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viaggio verso meridione

mercoledì, 29 dicembre 2010

viaggio verso meridione
 
Come ultimo post del 2010 ho scelto questa email arrivatami dal mio caro amico e fratello d’arte Fausto Cerboni, che in questo momento si trova con la compagna e i suoi due fantastici bambini a Pantelleria. Io e Fausto nel 2003 e 2004 abbiamo lavorato ad uno spettacolo teatrale dal titolo “Animale Vagante”, ispirato alla figura del combattente antifascista genovese Giambattista Lazagna, detto “Carlo”, scomparso ormai otto anni fa. Lazagna era l’avvocato dei portuali di Genova, e fuoriuscì dal PCI dopo i fatti di Budapest del 1956. Grande amico dell’editore Feltrinelli, il comandante “Carlo” ha scritto vari libri sulla lotta partigiana e, dopo la tragica morte dello stesso Feltrinelli nel 1971,  fu addirittura accusato ingiustamente di essere uno dei capi delle BR. Completamente scagionato quattro anni più tardi, ha vissuto gli ultimi anni nel modo più semplice: coltivando un orto in alta Val Borbera e godendosi i suoi nipotini. Da qualche anno Fausto e Simona vivono a Praglasso, minuscolo borgo dell’alta Val Staffora, ai confini tra Pavia, Piacenza, Alessandria e Genova. Ho ritenuto questo diario di viaggio molto simpatico e ve lo propongo come benaugurante per il 2011. Ci sono anche due foto: una è sua con uno dei figli e l’altra è della Comune Anarchica Urupia, sita nel Salento, un luogo dove si mangia e si beve come in pochi altri del Pianeta. E sopratutto non ci sono nè servi nè padroni. 
Abbiamo impiegato circa un mese per la nostra discesa dal villaggio di Praglasso fino a Pantelleria.
In questo percorso abbiamo visitato parenti, amici di Campocarlo (vedi il sito Campocarlo.it, ndr), amici dei tempi della pallamano (Fausto è stato Nazionale Italiano di Pallamano, ndr), comunità anarchiche, couchers. Ovunque siamo stati abbiamo ricevuto amore nell’accoglienza e cibo e noi ne abbiamo lasciato altrettanto in cambio. Nel grande furgone del teatro del Piccione, che quelle strade le aveva già percorse più volte portando a spasso teatranti giovani e bambini infanti per anni, avevamo caricato salami e vino delle valli unite, marmellate e salse di pomodoro del villaggio di Praglasso e olio umbro di mia madre. Di nostro abbiamo messo, oltre all’invadenza, tutto l’amore e il rispetto che abbiamo potuto, e dove è stato possibile, abbiamo scambiato aiuto nei lavori quotidiani o nella preparazione delle feste per un evento speciale come quella per il piccolo Bruno.
Grazie a tutte le persone che ci hanno accolto abbiamo potuto scendere verso sud agevolmente e felicemente, senza fatica e con la gioia nel cuore.
 
091220113046
 
Ora, da più di 10 giorni, siamo a Pantelleria, che a dire il vero non è poi tanto a sud, ma quanto basta per dire che qui non nevica e si va al mare. Anzi siamo in mezzo al mare, letteralmente circondati a vista dalle acque dello stretto di Sicilia.
Il bagno? Beh, in questa isola vulcanica ci sono le pozze, ovvero delle vasche naturali di acqua calda a 38-50° lungo tutta la costa, così ogni tanto ne approfittiamo, almeno quando il vento non tira troppo forte e porta l’acqua fredda del mare dentro le vasche. Ma essendo un isola c’è sempre una costa riparata dal vento.
 
E se c’è il tempo brutto? C’è sempre “lu bagnu sciuttu”, una grotta dentro la montagna con vapori che arrivano a 60°. Una sauna naturale.
Percorrendo un sentiero sopra la valle del monastero, un collasso dell’antico vulcano, si arriva alla grotta.
Scavata dall’erosione del vapore che condensa sulle pareti e scava la pietra porosa, dentro ci sono sedili naturali immersi nel buio profondo. Candele disseminate ovunque danno luce quando il chiarore del giorno non riesce più a penetrare a rischiarire il corridoio d’ingresso. Dentro si parla e ci si conosce senza guardarsi in faccia. Una grotta di babele, la chiamo io. Lingue diverse si accavallano in echi morbidi di suoni umani.
 
