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19 OTTOBRE LO STATUTO DEI GABBIANI A FOSSANO

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19 ottobre alle ore 21 – presso la Biblioteca Comunale di Fossano (Cuneo), nel Castello di Acaja, presentazione de Lo statuto dei gabbiani di Horst Fantazzini, ed. Milieu. Sarà presente l’autrice e l’attore Andrea Treré leggerà alcuni brani dal libro.

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LO STATUTO DEI GABBIANI A CARRARA

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IL CIRCOLO BERNERI DI BOLOGNA E LA MEMORIA DI HORST FANTAZZINI

Solo due parole, o qualcosa di più, sui funerali di Horst e sulle vere cause della sua morte…

 
Ho trovato questo messaggio molto interessante (e capirete perché) in una mailing list sui funerali di Horst:
 
<<From: “valerio” <sirwalter@…> Subject: Funerali per Horst Fantazzini
Comunichiamo a tutte le compagne e a tutti i compagni interessati che le esequie per Horst, in forma laica e con bandiere anarchiche, si dovrebbero svolgere sabato 29 dicembre 2001 alle ore 15, presso il cimitero della Certosa di Bologna. Questa data e questa ora sono, al momento, indicativi. Avremo la conferma domani pomeriggio. Per conferma invieremo una ulteriore mail domani sera. Oggi si é svolta l’autopsia che ha accertato la morte di Horst a causa di un aneurisma. Horst sarà cremato. La data della cremazione non é ancora possibile determinarla a causa delle code per espletare tale evento. In quell’occasione, probabilmente, ci raccoglieremo ancora intorno ad Horst presso la sala del Pantheon nel cimitero della Certosa di Bologna. Per i compagni e le compagne del circolo anarchico “Berneri” di Bologna. Tiziana e Walter.>>
 
