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20 MAGGIO MODIGLIANA SALA BERNABEI “SILVESTRO LEGA, I MACCHIAIOLI E GLI IMPRESSIONISTI”

Modigliana, Sala Bernabei. “Silvestro lega, i Macchiaioli e gli Impressionisti”

“Dalla pittura accademica alla “Macchia”, una grande scuola italiana con influenze internazionali” è il titolo di un incontro con Patrizia Diamante, Maestra d’Arte, che illustrerà da un punto di vista pittorico la storia di Silvestro Lega nel milieu artistico del “Caffè Michelangiolo” e in altri contesti che presero corpo in una Firenze vivacissima e cosmopolita a metà del 1800. Si parlerà di una scuola italiana, quella dei Macchiaioli che fu tipica ma non provinciale poiché al centro di una felice “cospirazione” di cambiamento della pittura su scala europea.

Andrea Trerè, attore, leggerà alcuni brani: lettere e aneddoti dalla biografia di Silvestro Lega.

Abbiamo scelto come immagine della serata un piccolo dipinto di Giovanni Fattori che rappresenta Silvestro Lega che dipinge sugli scogli.

La serata è patrocinata dall’Assessorato alla Cultura di Modigliana e l’incontro è aperto a tutta la cittadinanza.

Due note sui relatori:

* Patrizia Diamante, modiglianese diplomata presso l’Accademia delle Belle Arti di Firenze presso le scuole dei Maestri Goffredo Trovarelli e di Silvio Loffredo, molto apprezzata come pittrice, sue opere si trovano in numerose collezioni private e pubbliche in Italia e all’Estero. Ha collaborato come fumettista satirica per il settimanale “Cuore” e diretto una trasmissione radiofonica sull’arte per l’emittente fiorentina “Novaradio”.

* Andrea Trerè, attore teatrale professionista di Ravenna, con esperienze di musical, teatro dialettale, teatro sociale, cabaret e monologhi su autori vari da Olindo Guerrini a Ray Bradbury, anche giornalismo e televisione in ambito regionale.

Potrebbe interessarti: http://www.forlitoday.it/eventi/mostre/modigliana-sala-bernabei-silvestro-lega-i-macchiaioli-e-gli-impressionisti-2427750.html
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Silvestro Lega che dipinge sugli scogli FATTORI

STILL LIFE. OLIO SU TELA 50 x 60.

Ciao dolce Monì Desiré… 🙂

SASSO CIVETTO.

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gli orologi di gabryella senzaqualità

mercoledì, 16 maggio 2007

orologica

Per la serie separati alla nascita, in regalo tre orologi SENZAQUALITA a chi indovinerà il nick della foto nr 2.

[Quiz già risolto]

 

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Blogger:  La mia homepage: http://lefty333boy.splinder.comContattamiGuarda il medialog (foto, audio e video) di questo utente.Blocca questo utente lefty333boy

[Vince i tre orologi Lefty333boy che mi ha comunicato in PVT di essere proprio lui nella foto 2]

 

 

Nella prestigiosa collezione orologica SENZAQUALITA di Gabryella Blogger: SENZAQUALITA (così chiamata la collezione, non gabryella, perché gli orologi hanno una loro logica) il primo modello, imperdibile, si chiama appunto imperdibile.

L’orologio indica che ora era un’ora prima!

 

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Ecco adesso un modello molto adatto agli internettuali: il modello orologin:

ove la consultazione dell’ora è soggetta a preventiva e riservata procedura d’accesso.

 

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Molto apprezzabile per la sua veste grafica e pro-grafica, l’olorologio orologo: modello con sponsor a tutte l’ore – a richiesta, è possibile inserire piccoli annunci ai minuti – opzionale: 24ore di jingle (al posto del tic-tac)

 

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Proseguiamo con il modello orolost: orologio a lancette multiple – consente 4 diverse letture dell’ora, a piacere – ideale per pressappochisti e perditempo 

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Un altro prezioso modello è l’ oromogio: modello “collassato” della linea oroplagio – ideale per dadaisti dal temperamento fragile, melanconico e maniacodepressivo – disponibile anche nella versione “a lacrima”, liquefattibile in concordanza con le fasi d’abbacchiamento umorale.

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Un modello rarissimo è l’orològoro (fine serie): modello il categorico, a monolancetta fissa (stabilizzata sull’ora di finirla)

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Un prezzo famosissimo della collezione è l’ovologio:

stvumento con cui è possibile misuvave (con una cevta appvossimazione, s'intende) l’ova.

