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SUGLI STEREOTIPI CHE TI RINCHIUDONO COME GABBIE

Senza usare eufemismi, magari pronunciati con sorrisetto di sfottò, ipocrita, che la correttezza del linguaggio raramente corrisponde a una profonda convinzione. Senza usare eufemismi come “rotondetto”, “burrosa”. Per parlare come parlan nei bar, dove corre solo saggezza popolare. Che altrimenti, a forza d’esser corretti, nel salotto buono ci troveremo a dire “diversamente magri” oppure “portatori di lipidi” salvo poi – tanto prima o poi succede anche nei talk show migliori –  incavolarsi con la persona “diversamente magra” e appellarla con le offese peggiori.

Essere ciccioni, così com’esser negri, lesbiche, froci, meridionali, zingari e tante altre categorie alle quali vengono affibbiati solo valori negativi, è una bella rottura di coglioni.

La cosa peggiore è quell’aggettivo, quelle battute che ti discriminano, anzi c’è di peggio, che quella discriminazione la devi accettare, perché è ironica, perché è detta per “far ridere” e se te la prendi i problemi ce li hai tu, che in fondo sei libero di scegliere, o almeno di viverla con gioiosa indifferenza, perché “non ha importanza il colore della pelle”, perché “si è belli dentro” e “la bellezza fuori non conta”. Ti invitano a prendere tutto con leggerezza, quando sanno benissimo che la pesantezza arriva da quello stereotipo, che ti è stato cucito addosso come un’armatura medievale e ti arriva a mo’ di mazzata proprio quando non te l’aspetti. Hai visto ciccione, te la sei presa, allora cambia stile, adeguati oppure soccombi alla nostra ironia. Insomma, facci felici, resta nel nostro circo di fenomeni da baraccone.

E così ti costringono a indossare i loro pregiudizi, i loro stereotipi, le  loro associazioni grossolane, superficiali e sciatte.

Perché il ciccione è poco attraente, non si ama abbastanza, forse non si cura, non si lava, non veste con attenzione, mette qualsiasi cosa trova basta sia larga e sformata, oppure nascondente, e comunque si autodisprezza.

Perché il ciccione emana cattivi odori, cura poco la sua igiene intima, scorreggia parecchio perché in preda a flatulenze incontenibili, perché ha problemi ormonali, perché, appunto, non si lava, un po’ come lo zingaro e il negro ma ancora peggio perché il ciccione lo fa apposta.

Perché il ciccione come l’ameba non ama muoversi, attende sul divano davanti alla tivù con occhio vitreo, elastico ormai al cedimento e panza che deborda in ogni angolo, e si avventa sul cibo e scaraventa il cibo nel suo corpo, ogni tipo di cibo specialmente il cibo spazzatura ad ogni ora della giornata e della notte, anche quando non è veramente ciccione ma è molto muscoloso e ha molta più massa magra che grassa.

Perché il ciccione non distingue quali sono i cibi migliori, i profumi migliori, è in preda a una ingordigia talmente distruttiva che non può scegliere la cosa più amabile e la più bella.

Perché il ciccione non sceglie per l’estetica, quando compra un vestito si preoccupa soltanto e unicamente se è largo abbastanza, non se è bello, se è cucito bene, sa ha bei colori e se può piacere.

Perché il ciccione se è bravo a nuotare è perché galleggia come ogni palla di lardo, se ama camminare e ballare è solo perché vuole perdere peso, e se gli piace fare l’amore è perché è un porco o una maialona.

Il ciccione non può amare, non può piacere, può solamente essere in torto e dispiacersi per com’è.

Perché il ciccione è lento di riflessi, ha qualche deficit mentale, è ipotiroideo, cammina lento perché ha difficoltà a deambulare, indipendentemente da quanto pesa, perché il ciccione è ciccione anche quando pesa meno di 80 chili perché da l’aria d’essere un ciccione, si è ciccioni anche quando si è “obesiformi”, a 60 chili si può essere simili a ciccioni e sfottuti come ciccioni.

Perché il ciccione fa schifo, a prescindere, perché l’hanno stabilito dai tempi della scuola.

Perché le ciccione sono brutte, grasso è sininimo di brutto, e il contrario di grasso è bello non è magro.

Perché il ciccione, tutti i ciccioni sotto sotto vorrebbero fare una dieta e se non la fanno è perché non ci riescono, perché il ciccione non ha carattere, forza di volontà.

Perché il ciccione può essere amato solo da uno della sua categoria, oppure da una persona con perversioni sessuali “gli uomini che amano le grassone”, un po’ come le lesbiche e i froci, ma ancora peggio, perché il ciccione lo fa apposta.

Perché il ciccione si ammala e muore, molto di più, anche delle cose di cui s’ammalano e muoiono le persone magre.

Perché quando un ciccione si ammala, è solo perché è un ciccione, il magro invece… fatalità.

Perché il ciccione occupa troppo posto, invade il posto che dovrebbe essere riservato alle persone sane.

Ma soprattutto i ciccioni sono tutti uguali, come sono uguali, tutti uguali fra di loro nei loro insiemi tracciati dai normali, come sono tutti uguali i negri, le lesbiche, gli zingari, i cinesi, i froci e tutte le “minoranze” del pianeta.