Mi sembra doveroso e rispettoso a quasi undici anni dalla sua morte, ricordare che il mio compagno Horst Fantazzini morì per un aneurisma, accertato dalla dott. Anna Vercelli che gli praticò l’autopsia richiesta dalla famiglia, onde fugare ogni dubbio che lo avessero ammazzato di botte dopo l’ultimo l’arresto come in un primo tempo si era sospettato. Questo aneurisma addominale, con molte probabilità era il risultato di numerose e complicate ricostruzioni dell’addome in seguito al massacro (plotone d’esecuzione) di Fossano del 23 luglio 1973 che gli lasciò in corpo per decenni varie pallottole, schegge e scheggine di pallottole; negli ultimi tempi Horst lamentava in una intervista con il giornalista Antonio Roccuzzo di avere ancora un paio di questi souvenir da togliere. Horst da quel massacro uscì vivo per miracolo solo grazie al suo fegato posizionato a sinistra (una cosa assolutamente eccezionale) ma con una vera bomba ad orologeria nel suo corpo. Del resto questo messaggio che proviene dalla email di Walter Siri dimostra il fatto che tutte le compagne e i compagni anarchici bolognesi fossero già a conoscenza, ai tempi del funerale, di un aneurisma che negli anni si era lentamente ingrossato arrivando a un diametro insopportabile e che ne causava anche un vistoso dimagrimento (perché Horst non riusciva più a mangiare). Probabilmente l’abitudine di fumare due pacchetti di sigarette al giorno non giocò a suo favore, ma evidentemente l’animo di Horst era provato da tante e tali traversie, per cui era impossibile che non facesse uso di alcool o di sigarette per darsi il coraggio di tornare in carcere la sera. Horst non era affatto cardiopatico, aveva le analisi abbastanza a posto a parte i trigliceridi alti, e aveva persino la pressione bassa. Il suo stomaco però gli faceva male e a volte pulsava come se avesse un cuore dentro. Io e Loris cercammo di convincerlo a ricoverarsi, ma Horst temeva di venire piantonato di nuovo, esperienza che per lui fu traumatizzante e devastante. Nel mese di novembre 2001 una sera a causa della cattiva illuminazione cadde dalle scale di casa nostra e si incrinò due costole, nemmeno in quella occasione volle farsi ricoverare, si limitò a farsi fare i raggi da esterno e forse fornendo false generalità, come un qualsiasi clandestino. Sebbene intuisse la gravità della sua condizione, scelse di non farsi medicalizzare. Tutti sanno che il detenuto in semilibertà non può avere nemmeno un medico della mutua, può averne uno in carcere e si può immaginare con che tempi e con quale prontuario farmaceutico limitato. Stupisce allora la calunnia reiterata proveniente dalle stesse persone, in particolare da Tiziana, che dopo la sepoltura di Horst si è divertita – e lo ha fatto nel corso di un decennio – a raccontare per sue convinzioni personali o antipatie contro di me (magari fomentate da racconti dei figli, che però non corrispondono alla realtà in quanto inquinate dalla gelosia) che siccome  Horst era cardiopatico io ne avrei accellerato la morte prima con le mie continue e insostenibili pretese sessuali (leggasi ninfomania) e inducendolo, anzi quasi costringendolo a utilizzare il Viagra, poi spingendolo a rapinare una banca. La storiella del Viagra somministrato a Horst è ovviamente una bufala, prima di tutto perché non ne aveva assolutamente bisogno, dopo tanti anni di carcere passati senza una donna e quindi con desideri ancora vivi, con tutta la sua gioia di vivere incontenibile e nonostante il suo malessere e i suoi problemi era ancora un uomo lucidissimo, giovanile, attivo e molto sano, abituato a risolvere i suoi problemi in modo pragmatico e a praticare l’autocura con metodi spartani appresi al gabbio dove solo chi è fisicamente sano sopravvive e i deboli soccombono, soprattutto era un uomo molto innamorato, secondo perché io che sono pure femminista e rifiuto ogni farmaco di tipo fallocentrico (come il Viagra), delle multinazionali, delle porcherie chimiche tranne i farmaci salvavita, allora mi curavo con l’omeopatia e per una decina di anni non andai più dal mio medico di base. Insomma io e Horst facevamo ginnastica tutti i giorni, camminavamo moltissimo, non prendevamo nemmeno l’aspirina, figuriamoci il Viagra. Eravamo molto ruspanti, e molto genuini e sul lato fisico parecchio resistenti. Ci abbiamo scherzato su un sacco di volte perché sapevamo di altre persone più giovani di lui che invece ne facevano uso. E nemmeno se lo avessimo utilizzato, ci sarebbe stato da farne un manifesto, sono comunque scelte personali che vanno rispettate da parte di chi si professa libertario. Stupisce che tali stupidaggini a puro scopo diffamatorio di chiaro stampo moralistico volte a screditarmi e a farmi terra bruciata intorno provengano da una compagna che si definisce femminista contro un’altra compagna, alla faccia della solidarietà fra donne! Questo messaggio post mortem però è molto eloquente: mi fa capire che lor signori sapevano benissimo che ciò non era così e che Horst non era cardiopatico perché è morto per un aneurisma, fra l’altro causato anche se indirettamente dal piombo dei proiettili e dalle lesioni chirurgiche. E in ogni caso non sarebbe stato né circuibile né plagiabile perché assolutamente refrattario a farsi rieducare o indurre a compiere atti contro la sua volontà, infatti tutta la sua vita si svolse coerentemente in questa maniera, senza maestrine o educatrici saccenti o pupe del gangster o donne di malaffare (donne, eterni angeli o diavoli tentatori? questa è la dicotomia che rappresentano le femmine nell’immaginario misogino dal retaggio cattolico) pronte a suggerirgli la via del bene o del male. E allora, se non vogliono ricordarlo degnamente, come ogni altro compagno anarchico e libertario di indubbio valore, che almeno rispettino la sua pace e il mio immenso dolore. Avendo alcuni testimoni, avrei potuto trascinare questa vicenda in tribunale per l’immensa sofferenza causatami da questa sorta di persecuzione, ma da libertaria preferisco metterla nero su bianco lasciando al lettore o lettrice la facoltà di capire dove sta la ragione, io non mi sono sottratta a nessun chiarimento, altri hanno parlato solo alle spalle senza provare ciò che dicevano. Una valanga di bugie per scaricare le loro cattive coscienze sul fatto che negli ultimi mesi, quelli della semilibertà, in pochissimi ci avevano davvero aiutato a farlo tornare libero… mentre in tanti lo fecero senza indugi (e non me ne vogliano quelli che hanno avuto intenzioni oneste e ci hanno sostenuti, sto parlando di una tendenza ipocrita come una sorta di marciume in piccoli ambienti che non riguarda l’umanità di coloro che non lo hanno fatto per farsi belli) quando uscì il film di Enzo Monteleone interpretato da Stefano Accorsi e tutti improvvisamente diventavano suoi amici e qualcuna pur di avere un’intervista esclusiva con lui gli faceva credere che lo avrebbero aiutato a trovargli un lavoro (parole parole parole), ma si sa che in Italia è d’uso salire sul carro del vincitore e lasciare a piedi chi è perdente, quando Horst venne arrestato le stesse brave persone dall’adulazione facile mi chiusero il telefono in faccia, queste del Viagra e della mia condotta “avida e vampiresca” e la mia “smania di stare sempre sotto i riflettori” sono state fra le più false e dolorose affermazioni per me che mi sono prodigata fino all’ultimo per rendere la nostra vita la più dignitosa possibile nonostante i nostri problemi materiali, la casa da sistemare, mio figlio ancora bambino che dovevo raggiungere per occuparmi anche di lui facendo la pendolare con treni regionali che partivano sempre dopo le otto di sera perché l’Eurostar non potevo sempre permettermelo. Quel giorno dei suoi funerali Anna Fantazzini, la ex moglie venuta apposta per conoscermi, mi abbracciò e mi disse che non dovevo fare caso alle chiacchiere stupide messe in giro contro di me, perché la mia presenza sulle decisioni di lui era ininfluente: a Horst, mi disse, nessuno nemmeno la donna più brava del mondo avrebbe mai potuto cambiarlo o fargli cambiare idea.
E anche se le sue ceneri sono state dimenticate da familiari e compagni, abbandonate alla Certosa e dopo tanti anni si trovano ancora là, io che sulle ceneri – non essendo legalmente sposati non ho alcun diritto, non ne ho mai avuti nemmeno sui mobili e sugli oggetti che ci sono stati rubati nella nostra casa – il suo sorriso così bello lo porto ancora dentro al cuore. 