Un luogo di socializzazione incredibile. Una piccola terrazza davanti l’imboccatura della caverna, con affaccio al mare dalla quale si gode un tramonto meraviglioso, offre la possibilità di incontrare persone di ogni provenienza.
Il giovane ingegnere di Friburgo che lavora nella centrale elettrica dell’isola tentando di portare una nuova tecnologia, rinnovabile, che sostituisca la combustione del gasolio, l’emigrante pantesco con la moglie veneta in vacanza, il contadino pantesco con il suo Ape50 parcheggiato accanto al furgone del teatro del Piccione alla fine della giornata di potatura delle vite, ancora sporco di terra e sudore insieme alla moglie ben vestita perché è domenica e lei ci tiene a cambiarsi nel giorno di festa, l’avvocato romano in visita alle sue vigne e i parenti rimasti sull’isola, la benestante figlia dell’industriale bresciano in procinto di partire l’indomani per Los Angeles per un brindisi di fine anno, e poi noi, famiglia di quattro persone con cane maremmano al seguito che fa la guardia al sentiero, abbaiando a chi sale per la grotta perchè pensa di stare a casa sua.
La gente va e viene di continuo, è un flusso interminabile che dura fino a notte fonda, forse il momento più bello per entrare in questa dimensione tra il quotidiano e l’archetipo.
 
Stiamo scambiando l’ospitalità con una donna molto cara, Angela, che per trent’anni ha fatto la maestra elementare prima nell’entroterra genovese, poi in Germania e Inghilterra, finendo la sua carriera a Pantelleria dove, dice lei, era troppo diverso il metodo che lei portava con se con quello che qui si usava per insegnare. Dopo altri quattro anni ha lasciato l’insegnamento e si è messa a coltivare la terra che era di suo padre e prima dei suoi nonni, fino ai tempi della presenza degli spagnoli nell’isola.
Taglio legna da ardere (anche se serve poco), taglio l’erba tra gli olivi, dipingo pergolati, costruisco mensole in legno di recupero per la casa dove abitiamo, zappo l’orto, mentre Simona segue i bambini e raccoglie erbe spontanee e corbezzoli.
Angela ha dei terreni in riva al mare dove coltiva zibibbo, capperi e olive, oltre ad avere un orto permanente, tutto bio. Le piante di pomodori, di melanzane e di peperoni qui non muoiono mai, se si fa una buona riserva idrica durante l’inverno.
Infatti nell’isola il problema è che d’estate tutto brucia. Ma anche le varietà di piante sono diverse e più adatte a questo clima. Così l’autosufficienza qui è davvero possibile.
I panteschi riescono anche ad avere mucche, cavalli e asini, che pascolano in riva al mare. Ancora oggi c’è una giumenta impegnata nella trazione di un erpice per interrare il sovescio di favino seminato a settembre nella vigna e falciato a marzo. Gli altri cavalli presenti servono a due maneggi che offrono lezioni di salto ostacoli ai ricchi villeggiati estivi. Da quando Armani ha comprato un dammuso sulla costa orientale altri Very Important People risiedono qui, e li trovi tutti al bar del porto in bella mostra nelle fotografie che il proprietario vanta accanto al bancone. I panteschi hanno lasciato l’isola trent’anni fa e le terre sono per molti ormai un affare immobiliare. L’ultima estrema difesa allo sfruttamento immobiliare di questo territorio è la riserva forestale del demanio, che ha salvato parti dell’isola da un disastro annunciato. E qualche persona, che come Angela, ha deciso di rientrare e continuare l’opera dei padri e delle madri.
 
