoglio, e la loro presenza si avverte ancora molto bene, nonostante i vari decenni già trascorsi dalla loro prematura scomparsa.

 

le nuvole sono antiche strade

le antiche strade che non invecchiano

carezzano le montagne

e ridono insieme al sole

o piangono lacrime pesanti

sugli umani che si uccidono

senza ragione

le nuvole partono discrete

e muoiono senza fiatare

poi rinascono e figliano

sono le muse degli erratici

sono le terre degli utopisti

sono gli amori dei gondolieri

phederpher

 

il poeta veggente

mercoledì, 02 giugno 2010

herbert pagani
 
40
 
Rimbaud diceva che il Poeta doveva farsi veggente, e in effetti gli Dei a volte ci hanno regalato autentici fenomeni in entrambi i campi. Uno di questi era Herbert Pagani, che ebbe, per l’epoca in cui visse (1944-1988), visioni poetiche molto acuminate sul futuro. Ascoltare oggi alcune delle sue canzoni scritte trenta o quarant’anni fa significa ritrovare la voce di una “Cassandra” capace di alternare momenti lirici strazianti ad altri conditi da una ironia pungente, molto più vicini, questi ultimi, alla tradizione d’Oltralpe. Non a caso Pagani era un perfetto “cittadino del Mondo”: nato a Tripoli, visse in Italia, Germania e in Francia, dove ebbe molto più successo che da noi, giustamente. Insomma, il suo humus compositivo e poetico era una perfetta miscellanea di culture e poetiche diverse. Pagani purtroppo fa parte di quel gran numero di belle favole che si interrompono in fretta, così come sono cominciate. Oserei dire che è uno di quelli che ci hanno fatto il torto, andandosene, di lasciarci il dubbio su cosa avrebbero scritto e cantato in un momento come l’attuale, dove anche le più cupe predizioni si stanno materializzando in crude realtà. Ecco, a tal proposito, un suo testo del 1976, “Signori Presidenti”, e ditemi se non è attuale a bestia. Con l’occasione mi rammarico di dirvi che L’INSEMINATORE è per ora in letargo. a causa del poco tempo e della necessità di rinnovare un pò il guardaroba. Ma può essere che la creatura nuova sia ancora più corrosiva, chissà. Tutto il resto invece, più o meno, continuerà, abbiate fede. E adesso basta: “Messa curta, brasula longa”, come si dice in Romagna.
 
 
 Per  quella  schiuma  bianca  che  copre  i  nostri  fiumi
per  tutti  i  nostri  pesci  che  vanno  a  pancia  in  sù,
e  per  la  primavera  che  cede  i  suoi  profumi
al  superdetersivo  coi  granellini  blu
 
E  per  i  panni  sporchi  lavati  troppo  tardi
in  certe  lavatrici  intorno  al  Quirinale
che  puzzano  d’inganni,  di  sangue  e  di  miliardi
mentre  la  lira  scende  ed  il  terrore  sale

Per  tutta  la  violenza  che  scende  nelle  case
dal  cieli  crocefissi  da  antenne  di  TV
quando  non  è  di  turno  tra  Cirio  e  Belpaese
il  Papa  che  consiglia:  votate  per  Gesù

Per  l’urlo  del  pallone  che  vomita  la  radio
coprendo  altre  urla  nei  vostri  mattatoi
prima  che  ci  stendiate  sull’erba  di  uno  stadio
Signori  Presidenti,  grazie  da  tutti  noi!