Perché solo i normali possono permettersi il lusso d’essere diversi.

le dimensioni non contano

* prima che Splinder chiuda definitivamente, voglio riproporre ancora qualche vecchio post dal mio vecchio blog… vecchio… non esageriamo… avvertenze e modalità d’uso, gli argomenti da me descritti sono riservati a un pubblico adulto ma con tanta voglia di tornare bambino

ululato da Pralina alle ore 23:53 lunedì, 10 settembre 2007

Vi0la ha fatto un gradevole e interessante post sull’arte della seduzione. Io, eccitata dal suo suggerimento, vorrei farlo sul “Quanto è importante la dimensione dell’organo maschile nell’atto sessuale”.
Naturalmente tutto ciò che scrivo è frutto di farneticazioni e delirii, quindi vi prego di darci un’importanza relativa. Si accettano anzi sono graditi i vostri illustri pareri in materia. 
 
Sotto, la mitica Mae West.
https://i1.wp.com/www.typophile.com/files/maeWest_3573.png


Lezione di sesso della prof. Pralinatuttifruttenstein (ihihihihihihihihihihihihihihihi!!!)

Noi donne, si sa, siamo bastarde per natura, con il nostro uomo facciamo le romantiche svenevoli e gli facciamo notare quanto ci avrebbe fatto piacere ricevere delle rose rosse in regalo per il complemese della nostra relazione e quanto siamo tristi e adirate per non averle ricevute… e poi con le amiche parliamo come delle camioniste al bar dell’autogrill.
L’amica, quando esci con un uomo, non ti chiederà mai “Vi siete divertiti? E’ un tipo piacevole? Di cosa avete parlato? Era buona la cena? Siete stati bene? Ti sembra che la sua compagnia sia adeguata per te? Si comporta da signore?”

Nossignore.

L’amica vi chiederà, blocknotes e metro da sarta alla mano, le misure del suo pene. E se funziona bene.

Ora, care amiche, sfatiamo il mito che “Noooooooooooooo… a me non interessano le misure, basta che respiri” perché non è vero.
 
Ci sono però delle regole che dobbiamo imparare a rispettare, altrimenti ci trasformeremo in campioni di Wrestling perdendo tutto il nostro fascino e la nostra dolcezza.
L’uomo va incoraggiato SEMPRE e va tirato su. Va tirato su in ogni modo. Una volta in giro per i blog ho letto di una donna che ha riso davanti al pene del suo uomo. Non si ride mai, mai! nemmeno se vi apparisse una biscia verde fluorescente con un naso da clown. Il pene va incoraggiato in caso di momentanea ritirata e portato in processione in caso di trionfo.
Perbacco, ma immaginate voi care signore, cosa significa stare con una salsiccia così lì, quali responsabilità comporta… certo è facile parlare per noi, che allarghiamo le gambe e facciamo un po’ di spinte in su e in giù come fare aerobica o come al corso preparto.
Immaginate quanto impegno ci si deve mettere per irrorare di sangue un affare, soprattutto se è molto grosso e certamente più grande dell’area del cervello maschile preposta al linguaggio. Loro non possono fingere l’eccitazione e, spesso, in quel momento non riescono neanche a parlare, tranne forse un paio di frasi stereotipate che vertono sulla nostra presunta innata capacità di prostituirci (il grugnito è in quel momento, credetemi, la loro unica forma complessa di comunicazione). Se addestrati, riescono a urlare Ti amo perché non ha più di cinque lettere in tutto. Come ne ha solo cinque la parola troia. Quindi non pretendete conferenze stampa, e diffidate degli uomini che a letto, sul pezzo, parlano come un operatore di un call-center.

Non date per scontato che basti cucinare le vongole dell’hard discount e presentarvi con un completino di pizzo nero per ottenere risultati sorprendenti. Usare un profumo troppo intenso può coprire i cosiddetti feromoni. E un rossetto rosso fuoco può allontanare un bacio anziché invogliarlo. Alla fine, agli uomini del completino sexy con le guepiere gliene frega il giusto (la maggior parte degli uomini ritiene che le guepiere siano un attrezzo agricolo valbrembano). Spesso ve lo strapperanno semplicemente di dosso senza sapere che roba è, a meno che non capitiate con un mercante di abbigliamento con tendenze omosessuali latenti com’è successo a me. Essere gradevoli, pulite, curate, toniche, lisce, e mediamente arrapanti è già sufficente per fare scattare il desiderio in un uomo, la biancheria sexy ed altri artifici femminili servono a NOI come deterrente contro la depressione e per darci maggiore sicurezza (che è la fonte della seduzione). Cosa si può pretendere da un genere che non distingue il nero dal blu, il rosso dal rosa. Gli uomini sono quasi tutti daltonici quando si tratta dei vestiti delle loro signore. E che importanza ha. Infatti è a noi che frega della biancheria intima sexy, delle calze giuste, dei colori abbinati en pendant, delle scarpe coi tacchi, ci fanno sentire più femminili e ci aiutano a migliorare il nostro atteggiamento e quindi anche il nostro aspetto.
Allenate i muscoli del pavimento pelvico e preparateli tutti i giorni. Per “fare ginnastica” è sufficente rilassare e comprimere i muscoletti intorno alla vagina in movimenti alternati, come si fa per trattenere molto forte la pipì. Fatelo per qualche minuto tutti i giorni; potete farlo anche sull’autobus o in metropolitana, tanto chi se ne accorge. Il piacere sarà più forte se non offrite un buco inerte, ma una cava delle meraviglie e una caverna di Ali Babà.