Patrizia “Pralina” Diamante

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2 – 3 – 4 novembre presentazioni dello statuto dei gabbiani in lombardia

Milano, Bergamo, Arcore.  Presentazioni libro di Horst Fantazzini

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VENERDÌ 2 NOVEMBRE 2012
ore 20.00

Milano, Libreria Calusca via Conchetta 18 (zona Navigli)

Aperitivo benefit per l’Archivio Primo Moroni

a seguire
presentazione di
Horst Fantazzini. Lo statuto dei gabbiani. Da ‘Ormai è fatta!’ alle poesie. Vita e opere del bandito gentile (Milieu, Milano, 2012)

* nella foto: Pralina con Arnaldo Gesmundo, detto Jess il Bandito della storica rapina di via Osoppo a Milano, 1958

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SABATO 3 NOVEMBRE 2012
dalle ore 18.00

Bergamo

Circolo Underground Spazio Anarchico
Via Furietti, 12/b (Bg) 24126 Bergamo (Malpensata)
ore 18 presentazione del libro con la curatrice, ore 20 cena vegana
proiezione del DVD con le opere di arte postale
“Bandito in bicicletta” 108 artisti di tutto il mondo ricordano Horst Fantazzini

***

DOMENICA 4 NOVEMBRE 2012
dalle ore 16.00

Arcore (Milano)