E  bravi  per  le  belle  centrali  nucleari
che  tutti  già  paghiamo  e  che  nessuno  vuole
e  che  circonderete  di  mille  militari
finchè  non  metterete  un  contatore  al  Sole

Bravi  per  la  giustizia,  che  se  non  tace,  giace
per  la  Rivoluzione  che  ha  i  piedi  gonfi  e  siede
e  per  aver  ridotto  la  libertà  e  la  pace
a  tristi  prostitute  che  fanno  il  marciapiede

Bravi  per  le  colombe  costrette  a  fare  i  falchi
perchè  vendete  armi  al  meglio  compratore
e  per  i  vostri  amori  imposti  ai  rotocalchi
perchè  la  gente  creda  che  voi  avete  un  cuore

Io  vi  ringrazio  ancora  e  me  ne  vado  adesso
la  musica  era  bella  ma  le  parole  no
ma  il  mondo  è  bello  e  ne  avete  fatto  un  cesso
e  finchè  voi  ci  sarete,  così  io  canterò

un post scritto da phederpher

RICORDO DI PETER SELLERS E ALTRI GRANDI

martedì, 20 luglio 2010

Ricorrenze e saluti
Un anno, questo, ricco di ricorrenze e, purtroppo, anche di ultimi saluti illustri. Sono scomparsi quest’anno autentici signori della scena pubblica. Dopo Van Wood, Maurizio Mosca, Nicola Arigliano e Raimondo Vianello ci hanno lasciato da poco il mitico Lelio Luttazzi e, due giorni fa, il grande Erasmo (detto Mino) Damato. Di Luttazzi tutti quelli della mia generazione ricordano l’urlo che emetteva quando presentava “Hit Parade” che per dieci anni imperversò dalla Radio, in contemporanea con un altro grande fenomeno radiofonico: “Alto Gradimento”, con la sua vetrina di personaggi allucinati e però, sullo sfondo, le ultime novità discografiche (Boncompagni negli anni 60 era stato uno dei primi DJ italiani). Due trasmissioni che fecero epoca, che cambiarono per sempre il mondo della Radio Italiana. Luttazzi, naturalmente, era anche molto altro. Nel 1943, a soli vent’anni, riuscì a incidere un disco che fu un successo enorme, al punto di fruttargli ben 350000 lire di diritti, cifra colossale per quell’epoca. E poi direzioni di orchestra, conduzioni televisive, e persino cinema. Nel 1959 interpretò un film di Antonioni, su imbeccata dell’allora fidanzata di Antonioni, la leggendaria Monica Vitti. Su Mino Damato si può dire che è stato uno dei primi giornalisti “sulla breccia”: inviato in Vietnam e in Cambogia, e poi con conduzioni televisive che, anche queste, hanno fatto epoca. Cultura e spettacolo: un binomio vincente che introdusse anche a Domenica In. Memorabile la camminata sui carboni ardenti nel 1985 fuori dalla sede RAI di via Teulada. Ma anche tanto impegno civile e sociale, pro bambini malati di Aids. Si lanciò anche in politica, dapprima con AN, poi nel gruppo misto, e infine con Rutelli, senza mai essere eletto allo scranno più alto. Erano gli anni in cui, appunto, i giornalisti si mettevano in politica: Piero Badaloni, Piero Marrazzo, eccetera. Se si fosse messo con la sinistra, forse, avrebbe avuto qualche chance in più, ma in fin dei conti a lui andava bene lo stesso fare il consigliere. Personaggio comunque difficile da