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CHI E’ DENTRO E’ DENTRO, CHI E’ FUORI E’ FUORI.

Recentemente mi è capitato di partecipare a una kermesse di paese, una collettiva d’arte dalla quale avrebbe dovuto uscire una rosa di candidati per un’altra kermesse di paese, in un’altra nazione. Era molto tempo che non partecipavo a collettive, ma mi è parso di capire che il livello di competitività si sia pericolosamente alzato, se persino a una piccola collettiva di provincia senza una grandissima importanza, ci siano stati comportamenti assolutamente poco chiari da parte di organizzatori e artisti. E qui chiedere chiarezza è troppa roba, viviamo nel caos dei segni. Ciascuno ama il proprio piccolo palcoscenico e sgomita per arrivare alla “notorietà”, anche a discapito del pensiero critico e indipendente. Non sono critica d’arte, sono “solo” una modesta pittrice ai margini di questo mercato che pare prediligere non le vacche migliori, ma quelle più raccomandate o “ricche” mandate. Ho partecipato con le mie opere a moltissime collettive e personali in ogni luogo ormai, in magazzini del sale, fortezze militari, scuole, case del popolo, caffè, pub, ex chiese, ex fabbriche, ex camere da letto, fondazioni di lusso, gallerie cittadine, giardini pubblici, manifestazioni pubbliche e selezioni internazionali. Mie opere si trovano in collezioni pubbliche e private in Italia, Francia, Germania, Serbia, Algeria. Ho condotto un programma radiofonico sull’arte per quattro anni, ho intervistato molti artisti, ne ho letto le storie, ho cercato di capire che caspita fosse la chiave per il “successo”. Ebbene qualche idea me la sono fatta. Nulla a che spartire con la critica dotta del tale o talaltro personaggio, io lo ripeto sono una modesta pittrice, modesta per le mie possibilità, non per il mio talento, ho combattuto sul campo, mi sono fatta le ossa così, più spesso me le hanno spezzate. Ebbene l’idea principale che mi sono fatta, è che la chiave del successo anche per noi artisti sia nello sborsare copioso denaro agli addetti del settore, che sono i critici, i galleristi, i mercanti d’arte, i collezionisti che fanno tendenza, fino alla cima di questa piramide che è il giochino costituito da pochi miliardari. Non parlo del piccolo collezionista, motivato dal cuore, capace comunque di grandi slanci anche economici perché cosciente della necessità dell’arte, parlo proprio dello squalo di prim’ordine che fa speculazioni (la finanza insegna) e crea bolle attorno ad artisti di grande effetto visivo e soprattutto di grande impatto mediatico. Incredibile, direte, eppure in ogni occasione l’esborso di danaro è l’unico modo per andare oltre la semplice vetrina, per avere maggiore visibilità. Anche sul web le cose funzionano così, hai un buon sito e sei iscritto ai social network ma non decolleranno mai senza un buon budget, ti tengono apposta sul profilo basso quando capiscono che vorresti decollare. Ne consegue che l’artista non può vivere essenzialmente del suo lavoro, se non ha una ricca famiglia alle spalle, un lavoro ben avviato, una buona pensione, e ne consegue che probabilmente ha più chances un pensionato ricco che lo fa per hobby, di un giovane bravissimo che vorrebbe viverci… ma non è questo il succo del mio discorso. Le cose più o meno sono andate sempre così, all’estero come in Italia, l’arte si muove sempre coi soldi, oggi però la situazione diventa drammatica anche perché la quantità di opere rispetto alla reale possibilità di utilizzo è diventata esorbitante (io dico sempre che le nostre case dopo la guerra sono diventate, nei decenni, troppo piene di oggetti); ciascuno si sente artista arrivato anche senza lavorare molto, basta che le sue opere si “aggancino” a qualche corrente nota, di tendenza. E così il furbo può avere più possibilità di diventare famoso, di quello che ha sudato sette camicie. Allora tutto è inutile? non proprio, magari noi artisti stessi dovremmo trovare la forza per allearci e collaborare o creare nuove occasioni per lavorare, ma come dicevano i romani “dividi e impera” a tutto beneficio degli imperatori delle bolle speculative (banche, finanza, petrolio) di chi viene acquistato per miliardi di euro. Ritorno alla frase che mi disse una brava cuoca con molto senso pratico, quando le chiedevo “come fare per entrare nelle situazioni”. Appoggiò le mani al tavolo, e mi disse ridendo: “Come, non sai come funzionano le cose? Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori!”.

