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ECCO I TRAMAZZOTTOLI, I CIOTTOLI DEL FIUME TRAMAZZO DIPINTI CON COLORI ACRILICI – modello testuggine, formati mignon e medio… :)

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UNO SGUARDO UMANO

Tu lo sai bene: non ti riesce qualcosa, sei stanco e non ce la fai più. E d’un tratto incontri nella folla lo sguardo di qualcuno – uno sguardo umano – ed è come se ti fossi accostato a un divino nascosto. E tutto diventa improvvisamente più semplice.

Andrej Tarkovskij

1798

ci vuole tempo per la guarigione

ululato da Pralina alle ore 10:22 lunedì, 31 marzo 2008

 
Ci sono due categorie di persone che non riesco a sopportare. Gli invidiosi (una terza categoria, fuori concorso) mi fanno pena ma li ritengo pericolosi per la mia vita, perciò cerco di evitarli come la peste… ma i furbi e i presuntuosi, due categorie ampiamente rappresentate in ogni dove, specialmente nel nostro paese dove fare i “furbi” è la qualità migliore e la presunzione è l’unico modo di risolvere i problemi… ecco, i furbi e i presuntuosi mi fanno veramente incazzare. Ci sono persone che si credono Gesù Cristo e si ritengono capaci di passeggiare sulle acque!  
 
 

Persone dotate di raggi X, di poteri di guarigione, addirittura di resurrezione… terapeuti dell’anima che operano cambiamenti miracolosi in una settimana, come quelle pancere che ti fanno perdere 20 chili senza fatica… gente che appena ti vede ha già capito tutto di te, mentre tu sei lì che ancora cerchi, loro hanno già TROVATO!

Ebbene, venghino, siorre e siorri, la panacea per tutti i mali esiste, ma non è nelle vostre mani!

Io, che ho centinaia di difetti, non ho mai pensato di poter “guarire” una psiche sofferente ad esempio, mi limito ad ascoltare la gente quando vengono a confidarsi da me, faccio loro i tarocchi, mi immedesimo nei loro problemi e dopo avere ascoltato tanto, ispirata dalle immagini archetipe (meditazione junghiana) suggerisco alcune soluzioni positive. Specificando che i tarocchi non sono LA risposta (non sono nemmeno un metodo scientifico) e che sarà la persona stessa a trovare, se vuole, la sua via migliore per stare bene.
Perché sono convinta che la “soluzione positiva” ci sia nella maggior parte dei casi, ma sta nella persona trovare la risposta dentro di sé, e non affidarsi a dei ciarlatani, guru o santoni. La maggior parte delle volte, abbiamo soltanto bisogno di essere ascoltati. L’atto dell’ascolto significa accoglienza e amore. Significa svuotarsi di sé, e ciò non è per niente facile in una società competitiva ed egocentrica come la nostra. Si preferisce partire subito con un giudizio o una imposizione, che ovviamente non è che un muro! Ci vuole tempo per la guarigione, un termine di misura che ormai con la connessione super veloce abbiamo perso. Quanto tempo? E’ soggettivo, a volte le cose si risolvono in fretta, a volte no… ma di sicuro nessun* può stabilire i tempi degli altri. Ci vuole molta umiltà per aiutare una psiche sofferente o malata, tanta ne deve avere il medico e il chirurgo che opera su un corpo, ma se persino un medico e un chirurgo possono sbagliare (e sono passibili di ripercussioni giudiziarie), non vedo perché chiunque possa fare diagnosi a casaccio addirittura on line sulla psiche umana, che fra l’altro è assai più complessa e imprevedibile del corpo fisico.