Regola numero uno. Il tempo. La prima volta, le prime volte che si fa l’amore, non sono sempre le migliori, toglietevi dalla testa le immagini dell’uomo supervirile che sbatte per ore la figona di turno e insieme urlano come Tarzan che abbia Cita attaccata ai coglioni.
Ci vuole molto tempo per l’amore, bisogna conoscersi, ampliare la conoscenza reciproca. Bisogna frequentarsi parecchio fuori dal letto, sintonizzarsi sui gusti e sulle sensibilità comuni, capire cosa ci da piacere e cosa no, provare, testare tutto. Non importa cosa direte alle amiche, importa che stiate bene. Uno dei killer dell’amore anzitempo è proprio la mancanza di tempo.
Per questo sono scettica e restia agli incontri da una botta e via, allora tanto vale andare in palestra e farsi un’ora di ginnastica.
Regola numero due. Tenete alla larga per un po’ le amiche, perché noi donne quando sentiamo odore di salsiccia sulla graticola diventiamo troppo curiose e iniziamo a dispensare ogni genere di consiglio (come quelli che vi sto dando ora e anche peggio).
Regola numero tre. Non esiste una “normalità” in amore, ogni cosa è lecita quando non danneggia creature piccole e fragili come i bambini e gli adolescenti, quindi spazio alla fantasia che è l’unico afrodisiaco veramente potente. Tranne il sado-maso, vabbè le unghiette piantate sulla schiena e le sculacciate non sono proprio sado-maso dai, ho provato molte cose gradevoli: fare l’amore nella vasca da bagno, nella doccia, sulla tavola semiapparecchiata, su una poltrona, su un treno, su un tetto, e questo per ricollegarmi al posto più strano dove ho fatto l’amore… sì, un tetto, nel centro della città… sconsiglio vivamente l’automobile, specialmente se non ha i freni funzionanti… sconsiglio pure lo stereo con il punk rock a tutto volume per un amante della musica classica… io e il mio amore tedesco giocavamo tantissimo… naturalmente lotta coi cuscini prima di andare a letto… insomma, usate la fantasia e tornate bambini. Tornare bambini, rimbambirsi letteralmente, è la più grande garanzia di divertimento. Prendetevi cura di voi, come se non foste autosufficenti. Lavarsi insieme, per ore, farsi reciprocamente lo shampoo, imboccarsi col cibo, sono pratiche molto liberatorie. Possono dare al sesso una grande marcia in più ed aiutarvi a liberarvi dai tabù.
Regola numero quattro. Non usate il Viagra che è una porcheria infame. Non bevete troppo, perché l’alcool vi darà subito una sensazione di poter spaccare il mondo ma poi crollate al primo round. La marijuana può allentare le inibizioni ma sicuramente passerete la notte, tutta la notte a ridere provandovi bizzarri occhiali da sole vintage davanti allo specchio oppure a cercare di convincere il vostro partner che non avete peli, ma spine di cactus, e poi sarete presi dalla fame verso le 5 del mattino, e un desiderio così intenso di mangiare non sempre si concilia con il sesso, anche se si può integrare alle effusioni amorose. Lasciate perdere la cocaina e altre porcherie.
Regola numero cinque. Parlate. Dite tutto quello che vi passa per la testa. Raccontategli le vostre fantasie ma anche le vostre difficoltà. Accarezzatevi. Se c’è un blocco, cercate di parlarne, parlatene fintanto che non sentite allentare la tensione. Non ridete delle sue paure e dimostrate con lui la stessa pazienza che dimostra con voi. Ascoltatelo.
Avete paura della trasmissione di qualche malattia? Ditelo chiaramente, anzi, imponetegli l’uso del profilattico. Gli uomini a letto sono carini con noi, e sono più comprensivi di quanto non si possa immaginare. Chiaramente se non sono comprensivi, bye bye e arrivederci…
Regola numero sei. Il cosiddetto punto G sta nel cervello. Non ripassate l’alfabeto nella vana speranza di trovarlo. L’orgasmo non è un obbligo né per l’uomo né per la donna, abbandonate le ansie da prestazione, a letto non si recita, si vive. Non ci sono bambolotti di pelouche da vincere come al tiro a segno del luna-park. Meglio passare la notte nudi e abbracciati e viversela con tutti i sensi all’erta, che passare da un soggetto all’altro con amplessi record, eventi spettacolo di cui potersi vantare.
Il “nulla” non esiste. Se non c’è penetrazione, non è “nulla”, è un rapporto tra un uomo e una donna o tra due esseri umani che ci ha fatte felici. Dormire insieme non è “nulla”.

Regola numero sette. L’Amore.

In tutto questo direte… allora, che importanza ha la dimensione dell’organo sessuale maschile in un rapporto intimo? Non so, io volevo parlarne, certo che la sua importanza ce l’ha, ma poi mi sono venute in mente tutte queste considerazioni che mi sembrano ancora più importanti.
Però… 25 centimetri… ahahahahahahahahahahahahahahahahaha!!!!!
 
 

come si fanno i pampini

Alla fine del V secolo d.C. l’Italia venne invasa da barbari di origine tedesca che stabilirono una dittatura militare. Espropriazioni dei beni, discriminazioni razziali, persecuzioni religiose colpirono l’intera popolazione. Nel 535 Giustiniano decise di liberare l’Italia. Aveva inizio la guerra gotica. Nel 553 Narsete sconfiggeva definitivamente i goti. Dopo 18 anni di guerra l’Italia era ridotta ad una terra desolata per le distruzioni delle città e la rovina delle campagne, ma soprattutto per lo sterminio fisico di tutta la classe senatoriale che l’aveva guidata per secoli.

[Scena forse avvenuta veramente come descritta. I Goti arrivano a cavallo nelle campagne del ravennate, fanno battute idiote, si ubriacano, saccheggiano le case dei contadini e ingravidano ogni forma vivente all’unico scopo di attuare lo stupro etnico per ordine dei loro capi.] 