governare per tutti, sempre avanti coi tempi. La RAI, in quegli anni, era molto ricca di personaggi così. Ebbi la fortuna di intervistare prima, e di diventare amico poi, di un personaggio mitico del giornalismo anni 70-80. Era un romano e si chiamava Enzo Aprea. Era disabile e ridotto su una sedia a rotelle con le braccia e le gambe amputate, causa una malattia degenerativa che lo portò alla tomba. Aveva anche lui condotto programmi di approfondimento in RAI, e negli ultimi anni scriveva libri di poesie di taglio sociale. Ricordo bene quello che mi disse nell’intervista che gli feci nel 1990. “Essere veri giornalisti significa sopratutto parlare dei DIRITTI NEGATI. Significa, quindi, anche dare fastidio al potere, e a certi potenti”. Qualche giorno più tardi, in una via del centro, mi sentii chiamare per nome da una allegra voce in romanesco: era lui, Enzo, sorridente, accompagnato dal suo infermiere. Quando qualcuno entrava nel cuore di Enzo, insomma, non ne usciva più.Trent’anni fa giusti, un infarto maligno ci portava via uno dei più grandi attori inglesi di sempre: Peter Sellers, a soli 54 anni. Il Fregoli d’Oltremanica, il trasformista per eccellenza. La galleria dei suoi personaggi è mitica: il Dottor Stranamore, l’Ispettore Clouseau della Suretè, l’indiano svampito di “Holliwood Party”, ma sopratutto l’incredibile Chance Giardiniere di “Oltre il giardino”, film girato pochi mesi di morire e che vinse il festival di Cannes. Poetico, delicato, ricco di parabole, con la musica del brasiliano Eumir Deodato, che spesso viene in Emilia Romagna (da New York) a regalarci serate da favola, con il suo pianoforte. La parabola perfetta del potere: un comune giardiniere di un senatore degli Stati Uniti  ormai in fin di vita, che guarda sempre la TV e parla di piante e fiori, ma le cui frasi vengono interpretate come parabole sulla politica e sull’economia. Tramite la moglie dell’anziano viene introdotto alla Casa Bianca, e le sue frasi sui fiori e le stagioni gli fanno guadagnare un’incredibile stima bipartisan. Al punto che, alla morte del senatore, tutti sono concordi nel volerlo candidare alla Presidenza degli Stati Uniti. Ma lui, incurante, durante il funerale, si mette a camminare sull’acqua di uno stagno, misurandone la profondità col suo ombrello da gentiluomo inglese. Una scena incredibile, con la vedova del senatore (una dolcissima Shirley MacLaine, sì, proprio quella di Irma La Dolce), che lo guarda estasiata. Un film ora assolutamente bandito dalla Tv e introvabile nei negozi. Ne possiedo una copia per miracolo, dato che il proprietario del negozio che me la diede un anno più tardi morì, e l’enorme patrimonio di film (c’era roba a partire dagli anni 20!), ora tutti introvabili, andò disperso. L’Inghilterra in quegli anni ci diede una fantastica serie di attori: Peters Sellers, Shirley MacLaine, David Niven, e molti altri. Poi vennero i Monthy Python, ma questa è un’altra storia. Anche se io amo alla follia pure loro.
phederpher