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Per gli amanti delle sensazioni forti, si consiglia l’ orrorogio:

imperdibile modello della linea “la cosa”, in oro e smalto escrementato (a richiesta, è possibile personalizzarne la nuance) – particolarmente consigliato a collezionisti di cose destinate a capovolgimenti immanenti (cfr. baudrillard), deperibili e/o vocate all’estinzione

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Molto raffinato, l’oroloco:

modello “circa” della linea mahboh – particolarmente indicato per amanti della divina vaghezza e cultori dell’approssimazione spazio-temporale
disponibile anche con lancette trasparenti (o ton-sur-ton)
 
 
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p.s. si noti il nome dell’orologo: donquuote con le le sanciolanzette! [NdM = Nota di me o di Maria]
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Ecco ora il modello rondeau:
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in questa lingua nuda e in nessun luogo se non qui ti vorrei, altalenante sopra alle parole / buffe parole e tante ti direi, ché tutto attorno a noi monta tempesta e io e te mare fermo, sebbene in nessun luogo se non questo – solo qui parlerei, mio navigante, in questa lingua nuda e in nessun luogo
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[nell’immagine (un dono ricevuto) l’orondeau.]
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Il mio pezzo preferito è il norologio (nonvedolora): modello notevolmente sobrio della collezione rien de rien – senza quadrante, del tutto privo della meccanica, non segna le ore – non ha cassa, né lancette – funziona sempre – non si ferma mai – si porta su tutto – costa un nulla

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E per finire la collezione dei dodici, il modello orolozac: modello “drastico”, della collezione lospaccone: spacca il secondo, e anche il primo – se molto, molto (troppo) caricato, spacca tutto.

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.Gabryella Blogger: SENZAQUALITA

http://senzaqualita.splinder.com/

 

 
 
 
 
[Detto anche Neurologio!]
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 [Sua anche la gif che apre il post]

ricordo l’accademia

ululato da Pralina alle ore 10:41 mercoledì, 18 marzo 2009

Oggi un commento di Dafne, una mia amica giovanissima che studia psicologia, mi ha riportato ai tempi dell’Accademia di Belle Arti. Non avevo mai soldi, ma ero ricchissima di emozioni, desiderosa di immergermi in quel mondo di segni e di colori e anche di rapporti umani. Da ragazzina sognavo di fare la bohemiénne, l’artista maledetta, et voila che sono stata accontentata, ho sempre vissuto in un appartamento al sesto piano, l’unica sicurezza!, un appartamento dove, quando il cielo è sereno, sembra di toccare le nuvole e le stelle e certe falci di luna che paiono sorrisi nel manto azzurrino e dorato fiorentino, per il resto mi accontentavo di quello che passava il convento. Per mangiare, avevo tanta roba della campagna che a volte raccoglievo anch’io, se no piatti di pasta con l’olio, sofficini, pane burracciughe e croste di parmigiano bollite, la colazione al bar era un lusso però c’era la mensa degli studenti, non mi compravo mai scarpe e vestiti portavo quelli di mia madre e di mia zia vintage direbbero adesso, la mia unica vanità era l’henné rosso mogano che mi tingeva i capelli di un colore meraviglioso, con riflessi tra il mogano e la prugna. L’henné costava poco ma rendeva tantissimo e profumava come un fiore, e i miei capelli erano molto amati dai pittori come la mia pelle bianchissima di contrasto.

Ricordo che i colori a olio che compravo erano sempre scarsi e comunque diluiti da abbondante trementina o acqua ragia, così mi inventavo che ero più brava a disegnare con il carboncino, con la penna, che ero nel “periodo viola” o nel periodo “zen” che la tela va lasciata un po’ bianca in alcuni punti, una roba minimale come insegnano i giapponesi… ah sì? eh sì! ma a volte li compravo i colori, facendo attenzione ad acquistarne, di quelli non troppo scadenti, e qualche volta, persino alcuni tubetti di marche più pregiate, perché la qualità del colore è importantissima per la riuscita dell’opera, una volta casualmente me ne caddero in tasca due, un rosso e un giallo superfichi, e ci dipinsi un vulcano.