Non esistono trattori qui. Ne ho visto uno soltanto ed era parcheggiato sotto una tettoia e aveva due ruote bucate. Anche perché la terra qui si scava a mano fino alla profondità di trenta centimetri e quando cammini nei campi sembra di camminare sulla neve. Dopo tre giorni di pioggia non c’è fango. Di questi tempi si va in campagna ogni mattina a controllare le trappole per i conigli, che come da noi per i cinghiali e i caprioli, è la necessaria tutela per la salvezza dei raccolti dell’uva. In un anno se ne riescono a catturare anche 50, che finiscono in tavola nei giorni di festa cucinati al forno con un intingolo di pomodori cotti alla brace e conditi con olio e origano.
L’origano, dopo viti, capperi e olive, in ordine, occupa lo spazio residuo del campo coltivato. Tutto addossato contro i muretti a secco che delimitano i terreni e tengono su il terreno sabbioso misto a pomice in magnifiche terrazze degradanti verso il mare, offre di questo periodo il suo massimo splendore alla vista dei miei occhi. I fichi d’india, occupano invece tutti i punti più sassosi e impervi dell’isola, dove non si può coltivare altro.
7.500 persone vivono in un territorio di 83 kmq. Non è mai esistito il latifondismo. Qui ognuno ha il suo piccolo pezzo di terra dal quale ricava tutto ciò che gli serve per vivere. Le case, chiamate dammusi, sono interamente costruite con pietra lavica, di tonalità diverse del nero e composizione a seconda del punto dell’isola dove affiora. Così le costruzioni sono invisibili agli occhi per uno sguardo veloce. Se invece ti soffermi a guardare davanti a te verso monte, improvvisamente vedi apparire muri a secco e dammusi ovunque, di dimensioni diverse a seconda dell’uso che ne viene fatto. Il dammusino, a migliaia sparsi nell’isola, è una stanza sola con il tetto a volta, spesso con un piccolo stalletto per l’asino e serviva da ricovero quando dalle contrade ci si spostava a coltivare la terra che poteva essere distante da casa due o tre ore di cammino e ci si passava due o tre giorni a lavorare. L’asino, bastato, portava a casa le derrate per la dispensa.
Orzo e fieno sono in rotazione per gli animali. Il grano si coltiva a postarelle tra le piante di vite che vengono tenute basse per il vento. Nei vecchi impianti queste erano inserite in buche di 50 cm di profondità, specie nelle zone più esposte. Oggi, in pratica, non lo fa più nessuno. Si preferisce tenerle impiantate a pari del terreno.
Le piante di olivo sembrano rovesciate. Il tronco si alza per un metro e poi piange a terra le sue branche. Le olive si raccolgono a mano.  Un abbassare la schiena alla terra senza pettini, né reti, né scuotitori, come invece abbiamo visto fare durante la nostra discesa verso l’isola. Un altro modo di incontrare la vita della pianta. ‘Mbe, alla fine, dopo sette anni di confino a Praglasso, siamo riusciti a ad arrivare qui, e questo ci rende felici. Auguri a tutti per una buona fine del vecchio anno. Per il nuovo si vedrà… Fausto, Simona, Ada e Camillo.
 
phederpher

un inedito di edmondo de micis (chissà)

martedì, 31 agosto 2010  

un inedito di edmondo de micis (chissà)
 
Jer mattina, nella nostra piovosa ma tetra aula scolastica di Via de’ Calzolari, il nostro buon maestro paralitico e con l’Alzeimher entrò trafelato e sudato, e ci disse in pieno orgasmo: “Quest’oggi, o baNbini mie’ adorati, non si terrà quivi nessuna lezione, poichè siamo tutti invitati ad andare in piazza per assister all’arrivo del Colonnello Cheddafà, il buon dittatore della Lybiah, una delle nazioni a noi più care”. L’urlo liberatorio di gioja fu rotto soltanto dalla timida obiezione di Lippolini, il nostro compagno ripetente: “Ma come, maestro sifilitico, noi la Lybiah l’abbiamo anche invasa…”. Non finì la frase poichè il nostro buon maestro poliomielitico gli rovesciò sulla nuca un manrovescio da 70 chili. Ed eccoci, finalmente, tutti in allegra brigata (meno Lippolini ricoverato per commozione cerebrale), ratti e lesti verso la Piazza del Popolo, dove una folla immensa munita di bandierine tricolori si apprestava a salutare l’arrivo di Cheddafà. Anche noi, col nostro buon maestro rachitico in testa, ci apprestammo a cotal lieta novella, ed avemmo la fortuna di trovare posto proprio sotto l’immenso palco dove dopo pochi minuti sarebbe salito l’Illustre Colonnello. Ed eccolo! Salutato dal suono di mille troNbe e troNbette, il Colonnello Cheddafà, scortato da un manipolo di gurkha in assetto di guerra, finalmente arrivò e cominciò a salire la scaletta insieme al padrone di casa, il Presiresidente del Consiglio Silvio Bubacchioni. I due presero posto sul podio, davanti ai microfoni, si guardarono sorridendosi, si baciarono a lungo sulla bocca, e poscia si apprestarono a proferir parola. L’immensa turba tacque, ammaliata. “Italiani! Popolo amico!” principiò Cheddafà “Voi dovete aprirvi al nuovo che avanza… per esempio, perchè andate ancora dietro alle balle dei preti e del Vaticancro? Voi dovete studiare il Corano! Voi dovete diventare islamici! Te capì?”. A codesto sentire, il volto di Bubacchioni si fece di terra. La folla li per lì ristette muta, ma alla fine un urlo altissimo fendette l’aria: “Vaaatteneeeee!”. Era il nostro buon maestro poligamo, che era esploso in questa esclamazione di protesta e di vivace dissenso. In men che non si dica accadde di tutto: i gurkha tentarono di acchiappare il nostro buon maestro paralitico, che saettò via stile Ben Johnson, la folla si sbandò e, come sempre accade in questi casi, impazzì del tutto e, già che c’era, si mise a saccheggiar negozi e a fare espropri proletari, con la scusa della crisi. Borghini, un nostro compagno già maturo, palpò il culo di una quantità industriale di pulzelle, mentre Caranti, il nostro buon bidello catarrotico, se ne ingroppò direttamente una, ingravidandola. Bubacchioni non trovò di meglio che urlare nel microfono: “Prendetelo, prendetelo quel maledetto comunista! Offro una taglia di 100mila euri e una notte con la mia ex moglie a chi lo prende! Fottuto sovversivo! Vigliacco!”. Nel fratteNpo il Colonnello Cheddafà scese indispettito dal palco e, accompagnato da un altro manipolo di gurkha, si defilò definitivamente, mentre nella piazza il caos era inverosimile e le forze del disordine sparavano boNbe lacrimogene un pò a tutti, giusto per far aumentare il fatturato alla fabbrica che le fabbrica. Poi verso sera tutto ritornò alla normalità, e noi potemmo fare ritorno alle nostre case, verso le ansiose braccia protese delle nostre mammine.