Circolo ARCI Blob, Via Casati 31, Arcore
dalle ore 16 aperitivo e presentazione del libro con l’autrice e Sabatino Catapano; proiezione del DVD con la mostra di arte postale “Bandito in bicicletta”

Nella sua vita avventurosa Horst Fantazzini ha svaligiato le banche di mezza Europa senza mai smettere di lottare per la giustizia e l’uguaglianza sociale. Protagonista nel 1973 di un clamoroso tentativo di evasione dal carcere di Fossano, lo narrò in Ormai è fatta!. Questo nuovo libro è un omaggio a Fantazzini a più di dieci anni dalla sua morte, avvenuta a Bologna nel 2001 dopo l’arresto seguìto a un’ultima tentata rapina in bicicletta.

STATUTO DEI GABBIANI, RECENSIONE DI ALESSIO LEGA SU RIVISTA ANARCHICA DI OTTOBRE

Recensione di Alessio Lega pubblicata sul numero di ottobre di “A Rivista Anarchica”
 
Lo statuto dei Gabbiani.
 
1) I gabbiani sono nati per volare liberi. È l’amore e la gioia di vivere che determina il loro essere sovversivi. 2) Con il loro comportamento essi insegnano a volare agli altri uccelli, senza la presunzione d’essere l’avanguardia di chicchessia. 3) Essi si cercano e si trovano in base alle affinità comuni e non accettano regole all’infuori delle proprie passioni, dei propri desideri e del loro piacere di vivere e di volare insieme. Su questa base si uniscono in piccoli stormi d’affinità, federati tra di loro, per vivere e volare insieme e per lottare contro tutto quanto umilia il senso della vita e della libertà. 4) i gabbiani praticano il mutuo appoggio e quindi s’impegnano ad aprire e rompere le gabbie dove sono rinchiusi i gabbiani e gli uccelli. 5) Con questo articolo si annullano i precedenti quattro ed eventuali futuri articoli, perché i gabbiani non riconoscono statuti, né leggi, né regolamenti, né forme programmate d’esistenza, all’infuori del loro piacere di volare liberi. tutto il precostituito e il programmato non fa che limitare e umiliare la vita.

Questo lo “Statuto dei gabbiani”, persino questo statuto solidale e solitario, persino questo andava rifiutato, perché nessuna regola può essere approvata e definita una volta per tutte.

È un breve testo – fortunosamente recuperato alla dispersione – che ora fa parte e dà il titolo al libro che compendia “tutte le opere” di Horst Fantazzini, anarchico e bandito, ribelle incoercibile alle gabbie, ma che per quasi tutta la vita in gabbia è stato costretto a vivere e che, per un insulto beffardo del destino, uscito alla fine dopo tanti anni, in una libertà che nel nostro mondo non gli doveva sembrare più tale, in gabbia è morto.

Non era un “bandito gentile”: definizione giornalistica che gli era stata appioppata al tempo delle sue prime rapine fatte con pistole giocattolo. Horst Fantazzini, era un uomo che si era dovuto fare bandito, forse per troppa gentilezza. La sua passione, la sua attenzione nello spiegare riga per riga, passaggio per passaggio, il senso e la ragione del suo agire, è un chiaro segno del rispetto per chi legge le sue parole, e dunque per ogni ipotetico interlocutore. È forse questo che colpisce innanzi tutto del suo stile.

Necessaria era la ripubblicazione di “Ormai è fatta” – il pezzo forte che apre questa raccolta di scritti – il racconto del suo rocambolesco tentativo di evasione dal carcere di Fossano nel 1973, che ci pone sotto gli occhi una delle più belle e ritmate narra-azioni che si possano leggere. “Ormai è fatta cronaca di un’evasione” fu pubblicato nel ’76 dall’editore di movimento Bertani, per interessamento di Franca Rame, con una meravigliosa prefazione di Franca Basaglia. Commovente l’introduzione scritta all’epoca da Anna, la prima compagna di Horst, la madre dei suoi due figli, per sfamare dignitosamente i quali, da operaio s’era fatto bandito. Questo libro divenuto celebre all’epoca, ricomparso in forma di un film col medesimo titolo nel 1999, era sostanzialmente rimasto introvabile.