un inedito di charles dickens… chissà…

venerdì, 17 settembre 2010 

un inedito di charles dickens (chissà, mah)
 
Ieri mattina, nella nostra cara e vecchia aula di Biologia dell’Università di Oxford, erano le nove precise e c’eravamo tutti e ventiquattro: io e i miei vecchi carissimi MacDermott, MacGuire, MacIntyre, MacEvans, MacGregor, MacBillish, e poi ancora O’Neal, O’Shea, O’Phillys, Flanagan, Flaherty, Flag, Flostill, Georges, Guerenworth, Haig, Hair, Meredith, Mortensen, Muldoon, Parkinson, Reid e infine Williamson. In quel preciso istante entrò il nostro vecchio carissimo Professore di Biologia, che ci disse, tutto raggiante: “Oggi, o miei vecchi e carissimi alunni, non terremo qui nessuna lezione, poichè il vecchio e carissimo Preside MacFish desidera che tutti noi andiamo sulla vecchia e carissima Main Street a fare ala al passaggio del vecchio e carissimo Papa Benedetto 16, che viene da Roma a farci visita. Che ne dite, o miei vecchi e carissimi?”. Non appena ebbe finito, un boato d’entusiasmo riempì la nostra vecchia e cara aula di Biologia, facendo cadere, per lo spostamento d’aria, un antico teschio di tirannosauro vecchio di 2 milioni di anni, che era appoggiato sopra un vecchio e caro armadio, e facendolo andare in mille pezzi. “Peccato, era un teschio favoloso. Il nostro vecchio e caro MacFish se ne adonterà non poco”, osservò il nostro vecchio e carissimo professore, infilandosi la boNbetta. E di lì a poco eccoci tutti all’aria aperta, gioviali ed allegri come possono essere gioviali ed allegri soltanto dei giovani studenti di Biologia della vecchia e cara Università di Oxford. Le strade cittadine, frattanto, erano già tutte invase dalla popolazione festante, che recava in mano la bandiera del Vaticancro, lo Staterello di cui il vecchio e caro Benedetto 16 era il maggiore azionista. Ed eccolo! Un boato dei presenti ci rese noto che il vecchio e caro Benedetto 16 stava per percorrere la vecchia e cara Main Street a bordo del suo veicolo speciale, benedicendo la folla a tutto spiano. Accanto a me il vecchio e caro MacDermott mi sussurrò in un orecchio: “Caro vecchio mio, avrei un’idea in testa. Facciamo uno scherzo all’illustre visitatore? Che ne so, una pernacchia, una bestemmia in antico gaelico, un rutto molto forte?”. Al che risposi al vecchio e caro MacDermott: “Ottima idea, vecchio mio. Ma una cosa scherzosa, sia ben chiaro. Non dimenticarti che siamo studenti dell’Università di Oxford, e abbiamo una solida reputazione da mantenere alta”. Il vecchio e caro MacDermott mi rispose: “Ma certo, vecchio mio, non temere. Una cosa scherzosissima!”. Nel frattempo il corteo papale si appropinquava sempre più verso la nostra posizione, e noi tutti fremevamo per l’emozione. Quando ormai il veicolo papale non distava più che una decina di yarde da noi, il vecchio e caro MacDermott si portò le mani intorno alla bocca per amplificare il suono, e cominciò a urlare: “Tornatene a Roma! Qui siamo tutti protestanti riformati! Non ti vogliamo fra le palle! Levati di culo, hai capito, testadica220 megagalattica!”. Un’ondata di stupore e di riprovazione percorse gli astanti, dopodichè un alto grido squarciò il cielo della vecchia e cara Main Street: “Prendetelo! E’ un provocatore, un terrorista, un anarchico! Fategli un culo come un autotreno!”. E subito scoppiò il bailamme più completo. MacDermott, che correva i 100 metri in 12 secondi e 3 decimi, saettò via più veloce della luce, inseguito dalle guardie Vaticancre che assistivano il Pontefice, il quale, per l’emozione, si era accasciato nella vettura in preda ad un lieve malore. Noi tutti eravamo sconvolti e sbandati. Il nostro vecchio e caro Professore di Biologia era rosso dalla vergogna. Il più sfrontato era il vecchio e caro Flanagan, che approffittò del caos per tastare il sedere di molte delle fanciulle presenti, ad alcune delle quali diede persino il numero di cellulare. Miei cari, quant’è vero che oggi il Manchester United farà una sola pappina del Bristol Rovers, nella nostra vecchia e cara Oxford mai si erano viste scene di questo tipo. Ma poi, provvidenzialmente, calarono le tenebre, e ognuno di noi potè quindi rientrare presso le proprie magioni, accolti dalle braccia premurose delle nostre vecchie e care mammine.
 
 

una poesia dedicata a pavese

25 novembre 2008 

Centenario di Cesare Pavese

E’ un anno di grandi ricorrenze, questo. In campo letterario è il centenario della nascita di due grandi poeti, Cesare Pavese e Leonardo Sinisgalli. Cesare Pavese nacque il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo, nelle Langhe, da una famiglia agiata. La sua condizione sofferente iniziò dopo soli tre anni, quando perse il padre per un tumore, e in seguito due fratelli. La madre fu costretta così a vendere le proprietà di famiglia e ad andare a vivere vicino a Torino in una casa più modesta, con Cesare e la sorella Maria. Studiò a Torino e si laureò con una tesi sul grande poeta americano Walt Whitman. Prima di essere conosciuto come scrittore e poeta,
 