Ecco, ora non ho tempo per trattenermi oltre al computer, ho già rubato troppo tempo alla mia pittura che merita molto di più di un post, ma è solo per mettere giù un paio di riflessioni che di fronte a tanta sapienza sbandierata. Perché onestamente di tanta saccenza ostentata, di tanti “apprendisti stregoni” che parlano per frasi fatte e ragionano per stereotipi ne ho le palle piene, e come diceva mio nonno, preferisco mettermi da parte davanti alla supponenza di chi crede di sapere tutto.

la gomma pane la mangio

Martedì 11 aprile – ore 17.30 per Fedeli alla Linea in Jazz Line Pralina intervista la sua anima gemella Alessandro Denci Niccolai, pittore illustratore romano

 
Chet Baker * quadro a olio di Alessandro “Hobbs” Denci Niccolai

Novaradio Firenze 101.5
tutte le info sullo streaming
http://www.novaradio.fol.it

Che dire, sono un illustratore, ed è la prima cosa che dico perchè il lavoro che faccio e cerco di fare ha molto a che vedere con quello che sono. vivo disegnando, qualunque cosa, in qualunque modo, perchè mi piace, perchè mi viene facile perchè per vivere devo usare la fantasia, che insieme allo humor sembra essere l’unica cosa in dotazione nel mio pacchetto… sono così, io, vivo ad orecchio…

dal blog Citarsi addosso

scrive Hobbs

La gomma pane la mangio, dato che non faccio mai bozzetti e disegno direttamente i definitivi. E poi, perché ho fame. Questo lo sanno in pochi, sono un illustratore discreto io, nel senso che parlo poco. I personaggi vengono a trovarmi di tanto in tanto, il mio preferito è un tizio a pastelli che si fa chiamare Mr. Crumb. Passa di notte, quando mi scivola la testa e le voci diventano metalliche. Si cala giù da una matita e mi sporca i fogli. Mi passa qualche idea buona e mi ricorda chi sono e cosa ci faccio a questo mondo. Mr. Crumb ha la voce di un parroco di Frosinone, ma lui non lo sa e forse, è meglio così. Ho cominciato a disegnare prestissimo, come se avessi fretta di dire qualcosa, sassi nella scarpa, immagini come rimproveri. Ho sempre amato le matite colorate, più dei pennarelli ma molto meno delle tette, quelle li, mi sono sempre sembrate la cosa più bella mai fatta e, a parte un cuore che feci una volta con una penna biro, credo che sia così. Le tempere sanno di terra invece, il colore si stende a fatica, come quei pensieri da lettino, quelli che per tirarli fuori devi pagare, non come l’olio, che è morbido come la lingua di Camilla e copre e ripassa e cambia davanti agli occhi come certe nuvole nei giorni soffiati. La china ha quell’odore di pesce che ti entra nel naso e punge, carta francese ovviamente è l’unica puttana del porto buona per il mare di segni che ho. I pastelli li mordo e li mangio, ci lascio i segni dei canini, così che si sappia che sono miei e che abbiano il mio odore, spesso la sera mi lasciano strisce blu sulla lingua e mezzelune sotto le unghie, li tengo appuntiti in modo che non mi si fraintenda, un idea è una idea a patto che la capiscano tutti. Poi, di solito, mi sveglio.

“La carta è aristocratica e troia. Deve opporre quel po di resistenza, come un corteggiamento, cedere alle lusinghe del talento e scordarsi il suo setaccio di buona famiglia. Non ho dote, ma posso farla felice. E poi, io l’amo. “