Patrizia Diamante

FERROVIE ITALIANE… DEBOLI COI FORTI, FORTI COI DEBOLI

So che a chi di “dovere” non fregherà una beneamata cippa se scrivo un post sul mio blog. A nessuno frega niente di niente. L’Italia è un paese di scrittori, e aggiungo anche, di scrittori rosiconi e frustrati, ma siccome è anche un paese di mancati lettori, le due cose insieme hanno un loro infinito perché. Ieri il postino mi ha inseguita per consegnarmi una raccomandata di tale sig. Gianluca Scarpellini della “Direzione Passeggeri Regionale Toscana” strana tutta questa ampollosità nel titolo quando sappiamo che a loro dei passeggeri proprio non importa nulla, stando così le cose con questi treni sovente sporchi, polverosi, con toilette rotte o mal funzionanti, perennemente in ritardo, non di rado soppressi, spostati… rotti. Ma questo è davvero nulla in confronto agli scempi complessivi, alle tangenti che si intascano, ai buchi di bilancio che fanno (il caso Moretti ma non solo). La raccomandata, in risposta alla lettera dell’Avvocato dell’Associazione Consumatori, mi arriva dopo 7 mesi che i lor signori hanno “preso in esame” il caso da me descritto (vedi link qui sotto) e ritengono però che tutti gli elementi siano contro di me, quindi mi “ordinano” e mi “ingiungono” di pagare entro 30 giorni, non solo l’importo della multa, ma anche le tasse e le spese amministrative. Insomma, quale morale ricavare da tutto ciò? che se fossi stata nel torto, ovvero che se avessi viaggiato sprovvista di titolo di viaggio per me e per il cane, mi avrebbero fatto solo una piccola sanzione pecuniaria, ma siccome potrei avere ragione, almeno nel rivendicare un trattamento migliore da parte della capotreno che è stata veramente sgarbata e mi ha aggredita con pregiudizio, allora con me si deve applicare il massimo della severità. Infatti la capotreno mi ha multato solo perché ho “osato” raccontare la mia versione, insomma le mie gentili rimostranze le ha prese come uno sgarro personale e mi ha risposto con un dispetto pesante. Questo è un paese per gente che vuole comandare o essere comandata, oppure di furbi e furbetti di ogni risma che – perdonate il francesismo – lo buttano in culo al prossimo, scegliete voi quale strategia adottare. Ma ricordate: in Italia non c’è posto per le persone oneste, di quell’onestà che è cara anche ai delinquenti delle classi sociali povere. Qui la parola onesta non è presa nemmeno in considerazione, a loro non balza nemmeno nell’anticamera del cervello che una persona che si dà pena prima per rifiutare e poi per contestare una multa rischiando di tasca propria, possa avere vagamente ragione; la risposta di Trenitalia parla chiaro: se quel giorno fossi salita senza biglietti per me e per il cane, adesso non mi troverei con 88 euro di multa  (ex 44 poi 50 + tasse e le spese amministrative), perché essendo dalla parte del torto me ne sarei stata zitta senza protestare. Insomma, in un certo senso e implicitamente è un invito all’evasione totale.

PER CAPIRE DI COSA STO PARLANDO CLICCA QUI https://superpralinix.wordpress.com/2013/09/02/sulla-linea-faentina/

come si fanno i pampini

Alla fine del V secolo d.C. l’Italia venne invasa da barbari di origine tedesca che stabilirono una dittatura militare. Espropriazioni dei beni, discriminazioni razziali, persecuzioni religiose colpirono l’intera popolazione. Nel 535 Giustiniano decise di liberare l’Italia. Aveva inizio la guerra gotica. Nel 553 Narsete sconfiggeva definitivamente i goti. Dopo 18 anni di guerra l’Italia era ridotta ad una terra desolata per le distruzioni delle città e la rovina delle campagne, ma soprattutto per lo sterminio fisico di tutta la classe senatoriale che l’aveva guidata per secoli.

[Scena forse avvenuta veramente come descritta. I Goti arrivano a cavallo nelle campagne del ravennate, fanno battute idiote, si ubriacano, saccheggiano le case dei contadini e ingravidano ogni forma vivente all’unico scopo di attuare lo stupro etnico per ordine dei loro capi.] 