“E cuestj kontadinj? spakkiamo la krapa o mettiamo incinte le loro tonne?”
“Cuestj conserviamo sotto sale”
“No no…” “Allora mettiamo incinte e poi mettiamo sotto sale, dai tira fuorj il zvanztukke”
Zuppa zuppa zuppa zuppa zuppa zuppa zuppa zuppa zuppa zuppa.
“Ti eh piaciute?” “Nooooo…”
“Lo ticefa io ezzere irresistipile, avanti altra kontatine, ti sporro tentre”
“Aiuto…” “Poke storie, tefe sporrare tentre, perkeh piance? piange eh malo, io sempre skerzan”
Sporra… splut! splut! SPLUT!
“Porta altre kontatine, kapo ha tetto che tefe sporrare tutte… no tentro tette, tutte tentre, kretino!”
“Kapo ha tette ke tefe mettere in tinta tutte! allora io ke sono piuh piccolo ho prese due calline! ma grosso zvanztuc di 23 centimentri non entra tentre sebbene due calline!”
“Kretino, due calline non sono tonne! noi tobbiamo fare i papà per tutti pampini! non UOVI!”
“Ma pampini escono anke da calline!”
“Franz, tu ke hai un zio longobarto e sei un pochino piuh sveglio, spiega tu a cvesto kretino come si fanno i pampini”
“Fieni” “Noooo…” “Dai fieni, eh facile per tua krapetta”
Zuppa zuppa zuppa zuppa zuppa zuppa zuppa zuppa zuppa zuppa.
“Oi oi oi!” “Hai capito Sigulsvald, come si fanno pampini?”
“Da cvulo di vuomo!”
“Allora qvesto eh proprio kretino, taglia il zuo zvanztuc e servi come wurstel”
 
Arrivano altre donne trascinate nel fango per i capelli fra le risate degli uomini.
“Sarah pelle federe risultate dopo 9 mesi di splut splut!”
“Aiutoooo…” “Non c’è aiuto, solo procramma di ingravidazione forzata per le tonne di qvesta landa desolata, come si chiama?”
“Romania, perke terra di Roma”
“Allora dell’est di Roma, ihihihihihihihih!” “Saraj impecille, est si trova là” “Tofe?” “Laaaaaa”
“Noi siamo procrammati per miglioramento di razza. Sarah pelle imporre le nostre intrinseke cualitah”
“Cuali cualitah?”
“Il grosso svanztuc, gli okki cielo, i poki kapelli, e la crante intellicenza”
“Aaaaaah… cuella cualitah… i poki kapelli!”
“Il kapo ha tette che noi toppiamo preferire tonne con krosse tette per tradizione alemanna!”
“E se tonna ah tette pikkole?”
“Uccidetela, tonna con tette pikkole non può fare pampini di 5 kili, e se li fa lui non puoh zukkiare troppo lattone”
“Aaaaah… ma se pimpo eh pikkolo fa tenerezza!”
“Ki ah parlato di TENEREZZA??? Ki eh stato?”
“Eh stato David”
“UCCIDETELO! Fategli respirare il gas delle ascelle! e poi bruciatelo!”
“Furer, io ho sporrate mio crosso zvanztuc su icona sacra perkeh per habitudine mi eccito cosih”
“Ahahahahahahahahahahahahahahahaha!!!! (tutti ridono) tagliate la krapa di cvesto impecille, e giocateci a bocce… cvante folte io tefe dire ke si sporra tra coscione di tonna e non solo su kulone? Radagior, cos’hai capito?”
“Pietah kapo, tutti concetti inzieme nella mia krapa non ci stanno! se penso a kulone ci sono due parti di kulo, su cvale io tefe sporrare?”
“Ho tette coscione non kulone! Portatemi un tizzone ci spengo gli okki!”
 
Triste capitolo della storia italiana ormai sepolto nelle nebbie, ogni riferimento alla qualità del DNA dei ravennati è… irrilefante. 
 
 
 
 

sex and the cita

* da sola o in coppia? questo è il dilemma… sono passati anni ho incontrato di nuovo l’amore ma ancora, a volte, me lo chiedo…
 
 
ululato da Pralina alle ore 23:57 domenica, 28 ottobre 2007 
Da molto tempo ormai, dormo abbracciata al cuscino e penso che sia bene così.
 
Non vorrei mai sommare i problemi di un altro ai miei (o viceversa), sono convinta che l’amore non serva affatto a riempire i vuoti esistenziali e a non sentire la solitudine. Quante volte, anche recentemente, ho conosciuto o reincontrato coppie insoddisfatte, mal assortite, annoiate, con certi sguardi spenti e malinconici, con dei rimpianti grandi.
Coppie che non sopravvivono al primo grosso litigio o che vanno avanti senza entusiasmo negli anni. Non li invidio! E quei pochi che invece stanno bene in amore, non li invidio lo stesso, perché so quanti compromessi a volte si fanno per continuare a stare assieme dopo i primi fuochi. 
Semplicemente penso che non sia arrivato il mio momento, o forse non arriverà mai più.
 
 
Tuttavia, essendo un essere vivente (animale), di genere femminile… sento di avere degli istinti, sento di desiderare un uomo. Bene, bando ai preamboli, questo è ciò che sento quando desidero un uomo. Perché non sono ancora morta!
 
