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CONSAPEVOLEZZA

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<<Una percentuale considerevole della gente che incontriamo per via è vuota dentro, cioè, in realtà, è già morta. E’ una fortuna per noi che non lo vediamo e non lo sappiamo. Se sapessimo quante di queste persone sono in realtà morte e quante di queste persone morte governano la nostra vita, impazziremmo dall’orrore >> [Georges Ivanovitch Gurdijeff]

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UNO SGUARDO UMANO

Tu lo sai bene: non ti riesce qualcosa, sei stanco e non ce la fai più. E d’un tratto incontri nella folla lo sguardo di qualcuno – uno sguardo umano – ed è come se ti fossi accostato a un divino nascosto. E tutto diventa improvvisamente più semplice.

Andrej Tarkovskij

1798

splinder è stato anche questo

* Splinder chiuderà i battenti il 31 gennaio 2011 seppellendo tutto ciò che abbiamo scritto, così vogliono le leggi di mercato alle quali nulla importa della presenza di esseri umani… questa è una dedica speciale che faccio agli ex splinderiani, comunque siano andate le cose e quasiasi strada abbiamo preso, fare blog per qualche anno ha significato anche incontrarsi in carne e ossa… la maggior parte sono stati incontri sfuggenti, altre volte hanno lasciato un segno più profondo, raramente è nata un’amicizia, ancora meno un amore. Però il senso della “comunità virtuale” era anche questo, si usciva spesso dai commenti per incontrarsi dal vivo, ricordo telefonate fiume e tanto altro, è stata per me una sperimentazione magnifica, anche se difficile e incomprensibile alle volte. Anche i dissapori erano reali, così come i regali e gli auguri di compleanno. Se incollo qui i vecchi post è perché voglio che non vadano distrutti e che miei amici, amiche di Splinder possano ancora leggerli tramite un motore di ricerca.

ululato da Pralina alle ore 01:28 lunedì, 24 settembre 2007

22 settembre. Roma, raduno dei Fuori di Testa.

 

Ore 11.55 il mio Neurostar arriva in perfetto orario alla stazione Termini, è sempre un’emozione arrivare a Roma, città che mi evoca un sacco di cose… saccheggi, rapine e devastazioni per la maggior parte. Ma anche incendi, violenze di vario tipo.
Quindi cerco di mantenere una calma apparente, e di entrare in questa città con tutto il rispetto che si deve a una città ormai soggiogata ai Barbari, e governata da un Goto dal pallore mortuario con due vistosi pestoni sotto gli occhi vestito e calzato d’oro e di bianco.

I miei due airbag naturali messi in risalto da un reggiseno atomico e da una camicetta stretta in vita e allargata sui fianchi, e i polpacciotti rotondi lasciati scoperti da una gonna scampanata che arriva appena sopra il ginocchio, non lasciano indifferente un ferroviere, che mi fa “Slurp!”.
Sì, mi sento donna dalla testa ai piedi. Cammino con passo morbido e felpato, ma spedita come una missiva elvetica, con lo zaino sulle spalle.