firenze 196
 
dovette compiere una lunga gavetta come insegnante nella provincia “granda” (Cuneo), e poi come traduttore dall’inglese, in cui ebbe il privilegio di tradurre e far conoscere al pubblico italiano autori del calibro di Steinbeck e DosPassos. Fu legato fin dai tempi del liceo da una salda amicizia con DAVIDE LAJOLO (1913-1984), nato a poca distanza da Santo Stefano e futura gloria della letteratura piemontese e in seguito uomo politico nelle file del Partito Socialista. Pavese ebbe una vita amorosa sfortunata, innamorandosi quattro volte senza mai riuscire ad arrivare all’agognata condizione di uomo sposato e di padre. Una delle sue fiamme fu una giovanissima Fernanda Pivano, che visse poi molti anni in America e tradusse la famosa raccolta di poesie “Antologia di Spoon River”, di Edgard Lee Masters, da cui De Andrè ricavò un suo famoso album nel 1971 in cui si trova una lunga intervista della Pivano. Nella foto in alto a sinistra una mia foto dell’agosto scorso in cui potete vedere la vecchia casa di Pavese, oggi restaurata e adibita a Museo.
 
firenze 195
 
In quest’altra a destra il centro storico di Santo Stefano Belbo, circondato dalle immancabili colline langarole coltivate a viti. Pavese visse infelicemente la sua vita tentando varie volte il suicidio e purtroppo riuscendoci  il 26 agosto del 1950 in una stanza dell’Albergo Roma, nel centro di Torino. In quella stanza venne poi ritrovata una cartellina rossa con dentro dieci poesie, otto in italiano e due in inglese. Erano dedicate alla sua ultima fiamma, Costance Dowling, un’attrice inglese di secondo piano. Verranno pubblicate l’anno dopo dall’editore Einaudi, quello per cui avevo lavorato tutta la vita. Nel 1981 Einaudi le ripubblica, insieme alla sua più famosa che genera il titolo del libretto: “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi”. Una delle poesie più belle del nostro secolo. Uno dei suoi versi più conosciuti è “Il vizio assurdo“. Davide Lajolo ne farà il titolo di una bella biografia dedicata all’amico scomparso, e che diverrà poi una fortunata partitura prima teatrale e poi televisiva, consacrando presso il grande pubblico un grande attore, Luigi Vannucchi. Purtroppo il “vizio assurdo” pervase anche nella realtà il povero Vannucchi, che finì suicida nel 1978 sparandosi proprio come Pavese. “Scenderemo nel gorgo, muti”, l’ultimo verso della citata poesia, suona come sinistro e ineluttabile epitaffio sulla inevitabile conclusione dell’avventura umana di ciascuno di noi su questa Terra.
 
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17 agosto 2008  

Una poesia ispirata dalle colline care a Cesare Pavese
 
 
Stupiscimi, o meraviglia che volteggi
sulle valli con volute di fumo lente,

stupisci questo cuore infranto
col tuo silenzio di raso bianco,
intessuto di chiaro argento…

eterna la tua legge in codici
di accesa nuvola, prima che
la pioggia lavi ogni traccia
del nostro delirante vivere,

madre dai piedi scalzi, o madre
che ti affacci, o madre che tutti
ci richiami alle terrestri coltri
che per il lieve sonno ci prepari,

stupiscimi ancora, prima che la
notte appaia, prima che la stella
esploda, prima che il mio cuore
s’acquieti dagli effimeri miei canti,

o madre, madre dalle grandi mani,
che amore concedi e che amore non
richiedi, stupiscimi con il fiorire degli
oceani e delle sue latranti acque,

con il caldo delle nevi che se ne
vanno verso l’accogliente suolo,
con i sorrisi delle nuvole che
incendiano l’arcobaleno-clown,

Stupiscici, o meraviglia che
dal sonno costruisci l’aurora,

che dalla tenebra infrangi
morte, e te ne vieni cantando
a noi la vita nuova…

 
phederpher