Ricordo le frequentazioni di un gruppo di artisti pacifisti, davanti al classico fiasco di vino e qualche giornale politico, i ritratti a penna estemporanei che ci facevamo e le vignette con le loro caricature, le pose nuda che facevo a casa di Ulrike, le manifestazioni a Roma e a Firenze per la Pace + autostop, la collettiva di pittura e grafica per il Nicaragua, la gita a Milano con il pullman per vedere la mostra del Gruppo Novecento, il corso teatrale di maschera neutra che terminò con una notte intera di festa e proiezione di diapo con bivacco per terra coi sacchi a pelo, un cortometraggio che girammo con il mitico superotto, le feste di compleanno dove ci si regalavano quadri e disegni e anche poesie, la mia tesi di Storia dell’arte su Silvestro Lega.

Ricordo che un giovane uomo per venire a tro…varmi si fece centinaia di chilometri scalzo, senza scarpe ai piedi, perché tira più eccetera eccetera che un carro di buoi… ed io ero sufficentemente pazza per sentirmi gratificata da uno scemenza del genere.

Ricordo che una volta ero talmente ubriaca che spremetti del limone sulle teste di due scenografi, come se fossero due cozze.

Ricordo il Maestro Loffredo che dipingeva i gattini sulle zattere e cantava a squarciagola “Tu scendi dalle stelle”, ricordo che lo portammo in una trattoria in San Frediano per festeggiare la fine della scuola e arrivò una torta con un biglietto scritto sopra “Grazie per i trenta”, ma non erano ancora uscite le valutazioni.

Ricordo le fantastiche lezioni di Federici sull’Arte moderna e contemporanea, ricordo il mio stupore davanti agli Espressionisti tedeschi, ricordo che Matisse era Matisse come mai lo avevo capito prima, e Kandinskij con quei suoi blu elettrici mi faceva uscire dalla scuola blu ed elettrizzata e prendere l’autobus (e non pagare il biglietto) era come salire sopra un tram anni 30 e vedere la città a scacchi; ricordo che Federici arrivava sempre in ritardo e non completamente sobrio, puliva la pipa e tossiva scatarrando allegramente tra la presentazione di un quadro e l’altro (non c’era mai gente in prima fila) ma poi parlava come un angelo, un angelo con la voce roca impastata dalla bronchite, e tutti restavamo a bocca aperta, ricordo le mani di Hamid che giocavano con le mie nella sedia accanto.

Ricordo che non c’era il cellulare e nemmeno internet, l’unico cellulare conosciuto e temuto quindi accreditato era il furgone omonimo della polizia, ma si usava ancora la penna, per scrivere lunghe lettere e dediche sui libri e cartoline da ogni parte del mondo.

Ricordo i miei pianti a dirotto fuori dall’aula rannicchiata per le scale, e le risate subito dopo, ricordo che per imparare a dipingere come voleva il professore e per imparare a stare con gli altri, sudai sangue e mi tirai fuori con le unghie dai baratri esistenziali e mi costrinsi a uscire di casa e a lavorare sodo.

Ricordo che mi portarono un intero cespuglio di lillà, rubato in una rotonda.

Ricordo che rubarono a me dei soldi, dei quadri, un cappotto, il cuore.

Ricordo che un’onda gigantesca mi travolse sugli scogli a Calafuria vicino a Livorno e stavo per affogare, quando mi salvarono le mie amiche pittrici.

Ricordo Sinisha il serbo, Raphaele la parigina e Robert l’hawaiano, ricordo Mariangela di Roma che era amica di Giorgiana Masi, ricordo Elide che è diventata una pittrice famosa e abita in Russia da tanti anni e ricordo il suo compagno poeta (poeta è scritto sulla sua carta d’identità, poeta è la sua professione), ricordo le mie danze del ventre con il portacenere che ardeva di grani d’incenso, e le fiamme una volta ruppero un portacenere… stack!

Ricordo che Akila l’algerina mi insegnò a fare il cous cous in una couscoussiera vera, con del cous cous tanto biologico che era infestato di “cosini” marroni scuri, ricordo che ridemmo come pazze con le lacrime agli occhi perché nonostante i numerosi lavaggi (durati un pomeriggio intero) i “cosini” non andavano proprio via e alla fine decidemmo di cucinarlo lo stesso perché se no si stava senza mangiare! e poi in fondo i “cosini” non erano così antipatici se avevano resistito così bene e poi, si potevano camuffare con le spezie, e poi un po’ di carne ci vuole ogni tanto… ma sì insomma… che alla fine fu il cous cous più buono della mia vita e gli ospiti entusiasti fecero il bis e anche il tris.

