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l’aria è della poesia, la poesia è dell’aria

Credo fermamente che le poesie vadano lette. La poesia tocca il suo senso più alto quando è declamata, urlata, sussurrata, raccontata, portata in giro, nelle strade, sugli autobus, nelle metropolitane, in radio. Lasciata libera nell’aria. Perché la poesia è voce, è musica, è swing, è senso del ritmo. Perché la poesia non è fatta di carta, ma di aria. Perché la poesia non ha zavorre, non ha prezzo, non può essere tenuta su un foglio, legata alla logica, al logos, ma si diffonde per vibrazioni libere. Questo è ciò che penso, ma non solo io. Lo pensava anche Salvatore Salemi, grande estimatore di Charlie Parker, Salvatore che della poesia aveva fatto la sua casa in mezzo alla gente, che la poesia è un dono per l’umanità, va scritta e poi letta, e poi… può anche disperdersi… ma ciò che importa è che arrivi all’orecchio, che il nervo acustico la porti, per gioco di assonanze e rottura di preconcetti, con la corsia preferenziale, in fondo al cuore. 
 
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phil di salvatore salemi

* una mia recensione di “PHIL” che pubblicai nel 2007 su Ogginoi, la ripropongo qui perché di questo poeta dimenticato ma grandissimo ricorre l’ottantennale della nascita e il ventennale della morte l’anno prossimo.

sotto una piccola opera di Elide Cabassi, ispirata da un verso di una poesia di Salemi che dice “il secolo delle grucce d’acqua e dell’erba insanguinata”  

Recensione di “Phil” di Salvatore Salemi, a cura di Gaetano Marcellino, Giovanni Miraglia, Marco Vespa – ed. Mesogea 2007

Salvatore Salemi nacque a Catania nel 1932 e morì a Roma nel 1992. Poeta, scrittore e traduttore, visse e lavorò a lungo a Milano, dove collaborò con le maggiori case editrici. Lettore instancabile, innamorato del cinema (si definiva groucho-marxista) e del jazz in particolare del bebop di Charlie Parker, attento conoscitore e studioso della filosofia d’ogni tempo e dei classici greci e latini come dei movimenti intellettuali dell’epoca, assorbì le influenze e le suggestioni del Gruppo Kobra.
In età adulta disseppellì antiche e ormai dimenticate dalla sua famiglia radici ebraico sefardite. Ricordo lo splendido “Canti in gloria del popolo ebreo” (pubblicato da Arturo Schwarz, nel 1956), a mio parere uno dei migliori poemi della nostra epoca.
Pubblicò anche “Lettera ad Edith” (Giannotta, Catania 1962) e “Soggiornando vicino” (L’alfabeto urbano, Napoli 1987). Esiste anche un’antologia di “Poesie” postuma pubblicata da Cuecm a Catania nel 1998.
“Nomade dell’esistenza”, abitò il mondo intero nelle sue eterne peregrinazioni non soltanto in senso fisico, ma soprattutto in senso letterario.
Di Salemi esistono poche pubblicazioni, per un suo atto di contestazione contro l’industria culturale, e anche in ragione dei suoi frequenti ricoveri in istituti psichiatrici per una forma grave di depressione che non lo abbandonò mai.
Non solo. Salemi era un convinto assertore che l’atto poetico è un dono. La maggior parte della sua produzione poetica andò dispersa, poiché aveva già assolto al suo compito, l’essere declamata al momento in cui la si scrive. Per cui la veloce scrittura sopra un foglio appoggiato sul sedile di un treno, una tovaglia di carta in un’osteria romana o un sottobicchiere di birra segnati da parole hanno il valore di un libro; l’atto della dedica, questo “tu” che non è mai impersonale, è legato al momento presente ed è sinceramente ispirato a luoghi persone accadimenti. La sua poesia come il bebop, non aveva schemi e non conosceva correzioni. Era per lui improvvisazione pura.
Improvvisazione che non significa agire a casaccio, bensì seguire un’onda, un flusso irrazionale ma coerente con il proprio pensiero logico.
E proprio in questo contesto, di flusso surreale onirico estraniato dal “pensiero omologato dominante” ma pur tuttavia presente e lucidamente ancorato al proprio raziocinio, fedele all’osservazione minuta, si colloca “Phil” l’unico suo romanzo postumo, appena 120 pagine, uscito nel 2007 per la casa editrice Mesogea di Messina, a cura di Gaetano Marcellino, Giovanni Miraglia, Marco Vespa.
Il filosofo ebreo di lingua greca Filone di Alessandria riappare dall’antichità, già vecchio, accompagnato da una colonia di lombrichi; una metamorfosi lo fa ringiovanire. Emerge “dalla pagina più in luce d’un suo libro” a Chicago, Illinois, “senza ricordare quasi niente dei fatti della sua vita, dei suoi libri”.
L’America di Salemi come quella di Kafka è un’America mai vista fisicamente, ma suggerita e immaginata attraverso letture possenti.
Con il nome di Phil attraversa, fra incontri e peripezie, con punte sublimi di sarcasmo, ironia, “questo secolo dalle grucce d’acqua” fino a Roma.
“La società, il modo di vivere, le leggi, gli sono sconosciuti… Vive le stesse condizioni degli immigrati clandestini, i paria universali, -ma Phil si sentiva individuo. Unico. Unico lo era per il modo di essersi immesso nella circolazione dei bipedi terreni- … L’individuo è unico e la sua ribellione contro l’annichilimento è la sua stessa umanità di creatura” così scrive Gaetano Marcellino, grande amico di Salemi e curatore di questo breve, fluido, densissimo racconto. “Phil” è colmo di suggestioni sur/reali ma anche sensuali e di citazioni autentiche (da Martin Buber ad Anne Sexton, da Hans Christian Andersen a Gaspara Stampa) e privo di qualsiasi compiacimento salottiero, stridente nella consapevolezza della propria (e universale) solitudine, carnale quando parla di sesso con una giovane amica, attuale quando tocca l’argomento della migrazione che è un fenomeno che non riguarda soltanto qualche etnia, ma tutta l’umanità in ogni tempo e luogo. Fino alla versione americana del centro di permanenza temporanea, nel quale transiterà l’ex Filone di
Alessandria “reo” di non avere un passaporto, e qui conoscerà un breve e commovente ricordo di Emma Goldmann dai racconti di un anarchico orientale. Buona lettura.

Patrizia “Pralina” Diamante