A volte sento un bisogno irrefrenabile di carezzare e baciare il corpo di un uomo.
Le mie mani non hanno dimenticato niente, delle sensazioni provate in passato… Mi piace tantissimo carezzare, dolcemente, lievemente. Le carezze, e l’abbraccio, sono tutt’uno col mio modo di sentire, primitivo, istintivo, dolce, passionale. Le cose che amo di più quando ho la fortuna d’avere un amore, un compagno, sono di guardarlo negli occhi e di carezzare il suo viso e le sue labbra. Con teneri sorrisi e piccoli morsi.
Mi piace essere presa fra le braccia, lo scrivo anche se mi fa un po’ (o tanto) male ricordarlo, perché fa ancora parte di me.
Ricordo d’essere stata tanto felice quando dormivo con il mio amore o con uno dei tanti che ha attraversato la mia vita senza preoccuparsi di proseguire con me il cammino.
Ricordo che al risveglio avevo tutti i capelli arruffati e la pelle liscia e certi occhietti splendenti come attraversati da centinaia di stelle, che non importava nemmeno che mi truccassi perché risaltassero così tanto. Avevo un visetto buffo e liscio come quello di una bimba e le labbra dischiuse in un sorriso dolcissimo.

Ricordo che andavo a fare la pipì e la facevo davanti a lui e sorridevo timida e felice, vergognandomi un po’ della mia animalità.
Ricordo le colazioni e i pranzi e le cene insieme all’amato, un tripudio di sensi, e non soltanto il gusto. Ricordo che mi riusciva tutto benissimo come se il mestolo fosse una bacchetta magica, che sembravo una cuoca sopraffina, ricordo del cibo imboccato reciprocamente, dei brindisi col vino rosso, degli sguardi saettanti da un paio di occhi all’altro. Ricordo che un amante paragonò i miei denti a una collana di piccole perle.
Ricordo le lacrime reciproche, le parole, i silenzi per cercare di ascoltarci, e il suono delle risate che a volte continuava a rimbalzare sulle pareti per una notte intera.


E poi i baci… quelli, sono meravigliosi… un arcobaleno di baci che copre tutto il suo corpo, ed il mio.
Lo so… parlare dell’amore senza l’amato è come parlare di acqua nel deserto, ma a volte qualcosa si risveglia, non si può sempre insabbiare tutto.
Allora i baci… mi piace darli e riceverli… e la mia lingua è deliziosa ovunque. Si insinua, osa, senza reticenze.
Adoro essere presa fra le braccia e tenuta così, mi piace dormire abbracciata a un uomo e voltargli la schiena, per sentire il contatto della mia parte posteriore con quella sua anteriore, la pienezza della mia schiena e le rotondità sode del mio culo contro un ventre maschile che si sveglia anche nel cuore della notte.
Adoro il tocco leggero o insistente delle sue dita che cercano il mio seno e non faticano a trovarlo, coi capezzoli protesi sporgenti e duri come sassi pronti per essere succhiati o risucchiati nel gorgo della sua bocca… mi sento morire quando le sue labbra si posano sul mio collo, quando mi succhiano la nuca dopo averla denudata dal mare di capelli. Dio potrei fare qualunque cosa per un uomo che mi sussurra nell’orecchio parole d’amore e che mi bacia il collo.
Mi bacia il collo ed io non riesco più a pensare, vado in corto circuito… balbetto… mi cadono gli oggetti dalle mani… mi sento indifesa… mi sento così femmina!

 
 
Mi sento femmina al 100%, anche quando faccio la clown in radio, la giornalista, la scrittrice, la pittrice… anche quando ho delle responsabilità di mamma così forti che conciliare la passione per un uomo con la vita familiare non è facile… anche quando sono in crisi con me stessa e divento un po’ (o forse tanto) orsa… quando non so dire cosa provo e non so fare la “carina” con gli uomini solo perché sono tanto timida e non conosco le tecniche e le tattiche e non so fare nient’altro che cercare di assecondare i miei desideri in un modo semplice e genuino… mi sento femmina anche quando non “sembra” che sotto a questo guscio c’è… una creatura con così tanta voglia di amare, di un amore vero, grandissimo, passionale, dolce, pulito, e senza difese.
 
Ho voglia di abbandonarmi senza riserve fra le braccia di chi.
 

 

 

una novella ispirata al naso di gogol – 4

ululato da Pralina alle ore 16:45 sabato, 04 agosto 2007


Una novella originale di Pralina Tuttifrutti,
molto liberamente ispirata al racconto Il Naso di N. Gogol’


Quarta (e ultima) parte.
 

Rimisi la topina in borsa, mi accertai che la zip fosse completamente chiusa, e buttai la rivista in un cestino dei rifiuti.

Dopo nemmeno dieci minuti dal momento in cui mi ero voltata, c’era già un uomo che sbirciava la rivista. Quando il mio sguardo si posò su di lui, fece finta di niente.

Arrivai alla spiaggia libera e trovai un posto sugli scogli. Stesi il telo sul punto più appartato, ma continuai a tenere la borsa chiusa, per precauzione. Poi, non so per quale ragione, commisi l’imprudenza di aprirla completamente, ma avevo bisogno della crema solare protezione fattore F (Finlandese) che si trovava in fondo.

Bene, la bastarda saltò come un grillo fuori dalla borsa, e ridendo e saltando si tuffò in mare.

Urlai. Urlai Nooooooo! con quanto fiato avevo in gola, alcune persone mi chiesero cos’avevo fatto, con le lacrime agli occhi risposi che mi aveva punto un’ape. Una ragazza molto gentile si offrì di portarmi al pronto soccorso, ma ovviamente rifiutai.
Ma non c’era nulla di cui preoccuparsi: la passerina galleggiava benissimo, e perdipiù i suoi movimenti di contrazione e rilassamento, le consentivano di avanzare modello medusa.
Mi chiesi se qualche pesce l’avesse divorata. Se l’avessero pescata con la rete e rimessa in vendita surgelata, insieme ai totani e ai calamari. E in ogni caso era la MIA passerina, l’unica passerina che avevo. Poi tutto mi parve così buffo, che mi misi anche a ridere.