Pralina saids…

Io la gomma pane la arrotolo come un sigaro e mi ci picchietto i lati della bocca (la bocca ha i lati…buona questa)… coi pastelli ho un rapporto feticista, osservo la scatola di latta, sorrido, occhio porcino, la accarezzo con il palmo aperto e finisco per non aprirla ma se la apro e i Derwent o gli Staedler sono ancora lì, godo… i pastelli li appunto con punte a spillo come i tacchi a spillo… tengo i Giotto di riserva, sono cerosi, ma solidi e nostrani, e mi aiutano nelle campiture… i Giotto portano qualche piccolo morso… coi pennarelli mi sporco sempre, anche a distanza di qualche metro, non so mai come possa succedere ma succede… con l’olio ho un rapporto anale, mi trattengo, li tengo chiusi, ma quando vado non mi contengo e tracimo… conosco le gioie della tempera ma solo su muro, e l’acrilico per grandi quadri fatti qualche anno fa. Di tutti annuso il contenuto, e più che a colore vado a naso, e poi, quando sono asciutti, a tatto. Amo toccare i dipinti. Al Guggenheim suonò l’allarme (forse perché stavo pomiciando troppo vicina al quadro). Amo toccare i dipinti, più delle sculture, che mi intimidiscono. Amo le tette più di tutto. Dietro le quinte. Conosco le gioie delle tette e della pittura, delle mie e di quelle delle altre nelle mie fantasie, e dell’effetto delle mie sugli altri sul fatto pratico. Insomma, un tripudio di sensi primaverili.

phil di salvatore salemi

* una mia recensione di “PHIL” che pubblicai nel 2007 su Ogginoi, la ripropongo qui perché di questo poeta dimenticato ma grandissimo ricorre l’ottantennale della nascita e il ventennale della morte l’anno prossimo.

sotto una piccola opera di Elide Cabassi, ispirata da un verso di una poesia di Salemi che dice “il secolo delle grucce d’acqua e dell’erba insanguinata”  

Recensione di “Phil” di Salvatore Salemi, a cura di Gaetano Marcellino, Giovanni Miraglia, Marco Vespa – ed. Mesogea 2007