sotto: un magnifico dipinto di Suzanne Valadon, ex artista da circo, pittrice e modella, donna emancipata e libera, meglio conosciuta come amante di Tolouse Lautrec e madre di Maurice Utrillo… a 44 sposò un pittore di 23 e la loro unione durò 30 anni

DIPINGERE E’ UN ALBERO CAVO

ululato da Pralina alle ore 22:33 mercoledì, 09 aprile 2008

Dipingere è un albero cavo. E’ un filo teso tra la terra e il cielo. E’ un momento di trance ipnotica. Nella preistoria, lo sciamano e il creativo erano la stessa persona. Il dono della “veggenza” viene dato a patto che chi lo riceve, sia disposto a uscire fuori da sé e dai propri limiti. La veggenza è un viaggio nella terra di nessuno. 
Dipingere è una scommessa, un atto di crescita, perché di consapevolezza. A livello psicologico, è talmente profonda che viene utilizzata dai terapeuti per capire i traumi passati che non si raccontano con le parole. Ci sono spazi bianchi come parole mai dette e silenzi “parlanti”, colori tenui come piccole frasi sussurrate, piccoli pensieri appena accennati, abbozzi di sorrisi, lacrime che restano attaccate alle ciglia. Il colore ha dei sussulti forti verso la luce, diventa sempre più deciso quando la luce (coscienza) lo fa vibrare.
Nella pittura ci si confronta con le proprie emozioni su un piano simbolico, ci sono emozioni trattenute, emozioni delicate, e in crescendo, emozioni prepotenti, emozioni trascinanti, emozioni devastanti, emozioni distruttive. Come gestirle? Lasciarle andare? e in quale misura? e in quale direzione?

Dipingere significa staccarsi da sé per entrare in un territorio “neutro”, di viaggio, di scoperta. Significa accettare di fare tesoro dai propri errori, per ricominciare da capo. Si cancella moltissimo, durante la realizzazione di un’opera. Cancellare la pittura “sbagliata” è un atto di coraggio e di crescita. Bisogna essere onesti. Senza onestà, non si arriva da nessuna parte in un lavoro serio, la furbizia non paga. Il mio professore di pittura mi diceva che l’atto di cancellare è il primo passo verso la grande pittura. Come in ogni viaggio che si rispetti, c’è il momento iniziale, la scoperta della tela vergine, di un territorio sconosciuto ma accogliente, dove tutto è possibile… io passo molto tempo ad accarezzare la tela, come un’arpa. La tela bianca è bellissima, ha un buon odore, e il gesso che forma il primo strato è familiare e rassicurante.
Poi ci si addentra, pieni di vitalità, ignari delle insidie, è il momento più bello. La matita o il pennello traccia linee immaginarie, appena abbozzate con rapidi segni, come guardare l’orizzonte e sognare mete future. Non importa che si debba rappresentare una spiaggia tropicale o un quarto del tavolo di cucina, è sempre un viaggio in un territorio sconosciuto.
Ancora più affascinante, la rappresentazione della figura umana. Il volto umano è una vera mappa di segni che conducono in profondità nell’essere.
Come in ogni viaggio, all’inizio si ipotizzano percorsi fattibili. Ma arrivano le difficoltà e le battute d’arresto, problemi tecnici e simbolici di difficile risoluzione. Il momento più duro sta nel mezzo dell’opera. E’ importante fermarsi, la strada è lunga, bisogna capire bene dove andare. Dove si deve insistere, scavare, tirare fuori, o seppellire. Dove si può applicare una invenzione. E dove può essere l’inganno.
La vista si stanca e dopo un po’ non è più la stessa. Dipingere è un esercizio faticoso per gli occhi, devono concentrarsi su punti piccolissimi e spaziare su superfici vaste, e le due cose nell’arco di pochissimo tempo. Anche le braccia, le spalle e il collo sono sottoposti a un grandissimo stress. Ma il lavoro più difficile è per la mente che deve coordinare la vista esteriore con la percezione interiore. La meccanica dei gesti si mescola continuamente con le riflessioni, di altissimo livello. Dipingere è un susseguirsi di problemi da risolvere.
Tutta la creatività si basa su “problemi” da risolvere, solo che i problemi non sono reali, sono immaginari. E non per questo sono meno difficoltosi da gestire! Paradossalmente, possono soltanto moltiplicarsi, basta soltanto voler “crescere di livello” per usare un gergo da playstation.
Ad un certo punto, proprio nel momento più duro, arriva la risoluzione dei problemi, e la fine dell’opera. In realtà l’opera non finisce mai, ma arriva un momento in cui si deve prendere un congedo a tempo illimitato dalla propria creazione. Quel momento arriva, quando i problemi sono stati risolti e il quadro è come lo volevamo all’inizio, o diverso da come lo volevamo, ma ci fa sentire soddisfatti.
Allora si può indugiare ancora un po’ sull’opera già “finita”, con piccoli ritocchi, più per la propria soddisfazione (vanità) che per reale necessità. Dipingere può essere anche molto divertente, quando si è padroni della pittura e ci si può permettere di scherzare con le immagini.