In testa al binario ad attendermi ci sono Monì, la Patty Divina e Antonio, il professore guardiano di mucche. Siccome sono ancora lontana da loro perché la mia carrozza è l’ultima in fondo, Monì mi chiede al cellulare di alzare la mano per riconoscermi. La alzo, e lei comincia a sbracciarsi.
Finalmente li vedo. Finalmente li posso abbracciare, stringere, annusare e vedere… finalmente gli occhi diversi verde-marrone di Monì, queste gemme rare incastonate su una testa deliziosa, questo microcosmo di donna, questa forza grandissima, questa cascata di lacrime e di risate, questo cranio pieno di idee e di capelli castani lunghissimi, mi abbraccia ma con una delicatezza inaudita. Le sue mani fragili mi toccano appena. Sento che ha paura di rompermi. Sento che è preoccupata per la sua immagine, ancora. Ed io lo sono per la mia. Vorrei ricambiare il suo “Come mi trovi?” in modo sincero ed essere creduta da lei. Vorrei risponderle con la stessa domanda, ma poi ci vorrebbe un semaforo o un diritto di precedenza. Sento che non so come gestire tutte queste emozioni che mi stanno arrivando in un modo così violento, e come descrivere adeguatamente a Monì di nuovo cosa intendo per bellezza (già detto nel mio post, ma forse non mi crede) e che mi trovo bene e che sono felice di essere arrivata. Ma che ho anche timore di loro. E che so che loro mi piaceranno tantissimo, mentre io non so quale effetto farò.
Abbraccio Antonio e lo trovo morbido, dolce ed erotico. Così come trovo morbida e dolce la Patty, che è rotondina e solare come me, che ha dei tratti nordici e due occhi bellissimi verdeazzurro, ma parla in romanesco. Antonio ha gli occhi celesti en pendant con le righe della sua camicia, ha i baffi e due paia di occhiali. Mi stringe con energia, vorrei perdermi nel suo abbraccio ma mi ritraggo come una lumachina.
Monì che mi vuole bene, mi fa un sacco di complimenti, mi dice che sto benissimo coi capelli accorciati, che dimostro ancora meno anni. E che sono dimagrita (che è vero). A me mancano un po’ le mie extencions e i miei capelli attorcigliati e aggrovigliati intorno, continuo a toccarmi i capelli biondi come l’oro e sorprendentemente lisci senza capire come e chi possa avermeli districati così bene.
Vorrei parlare, ma non mi escono le parole di bocca. Sono tante le parole, come i capelli, aggrovigliate con i pensieri e annodate con le emozioni, che non so quale delle tremila far passare per prima. Se dare la precedenza all’educazione, o all’ironia, o alla irrazionalità o al savoir faire. E se nel frattempo le mie sinapsi rallentano un po’ il ritmo oppure si sono decise di andare a tremila coi battiti cardiaci.
Antonio mi dice la stessa cosa che mi dicono tutti gli uomini al primo incontro: “Sei timida, eh?” in realtà mi sono bloccata per non lasciarmi travolgere dall’energia sessuale. Avrei infilato la lingua in bocca a tutti (specie ad Antonio) e mi sono dovuta contenere. Un involucro algido e altero, per un contenuto di fuoco e di magma incandescente.

Ricordi Pralina quando accendevi il fuoco sul pavimento, nel centro della stanza? Ballavi la danza del ventre, quel pomeriggio, e i grani d’incenso incandescenti spaccarono il portacenere di vetro. Ecco tu sei così, dirompente e fragile nello stesso tempo.

Mi sono sentita pericolosa, ho cercato di mettere a posto tutti questi strati di me che erano sconvolti da una scossa tellurica molto forte, mentre prendevamo il caffè al bar della stazione la mia mente e il mio cuore, tutto di me, doveva gestire le emozioni. E così, mentre dentro percepivo TUTTO, mentre sentivo con la testa il cuore i sensi le viscere gli altri, i loro discorsi, la loro energia, la loro bellezza, la loro complessità, le loro fragilità, i loro punti di forza e di fuga, le infinite sfumature della loro presenza… fuori davo l’idea, do sempre questa idea, di una che se la tira e che forse rimane un po’ freddina e indifferente.
E’ sempre così, in ogni occasione. Ma dentro ho l’oceano sconfinato, i vulcani sottomarini, l’incontro della lava con la spuma del mare. Solo i miei  occhi celesti, con il loro scintillio selvaggio, tradiscono un’emotività fuori misura.

E Monì, e Patty, e Antonio. Dio quanto li amo.

A un certo punto Antonio dice che non ha trovato un posto per dormire in albergo perché è un periodo di grandissima affluenza di turisti, così lui e Patty fanno qualche battuta scherzando sulla possibilità che lui dorma con me e Monì.
Senza dire nulla, lancio un’occhiata a Monì… una di quelle occhiate di sbieco con gli occhi a fessura, da unna assassina… e lei che mi conosce come una sorella, mi dice “No! No, Pralina, no! Ho fatto separare i letti e basta, dormiamo io e te, dormiamooo capitooo… e basta!” “Maaa…!” “E’ così, e basta!”