Salvatore Salemi nacque a Catania nel 1932 e morì a Roma nel 1992. Poeta, scrittore e traduttore, visse e lavorò a lungo a Milano, dove collaborò con le maggiori case editrici. Lettore instancabile, innamorato del cinema (si definiva groucho-marxista) e del jazz in particolare del bebop di Charlie Parker, attento conoscitore e studioso della filosofia d’ogni tempo e dei classici greci e latini come dei movimenti intellettuali dell’epoca, assorbì le influenze e le suggestioni del Gruppo Kobra.
In età adulta disseppellì antiche e ormai dimenticate dalla sua famiglia radici ebraico sefardite. Ricordo lo splendido “Canti in gloria del popolo ebreo” (pubblicato da Arturo Schwarz, nel 1956), a mio parere uno dei migliori poemi della nostra epoca.
Pubblicò anche “Lettera ad Edith” (Giannotta, Catania 1962) e “Soggiornando vicino” (L’alfabeto urbano, Napoli 1987). Esiste anche un’antologia di “Poesie” postuma pubblicata da Cuecm a Catania nel 1998.
“Nomade dell’esistenza”, abitò il mondo intero nelle sue eterne peregrinazioni non soltanto in senso fisico, ma soprattutto in senso letterario.
Di Salemi esistono poche pubblicazioni, per un suo atto di contestazione contro l’industria culturale, e anche in ragione dei suoi frequenti ricoveri in istituti psichiatrici per una forma grave di depressione che non lo abbandonò mai.
Non solo. Salemi era un convinto assertore che l’atto poetico è un dono. La maggior parte della sua produzione poetica andò dispersa, poiché aveva già assolto al suo compito, l’essere declamata al momento in cui la si scrive. Per cui la veloce scrittura sopra un foglio appoggiato sul sedile di un treno, una tovaglia di carta in un’osteria romana o un sottobicchiere di birra segnati da parole hanno il valore di un libro; l’atto della dedica, questo “tu” che non è mai impersonale, è legato al momento presente ed è sinceramente ispirato a luoghi persone accadimenti. La sua poesia come il bebop, non aveva schemi e non conosceva correzioni. Era per lui improvvisazione pura.
Improvvisazione che non significa agire a casaccio, bensì seguire un’onda, un flusso irrazionale ma coerente con il proprio pensiero logico.
E proprio in questo contesto, di flusso surreale onirico estraniato dal “pensiero omologato dominante” ma pur tuttavia presente e lucidamente ancorato al proprio raziocinio, fedele all’osservazione minuta, si colloca “Phil” l’unico suo romanzo postumo, appena 120 pagine, uscito nel 2007 per la casa editrice Mesogea di Messina, a cura di Gaetano Marcellino, Giovanni Miraglia, Marco Vespa.
Il filosofo ebreo di lingua greca Filone di Alessandria riappare dall’antichità, già vecchio, accompagnato da una colonia di lombrichi; una metamorfosi lo fa ringiovanire. Emerge “dalla pagina più in luce d’un suo libro” a Chicago, Illinois, “senza ricordare quasi niente dei fatti della sua vita, dei suoi libri”.
L’America di Salemi come quella di Kafka è un’America mai vista fisicamente, ma suggerita e immaginata attraverso letture possenti.
Con il nome di Phil attraversa, fra incontri e peripezie, con punte sublimi di sarcasmo, ironia, “questo secolo dalle grucce d’acqua” fino a Roma.
“La società, il modo di vivere, le leggi, gli sono sconosciuti… Vive le stesse condizioni degli immigrati clandestini, i paria universali, -ma Phil si sentiva individuo. Unico. Unico lo era per il modo di essersi immesso nella circolazione dei bipedi terreni- … L’individuo è unico e la sua ribellione contro l’annichilimento è la sua stessa umanità di creatura” così scrive Gaetano Marcellino, grande amico di Salemi e curatore di questo breve, fluido, densissimo racconto. “Phil” è colmo di suggestioni sur/reali ma anche sensuali e di citazioni autentiche (da Martin Buber ad Anne Sexton, da Hans Christian Andersen a Gaspara Stampa) e privo di qualsiasi compiacimento salottiero, stridente nella consapevolezza della propria (e universale) solitudine, carnale quando parla di sesso con una giovane amica, attuale quando tocca l’argomento della migrazione che è un fenomeno che non riguarda soltanto qualche etnia, ma tutta l’umanità in ogni tempo e luogo. Fino alla versione americana del centro di permanenza temporanea, nel quale transiterà l’ex Filone di
Alessandria “reo” di non avere un passaporto, e qui conoscerà un breve e commovente ricordo di Emma Goldmann dai racconti di un anarchico orientale. Buona lettura.

Patrizia “Pralina” Diamante

 

gennarina pummarola

ululato da Pralina alle ore 14:21 sabato, 08 novembre 2008  

Ieri sera per sbaglio sono incappata nel sito internet (ancora in costruzione) di una “pittrice” di una nota città italiana, alla quale darò il nome fantasioso e inesistente di Gennarina Pummarola. La pittrice in questione vanta un curriculum lunghissimo, di esposizioni fatte con le opere di altre persone o delle sue (tanto in ogni caso l’arte contemporanea è anche questa, basta buttare un mattone sporco di sugo sopra un foglio). E poi, mica ce freca se le opere son le sue o no, basta la FIRMA. La sua, ovviamente.
 
 
Io la Gennarina, la conobbi disgraziatamente quando studiavo all’Accademia, venne a casa mia a piangere come un vitello tonnato perché diceva che si era rotta un braccio e non poteva più disegnare, così, bontà tutta mia, unita all’inesperienza e ingenuità (e coglionaggine) dei miei 22 anni, le prestai i miei disegni da portare all’esame. Naturalmente, coi miei disegni, prese il massimo dei voti. Ma poi, anche se si era rotta una braccio, riusciva a guidare benissimo.
Poi, la Gennarina, mi confessò che lei davvero non poteva disegnare, perché non ci riusciva proprio, perché, per lei, era più importante l’umanità e l’ammore.