Il disegno è lo scheletro che regge l’impalcatura del colore, lo paragono alla ragione, al logos, alla parola, alla dialettica. Il colore è il mondo emotivo. Il disegno può essere rigoroso, e il colore può essere denso e luminoso… così come un discorso (il disegno) può convincere per la coerenza, e una emozione (il colore) può colpire per l’intensità.

La pittura ha un odore forte di solventi e di olio, è una forma molto materica, quasi preistorica, sicuramente infantile, ci si sporca quando si dipinge, così come ci si “sporca” quando ci si emoziona (ed è per questo che molti scelgono di congelare le proprie emozioni). Ma la struttura del quadro non è solo preistorica, è anche storica, è fatta di dialettica, di parti dell’io che dialogano; di rapporti tonali, di chiaro-scuro, di piani che avanzano e di altri che retrocedono; di numeri (le proporzioni delle figure, la prospettiva)… di condizionamenti sociali (l’estetica è sempre frutto dei condizionamenti sociali)… di riferimenti letterari, poetici, musicali, fotografici, cinematografici, pittorici, simbolici e tanto altro… Dire che un pittore si sveglia e si mette a dipingere così “come gli viene” preso dagli impulsi del momento, è una solenne cretinata. Ai tempi di Leonardo, un pittore era anche un matematico e, anche se i tempi sono molto cambiati, per dipingere occorre ancora, prima di tutto, pensare. Potrei dire ancora molte cose sulla pittura, come viaggio, come meditazione, come vita. Ma preferisco dipingerle!

giovanni buzi

ululato da Pralina alle ore 11:50 giovedì, 18 marzo 2010  

Venere allo specchio.25X32.2004 da giovanni-buzi.  Io.2005 da giovanni-buzi.
“Venere allo specchio” disegno con dedica “per la diamantifera Pralina. un bacio, Gio”

Giovanni Buzi (Gianni)  si è spento a Bruxelles il 17 marzo 2010 dopo una lunga lotta contro il cancro. Pittore, scrittore, insegnante, era prima di tutto un essere libero, creativo e amante. Nato a Vignanello (provincia di Viterbo), il 10 marzo 1961, era andato a vivere a Roma all’ età di 18 anni per studiare l’Accademia delle Belle Arti e la letteratura nell’ambiente vibrante ed emancipatore dell’Italia di allora. Il suo umanesimo ateo si manifestava con una curiosità universale. La scoperta di altre persone, di altre culture, d’altre fonti di bellezza non hanno smesso di animarlo. Per lui l’unica oscenità era l’arroganza dei potenti e la rassegnazione dei sottomessi. Ha affrontato la malattia con un coraggio e una lucidità eccezionali. Si è fatto amare da tutti quelli che l’hanno curato. Durante i pochi mesi di tregua dal male, fra settembre e dicembre 2009, aveva dipinto centinaia di quadri che terranno viva la sua presenza. Quando ha saputo che non c’era più nessuna speranza, ha deciso di morire nella dignità e ha scelto il momento della sua partenza. Sopravviverà attraverso la sua pittura, la sua scrittura e l’immenso amore che ha dato in ogni momento della sua vita.
 
La cremazione del corpo si farà il martedi 23 marzo alle 13.15 nel crematorio di Uccle, a Bruxelles

Giovanni Buzi

Son site internet http://giovannibuzi.net/ sera maintenu.

 
Laurent Vogel, il suo compagno di vita e amore dal 1984

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Terrò caro il disegno che mi hai regalato, come un frammento scintillante di vita, l’arte che sconfigge la morte, l’amore che sconfigge la morte, l’unica oscenità è quella dei potenti… ciao Giovanni, che peccato non esserci incontrati ad Amsterdam, che fortuna esserci parlati in radio e letti sui blog, che figata assoluta avere scritto un’antologia insieme, la nostra “Sex Condicio”… Pralina