Andiamo a cercare gli altri, la metropolitana di Roma ci porta all’EUR, Abreast ha dato delle indicazioni per arrivare al posto -o forse per boicottare il raduno- e ci fidiamo sbaliandooo, noto che Monì nonostante la salopette è sexy lo stesso (difficile essere sexy con una salopette) glielo dico e lei raggiunge un orgasmo, la metropolitana ci strapazza un po’ ma tanto sono abituata a farmi sbattere, alla buon’ora ai giardinetti incontriamo il grande capo Viviana, con la sua tribù di Carlo albatros900, Paolo Okkirossi, Mario wilcoyote, Massimo Abreast con la sua compagna e la nostra amata squaw Roberta Dama del Solefinalmente arriviamo al ristorante ma prima Antonio compra le rose per tutte le donne, dal solito pakistano delle rose.
Mentre tutte le siniore abbandonano le rose sui sedili delle macchine, porto la mia rosa al ristorante ed esigo una bottiglia vuota dove metterla. La rosa è siniora.

Sono seduta davanti all’imponente Connor e di fianco a Monica che Connor Vincenzo punta come un cane da tartufo, lui è un cannolo gigante ripieno di crema, ha una bella figura e un bel viso rotondo e noto che anche lui ha degli occhi molto belli, scuri, con delle lunghe ciglia, labbra tumide e carnose, e un’aria sfavata della serie “E’ inutile che me la tiro, tanto non piaccio e anche se mi dici di sì nun te credo“.
Mario Archimede Pitagorico (il genio della compagnia, e pure carino) è quietamente seduto a capotavola che controlla la situazione con i suoi occhiali radar.
Il cameriere porta qualcosa che sembrano dei fagioli e mi spiegano che sono gnocchi alla romana. Il menù è semplice come il posto, cerco di convincere Connor a farsi fotografare con due fette di salame sugli occhi, ma non ne vuole sapere “Perché unge”.
Mentre Monì ha già dedicato il suo libro a tutti compreso al cameriere, si è messa il cappello di paglia cubano con il quale compare sull’avatar, ha detto trecento volte che non vuole apparire in foto sul blog, ha raccontato cose, ne ha ascoltate altre, ha voluto bene a tutti, si è alzata e seduta seduta e alzata, io sono rimasta lì ferma a fare le mie foto estemporanee, senza preavviso, senza che nessuno se ne accorgesse, e sono venute delle foto splendide (pagare prego, per averle).
La Viviana vivivì nenenè sorride beata, è lei la fattrice e la nutrice di tutto il raduno, è lei, sprezzante del pericolo, nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, col suo baldo profilo, guidatrice impavida e velocie (detto con voce da speaker dell’Istituto Luce) la nostra manager, la nostra guida spirituale, il nostro guru girasole de Siena impiantata a Roma. Ha una bella figura la vivivì nenenè, bella e alta ma non filiforme anzi piena e tamugna con il volto largo rotondo e spiritoso, il naso all’insù e gli occhi scuri vivaci… vorrei dirle che le voglio bene, alla Vivivì, ma non so da quale porta entrare nella sua vita e lei non mi guarda quasi mai tranne quando le chiedo di che segno è, e mi risponde decisa “Sono cuspide! Il resto non me lo chiedere non me ne intendo”.
Con Roby Dama del Sole e Patty difendiamo la categoria maggiorate, potremmo prendere a sberle con le tette un intero reggimento di guardoni. Di Roberta napoletana vestita di nero, sorridente e malinconica, dolcissima, esuberante, risaltano gli occhi verdi e pieni di tenerezza. Ha sempre la sua macchina foto spaziale… a dire il vero in tanti hanno le macchine foto, ma ci promettiamo per rispetto di tutti, dato che non tutti sono d’accordo con la pubblicazione della loro immagine, di non metterle sui blog.
Usciamo dal ristorante nemmeno ubriachi, ma euforici e pieni di sorrisi e così rilassati che sembriamo sotto l’effetto di un sedativo, soltanto io sono schizzata e giro per il parcheggio con la rosa fra i denti, ci facciamo una foto di gruppo (pagare, per vederla) con la t-shirt del raduno.

(1-continua… me la tiro… me la tiro… me la tiroooooooo)

ululato da Pralina alle ore 23:55 lunedì, 24 settembre 2007

Seconda parte (la prima è sotto, nel post precedente)
 
Raduno dei blogger Fuori di Testa – Roma 22 settembre

Dopo il nostro pranzo al ristorante, visto che abbiamo deciso per la Bellavita a oltranza, e il tempo è mitigato da un venticello gradevolissimo, ci stendiamo anzi ci stravacchiamo sul prato.
La dolce Monì che è davvero un angelo in terra o forse non è molto normale, si premura di procurare asciugamani e coperte, per la compagnia che già era rassegnata all’uso delle copertine dei sedili di automobili non bene precisate, e altro materiale da campo nomadi.