“E cuestj kontadinj? spakkiamo la krapa o mettiamo incinte le loro tonne?”
“Cuestj conserviamo sotto sale”
“No no…” “Allora mettiamo incinte e poi mettiamo sotto sale, dai tira fuorj il zvanztukke”
Zuppa zuppa zuppa zuppa zuppa zuppa zuppa zuppa zuppa zuppa.
“Ti eh piaciute?” “Nooooo…”
“Lo ticefa io ezzere irresistipile, avanti altra kontatine, ti sporro tentre”
“Aiuto…” “Poke storie, tefe sporrare tentre, perkeh piance? piange eh malo, io sempre skerzan”
Sporra… splut! splut! SPLUT!
“Porta altre kontatine, kapo ha tetto che tefe sporrare tutte… no tentro tette, tutte tentre, kretino!”
“Kapo ha tette ke tefe mettere in tinta tutte! allora io ke sono piuh piccolo ho prese due calline! ma grosso zvanztuc di 23 centimentri non entra tentre sebbene due calline!”
“Kretino, due calline non sono tonne! noi tobbiamo fare i papà per tutti pampini! non UOVI!”
“Ma pampini escono anke da calline!”
“Franz, tu ke hai un zio longobarto e sei un pochino piuh sveglio, spiega tu a cvesto kretino come si fanno i pampini”
“Fieni” “Noooo…” “Dai fieni, eh facile per tua krapetta”
Zuppa zuppa zuppa zuppa zuppa zuppa zuppa zuppa zuppa zuppa.
“Oi oi oi!” “Hai capito Sigulsvald, come si fanno pampini?”
“Da cvulo di vuomo!”
“Allora qvesto eh proprio kretino, taglia il zuo zvanztuc e servi come wurstel”
 
Arrivano altre donne trascinate nel fango per i capelli fra le risate degli uomini.
“Sarah pelle federe risultate dopo 9 mesi di splut splut!”
“Aiutoooo…” “Non c’è aiuto, solo procramma di ingravidazione forzata per le tonne di qvesta landa desolata, come si chiama?”
“Romania, perke terra di Roma”
“Allora dell’est di Roma, ihihihihihihihih!” “Saraj impecille, est si trova là” “Tofe?” “Laaaaaa”
“Noi siamo procrammati per miglioramento di razza. Sarah pelle imporre le nostre intrinseke cualitah”
“Cuali cualitah?”
“Il grosso svanztuc, gli okki cielo, i poki kapelli, e la crante intellicenza”
“Aaaaaah… cuella cualitah… i poki kapelli!”
“Il kapo ha tette che noi toppiamo preferire tonne con krosse tette per tradizione alemanna!”
“E se tonna ah tette pikkole?”
“Uccidetela, tonna con tette pikkole non può fare pampini di 5 kili, e se li fa lui non puoh zukkiare troppo lattone”
“Aaaaah… ma se pimpo eh pikkolo fa tenerezza!”
“Ki ah parlato di TENEREZZA??? Ki eh stato?”
“Eh stato David”
“UCCIDETELO! Fategli respirare il gas delle ascelle! e poi bruciatelo!”
“Furer, io ho sporrate mio crosso zvanztuc su icona sacra perkeh per habitudine mi eccito cosih”
“Ahahahahahahahahahahahahahahahaha!!!! (tutti ridono) tagliate la krapa di cvesto impecille, e giocateci a bocce… cvante folte io tefe dire ke si sporra tra coscione di tonna e non solo su kulone? Radagior, cos’hai capito?”
“Pietah kapo, tutti concetti inzieme nella mia krapa non ci stanno! se penso a kulone ci sono due parti di kulo, su cvale io tefe sporrare?”
“Ho tette coscione non kulone! Portatemi un tizzone ci spengo gli okki!”
 
Triste capitolo della storia italiana ormai sepolto nelle nebbie, ogni riferimento alla qualità del DNA dei ravennati è… irrilefante. 
 
 
 
 