Improvvisamente intravidi una specie di fungo rosa galleggiante. Stava andando in direzione della passerina, della MIA passerina… oh Dio.

No, fa che non sia.

Eh, non è possibile.

Troppe emozioni, troppe, troppe, troppe, troppe.

Il fungo era un membro maschile, normodotato, solo soletto. Andava in immersione e poi riemergeva, attorno alla topina. Sembrava una danza di corteggiamento. Sì, lo era. Era una danza di corteggiamento.
Lei pareva gradire, infatti se ne restava immobile, faceva la morta.

Mi alzai in piedi. “Ehi… voi due!”
Risate. Sentii delle risate. Poi sparirono sott’acqua.
Qualche bolla in superficie.
Riemersero, lei sopra di lui, come un cappuccio.
Insomma, per farla breve, stavano scopando.

“Ma… eh…” Mi si avvicinò un uomo. “Bella giornata eh?”
“Ohm, sì, bella, uh!”
“Sa mica che ore sono?”
“Le quattro e 45 del pomeriggio, se mi chiede anche la temperatura le dirò che fanno 36 gradi all’ombra”
“Mi piacciono le donne precise. Ce l’ha una sigaretta?”
“No, non fumo”
“Oh, meglio così, mi piacciono le donne che non fumano”
Guardai da un’altra parte.
“Stasera che fa di bello?”
“Di bello? Torno a casa”
Il tizio era appetibile, ma la mia tensione per quello che stava accadendo era veramente troppa per concedergli attenzioni.
“Allora non si fermerà a lungo”
“Una giornata arriva in genere fino a sera”
“Oh, abbiamo un’umorista! Mi piacciono le donne umoriste”
“Senta, ho un problema serio, e molto delicato, non ho voglia di stare ad ascoltarla, mi dispiace”
“Lei è risoluta. Mi piacciono le donne risolute”
Mi rivestii. Presi la mia roba e scesi dagli scogli.
“Arrivederci” gli dissi.

In quel mentre la passerina e il suo nuovo compagno uscirono dall’acqua e mi vennero incontro festosi. Il cazzo si muoveva sollevando le palle alternativamente, mentre la passerina procedeva a balzi.

“E lui di chi è?”
“Ooooooooooh, non lo ciò!!!!! Ahahahahahahahahahahaha!!!!”
“Fai parlare lui!”
“Non cià palla’e” (traduzione: non sa parlare)
“Perché mai non potrebbe parlare, se parli tu, piccola sciocca maleducata”
“Pecché ce pensa, non può fae l’amo’e” (traduzione: perché se pensa, non può fare l’amore)
“E adesso come faccio? Sicuramente qualcuno lo sta cercando… lascialo qui che il suo padrone torna a prenderselo”
“Nooooooooooo! bu-uuuuuuuuuh…” la topina si mise a piangere a dirotto, e il pisello pure, cioè, solo qualche piccolo singhiozzo, di riflesso, per simpatia. Si misero uno accanto all’altra. Cercai di dividerli, ma facevano resistenza. Presi il cazzo in mano. Era veramente turgido.
Passò una nonna coi nipotini e mise subito una mano sugli occhi del più piccolo, mormorando qualcosa come “Che roba!”
Dissi ad alta voce: “Mah, che roba sì! Chissà chi abbandona questi giocattoli di plastica sul litorale… forse i CINESI! (e poi, abbassando i toni) Vi prego, prima che qualcuno mi arresti per pesca non consentita, mettetevi nella borsa, che andiamo a casa”

Tornai a casa, anzi, tornammo a casa.

Durante il tragitto ipotizzai le cose più strane, ma soprattutto pensai come fare per restituire il cazzo al suo legittimo proprietario. Non lo avevo mai visto. Ma forse conoscevo il proprietario. Non aveva nessun segno distintivo… che so, un tatuaggio, un piercing. Era rosa, e questo era tutto, quindi apparteneva a un uomo bianco occidentale. Era giovane e liscio, non più di 35 anni. Ma non bastava.
Sarei andata all’ufficio oggetti smarriti? Alla ASL… o all’Università di medicina? Un annuncio economico? O mortuario? Un riscatto? Chiedere un grosso riscatto, sicuramente il proprietario sarebbe stato disposto a darmi una cifra pazzesca pur di riavere il suo gingillo. Diamine, in fondo era un uomo giovane. Mi avrebbero arrestata, sarei finita sui giornali come Lorena Bobbit.
Naaaaa… avevo bisogno di un buon sonno rigenerante.

Li liberai nella mia camera da letto, dove iniziarono a grufolare come matti.

Erano già le dieci di sera ma nonostante l’ora iniziai a preparare la cena. Suonarono alla porta. Era un mio amico.

Lo abbracciai fortissimo, perché non lo vedevo da quattro mesi e non lo aspettavo quella sera. Era in ottima forma, tranne un’espressione cupa e senza il solito scintillio negli occhi.
Mi aiutò a mettere in tavola. Gli versai un buon Tramignot rosso nel bicchiere, ne bevvi anch’io.

