Archivi categoria: valcamonica

correspondance in valcamonica

ululato da Pralina alle ore 00:17 sabato, 08 settembre 2007

A volte mi chiedo che cosa mi ha fatto felice nella vita e perché. Devo capirlo, perché non voglio mica rifare le cazzate che ho fatto in passato.

Sono stata felice, veramente felice, una settimana che andai in Val Camonica a studiare i graffiti rupestri.
Là infatti c’è il più grande sito europeo di incisioni su pietra, che testimoniano le attività umane (la caccia, il parto, lo sciamanismo, il villaggio di palafitte, ecc.) e la presenza di vari animali (cavalli, cervi, cani, ecc.), dalla fine del Neolitico al passaggio dei Romani.
 

L'immagine “https://i2.wp.com/www.difossombrone.it/images/storiacane/graffito_preistorico.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.

 Eravamo un gruppo di artisti tutti di una fascia d’età dai 40 ai 60 anni, venuti da ogni parte d’Europa. Si parlava inglese, italiano e tedesco.
Il direttore del parco, un grande studioso di paleoarcheologia camuna, ci aveva concesso gratuitamente una capanna per dormire, più un piccolo e grazioso chalet con la cucina il wc e le docce, con una grande stanza che fungeva da atelier comune. Facevamo la spesa insieme e cucinavamo a turno.
Il progetto? Quello di realizzare all’interno del parco, una grande collettiva di opere artistiche dedicata al tema della “Preistoria”.

Conoscevo soltanto uno di questi artisti che aveva studiato all’Accademia con me, con gli altri è stato difficile spiegarsi all’inizio, non parlavano una parola d’italiano.
Gli orari del pranzo e della cena praticamente non esistevano. Ognuno si autogestiva senza interferire negli spazi altrui.
Mi sentivo felice perché mi sentivo libera. Libera di vestirmi come mi pare, d’essere bianca anziché abbronzata e di mangiare soltanto quando avevo fame, che nessuno mi faceva osservazioni su cosa mangiavo, ognuno a tavola si faceva ampiamente i cazzi suoi.
Gli uomini trattavano le donne con un rispetto incredibile, non c’erano occhiate maliziose, né battute cretine, eppure erano molto curiosi, mi facevano tante domande,  mi prendevano in giro (sul mio lavoro e non sul mio aspetto) si rideva e si scherzava, tantissimo, come mai forse in tutta la mia vita. La mia timidezza era scomparsa, mi sentivo perfettamente a mio agio.

La sera mi addormentavo nel mio sacco a pelo sopra una pelle di capra e la mattina quando i cinghialotti grugnivano nel recinto accanto, mi scioglievo le treccine piene di paglia.
Una mattina mi alzai molto tardi, tanto tardi che già le comitive dei turisti erano a far visita alle capanne celtiche. Una bimba sbirciò dentro la capanna e disse alla mamma indicando me: “Guarda, c’è un essere preistorico!” 



Soggiogata dal fuoco della sacra ispirazione, in piena trance da cappuccino e sigaretta artigianale, mi mettevo a dipingere i miei Menhir psichedelici nell’atelier comune, e quelli mi canzonavano perché a dipingere c’erano da molto prima di me. E poi venivano a schiodarmi dal mio dipinto la sera perché volevano che cantassimo insieme.

Ero felice perché al supermercato compravamo gli yogurth che mi piacciono tanto, quelli all’uva fragola e allo strudel, e potevo riempire un carrello senza sentirmi dire “Ma non stai esagerando?”. Andavo a prendere gli yoghurt dal frigo qualche ora dopo, e se li erano già mangiati i tedeschi.
La mattina a colazione le prime parole in tre lingue diverse, bastava questo per scatenare una giornata all’insegna dell’equivoco e del gioco di parole. Ad aggravare la situazione c’era il pittore danese, che dipingeva le navi vikinghe e che russava come l’Orso Yoghi… lui inseriva le parole danesi dentro tutti i nostri dialoghi.
“Ragazzi, non è possibile andare avanti così, ho detto una cosa alle nove di questa mattina e adesso che sono le dieci di sera ancora non la smettete”
“Smettéte, ah! che buffa parola smettéte! Italiana strana lingua. Senti come suona: smet-te-te, smet-te-te-te”
“Aaaaaaaaaaaaaaaah… dio muoio…”
“Muoioio… muuuuuuuuuuuuuuuuuoio… muoioio-io”
“Auuuuuuuuuuuuuuuuh…” (abbaio alla luna, risate)
Ricordo che con due tedesche andammo nel bosco a fare della stregoneria. Una di loro piangeva per l’emozione di questo incantesimo.

L’ultima sera mi trovai con una signora di 56 anni con la faccia da bambina che cantava lo jodel mentre io ballavo il tip tap.
L’austriaca, una bella donna giunonica, disegnò dei grandi cuori sulla lavagna, poi a notte fonda venne a sbaciucchiare gli uomini che già dormivano, chiedendo a ciascuno “Mi vuoi bene?” e promettendo a tutti amore eterno. Quando il danese panzuto interruppe il suo russare con un “Oh!” perché lei gli cadde sopra, credo d’essere morta dal ridere. Piangevo a dirotto, ma dal ridere.
Mi faceva troppo piacere vedere delle persone sui 50 o 60 anni che si comportavano come dei bambini, camminavano sull’erba a piedi scalzi e urlavano di gioia quando trovavano una cosa fan-ta-sti-ca.

Va bene, è stata solo una vacanza… va bene, la sera eravamo ubriachi… ma mi sono sentita a casa.
 

Prali e Keld il vikingo

Ieri sera mi sono trovata a pensare a queste cose, e a pensare che l’anno scorso avrei dovuto tornare da loro, nei boschi della Svezia, anziché andarmene in Bretagna. Forse sarebbe stato diverso, no, sarebbe stato del tutto diverso.
Certo, la Bretagna è fantastica, ma il souvenir che mi sono portata dietro era troppo pesante, quasi m’ha fatto affondare.
Sì, avrei dovuto scegliere un’altra direzione. Ma il mare è strano e i capricci del vento, a volte, fanno sbagliare rotta anche ai marinai più esperti.

Ma zio pera, la prossima volta fanculo il mare!

Annunci