L’ultima cosa che voglio fare è quella di contribuire al “mito” di Horst. Horst non è un esempio di vita, non avrebbe mai nemmeno desiderato di esserlo… è però senz’altro un esempio della rettitudine ideale che un uomo – pochissimi uomini per la verità – si può portar dietro, anche nella buia zona del chiuso carcerario.
Lo voglio dire esplicitamente a scanso di equivoci: penso che Horst rapinatore sia un ragazzo che s’è messo nella mani della repressione, un potenziale ribelle imploso per non aver saputo fare della propria ribellione un’arma contro la repressione, ma per esserne diventato una vittima designata. Questo fa di lui un uomo simpatico, non esemplare. Penso che forse Horst sia un po’ colpevole in questo, perché l’esempio di suo padre, il veramente mitico Libero Fantazzini, partigiano anarchico e antifascista, incoercibile ribelle eternamente vivo nella memoria della sua Bologna, gli aveva fornito un tangibile modello… ma si sa i gabbiani non hanno modelli, devono improvvisare.

Il volo di Horst fu spezzato presto, con una violenza e una durezza brutale. Assurda la quantità di anni di carcere (più di 30) affibbiati a questo rapinatore, che non s’era mai macchiato di reati di violenza, da una giustizia tutta schierata a difesa delle proprietà e contro gli esseri umani.

Horst che io ammiro è quello che non si rassegna mai alla gabbia, che colleziona evasioni su evasioni e poi che partecipa a ogni rivolta possibile e impossibile, ritrovando alla fine una dimensione collettiva dell’agire. Horst attraversa a viso alto decenni di carcerazione senza chiedere sconti, senza piegarsi alla logica del pentimento, della dissociazione, senza compromessi coi carcerieri. Le sue poesie e i suoi scritti raccolti in questo libro ci testimoniano un incessante lavorio volto a capirsi e a far capire. Sono la parte più nobile del suo passaggio: il riscatto del gabbiano, le parole che un giorno renderanno palese l’inutilità cieca della gabbia.

Sono parole raccolte con amore da Patrizia – Pralina – Diamante, curatrice dell’intera operazione editoriale e ultima compagna di Horst.
Lei, che all’adorato “Pirata Fantazzini” dedica ancora tante energie, è il suo “lascito”. Il fatto che il libro della vita di quest’uomo sia aperto è chiuso dalle parole d’amore delle sue compagne, la dice lunga sui sentimenti che Horst, bambino affamato d’affetto, aveva tenuto intatti nelle troppe celle di troppi anni.

Cosa sopravvive di un uomo una volta che si è immerso per sempre nel fondo scuro della notte? Un corpo sofferente crivellato di colpi? Un cadavere insultato sul tavolo di marmo?
No, la sua gentilezza, la sua storia, il suo amore.