edmondo de micis colpisce ancora

ululato da phederpher alle ore 13:55 venerdì, 09 aprile 2010

Ier mattina nella nostra modesta ma cadente aula scolastica di Via De’ Calzolari, il nostro buon maestro paralitico entrò traphelato e ci disse, tutto allegro: “Oggi, o mie’ giovani virgulti, ivi non si terrà lezione alcuna poichè, su iniziativa del Preside, ci recheremo tutti nella piazza centrale ove il vincitore delle elezioni testè trascorse, vi pronunzierà il suo bel discorso di vittoria, per ringraziar coloro che l’han votato”. A questo annunzio un triplice “Evviva!” proruppe dai nostri petti, phelici di evitare tre stucchevoli ore di lezioni di trigonometria e istoria del Bassopiano Sarmatico, e inphine per evitare che gli stucchi della parete di destra, lesionata da un recente terremoto, potessero caderci sulla testa. Ci vestimmo solerti sotto gli amorevoli isguardi del nostro buon maestro asmatico che poscia ci guidò in phila per due, lungo le phestose vie del centro, percorse dalla banda comunale che intonava “The winner take it all” degli Abba. Percorsi quindi poche centinaia di metri phra due ali di pholla plaudente & phestosa, alphine ci accomodammo nelle sedie all’uopo predisposte nella grande piazza, sotto ad un immenso palco dove di lì a poco il vincitore delle elezioni sarebbe salito. Ed eccolo! Un grande silenzio si produsse phra i presenti nel mentre che il glorioso baciato dalla sorte e dai voti, saliva lestamente i trentasei gradini che lo innalzavano verso il cielo e la gloria immortale. Trattavasi di un omino non alto e piuttosto anziano, di colorito olivastro ma indubitabilmente non naturale, e con un sorriso a cerniera che gli occupava tre quarti del cranio inferiore. “Elettori! Elettrici! Giovani ivi convenuti! O Donne! O vecchi! O lavoratori!”, ma la locuzione phu interrottta dal nostro scurrile compagno Cavalcoli che gli gridò a guisa di ischerno: “O grullo!”. Un brusio di unanime riprovazione sorse dagli astanti, mentre il nostro delicato maestro disse paternalisticamente a Cavalcoli: “Idiota, ma che cazzo dici? Ti stacco le palle e te le inphilo in gola, sai?”. Ma l’oratore sembrò ignorare l’interruzione, e indi riprese: “O lavoratorj! O lavoratricj! O impiegatj! O quadrj dirigenzialj! O…”, e a questo punto Cavalcoli non resse più e gli mollò una pernacchia in sibemolle con ricciolo a semicroma/biscroma in si-la-do. Questa volta la gente si alzò inviperita dagli scranni per individuare il reprobo. Nel phrattempo Cavalcoli si era nascosto phra le gambe della sedia e cercava di isfuggire a mò di anguilla di Comacchio. Poscia, l’oratore, dal colorito ulteriormente infiammato, si ispazientì e principiò a denunziare: “Ecco, queste sono le risposte becere e volgari dei nostrj avversarj comunistj. Essi non sono capaci altro che di ischernire e denigrare e phinanco di opphendere. Ma noi siamo il Partito dell’Amore e, se cattureremo il reo, non gli torceremo un solo capello. Ci limiteremo a cacciarlo solo in qualche educandato, dove verrà ricondotto a ben più mitj consiglj tramite elettroshock od altri metodj consentiti dalle nostre leggj! Orsù, prendetelo, e phatemelo conoscere!”. Ma il nostro Cavalcoli isgusciava via veloce e phurtivo, ad onta di tutti i tentativi per agguantarlo, mentre una troupe di Banale5 intervistava il nostro buon maestro catarrotico, che ispiegava: “Dovete iscusarlo, purtroppo è un povero orphanello di padre e di madre, e certi traumi lasciano brutti segnj. Per phortuna sua, nella mia classe sono tutti bravi e gli vogliono un bene dell’anima, tanto che lo bastonano solo ogni tre giorni per due ore di phila, sto gran phiglio di comunistj”. La piazza nel phrattempo era in preda ad un bailamme incredibile, tanto che dovette intervenire la phorza pubblica a cavallo che phinì per disperdere i presenti a piattonate sulla testa, tanto che si lamentarono oltre trenta contusi. La riunione phu sciolta e l’oratore risalì di gran phretta sulla sua Jaguar azzurro phiammante che si dipartì a tutto gas, e lanciando, già che c’era, una boNba al phosphoro davanti ad una sede di Desolazione Comunista. “Vedete, mie’ cari virgulti, ciò di cui sono capacj certe teste calde di una certa parte politica? Quello che a noi seNbrava un allievo modello si è rivelato un phomentatore, un sobillatore e phinanco agitatore pericolosissimo. Ma lo prenderemo, vedrete, e poscia dovrà pagare il phio di quanto ha provocato!”. Ciò detto, il nostro buon maestro sistolico ci congedò e tutti noi infine corremmo a perdiphiato fra le braccia aperte delle nostre ansiose, dolci & tenere mammine.