Sì, il biglietto da visita l’aveva fatto, perché, bisogna pure mangiare. C’era scritto sopra Maestra d’arte, perché, comunque, un po’ di fumo negli occhi, per gli struonzi, ma noi siamo tanto amiche ed io penso solo all’umanità e all’ammore.

L’umanità e l’ammore evidentemente erano più importanti dei lavori di casa e della cura degli animali, un gatto e un cane magnifici, che lasciava chiusi dentro l’appartamento perché costretta, con il risultato che a sera la casa era piena di piscio e di escrementi e d’un fetore allucinante, i piatti ammonticchiati dentro e fuori al lavandino, i figli parcheggiati dalla nonna, le lacrime versate, la cenere di sigaretta ovunque, perché lei fumava… fumava… e parlava… d’arte e di filosofia…
Per un anno, mi portò a destra e a manca, menando il can per l’aia e facendomi capire che per fare l’artista non è necessario essere brave, tanto oggi si comunica oggi è l’era della comunicazione globale che ce freca mica come una volta che i pittori lavoravano veramente, perché faticare?, se si è troia come lei, basta andare a letto con il mercante ottantenne che ti comprerà una tela. Fesso lui, brava ammè.

Era davvero un’artista, non c’è che dire. Non era particolarmente bella,  secondo suo fratello era una chiavica, ma aveva una bella faccia a culo, qualità che in Italia come sapete paga moltissimo. E in ambiente artistico poi. La creme della creme.
Innanzi tutto era un’artista eccelsa ad imbrogliare il marito, al quale raccontava un sacco di stronzate e s’incazzava pure perché lo “struonzo” non le credeva più. Si fece mettere incinta dal pediatra del suo primo bambino per poterci chiedere i soldi, e al marito  dubbioso e furioso raccontò che sta creatura assomigliava tanto allo zio nordico di Nàbule. Era un’artista ineguagliabile nel taccheggio, nel parcheggio in tripla fila, nel mettere la benzina aggratis, nel lasciare il chiodo a tutti i baristi e lattai di Firenze, e così via. Sigarette (a credito) incluse.

Poi un bel giorno, stanca dei furtarelli che avvenivano ai miei danni sempre con sta faccia sorridente e “solare” (mi rubò persino i colori a tempera, che secondo lei erano “spariti proprio”, e un cappotto, per non parlare di duecentomila lire, quelle per “pagare l’affitto di casa che se no ci sfrattano”mai restituite) e delle infinite palle di questa persona il cui unico scopo, il chiodo fisso, l’unica filosofia e la sola religione era di fare fesso al mondo, le dissi basta.

Quando morì suo padre, che invece era una brava persona, un valente pittore, e del quale aveva utilizzato tutte le incisioni grafiche per fare bella figura ai concorsi (qualcuno persino vinto), lei era lì che “distrutta dal dolore” pensava di fare un malocchio al pediatra “colpevole” di non volerla più.

Una settimana dopo mi chiamò dall’ospedale per dirmi che stava abortendo. Anzi, abbortendo, con due B.
“Vieni, corri, sono qua a fare un altro abborto, renditi conto! Ho bisogno che mi tieni la mano. Ti pregooo!”
“Non ti ho messa incinta io”
“Ma comeee? Da te non l’avrei maaai immaginato! Mi rispondi così ammè? alla tua AMICA SORELLA che ti ha dato tuttooo? (strillando) io sono qui che sto crepando, piango tutte le mie lacrime,  ho le due creature a casa, sono una mamma, io, c’ho avuto una morraggìa alla panza, e tu te ne frechi di me!”
“Stai solo a chiedere, sempre a chiedere, non fai altro che chiedere, ma una dignità non ce l’hai? Mi sono stancata, basta… la misura è colma, dalle nostre parti si dice chi è causa del suo mal pianga sé stesso, fuori dalla mia vita, ciao”
“Sei senza cuore. Vafangulo!”