“Stai bene, no?”
“No, per niente! Sapessi cosa mi è capitato tesoro!”
“Racconta, poi ti dico cos’è capitato a me”
“Ero a Zibizi che stavo facendo il bagno in mare… lì mi è sparito… il cazzo insomma… il pisello con i due testicoli, tutto… non c’era più… faccio pipì da un buchino… non puoi immaginare la disperazione!”
Ero allibita.
“Ma tu non eri a Zibizi a lavorare?”
“Appunto! Lavoravo in spiaggia e facevo tanti bagni, sai il mare là è stupendo, ma… non avrei mai immaginato di trovarmi in queste condizioni, andare a fare il bagno e zac! trovarsi così… no, guarda, non sono stato morso da qualche animale e pescecani non ce ne sono… cazzo, avrei sentito male no? Niente sangue, niente dolore, niente di niente, scomparso così… blablablablablabla… ho lasciato il lavoro a un mio collega e sono tornato a casa per qualche giorno, giusto il tempo per andare dal mio medico, chissà magari è un problema ormonale, forse mi dovranno operare… blablablablablabla… sinceramente non so più cosa pensare, io non ci sto più con la testa, mi sembra quasi di impazzire… Non l’ho detto nemmeno a mia madre, quella ci muore! Ma pensa, se succedesse a TE un affare del genere?”
“E’ successo anche a ME!”
“Ma quando? Ma dai, mi prendi in giro! Hai sempre voglia di scherzare tu. Guarda che io ci sto male veramente!”

“Vieni”
Lo presi per mano e lo accompagnai in camera da letto.

Fine.

 

una novella ispirata al naso di gogol – 3

ululato da Pralina alle ore 23:38 giovedì, 02 agosto 2007

Una novella originale di Pralina Tuttifrutti,
molto liberamente ispirata al racconto Il Naso di N. Gogol’


Terza parte. 


“Dai, su, esci…”

Silenzio.
“Ma come, ti ho ridato la libertà e non ti faccio scherzi e tu…”

Mi sollevai appena un lembo della gonna e diedi una sbirciatina. Orrore. Come in gioco di prestidigitazione, la topina era sparita sotto la stoffa.
Ma si era infilata di nuovo al suo posto? Oppure no?

Andai alla toilette del treno, era occupata.

Attesi, cercando di nascondere il mio nervosismo.

Finalmente la porta si aprì e ne uscì un uomo, uno di quegli uomini che a cinquant’anni se ne sentono diciannove scarsi, con un riporto di capelli per il quale, sicuramente, aveva speso due ore davanti allo specchio, ma jeans e maglietta casual.
Mi guardò a livello di tette e mi disse: “Dove vai di bello?”

“Vado al cesso, non vedi?”
“Svegliata male?”
“Almeno senza di te, che è un bel guadagno!”
Mi chiusi di slancio, e quello rimase di sasso.

No. Era davvero scomparsa.

Scesi a Bagni di Strega Lella, una ridente località balneare… bof… veramente io non avevo affatto voglia di ridere, percorsi il viale dalle lunghe palme svettanti, continuando a chiedermi che fine avesse fatto.
Se mi avesse preceduta. Se fosse rimasta spiaccicata (orrore!) dalle persone che scendevano dal treno. Se finalmente avesse soddisfatte le sue voglie con il controllore. Se… se fosse tornata a casa?
Mi fermai ad un bar per fare colazione, poi passai davanti ad una edicola.
Fui colpita da qualche immagine di rivista sexy patinata, rallentai la mia corsa. Mi fermai a guardare.

Nooo!

In una copertina c’era proprio lei, la mia passerotta.

Era completamente adesa alla foto di una figona stratosferica, sì una top model, una di quelle bambole con le quali non potrò mai competere per le misure…
La tipa di topa con labbra rosa tumidissime e occhioni da cerbiatta, se ne stava a gambe leggermente aperte. Quella scema della mia passerina aveva trovato confortevole appiccicarsi lì, fra le sue gambe, in un gioco camaleontico di mimesi.
Il tutto risultava assolutamente demenziale: la top model era perfettamente liscia, foto-scioppata e sembrava di plastica, ma la passerina era perfettamente reale, con le sue pieghe, i suoi peli, e… dopo un giorno senza bidè onestamente cominciava ad odorare di formaggio francese.

La giornalaia, una bella signora sui sessant’anni, supponendo che fossi straniera, sorrise e mi rivolse due parole in inglese.
“No, sono italiana”
“No, perché credevo che lei fosse straniera”
“Lo so… beh… ci sono abituata… (con voce molto bassa) Cosa ci fai lì, stupidina? Scollati subito o sono guai! Hai capito, razza di esaltata senza cervello?”
“Desidera?”
“No, era semplicemente… così… per dare un’occhiata…”
“Si figuri… faccia pure…”
“Senta… (Dio, che imbarazzo tremendo) potrebbe darmi quella rivista lì?”
“Quale?”
“Quella con la ragazza con il cappello da cow boy! Quant’è?” (pago subito, prendo e scappo via… ti odio… ti odio… ti sputerei addosso guarda)
“Ma guarda, come son fatte bene queste riviste, si direbbe persino tridimensionale… in un certo senso… sarà mica come AnnaBolena che aveva un gadget all’uncinetto… mah… Se le interessa ci sono pure i DVD hard”
Gliela strappai quasi di mano. Me la infilai in borsa. Pagai e mi voltai subito come se fossi una ladra.
“Senta, signora… signorina…”
“Sì?”
“Il resto! Ha dimenticato il resto!”
La giornalaia sorrise, e nel suo sorriso ci vidi il marchio dell’infamia, la vergogna, la lettera scarlatta, la gogna medievale… dovevo avere un aspetto pessimo.
“Qualcosa che non va?”
“No no, tutto bene, grazie!”
“Grazie a lei!”