un inedito di edmondo de micis (forse)

ululato da phederpher alle ore 22:13 mercoledì, 24 giugno 2009

Un inedito di Edmondo DeMicis (forse)

Ier mattina, nella nostra vecchia scuola di Via De Calzolari, ci è stato presentato un nostro nuovo compagno, che terminerà la terza ginnasiale insieme a noi. Egli è un giovanetto di belle speranze, e si chiama Rosario. E’ olivastro di carnagione, con gli occhi neri e profondi, e porta un basco infeltrito come copricapo, che gli conferisce un aspetto direi singolare. Alle nove in punto, appena entrati in aula, il nostro buon maestro colitico ma stitico ce lo ha presentato di novella posta.
“Ho l’onore ed il piacere di presentarvi” ha esordito “un vostro nuovo compagno, un vostro caro fratello che viene dall’estremo sud della nostra bella Patria, e precisamente da Reggio Calabria. Si chiama Rosario ed è qui per accompagnare tutti noi fino alla fine di questo corso di studi. Ognun di voi venga qui e si appresti con motti onorevoli ad accogliere il fratello meridionale come si merita”.
Tosto a queste parole il nostro compagno Bartolomeo Bartoli si alzò e si diresse prestamente verso il novello arrivato, e abbracciandolo gli disse: “Ben arrivato, o nostro fratello meridionale”, e poi in un orecchio a bassa voce gli aggiunse: “Preparati, terrone, che ti facciamo un culo come una capanna”. Indi il novello scolaro scoppiò in un pianto a dirotto, e disse al nostro buon maestro cattolico apostolico: “Maestro, maestro! Colui mi ha apostrofato terrone e mi ha proferito delle minacce, uaaaah!” Al che il nostro buon maestro stitico ma colitico subito esclamò: “Vergogna a te, o Bartoli Bartolo. Ciò provoca la mia ira funesta. Io ti discaccio da questo consesso aulico per giorni quattro. Al quinto levarsi del sole te ne verrai in iscuola accompagnato da tua madre. Ed ora esci”. Il buon vecchio Bartoli Bartolo, a sentir cotesti motti, a testa bassa se ne uscì dall’aula, in un silenzio spettrale. “E adesso venga un altro ad augurare il benvenuto al nostro fratello del sud”. Allorchè si alzò il nostro compagno Maurizi Giuseppe detto Rambo e gli si avvicinò e abbracciandolo gli proferì tosto: : “Benvenuto nel nord, o caro nostro fratello terrone di merda che poi ti mettiamo a 90 gradi come ti meriti”. Codeste parole provocarono di nuovo il pianto del ter… del novello nostro compagno, il quale si lamentò col nostro buon maestro epistassico: “Maestro, maestro! Colui mi minaccia e mi insulta. Io ne ho paura! Aita, aita!”. Al che il nostro buon maestro epistassico replicò: “La scomunica sia su di te, o Rambo. E adesso esci dal nostro consesso per quattro giorni, e al quinto levarsi di sole vieni accompagnato da tuo padre”. E così anche il buon Rambo ci lasciò, nel silenzio più tetro. Ormai nessuno di noi osava più avvicinarsi al nostro novello compagno, a cagion della sua eccessiva sensibilità nel non comprendere il nostro modo di motteggiare. “Bè… non viene più nessuno? Non volete dunque accogliere almeno con un caldo applauso e un incorraggiante hip-hip hurrà l’arrivo del vostro fratello del sud?”. Passarono alcuni secondi in cui tutti ci guardammo con una rapida occhiata ed infine come un sol uomo scattammo tutti all’inpiedi: “Benvenuto tra noi, o nostro caro fratello meridionale. Che tu sia il benvenuto e il più coccolato, ma sappi comunque che sei un terrone e che prima o poi ti incapretteremo in cortile davanti a tutti, così t’impari!”. Al che il terrone scappò fuori dall’aula e al nostro buon maestro colitico e ansiolitico venne un’attacco di cuore che lo fece ricadere sulla sedia con un filo di bava alla bocca, mentre farfugliava: “Delinquenti… siete tutti dei delinquenti… ma io vi espello tutti dal consesso aulico per giorni sette ed all’ottavo verrete a scuola riaccompagnati dai genitori e dai non…”. Non finì la frase poichè in quell’attimo fatal il respirò gli mancò ed in un men che non si dica egli rese la sua bella anima a Dio. E finalmente la campanella suonò la fine delle lezioni, ed io corsi raggiante verso l’uscita e le braccia amorose di mia madre.
 