cinema universale d’essai

ululato da Pralina alle ore 07:58 mercoledì, 02 agosto 2006

Ci sono dei luoghi che dovrebbero essere considerati “sacri” uno di questi è la sala cinematografica di altri tempi, quando i film venivano proiettati su pellicola.
Non che siano passati tutti questi anni (un paio di decenni) ma con le videocassette e poi i dvd (la cosiddetta rivoluzione digitale) la gente è rimasta molto di più a casa.
Il film è diventato un surrogato della televisione, e non un momento di socializzazione com’era in effetti una volta.
E’ vero, la pellicola dopo qualche passaggio si graffiava o si riempiva di granelli e di bolle (che tutto sommato suggerivano animazioni artistiche degne della Biennale di Venezia) e a volte il film s’interrompeva proprio quando il protagonista stava per essere ucciso, con grandi fischi del pubblico in sala… ma almeno dovevi uscire di casa. Esporti.
Già, perché se una volta frequentavi le sale cinematografiche, ti dovevi proprio esporre, e se eri uno di quei “maniaci” come li chiamava mia mamma, che vanno a vedersi le “porcherie”, dovevi andare alla cassa del cinema e chiedere un biglietto. La cassiera era aldilà del vetro, quindi il biglietto andava chiesto ad alta voce. Non c’era nessuno che ti sostituiva la faccia. Al massimo potevi alzarti il bavero e metterti un bel paio di occhiali da sole.
“Abbassati un po’ quando sei davanti alla cassiera!” mi diceva sempre mia mamma, con aria di chi la sa lunga “se no rischi che ti faccia pagare come un’adulta”.
Povera ingenua, la mamma, non è mai stata l’altezza a farmi passare da adulta (sono tappa e me ne vanto), ma un bel paio di tettine che a 12 anni premevano con prepotenza contro la maglietta, e quelle anche volendo non avrei potuto nasconderle.
Il cinema noi ce l’avevamo vicino a casa, era proprio brutto, più che altro sporco perché non pulivano mai. Ma a noi sembrava un luogo mitico, straordinario.
In televisione allora c’erano solo due reti, e per giunta in bianco e nero. In quegli anni passavano soltanto film in bianco e nero in tivù, tanto non si sarebbe notata la differenza. Il sabato mattina c’erano le comiche dei grandi Buster Keaton, Harold Lloyd, Charlot e Stanlio e Ollio. Mi mettevano una mano sulla spalla e mi dicevano “Ecco adesso mettiti qui e fai la brava!”.
Soltanto i film al cinema erano colorati e per noi ragazzi era un fatto eccezziunalo veramente!
Ricordo che per tutta la settimana facevano i film per tutti e un solo giorno la settimana quelli “vietati ai minori di 14 o persino 18 anni”, quelli dai titoli più fantasiosi tipo “Biancaneve e i sette onani” che i poveracci che andavano a vederseli, dopo avere trovato scuse in famiglia tipo “vado a trovare uno zio di Forlimpopoli che non vedo mai e che mi dispiace tanto di lasciare da solo”, entravano veloci come le schegge, gobbi, strisciando, mimetizzandosi coi muri, qualcuno volando, altri imitando l’uomo invisibile. Altri trovavano l’escamotage di entrare molto prima, portandosi dietro i popcorn e il binocolo, insomma fatto sta che quando c’erano le proiezioni hard nessuno entrava al cinema, erano già tutti dentro, con l’impermeabile e la mano sul pacco.
Noi ragazzi e ragazze andavamo a vederci i film “per tutti” alle proiezioni pomeridiane. Siccome ero una ragazzina molto rompiscatole, i miei meno mi vedevano in casa, meglio stavano, e così ogni scusa era buona per mandarmi al cinema come dalle suore o al luna park o a fare i compiti dagli amichetti o a confessarmi dal prete, insomma in qualsiasi altro posto potessi sparire per una mezza giornata.
Inutile dire che mi vidi tutti i film e i cartoni animati di Walt Disney, quelli di Bruno Bozzetto e Asterix. Ma anche Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, Peter Sellers, e tutta la serie 007.
A quei tempi oltre al film cosiddetto di guerra o d’avventura e la commedia all’italiana, spopolava il genere western e mi vidi praticamente tutto quello che si può vedere di serie zeta dopo il grande Leone: filmetti che si potrebbero definire spaghetto western molto scotto, dai titoli “Puzzo di dollari”, “Il bello il brutto e l’arrabbiato parecchio” e cose così.
Quando c’era un nuovo film, e i nuovi film in provincia arrivano sempre quando in città li hanno già digeriti, ma in provincia sono sempre delle prime fantastiche, mi si poneva il problema “quale fidanzato ci porto se non mi accompagna l’amica del cuore”. Mi si imponeva la scelta tra Vincenzo e Roberto, con la ruota di scorta Francesco, a giorni alterni.
Poi c’era il vestito da mettersi, come alla prima di Jesus Christ Superstar. Una tragedia. Finii per mettermi un paio di pantaloni a zampa d’elefante con un paio di zatteroni, sembravo la nipotina dei Cugini di Campagna.
Al cinema non restavi mai da sola nemmeno volendo, ti trovavi talvolta un signore accanto che ti guardava con la coda dell’occhio fantasticando in religioso silenzio di possibili manovre a polipo che mai e poi mai avrebbe attuato pena l’inferno e la pubblica gogna di paese, a quel punto con l’amichetta del cuore c’era la possibilità di cambiare posto o di fare l’infamata al direttore del cinema.
Ma una delle cose più belle del cinema era il bar dove si andava a comprare le rondelle di liquerizia e i ghiaccioli, e ricordo che c’erano i gusti limone, anice e menta (e basta) che allora costavano (mi vergogno di dirlo, tanto da la misura del tempo) 50 lire. Oppure in alternativa i chewingum, che però a termine masticata, ti costringevano a manovre non molto ortodosse, tipo di appiccicarli sul retro della poltroncina davanti.
Smangiucchiare in sala è una vera libidine, lo sanno bene in India dove i film (la famosa Boollywood) durano anche 6 ore e la gente si porta di tutto in sala, anche il pollo con il riso al curry.
Ben altra cosa rispetto al farlo davanti alla tivù, che da un senso di tristezza indicibile. Ricordo com’ero felice quando riuscivo coi pochi spiccioli nella borsetta, a comprare una lattina di qualsiasi bibita e ad aprirla senza schizzare nessuno (una volta purtroppo è successo che ho fatto il bagno a quella davanti).
Gli anni sono passati, e nonostante i nostri traslochi, avevamo sempre un cinema accanto alla nostra casa, non so bene perché.
Così non mi persi mai una visione fino all’inizio degli anni 80, con l’amico gay che sbarellava per Jodorowsky e mi faceva una testa così con “The Fog” di John Carpenter. Dai soavi deliri di Nichetti ai film impegnati superpoliticizzati (le mattonate insomma) della Von Trotta e di Schlodorff sugli anni di piombo, ero sempre lì a mangiarmi le unghie. Certa di non avere capito proprio tutti i passaggi. Ma felice di avere  ampliato i miei criteri percettivi contro l’estetica borghese, ed essere pronta ad assorbire persino Tziga Vertov.