Arrivata sul lungomare, mi sedetti su una panchina, lontana da occhi indiscreti, tirai fuori dalla borsa la rivista corredata di gadget, e la topa mi rivolse la parola:
“Ciei ‘abbiata? Naaaa… Uno checcio! Solo uno checcio!” (traduzione: sei arrabbiata? uno scherzo! solo uno scherzo!)
“Ma che parli, come Maurippio Pottancio? Guarda, non me lo fare più… sono due giorni che ti inseguo e una notte che non dormo… mi hai fatto fare certe figure di merda, ho dovuto persino pagare per averti! Ti rendi conto, io che pago per una passerina!”
“Ahahahahahahahahahahaha!!!!!!! Queccia è buonaaa!!!” (traduzione: questa è buona!)
“Senti, facciamo una cosa, io te lo trovo un uomo… io me lo trovo un uomo… però anche tu devi avere pazienza! Dai, perfavore, dimmi che non scappi più!”

(3 – continua)

una novella ispirata al naso di gogol – 2

ululato da Pralina alle ore 13:38 mercoledì, 01 agosto 2007

Una novella originale di Pralina Tuttifrutti,
molto liberamente ispirata al racconto Il Naso di N. Gogol’


Seconda parte.
 

La mia passerina era sul sedile davanti a me. No, dico. Stava mollemente riposando. Se ne stava tutta stravaccata, sdrollata, come, che so, una frikkettona.

Esultai in silenzio.

Pensai alla fortuna d’avere preso quel treno per il mare, poi pensai che sicuramente dopo qualche fermata, sarebbero salite delle persone, non era il caso di continuare la patetica esibizione.

La toccai leggermente con un dito, e quella rinvenne subito. Sospirò, la goduriosa.

Le chiesi, cercando di tenere la mia voce ad un livello medio basso: “Ehi, ma che t’ho fatto! Ti sembra questo il modo di sparire? Ti ho cercata tutto ieri, ero davvero disperata…”
Mi rispose: “Non zi p’endi più cua zi me, io ciono ciccie” (traduzione: Non ti prendi più cura di me, io sono triste)

-Una passerina, come ben sapete, non avendo i denti, non può che parlare in questo modo, a meno che non si faccia una dentiera-

“Ma come? Ti lavo tutti i giorni! Ti vesto solo con slip di pizzo! Non ti ho mai messo le mutandine leopardate e nemmeno quelle bianche ascellari… almeno riconoscimi il buon gusto!”
“Ma cì, buon guccio, muaaaaah! Non pao del bidè… che poi mi noia” (traduzione: Ma sì, buon gusto, ma! Non parlo del bidè, che poi m’annoia)
“E allora? Sei una passerina ben tenuta, pulita, carezzata, non ti ho fatto mai mancare niente!”
“Ah no, non è veo… mi tocchi ciolo tu, non mi tocca necciuno, ciolo tu… ed io… io pianguuu… uhuhuhuhuhuhuhuhuhuh… bu-bu-buuuu… bu… bu… bu… bu…  bu-uhuhuhuhuhuhuhuhuhuhuhuhuhuhu!!!” (trad. mi tocchi solo tu, non mi tocca nessuno, solo tu… piango… faccio piangere anche il traduttore…)

“Ti prego… non fare così, e poi… oddio, c’è il controllore… ti prego, ti supplico, ti scongiuro, nasconditi sotto la mia gonna se no, ti fa pagare la multa! Oppure mi fa pagare la multa! Oddio, che casino…”
“Foffi maccia, poi tu mi ‘ipendi” (traduzione: fossi matta, poi tu mi riprendi)
“No, te lo prometto!”
“Giuin giuello?” (trad. giurin giurello?)
“Sì, giurin giurello, vieni… dai vieni che ti asciugo il muco col fazzoletto… poi quando è passato ti lascio andare!”
Oplà. Nascosta. Zitta.

Passò il controllore, un ragazzo bellissimo di trent’anni, bruno, abbronzato, con due occhi neri come il carbone; aveva le maniche rimboccate che scoprivano un superbo tatuaggio sull’avambraccio sinistro… la gonna cominciò a tremare, come durante uno spettacolo di burattini.
“Shhhhhhhhhhh… buona!”
“Ha un cagnolino, signora? Guardi che per i cani bisogna pagare un altro biglietto e tenerlo in braccio. Ce l’ha il guinzaglio e la museruola?”

“Ma quale museruola, non ho nessun cagnolino, sa… faccio parte di una compagnia di burattinai e… ehm… sto andando a fare uno spettacolo, stavo solo provando una scenetta…”
“Ah, se è così… mi era parso di vedere un movimento là sotto, mi deve scusare. Buona giornata!”
“Buona giornata. Uffa. Puoi uscire… è andato via, e meno male che l’ha bevuta!”
Silenzio.
“Dai, coraggio, puoi uscire”.

(2- continua)

 

01 Agosto 2007 – 17:45
 
Ti dirò Pralina che non è facile trattare certi argomenti. Ha fallito – annoiando – persino Diderot con *i gingilli indiscreti* (cioè le passere che parlavano). Ora che cosa c’entra Diderot chiederai tu? Che se una non ha nessuno usa il Diderot? Ma no, dài.

A parte la digressione demenziale, è divertente (azzeccatissimo il linguaggio infantile biascicato perché non ha i denti)

belli i colloqui e credibili.

divertente. ottimo. bello. brava. 🙂

Utente: MariaStrofa Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. MariaStrofa