phederpher

era il nostro primo anniversario

ululato da Pralina alle ore 16:04 lunedì, 01 febbraio 2010

Il 24 gennaio è stato il nostro primo anniversario, io e (quello stupi…furbo, bravo, intelligente di) Alcide Brunazzi detto Sorbole detto phederpher stiamo insieme da un anno. Avrei voluto scrivere molte cose, su questo nostro primo anno insieme, ma per non cadere nel melenso, o nel grottesco, o nell’annuncio a pagamento, prendendo come spunto una banale lettera pubblicata in un noto settimanale, preferisco dedicargli il seguente post…Punto a capo. Svolgimento.
 
Lettera autentica (vera, l’ho copiata così com’è) pubblicata in un noto settimanale, firmata da Alina
 
Sono approdata a un secondo matrimonio con un uomo che ha tante qualità: intelligente, ironico, fedele, tollerante, per nulla esigente nella vita di tutti i giorni. Il punto è proprio questo: è troppo poco esigente. E’ un professionista molto capace, ma privo di ambizioni; non fuma, non beve alcolici, non beve caffè; mangia poche e semplici cose, non acquista nulla se ciò che possiede non è caduto a pezzi; non adopera il cellulare; non ama i viaggi e detesta la campagna. Gli è venuto in uggia il mare (che fastidio tutta quella gente!); si annoia con il teatro di qualità e trova idiota il teatro leggero. Solo a una cosa mio marito tiene: che io sia snella, carina, elegante e ammirata. E così aggiungiamo frustrazione e frustrazione. L’unico interesse è qualche saggio che legge con scadenze bibliche, qualche film rigorosamente scelto da lui, e il sesso (intenso e di qualità). Se consideriamo che ho raggiunto l’età della menopausa, e che tale argomento non è più in cima ai miei pensieri, capisce bene che la mia vita non è che trabocchi di felicità. Perché allora sto con lui? Perché nonostante tutto gli voglio bene!, e mi piace quel nostro discutere accanitamente di cinema come di filosofia, dei rapporti coi nostri amici, di politica, persino, accapigliandoci per le posizioni diverse, ma nella piena consapevolezza che ci tiene testa è un interlocutore che stimiamo e a cui si può dire tutto, certi di essere compresi. Le scrivo per porle una domanda: quest’uomo con cui vivo, che nulla posside, nulla acquista, nulla desidera (fatta eccezione se potesse, qualche incontro di sesso sfrenato), è forse “l’uomo perfetto”, modello ideale ipotizzato dagli ideologi no-global, dai sociologi, dagli opinionisti radical-chic e io non sono ancora riuscita ad apprezzarne interamente il valore? Io coltivo ancora tanti sogni: uno fra questi è che il mio uomo, così aperto, così intelligente, così di sinistra, ogni tanto riesca ad essere felice di divenire artefice della felicità altrui. Chiedo troppo?”
 
 

Come rispondere a questa… lettera ordinaria? Riscrivendo la stessa lettera in modo straordinario, ma veritiero (ahahahahahahahahahahaha!) e “riadattandola” al mio uomo, Alcide Brunazzi detto Sorbole detto phederpher.