Io e Antonio guardianodimucc posiamo coi nostri corpi avvinghiati per i mesi di gennaio e febbraio del nostro calendario immaginario, il mese di marzo eccetera… verrà più avanti…
Arriva un bel signore alto e asciutto, Monì mi dice che è Filemazio e mi fa un piacere immenso, anche perché ho sempre apprezzato la sincerità dei suoi commenti. Chissà perché me lo aspettavo col turbante, invece arriva vestito normale, vabbè… potenza dell’avatar!
Mario wilcoyote tira fuori la chitarra e da Archimede Pitagorico si trasforma in Eric Clapton di Voghera… cantiamo la canzone dell’amicizia di Dario Baldan Bembo, ormai il nostro coro è il più richiesto su Splinder: è gradevole come la manutenzione della piattaforma.

Verso sera arrivano due top model che sono Lilith979 e la sua amica Laura, e se io e Antonio potevamo ambire al calendario di qualche rivista scientifica per la sessualità della terza età, queste due superfighe stratosferiche si prendono la copertina di Vague, infatti prendiamo le copertine e ci alziamo perché è l’ora di cenare.
Vi assicuro che passare tra il pranzo e la cena, senza fare un cazzo, è una goduria infinita. Detto questo.

Andiamo alle macchine e arriviamo alla Piramide. Là incontriamo Nabla e Margherita carini come sempre, e l’ormai celebre struzzo nero Giorgio, che mi aspettavo vestito casual invece viene vestito tutto fighetto e rasato e col pizzetto e meno male senza il boa di suo fratello.

Arriviamo in pizzeria, con pezzi persi e pezzi aggiunti… mi cambio d’abito nella toilette degli uomini (giuro che non l’ho fatto apposta) ed esco, scambiata dai camerieri per un transessuale ucraino, con il mio vestito da sera nero anni 50 con un fantastico decolleté, elegantissimo, molto femminile, cucito dalla zia di Stefania Sandrelli… la pizza si fa aspettare troppo, nel frattempo Carlo albatros900 ingravida con il suo sguardo azzurro-celestino le ragazze e Giorgio non stacca gli occhi dalla scollatura di Roberta Dama del Sole che ha proprio davanti, Monì firma autografi, qualcuno si alza altri tentano il suicidio ingoiando un pacchetto di sigarette fuori dal locale, ma poi qualcuno ci spiega che la nostra pizza non solo è fatta con ingredienti genuini, ma che questi ingredienti devono ancora essere raccolti dal campo. La mia ha persino due capelli neri, ciò mi riempie di orgoglio perché la rende speciale e unica nel suo genere.
Comunque è veramente buona, almeno quello. Ci mancherebbe.
La serata volge al termine e ognuno pensa al ritorno, quelli che di noi hanno più anni, pensano a quant’erano belle le gite scolastiche, a quanto era bello fregare la penna al professore, svuotarla e poi farci la cerbottana con le palline di carta, anche a me prende un attimo di malinconia, colpa di Giorgio che non mi ha cagata nemmeno di striscio (poi un giorno capirò perché, magari è vero che agli uomini faccio paura, o forse in quella toilette dove mi sono cambiata mi sono dimenticata di farmi la barba) ma in realtà colpa del fatto che la giornata a livello emozionale è stata veramente troppo forte e troppo intensa e troppo tutto.

Antonio mi parla del logo della Nike. Ha un treno per Caserta, dove passerà la notte alla stazione in mezzo ai borboni, pardon ai barboni. Arriva il marito di Patty a riprendersi il suo prezioso gioiello ed esprime la teoria che le donne formose sono più desiderabili.
Dopo tutte queste sviolinate, è ormai chiaro che non si tromba, e che l’unica mia consolazione per le ore seguenti, sarà quella di russare come una sega a motore nell’orecchio di Monì in un albergo di periferia.