 


E anche quando mi trasferii a Firenze, scoprii la deliziosa sala Universale d’essai, dove venivano proiettati i mitici film di Belushi, quelli di Pietro Germi e Michelangelo Antonioni ma anche quelli der Monnezza, “Tarzoon la vergogna della jungla”, “Harold e Maude”, “Zabriensky Point”, “Woodstock”… dove quando entravi ti pareva d’essere nelle nebbie dei film di Fellini, perché tutti fumavano le canne in sala e la cortina del fumo a una cert’ora diventava così densa che la gente si doveva chiamare a gran voce e sbracciarsi per farsi riconoscere dall’amico entrato al secondo tempo.
Dopo tutte queste premesse, vedere un film o vederne un altro, perché all’ultimo l’avevano sostituito, non era la cosa più importante.
E nemmeno di finire a letto col proiezionista, quando sono stata molto più grandicella.

Ma la cosa più importante era di esserci, al cinema.
 
Pralina Tuttifrutti

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CINEMA UNIVERSALE D’ESSAI.
mercoledì, 02 agosto 2006 | in : pseudo recensioni, telefollie, dura la vita, cinema universale
 

 

(foto tratta dalla copertina del libro di Matteo Poggi, Breve storia del cinema Universale)
 
 
Il fatto è che non ne posso più di accendere la  TV alle venti e trenta e dover scegliere fra “ TEO MAMMUCARI” accompagnato da tette e culo della deficiente brasileira di turno e  “ REAL TV” presentato dalla megafiga negra   che tutta igniuda si spatascia a pecora mentre presenta il disgraziato di turno che si spatascia, pure lui, ma non a pecora o per lo meno solo in senso figurato, a 220 chilometri orari contro un muro.
TEO MAMMUCARI??? Cultura moderna?? È moderna? Ma soprattutto è cultura? CULTURA? Allora io dico come Grillo! Voglio che mi rendano il significato delle parole! Lo rivoglio, è mio  cazzo lo rivoglio! Di diritto! Ridatemelo !  E in questo medioevo mediatico la mente vola per lidi più felici, e affiorano ricordi confortanti quando la sera si poteva andare in un posto fantastico e pieno di magia.
 
 
IL CINEMA UNIVERSALE DESSAI.
 