 

Ipotetica lettera a quel noto settimanaledi PrAlina (che potrei anche scrivere, cosa mi manca)

 
Sono approdata a un secondo…terzo…non ricordo…vabbè, matrimonio, non ancora, eh, fidanzamento… con un uomo che ha tante qualità: intelligente, ironico, modesto, tollerante, curioso, dinamico, vulcanico, buongustaio, allegro, divertente, burlone, affettuoso, sensibile, dolcissimo, iperdotato, sexy, buono d’animo e delicato…insomma, delicato, dopo la centrifuga (devo continuare? o vi basta così per schiattare dall’invidia?) per nulla esigente nella vita di tutti i giorni. Il punto è proprio questo: è troppo poco esigente. E’ un professionista molto capace, nel senso che venderebbe frigoriferi agli eskimesi, ma privo di ambizioni (nel senso che gli eskimesi li stanno ancora aspettando); non fuma, non beve alcolici, beve solo quel caffè indispensabile per reggere cinque o sei ore di sesso notturno continuo; mangia poche e semplici cose, ma con un appetito da lupi è capace di papparsi tutto ciò che vede all’orizzonte, non acquista nulla se ciò che possiede non è caduto a pezzi ma anche no, nel senso che spesso è lui a distruggere le cose valide; adopera il (mio) cellulare il giusto senza esagerare; ama i viaggi a patto che lo ospitino in qualsiasi posto anche in campagna. Gli è venuto in uggia il mare… come cazzo scrive questa… dio mio…si annoia con il teatro di qualità perché lui fa il suo che è teatro leggero. Ultralight. Come dice mia madre “Ti sei trovata uno come te”, un clown insomma, un buffone, per usare un eufemismo. Al mio fidanzato non gliene frega un’adorata cippa di sta minchia (scusate il lessico familiare) che io sia snella, carina, elegante e ammirata, perché gli piacciono le mie rotonditudini e le mie poppità, che mi fanno una granfica, perciò sono elegante e ammirata per forza, e quindi non mi sento per niente frustrata. Legge (tiè) altro che qualche saggio, legge moltissimo, mi spiace per te della lettera sopra che ti sei presa un analfabeta! Qualche film scelto da lui, tipo “Il ritorno dell’ape Maya”, il sesso (intenso, di qualità, bollente, fantastico, fantasmagorico, stupendo, stupefacente, meraviglioso, inebriante, ipnotico,  elettrizzante, esplosivo, sconvolgente, faticoso… faticoso, certo, dopo 5 ore di ciupadance in ogni posizione del Kama che cosa volete, e meno male che prendo le alghe Klamath che contengono tutti i minerali e le vitamine + omega 3 e omega 6, se no sarei costretta a rivolgermi a un fisiatra di quelli veramente bravi). Se consideriamo che ho quasi raggiunto l’età della menopausa, e che il sesso è ancora il mio chiodo fisso, capisce bene che la mia vita trabocca di felicità ed emozioni fortissime. Noi sul piano politico, siamo perfettamente d’accordo, lui è un anarchico di destra, io un’anarchica di sinistra, ma per effetto dell’entropia, arriviamo sempre alle stesse conclusioni. Perché sto con lui? Beh, se ancora dopo tutto quello che ho scritto, non l’avete capito, mi spiace per voi e per la tipa sopra, ma siete veramente scarsi.” 

ehehehehehehehehehehe! 

Auguri amore mio, per il nostro primo anno insieme!
 

fra le nuvole delle mie parole

ululato da phederpher alle ore 22:23 lunedì, 09 maggio 2011

dormi
e sogna quanto cielo
possono espandere
i miei occhi
fissi nei tuoi

dormi
fra le nuvole
delle mie parole
e raccontale agli angoli
bagnati dal mare

ti sveglierai
e correrai
verso la mia sfera
di carta stagnola

precipiteremo nel pozzo
dove la vertigine
si fa aria e acqua
di temporale estivo

alla donna che amo di più al mondo

 