Viviana ci accompagna in macchina, l’occhietto nero (era verde, ma si trasforma) le brilla di eccitazione sadica appena accende il motore, le brilla il canino, i capelli biondo sale e pepe (meshati) si drizzano come aculei in testa, si trasforma in una pericolosa amazzone… per strada è pieno di pizzardoni, incontriamo una processione religiosa in pia e devota e composta fila, e lei, da donna che non perde tempo in inutili chiacchiere, si accosta cercando di convincerli in due sole parole a cambiare idea… mentre discutiamo di storia romana e di catacombe, facciamo la via Appia con lo stomaco nei condotti nasali e gli occhi aggrappati al tettuccio per via delle buche prese a randello.
Io e Monì arriviamo all’albergo a Ciampino, una rapida doccia e poi a letto, due minuti per prepararci e molte ore spese a chiacchierare, sapete come sono le donne, e l’ultimo pensiero del giorno è per Vivivì nenenè.
Che la mattina dopo è puntualmente lì, stella, a portarci alla stazione Termini. Monì mi assicura che non ho russato, allora le spiego che è perché ho tenuto il dito in bocca.
Prendiamo il treno con il poliedrico Mario, che si dimostra un ottimo ascoltatore, buono, paziente, saggio, studioso, simpatico e assolutamente ignaro della cattiveria delle donne (Mario, lo so che sono bastarda, ma ti lascio il mio numero di conto corrente postale oppure rivelo quello che so… e che ti potrebbe rovinare l’immagine… molto grave per un prof di matematica… attenzione).

Epilogo. Sono così immensamente felice di avere trascorso questa giornata con voi, di avervi conosciuti, di esservi stata vicino, di avere respirato il profumo dei vostri capelli, le vostre idee, le vostre sensibilità, la vostra simpatia, di avere assorbito il vostro calore, e di tanto altro.


Vi voglio bene… davvero un casino di bene!
 

capire le istruzioni degli aerei

ululato da Pralina alle ore 15:18 lunedì, 29 settembre 2008

viaggio verso meridione

mercoledì, 29 dicembre 2010

viaggio verso meridione
 
Come ultimo post del 2010 ho scelto questa email arrivatami dal mio caro amico e fratello d’arte Fausto Cerboni, che in questo momento si trova con la compagna e i suoi due fantastici bambini a Pantelleria. Io e Fausto nel 2003 e 2004 abbiamo lavorato ad uno spettacolo teatrale dal titolo “Animale Vagante”, ispirato alla figura del combattente antifascista genovese Giambattista Lazagna, detto “Carlo”, scomparso ormai otto anni fa. Lazagna era l’avvocato dei portuali di Genova, e fuoriuscì dal PCI dopo i fatti di Budapest del 1956. Grande amico dell’editore Feltrinelli, il comandante “Carlo” ha scritto vari libri sulla lotta partigiana e, dopo la tragica morte dello stesso Feltrinelli nel 1971,  fu addirittura accusato ingiustamente di essere uno dei capi delle BR. Completamente scagionato quattro anni più tardi, ha vissuto gli ultimi anni nel modo più semplice: coltivando un orto in alta Val Borbera e godendosi i suoi nipotini. Da qualche anno Fausto e Simona vivono a Praglasso, minuscolo borgo dell’alta Val Staffora, ai confini tra Pavia, Piacenza, Alessandria e Genova. Ho ritenuto questo diario di viaggio molto simpatico e ve lo propongo come benaugurante per il 2011. Ci sono anche due foto: una è sua con uno dei figli e l’altra è della Comune Anarchica Urupia, sita nel Salento, un luogo dove si mangia e si beve come in pochi altri del Pianeta. E sopratutto non ci sono nè servi nè padroni. 
Abbiamo impiegato circa un mese per la nostra discesa dal villaggio di Praglasso fino a Pantelleria.
In questo percorso abbiamo visitato parenti, amici di Campocarlo (vedi il sito Campocarlo.it, ndr), amici dei tempi della pallamano (Fausto è stato Nazionale Italiano di Pallamano, ndr), comunità anarchiche, couchers. Ovunque siamo stati abbiamo ricevuto amore nell’accoglienza e cibo e noi ne abbiamo lasciato altrettanto in cambio. Nel grande furgone del teatro del Piccione, che quelle strade le aveva già percorse più volte portando a spasso teatranti giovani e bambini infanti per anni, avevamo caricato salami e vino delle valli unite, marmellate e salse di pomodoro del villaggio di Praglasso e olio umbro di mia madre. Di nostro abbiamo messo, oltre all’invadenza, tutto l’amore e il rispetto che abbiamo potuto, e dove è stato possibile, abbiamo scambiato aiuto nei lavori quotidiani o nella preparazione delle feste per un evento speciale come quella per il piccolo Bruno.
Grazie a tutte le persone che ci hanno accolto abbiamo potuto scendere verso sud agevolmente e felicemente, senza fatica e con la gioia nel cuore.
 