Sì, vafangulo. Era proprio quella parola magica, una liberazione. Suonò dolce nelle mie orecchie. Ciaveva la morraggìa alla panza. Sentammè, mandami afangùla. Tieniti il mio cappotto e i miei soldi, fatti una media di due abborti l’anno, metti le cuorna a quel fesso di tuo marito senza mettermi nel mezzo, almeno riavrò la mia libertà. Io sono una personcina educata, con un livello discreto di cultura, non fumo, non pesto i piedi a nessuno, non lecco il culo ai critici d’arte,  e nemmeno gli pipo l’uccello, non delinquo per sentirmi cresciuta e non faccio fesso il prossimo per principio e filosofia di vita.

Qualche anno dopo, incontrai una brava ragazza che era stata truffata da lei, che mi svelò altri laidi retroscena.
Quando iniziò a parlare, continuò indignata per tre ore, di fila, senza arrestarsi.  Così seppi che si era messa contro interi caseggiati, un quartiere, una città. Mi disse infine, a coronamento di tutte le malefatte, che il Tribunale le aveva tolto la patria potestà di due figli, ma lei era riuscita a farsi mettere incinta ancora, da un uomo facoltoso perché, si sa, i figli so’ piezze core.
Bah… la ritrovo ieri su internet, luogo di raccolta di fogne e tesori insieme, che sbandiera una laurea (una laurea?) che non possiede, visto che non sapeva nemmeno l’itagliano, e parla di colori cozmicissimi, e di ammore universale. Mi ripeto: per fare l’artista non importa essere brave, basta venderla bene.

Proprio bella l’umanità. E io l’ammo dando. E poi dicono dei ROM? Ma vavangula.

ravenna, la durata di un trapasso

sabato, 22 ottobre 2011  

 
In concomitanza con l’inaugurazione presso l’antica e prestigiosa Biblioteca Classense di Ravenna della mostra che riguarda l’affascinante opera come incisore del grande gallerista Giuseppe Maestri, ecco pubblicato il film realizzato l’anno scorso e contenente le interviste a lui e al poeta Eugenio Vitali, ideatore nel 1971 della “poesia da affissione”, idea poi ripresa persino in Inghilterra. Due persone a cui sono legato da oltre trent’anni e che recano preziose testimonianze dei cambiamenti intervenuti in una piccola realtà di provincia, che sono però lo specchio fedele di un cambiamento globale che è purtroppo in peggioramento sotto tutti i punti di vista. Un cambiamento comunque pagato caro, dato che dal 1956, anno dell’arrivo dell’industria petrolchimica, il tasso di tumori è cresciuto in modo esponenziale, e tuttora miete copiosamente, purtroppo. Troverete un paio di poesie del grande poeta Vitali, all’inizio immagini autunnali della zona della pineta che confina col porto canale e le industrie e, in coda, alcune incisioni di Giuseppe, forse l’ultimo grande artista che possiamo definire “erede” della poetica “lunare” felliniana. E d’altro canto Tonino Guerra era, ed è tuttora, di casa nella sua vecchia galleria, che recentemente un suo amico pittore ha riportato a nuova vita dopo tre anni di triste abbandono. Anche se, però, i tempi gloriosi sono terminati da un pezzo. Riguardo a questo, infatti, troverete rare e preziose immagini tratte dal suo archivio fotografico a partire dal 1965, col passaggio dei più grandi pittori del secolo scorso: Treccani, Sassu, Migneco, Sironi, Calabria, eccetera, e anche di vari poeti: Rafael Alberti, Mario Luzi, Piero Santi, e tanti altri. Colpisce di Giuseppe la grande semplicità, la grande umanità, il raccontarsi in modo schietto e simpatico, il “bucare” lo schermo. Era sempre sorridente, Giuseppe, pronto alla battuta in dialetto e allo sfornare aneddoti. Ha lasciato davvero un vuoto irrecuperabile.
 
phederpher