 

grazie alla vita

ululato da Pralina alle ore 14:38 venerdì, 08 maggio 2009

Amore mio, sono passati tre mesi e mezzo dall’inizio della nostra storia ma mi sembrano molti, molti di più: è talmente densa questa nostra storia nel presente,  così eccitante quando progettiamo cose per il futuro, così divertente quando ridiamo insieme, e così piena di ricordi da raccontarci reciprocamente, che il nostro tempo si espande all’infinito… io che sono tanto brava a parlare, come dici, io che trovo sempre la parola giusta per esprimere quel concetto, non trovo però le parole per dirti quanto ti amo e quanto mi piaci, per spiegarti la tenerezza che invece di farmi uscire le parole, me le trattiene in gola, insieme al groppo d’emozione che sento quando ti penso così.
Sei l’uomo più dolce che io abbia mai conosciuto, la tua dolcezza è una cosa tutta tua, voglio dire che è unica, non ha nulla a che fare con le frasi da repertorio, con i comportamenti stereotipati, anche perché di persone “ruspanti” come te ne ho conosciute non molte, sai. E se nel corteggiamento (e non solo) hai mostrato segni di imbranataggine, questo è venuto unicamente a tuo vantaggio perché ancora oggi ci sorrido con il cuore colmo di dolcezza.
Mi piaci tanto, sei fantastico nella tua semplicità che è la tua “arma vincente”.
Sei dolcemente visionario come lo sono tutti i romagnoli e la nostra lucida follia è la chiave per aprire tante porte.
Amo le tue labbra morbidissime, tenerissime come un bocciolo di rosa che lascia scoperta una fila di perle che sono i tuoi denti perfetti.
Amo il tuo accento romagnolo e il tuo sorriso più d’ogni altra cosa, il tuo sorriso è fresco e lieve come quello di un bambino, un bambino che non ha mai conosciuto la malizia e riesci sempre a disarmarmi perché ti penso così leggero.
La mia femminilità è tracimata insieme alla vanità in tante piccole forme (la sottoveste anni 50, la cavigliera, le gambe lisce come seta, lo smalto nelle unghie…) e del resto non poteva che essere così, che fare l’orso Yoghi e scaccolarsi le dita dei piedi è una cosa che, nonostante la goduria iniziale, alla fine deprime abbastanza.
Camminare al tuo fianco è una sensazione specialissima, sono fiera di te, mi sento riparata e sento il desiderio di proteggerti. Io non sono una cuoca sopraffina e come vedi sono per le cose semplici, ma quando cucino per te mi sembra di aprire un mondo, di recuperare emozioni antiche che nella vita solitaria si limitavano a un piatto di patate con il tonno. Era una vita che non mettevo in tavola una candela per la cena e che non mi  profumavo da gran figa per andare a letto e perciò ti ringrazio anche di questo “svecchiamento” delle abitudini che è venuto fuori così prepotente… sei una buona forchetta e dai una soddisfazione incredibile!
Non ti cambierei mai, non cambierei nemmeno i tuoi difetti che vedo delinearsi ma che ho notato quasi subito (perché sei trasparente) e che connotano la tua personalità. A volte mi fai incazzare, ma poi rifletto e capisco che ognuno di noi due può urtarsi e che comunque, la nostra sintonia crescerà con il tempo. E poi sai, m’incazzo perché sono viva.
Ti amo completamente e sono sicura che ti amerò anche quando amarsi comporterà dei sacrifici maggiori, perché sai, io in amore sono una tosta, che non si arrende.
Da tanto tempo sognavo una storia d’amore e mi dicevo che avrebbe dovuto essere specialissima con il tipo giusto cioé uno talmente giusto da non poterlo nemmeno immaginare se non in qualche libro di leggende nordiche o celtiche, e perciò rimandavo sempre, rinunciavo ad incontri e non me ne creavo di possibili, non volevo rovinare questo castello di sogni e vivevo circondata dalle mura che mi ero fortificata con gli anni. Ero completamente sfiduciata nel genere maschile e tu lo sai perché.
Non esistono superuomini così come non esistono superdonne, ma ciascuno di noi lo può diventare nell’amore e nello sguardo dell’amata/amato. Perciò è inutile crearsi “tipi” immaginari, che l’amore quando arriva è una valanga, un uragano e travolge tutte le convenzioni precotte.
E così mi sono data per smarrita (in eterno) nel riflesso smeraldino dei tuoi occhi, quel pomeriggio di pioggia che mi facesti entrare in macchina. Il nostro amore è un dono che io non aspettavo più, ma proprio per questo è bellissimo, è stato così spontaneo fin dall’inizio questo nostro cercarsi e raccontarsi al telefono e poi sentire l’esigenza di vedersi dal vivo, ma piano piano, quasi in punta di piedi e senza aspettarsi nulla di speciale. Ci siamo scivolati dentro. E’ stato come togliere un freno a mano di tante cose, amozioni, desideri, sensazioni che erano stati bloccati congelati, ma senza il gran gesto, la cosa eclatante. Si è presentato con una leggerezza disarmante, come il volo di un “soffione”, la leggerezza la stessa che sento quando ti guardo, la stessa che invade tutto il mio cuore anche se non so spiegartela con le parole.
 
 
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E perciò oggi dico grazie alla vita.