091220113046
 
Ora, da più di 10 giorni, siamo a Pantelleria, che a dire il vero non è poi tanto a sud, ma quanto basta per dire che qui non nevica e si va al mare. Anzi siamo in mezzo al mare, letteralmente circondati a vista dalle acque dello stretto di Sicilia.
Il bagno? Beh, in questa isola vulcanica ci sono le pozze, ovvero delle vasche naturali di acqua calda a 38-50° lungo tutta la costa, così ogni tanto ne approfittiamo, almeno quando il vento non tira troppo forte e porta l’acqua fredda del mare dentro le vasche. Ma essendo un isola c’è sempre una costa riparata dal vento.
 
E se c’è il tempo brutto? C’è sempre “lu bagnu sciuttu”, una grotta dentro la montagna con vapori che arrivano a 60°. Una sauna naturale.
Percorrendo un sentiero sopra la valle del monastero, un collasso dell’antico vulcano, si arriva alla grotta.
Scavata dall’erosione del vapore che condensa sulle pareti e scava la pietra porosa, dentro ci sono sedili naturali immersi nel buio profondo. Candele disseminate ovunque danno luce quando il chiarore del giorno non riesce più a penetrare a rischiarire il corridoio d’ingresso. Dentro si parla e ci si conosce senza guardarsi in faccia. Una grotta di babele, la chiamo io. Lingue diverse si accavallano in echi morbidi di suoni umani.
 
Un luogo di socializzazione incredibile. Una piccola terrazza davanti l’imboccatura della caverna, con affaccio al mare dalla quale si gode un tramonto meraviglioso, offre la possibilità di incontrare persone di ogni provenienza.
Il giovane ingegnere di Friburgo che lavora nella centrale elettrica dell’isola tentando di portare una nuova tecnologia, rinnovabile, che sostituisca la combustione del gasolio, l’emigrante pantesco con la moglie veneta in vacanza, il contadino pantesco con il suo Ape50 parcheggiato accanto al furgone del teatro del Piccione alla fine della giornata di potatura delle vite, ancora sporco di terra e sudore insieme alla moglie ben vestita perché è domenica e lei ci tiene a cambiarsi nel giorno di festa, l’avvocato romano in visita alle sue vigne e i parenti rimasti sull’isola, la benestante figlia dell’industriale bresciano in procinto di partire l’indomani per Los Angeles per un brindisi di fine anno, e poi noi, famiglia di quattro persone con cane maremmano al seguito che fa la guardia al sentiero, abbaiando a chi sale per la grotta perchè pensa di stare a casa sua.
La gente va e viene di continuo, è un flusso interminabile che dura fino a notte fonda, forse il momento più bello per entrare in questa dimensione tra il quotidiano e l’archetipo.
 
Stiamo scambiando l’ospitalità con una donna molto cara, Angela, che per trent’anni ha fatto la maestra elementare prima nell’entroterra genovese, poi in Germania e Inghilterra, finendo la sua carriera a Pantelleria dove, dice lei, era troppo diverso il metodo che lei portava con se con quello che qui si usava per insegnare. Dopo altri quattro anni ha lasciato l’insegnamento e si è messa a coltivare la terra che era di suo padre e prima dei suoi nonni, fino ai tempi della presenza degli spagnoli nell’isola.
Taglio legna da ardere (anche se serve poco), taglio l’erba tra gli olivi, dipingo pergolati, costruisco mensole in legno di recupero per la casa dove abitiamo, zappo l’orto, mentre Simona segue i bambini e raccoglie erbe spontanee e corbezzoli.
Angela ha dei terreni in riva al mare dove coltiva zibibbo, capperi e olive, oltre ad avere un orto permanente, tutto bio. Le piante di pomodori, di melanzane e di peperoni qui non muoiono mai, se si fa una buona riserva idrica durante l’inverno.
Infatti nell’isola il problema è che d’estate tutto brucia. Ma anche le varietà di piante sono diverse e più adatte a questo clima. Così l’autosufficienza qui è davvero possibile.
I panteschi riescono anche ad avere mucche, cavalli e asini, che pascolano in riva al mare. Ancora oggi c’è una giumenta impegnata nella trazione di un erpice per interrare il sovescio di favino seminato a settembre nella vigna e falciato a marzo. Gli altri cavalli presenti servono a due maneggi che offrono lezioni di salto ostacoli ai ricchi villeggiati estivi. Da quando Armani ha comprato un dammuso sulla costa orientale altri Very Important People risiedono qui, e li trovi tutti al bar del porto in bella mostra nelle fotografie che il proprietario vanta accanto al bancone. I panteschi hanno lasciato l’isola trent’anni fa e le terre sono per molti ormai un affare immobiliare. L’ultima estrema difesa allo sfruttamento immobiliare di questo territorio è la riserva forestale del demanio, che ha salvato parti dell’isola da un disastro annunciato. E qualche persona, che come Angela, ha deciso di rientrare e continuare l’opera dei padri e delle madri.
 