ALESSIO LEGA

26 SETTEMBRE PRESENTAZIONE DE LO STATUTO DEI GABBIANI A BOLOGNA

una storia anarchica

TORNA LA VITA DI BIANCIARDI UNA STORIA ANARCHICA

10 novembre 2011 —   pagina 50   sezione: CULTURA

Alla fine gli anni macinano coincidenze. Siamo a quarant’ anni dall’ addio di Luciano Bianciardi al mondo. A quasi venti dalla prima edizione di questo libro che gli tolse la polvere della dimenticanza, restituì un posto ai suoi romanzi e luce al suo viaggio solitario, scoperto da migliaia di nuovi lettori, incantati dalla sua ironia, ma anche dalla sua eccentrica preveggenza. Con questa nuova edizione, Luciano torna a casa, più o meno dove tutto cominciò, casa editrice Feltrinelli appena nata, anno 1954, lui redattore fresco di Maremme e minatori, sceso da uno dei tanti treni che in quei mesi, in quegli anni, stavano portando le braccia e le teste che avrebbero fabbricato a Milano il Miracolo economico. Era il tempo giovane del Dopoguerra. Il futuro declinato per una volta al presente. Nascevano non solo i palazzi e le fabbriche dalle macerie. Ma anche le case editrici, i giornali, le agenzie di pubblicità e naturalmente la televisione, che in una decina di anni avrebbero svezzato l’ italiano medio dandogli uno specchio, una lingua, quattro ruote, una cucina americana, e qualche volta persino una rotonda sul mare. Tutti (o quasi tutti) ne cantavano le lodi, tranne lui. Il provinciale, il guastafeste che di tante addizioni conteggiava quel che andava perduto, a cominciare dai sogni per una Italia diversa, un po’ più giusta, non arresa alla religione del conformismo, del guadagno, dell’ arrivismo, del piccolo e del grande potere. Sempre persuaso che il successo “fosse solo il participio passato di succedere”. Il mio viaggio cominciò per caso a Milano, da un nome che condusse a un libro su una bancarellae poia uno spiraglio. Lo spiraglio rivelò un mondo. Il mondo di Luciano Bianciardi che si era dissolto tra libri introvabili, amici dispersi, racconti mai narrati. E da quel mondo riemerse la sua avventura che ne intrecciava tante altre, dalla ricostruzione all’ infatuazione neocapitalistica, dalla provincia dei braccianti, al vetrocemento dei grattacieli milanesi, e poi l’ industria culturale, la politica, il 68, tutto filtrato dalla luce della sua radiosa impazienza, ma anche dalla debolezza delle sue rinunce. Fino al buio della solitudine finale, mentre a Milano, di sera, scendeva ancora la nebbia. In quella nebbia Luciano Bianciardi arrivò giovane e anarchico (alla maniera maremmana), fece la sua bohème in Brera, tra artisti, fotografi e conti da pagare, sgobbò da traduttore a cottimo, inventò libri, digerì pasti in trattoria e delusioni anche politiche. Trovò, infine, la sua traiettoria di narratore. E addirittura un po’ di fama per quella “vita agra” che aveva masticato e seppe restituire, in forma di romanzo, facendone “la storia della diseducazione sentimentale al tempo del Miracolo economico”, scagliando le parole dell’ invettiva contro i cristalli della nuovissima industria culturale e di tutte le altre industrie che lavoravano l’ acciaio e l’ anima, che scandivano i tempi nuovi del neocapitalismo e poi anche dell’ alienazione. Dai caroselli, ai supermercati, dal traffico delle automobili, ai casermoni di periferia, dalle segretarie secche che intasano i marciapiedi del centroe “le tubature aziendali”, ai ragionieri senza pietà, ai preti senza fede, ai pubblicitari senza sogni, agli scrittori senza stile. Sempre raccontandoci il suo stupore per un mondo che capì in anticipo, detestò in anticipo, e che poi smise di rincorrere, scegliendo la camminata lenta del provinciale che se ne va per la sua strada. (…) Vita agra di un anarchico è uscito nel 1993. Da allora Luciano Bianciardi è ritornato in terra. Tutti i suoi libri dispersi sono stati ristampati. Persino i suoi articoli, un migliaio, che nei suoi anni di inchiostro si lasciava dietro, anche con molta noncuranza e sempre il disincanto di scrivere per vivere, quasi mai il contrario, cacciatore perpetuo di soldi e di ingaggi per scalare il fine mese. Per vivere dentro a quella solitudine affollata anche di conti da pagare, che era il suo destino e il suo tormento. (…) Il libro è rimasto com’ era, a parte qualche ripulitura e questa prefazione, farina dei suoi molti amici,e di quel lungo viaggio che intrapresi piùo meno trent’ anni fa, per rintracciare il testimone perduto di una stagione cruciale della nostra storia, che mai come ora ci riguarda. Una stagione che ha ancora bisogno dell’ inchiostro di Luciano Bianciardi per lasciarsi illuminare. E della sua avventura per commuoverci. – PINO CORRIAS