Il bello del cinema Universale è che non era un cinema, cioè almeno non lo era nel termine etimologico della parola. C’era tutto, lo schermo, le poltroncine, i corridoi, la cassiera e pure la maschera. Ma non era un cinema. Si, perché al cinema si va per vedere il film, all’Universale il film era solo il pretesto, la scusa, e anzi più il film era brutto migliore era lo spettacolo , perché lo spettacolo non era sullo schermo,ma era in sala.
Ricordo favolose serate passate a non guardare fantastici film  come “ il tempo delle mele” oppure “ college” film che nessuno di noi si sarebbe mai sognato di andare a vedere al cinema, ma come già detto l’Universale non era un cinema.
Chi non c’è mai stato non può capire, mi spiace io ci proverò a farvi capire cosa era l’Universale, ma… in fondo che vuoi spiegare? Vuoi spiegare come si entra in sala in vespa pagando un biglietto normale e uno ridotto?   
Ecco l’universale era così, la bigliettaia non si stupiva se si voleva entrare in sala con la vespa , bastava dare una valida giustificazione tipo ” non mi fido a  lasciarla in strada ho paura che me la rubino” e lei faceva pagare un biglietto intero per lui ( mille lire) e un ridotto ( cinquecento lire) per la vespa.
 Appena si spegnevano le luci poi iniziava la magia. Nella sala sembrava di essere in una scena di “ the fog la nebbia assassina!” bastava una boccata per essere già fuori di brutto. Si narra di  personaggi che nelle ultime file pensassero di essere Vietkong con i maledetti Yankie  che li volevano stanare col fumo.
 I commenti alla pellicola proiettata si sprecavano. Commenti tipo “ABBURRACCIUGAGNENE !!!”   abburraciugagnene era il rafforzativo verbale più diffuso  quanto si doveva incitare l’ignaro adolescente dell’ennesimo filmaccio americano a fare la prima mossa con la propria ragazza. A volte qualcuno del loggione (il loggione era alto 2 gradini) si metteva a far le ombre cinesi sullo schermo finche non riceveva una scarpa lanciata dalle prime file. Ho visto spesso uscire gente alla fine del film senza una scarpa, o senza tutte e due, quando la serata era molto movimentata. Insomma ogni sera era una festa, vicino all’ultimo dell’anno era consuetudine portarsi almeno una ventina di raudi per evidenziare le scene più significative del film.
 Poteva capitare di esagerare e allora in quel caso arrivava  “ la maschera” o meglio “ il maschera”.
“Il maschera “ era praticamente un uomo cubo. Alto uno e sessantacinque e largo uno e sessantacinque, aveva delle mani che sembravano le custodie delle mani di Gianni Morandi, ma nonostante la dimensione e la forza quelle mani non faceva quasi  mai male, erano quegli schiaffi amichevoli, quasi accompagnatori,  più per indirizzarti nella giusta direzione che per farti male. Per dirti.. bada, vai più in là.. che stai esagerando.
 Il maschera era amato da tutti e per dimostrargli   cotanto amore quando entrava in sala tutta la platea lo accoglieva con un simpatico coretto, stile domanda e risposta.
 Un gruppo domandava gridando: “ Come l’è il maschera??”   l’altro gruppo gli rispondeva   “ Buco!” seguiva la domanda: “ E per far rima??” risposta finale :” più buco di prima!!” seguiva applauso finale e standing ovation mentre il maschera usciva dalla sala, rosso come un peperone.
Non ho mai provato paura all’Universale, ne vergogna, neppure quando una volta  tutti mi presero a pacchine perché ero il solo a gridare battute fuori tempo. Mi sentivo un po’ in famiglia all’Universale, dove tutti si prendono un po’ in giro ma ci si vuol un gran bene.
 
Il “ cinema d’essai Universale” non c’è più, e  da un bel pezzo ormai, saranno almeno 15 anni, al posto suo c’è un tristissimo ritrovo per giovani trendy un po’ dandy con le scarpe di fendy . L’architetto che lo ha ristrutturato ha voluto mantenere il nome “ Universale”, ma la sua anima ormai  non c’è più. Tutte le volte che ci passo davanti mi viene una gran tristezza e un groppo alla gola, mentre sento nella mia testa in lontananza un grido che fa:  “ VAI ABBURRACCIUGAGNENE!! ”
 
 
Liberamente ispirato al post di pralina.   
 