Non esistono trattori qui. Ne ho visto uno soltanto ed era parcheggiato sotto una tettoia e aveva due ruote bucate. Anche perché la terra qui si scava a mano fino alla profondità di trenta centimetri e quando cammini nei campi sembra di camminare sulla neve. Dopo tre giorni di pioggia non c’è fango. Di questi tempi si va in campagna ogni mattina a controllare le trappole per i conigli, che come da noi per i cinghiali e i caprioli, è la necessaria tutela per la salvezza dei raccolti dell’uva. In un anno se ne riescono a catturare anche 50, che finiscono in tavola nei giorni di festa cucinati al forno con un intingolo di pomodori cotti alla brace e conditi con olio e origano.
L’origano, dopo viti, capperi e olive, in ordine, occupa lo spazio residuo del campo coltivato. Tutto addossato contro i muretti a secco che delimitano i terreni e tengono su il terreno sabbioso misto a pomice in magnifiche terrazze degradanti verso il mare, offre di questo periodo il suo massimo splendore alla vista dei miei occhi. I fichi d’india, occupano invece tutti i punti più sassosi e impervi dell’isola, dove non si può coltivare altro.
7.500 persone vivono in un territorio di 83 kmq. Non è mai esistito il latifondismo. Qui ognuno ha il suo piccolo pezzo di terra dal quale ricava tutto ciò che gli serve per vivere. Le case, chiamate dammusi, sono interamente costruite con pietra lavica, di tonalità diverse del nero e composizione a seconda del punto dell’isola dove affiora. Così le costruzioni sono invisibili agli occhi per uno sguardo veloce. Se invece ti soffermi a guardare davanti a te verso monte, improvvisamente vedi apparire muri a secco e dammusi ovunque, di dimensioni diverse a seconda dell’uso che ne viene fatto. Il dammusino, a migliaia sparsi nell’isola, è una stanza sola con il tetto a volta, spesso con un piccolo stalletto per l’asino e serviva da ricovero quando dalle contrade ci si spostava a coltivare la terra che poteva essere distante da casa due o tre ore di cammino e ci si passava due o tre giorni a lavorare. L’asino, bastato, portava a casa le derrate per la dispensa.
Orzo e fieno sono in rotazione per gli animali. Il grano si coltiva a postarelle tra le piante di vite che vengono tenute basse per il vento. Nei vecchi impianti queste erano inserite in buche di 50 cm di profondità, specie nelle zone più esposte. Oggi, in pratica, non lo fa più nessuno. Si preferisce tenerle impiantate a pari del terreno.
Le piante di olivo sembrano rovesciate. Il tronco si alza per un metro e poi piange a terra le sue branche. Le olive si raccolgono a mano.  Un abbassare la schiena alla terra senza pettini, né reti, né scuotitori, come invece abbiamo visto fare durante la nostra discesa verso l’isola. Un altro modo di incontrare la vita della pianta. ‘Mbe, alla fine, dopo sette anni di confino a Praglasso, siamo riusciti a ad arrivare qui, e questo ci rende felici. Auguri a tutti per una buona fine del vecchio anno. Per il nuovo si vedrà… Fausto, Simona, Ada e Camillo.
 
phederpher