Lavorini
 

fragili quando se lo possono permettere

ululato da Pralina alle ore 13:46 sabato, 14 novembre 2009

Dedicato a quelle come me che sono fragili solo quando se lo possono permettere * le donne che la vita bastona sui denti, le stronze che non hanno tempo per chattare * le superbe che non hanno tempo per rispondere ai messaggi privati * le vanesie che pretendono l’unico complimento mai ricevuto da bambine * le reduci da cinghiate sulle gambe, da “piccoli litigi familiari” * le zoccole che non vogliono pregare in chiesa, ma soltanto in privato * le zingare che sostituiscono il crocefisso con la faccia di Che Guevara * le indomabili che non hanno mai voluto i piedi in testa da un medico * le indiane metropolitane che si pitturano il viso e rifiutano il valium * le femministe che a scuola vengono chiamate “troie” perché hanno denunciato uno stupro di gruppo ai danni di una ragazzina * le mamme troppo apprensive che passano la notte in bianco sul letto dei figli * le figlie troppo ansiose che passano i giorni all’ospedale sul letto della madre * le piccine isteriche per troppa fame e sete d’amore* quelle che gli uomini chiamano “pazze”, le squilibrate, le sclerate, le emotive * le mestruate e quelle in menopausa, quelle sempre troppo ansiose * quelle che agli uomini rompono sempre gli attributi, e poi glieli rendono virili * le donne romagnole, le forti e fragili, che si rompono facilmente in un pianto che si ricompongono in una risata come uno schianto magnifico * secche come cortecce, umide come l’argilla del greto di un fiume.

l’uomo che verrà

ululato da phederpher alle ore 17:12 sabato, 20 febbraio 2010 

 
Lasciamo il campo ad una cosa seria e incredibilmente bella. CLAUDIO CASADIO, mio coetaneo e concittadino, da oltre venticinque anni attore diplomato al DAMS di Bologna e cofondatore assieme a RUGGERO SINTONI del gruppo ACCADEMIA PERDUTA, che gestisce la programmazione di buona parte dei teatri romagnoli, ha esordito nel cinema dopo oltre vent’anni di spettacoli per ragazzi. L’occasione è il bellissimo film del regista Giorgio Diritti “L’Uomo Che Verrà”, che ha già vinto tre prestigiosi premi al Festival del Cinema di Roma nell’ottobre scorso. Trama del film: “Inverno 1943. Martina ha otto anni e vive alle pendici di Monte Sole, a sud di Bologna, ed è l’unica figlia di una famiglia di contadini che fatica a sopravvivere. Anni prima ha perso un fratellino di pochi giorni e da allora ha smesso di parlare. Nel dicembre la madre rimane di nuovo incinta. I mesi passano e la guerra (siamo vicini alla famosa Linea Gotica, di cui parlerò presto) si avvicina. E la vita si fa ancora più dura. Nella notte fra il 28 e il 29 settembre 1944 il piccolo finalmente viene alla luce. In quei giorni, però, le SS scatenano nella zona un rastrellamento senza precedenti, che porterà alla tristemente famosa strage di Marzabotto”. Questo film, insomma, racconta la guerra vista dal basso, da parte di chi suo malgrado ne viene coinvolto. Diamo spazio ora alle parole di Claudio, una bellissima faccia cinematografica chissà perché arrivata al cinema solo a 52 anni.
 
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“La tremarella all’inizio era tanta. Al primo giorni di riprese mi ripetevo: “Ma chi me l’ha fatto fare?”. La mia unica esperienza risaliva al 1978 come comparsa nella fiction IL PASSATOR CORTESE (la madre del bandito era interpretata da una grande attrice di teatro dialettale, LUISA FIORENTINI; con cui ho lavorato due anni, ndr). Questo film era la mia prima vera esperienza su un set. Il regista (Giorgio Diritti, ndr) aveva pensato a me dopo avermi visto in uno spettacolo per ragazzi, ed era rimasto molto colpito dal modo in cui raccontavo le favole, e quindi mi propose la parte del ruolo maschile principale. Bè, mi piacque molto, in quanto vengo da una famiglia molto provata dalla guerra e ho conosciuto di persona molti partigiani. Nel personaggio ho inserito un pò tutte le storie sentite e vissute”. 
 
Oltre a Claudio nel film ci sono due volti noti femminili, MAYA SANSA e ALBA ROHRWACHER, più uno stuolo di attori locali e comparse che recitano in dialetto bolognese della collina, tanto che alla prima del film a Bologna, presso il Cinema Lumière, molti bolognesi non sempre riuscivano ad afferrare il significato delle battute. Il film, comunque, ha fatto registrare il tutto esaurito per tutte le giornate in cui era stato programmato. 
 
“Giorgio Diritti è un regista molto bravo. Ha raccontato la strage di Marzabotto con grande onestà intellettuale e con grande amore. Non ha fatto un film patetico. Nel montaggio ha tolto scene troppo “strappalacrime”. Quando abbiamo girato le scene dell’eccidio, c’era silenzio e la consapevolezza di fare qualcosa di molto importante. Abbiamo girato per quasi due mesi, in novembre e dicembre, ed è stato molto faticoso. Faceva freddo, pioveva, poi è anche nevicato. E’ stata una prova fisicamente durussima. Per caricarmi facevo finta che il mio solito pubblico teatrale fosse la troupe che mi stava davanti” 
 
Abbiamo citato il suo collega attore e socio RUGGERO SINTONI. In effetti è merito suo se Claudio ha avuto questa occasione, in quanto ha fatto in modo che Diritti venisse a vedere un suo spettacolo, POLLICINO, che poi ha convinto il regista in modo definitivo. Ora il film è nelle sale, distribuito da MIKADO, e sta sbarcando anche in Francia. Ma Claudio non si è montato la testa e continua a fare teatro per ragazzi (da qualche anno fà tournèe un pò in tutta Europa), considerando questa esperienza come una piacevole e stimolante parentesi. Che dire di più? Appena lo vedete dalla vostre parti, correte al cinema!
 

un paese che puzza di morte

ululato da phederpher alle ore 23:21 lunedì, 19 aprile 2010  

Da un pò di anni la televisione si è adeguata al peggio dell’essere umano. Disgrazie, assassini, catastrofi e putiferi vari costituiscono il settanta per cento (circa) di un qualsiasi telegiornale. Chi vi parla, fra l’altro, ha lavorato per due anni al telegiornale di una TV locale emilioromagnola (circa vent’anni fa) e persino a dimensioni così piccole la percentuale di cui sopra non è poi così distante. Abbiamo appena visto i funerali di Raimondo Vianello. Lo spettacolo della povera e ormai irriconoscibile Sandra che urlava il nome del marito, sormontata dalla sagoma a tratti persino sorridente di Silvio Berlusconi, era assai peggio del più orrido film dell’orrore che si potesse immaginare. Premettendo che i film dell’orrore, secondo me che ne avrò visti (credo) tre in tutta la mia vita, sono robaccia al confine tra l’idiozia, la stupidità e l’infantilismo. Il problema è che questo Paese puzza di morte da ogni angolo, ormai. E non si fa nulla per non ostentare questa fetore, questo immane putridume che sale oramai da qualsiasi istituzione possibile e immaginabile. Solo un altro scempio può essere paragonato a quello del funerale di Vianello: l’immagine di Papa Woytila sofferente di Parkinson che si affacciava dalla finestra del Vaticano, con lo sguardo spento e la voce flebile. Ora io sono sempre stato un fiero mangiapreti (di tradizioni anarco-repubblico-emiliane, quindi PARECCHIO mangiapreti), nonchè dissacratore fierissimo di tutto ciò che la gente RITIENE sacro, perchè le cose davvero sacre sono pressochè ignorate dalla massa/volgo/popolo bue, ma non posso tollerare che l’immagine di un vecchio ultraottantenne gravemente ammalato, vengano diffuse in tutto il mondo solo perchè è il capo di una religione, benchè una delle più numerose. Ormai si è superato il limite e di parecchio. Purtroppo lo stato di intorpidimento e/o rincoglionimento generale è arrivato al punto che pochi protestano, pochissimi s’indignano, meno ancora s’incazzano. Insomma, tutto passa nel tritacarne che domani è un altro giorno, Rossella. Ma consoliamoci, la vita riserva ancora fatterelli siNpatici & carini. Sabato pomeriggio, stazione di Brisighella. Il sottoscritto sta uscendo da un bar e sta per apprestarsi a prendere il solito treno che mi porterà in Toscana dalla mia Pralina. In quella vengo avvicinato da un signore distinto, occhiali, capelli bianchi, sessant’anni circa ben portati, gran macchinone e quindi, probabilmente, portafoglio gonfio. Il classico tipo, insomma, che farebbe gola a qualsiasi donna single di mezza età. Sul bavero noto un piccolo distintivo di Forza Italia. Sorridendomi, il tipo mi chiede gentilmente da che parte sono le Terme di Brisighella, poichè sulle prime è andato dritto filato all’Ospedale, ritenendo che le Terme fossero quelle. Io osservo, cercando di stare serio, che “Terme” e “Ospedale” sono normalmente cose molto differenti, e che comunque le Terme sono da tutt’altra parte della cittadina, in compenso sono anche molto ben segnalate da una miriade di cartelli apposti ad ogni angolo. Il tipo sembra non cogliere la mia sottile ironìa, e continua a chiedermi dove diavolo siano ste benedette Terme. Al che, impietosito, glielo spiego con dovizia di particolari, dopodichè il signore, tutto soddisfatto, parte sgommando. Ora non è per dire di Forza Italia, dato che conosco anche parecchia gente di sinistra messa, se possibile, anche peggio. Un fatto è sicuro: questo Paese, per chi fa satira, sarà sempre una miniera generosa.

phederpher