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Acquistiamo arte! Pagamenti subito!

Questa notte ho sognato un traghettatore vestito di paillettes che si presentava sotto i riflettori.
– Avanti sulla zattera dell’arte c’è posto per tutti. Pittori insieme a fotografi, digital art con scultori e artigiani. Astratto, informale, figurativo. Chi sa fare e chi no. Chi lo fa da 30 anni e chi da 3 giorni, e vi assicuriamo che così mescolati e senza un percorso critico sarete tutti allo stesso livello. Perché la realtà è che tanto non vi compra più nessuno. Oggi siete voi a comprare. Comprate la vostra partecipazione, così potrete dire “io c’ero”. Io sono stato un protagonista dell’arte.
Gli ho detto. – E se uno volesse lavorarci con l’arte?
Mi ha risposto. – Bisogna essere concreti. L’arte è morta e non interessa più al pubblico, ma gli artisti sono ancora vivi, sono tanti e scalpitano per emergere. I mediocri più dei professionisti. In provincia molto di più che in città. Sono diventati loro il mercato, si acquistano da soli.
Gli ho detto. – Ma è assurdo.
Mi ha risposto. – Se uno vuole stare nella sua utopia, è libero di farlo. Noi lo consideriamo un fallito. Oggi l’arte è una vetrina per ego creativi, tu hai un ego creativo?
Gli ho detto. – Ma certo che sì! Ma non è questo il problema. Parliamone.
Mi ha risposto. – Tempo scaduto. Venghino Siorri e Siorre! – e con un magnifico sorriso ha continuato a traghettare artisti.
Mi sono svegliata tutta dolorante ma consapevole di essere in un periodo storico così bello per la cultura. Dico con ironia.

Patrizia “Pralina” Diamante

 

abbandono

COSA SIGNIFICA SOGNARE UNA LAMPADINA?

ululato da Pralina alle ore 10:53 mercoledì, 03 gennaio 2007

Oggi lo spunto me lo offre involontariamente qualcuno (forse Marzullo in persona) che ha digitato questa frase “cosa significa sognare che si regala una lampadina” ed ha trovato il mio blog. cosa significa sognare che si regala una lampadina
* significa che abbiamo la capacità di regalare i nostri sogni agli altri per continuare a sognare, perché facciamo parte di un sogno collettivo, un immenso reve che dalla notte dei tempi fino alla fine del mondo non si esaurirà mai.
* significa che la nostra energia, il nostro amore, la nostra luce si possono trasmettere con l’atto del dono.
* significa che anche il blog è un dono.
* significa che a volte criticare duramente qualcuno o persino mandarlo affanculo può essere un gesto d’amore, se lo aiutiamo a rendersi conto, ad avere l’illuminazione che sta sbagliando (così come fanno gli altri con noi).
* significa che non dovremmo essere stupidamente, ottusamente egoisti per continuare a vivere al buio e far vivere al buio gli altri.
* significa che siamo innamorati di un elettricista (ma in tal caso è meglio farsi regalare un vibratore, lui saprà giocarci meglio di altri).
* significa che la bolletta dell’enel è in scadenza.
* significa che i concetti e le immagini che abbiamo ricevuto gratuitamente, senza copyright, sono un bene collettivo la cui circolazione libera ci arricchirà profondamente: solo lo scambio non mercantile fra le persone e la contaminazione di culture diverse può accendere la luce della Cultura.

dai, continuate voi…

“Regalare una lampadina significa che si è un po’ tirchi: gli si poteva regalare anche tutto il lampadario. 
E aggiungo, tirchi al quadrato, visto che invece di regalare almeno la lampadina, invece del lampadario completo, lo si sogna e basta.” (Maria Strofa)

“Ooooooooooooooooooh… sciabadaduuuuuuuu… ehi! ma checaaaasu… be-be oh didò oh didò! ma porcadiqueeeeeee… tumiregàunalampaduuuuuuu… ehimachemenefàsmuà… mavaaaaavaaaaavaaaaaavaaaaa…” (La Linea di Cavandoli)

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“Io avevo digitato proposte indecenti e scherzetti telefonici alla zia nuda per trovare il tuo blog” (spero che mi riconoscerai anche se mi camuffo da Mister Bean)

“significa darti qualcosa da pensare….non faresti altro che chiederti,,,”che cazzo avra’ voluto dire con una lampadina..???” (india03)

“sognare che si regala una lampadina… bella immagine. mi viene in mente regalare un’idea, regalare creatività come quella che aveva in testa archimede pitagorico di paperino quando ne inventava una…” (hidra)

“se regalata ad una amico antipatico significa:ti auguro di perdere tutti i capelli all’istante.. ad una bella donna significa:sei la luce che illumina il mio cammino..se a una ragazza con cui vorresti fare l’amore significa:mi piacerebbe farlo 220volt..se a un poliziotto significa:che le sue indagini brancolano nel buio..uèèè pralina va che io vado avanti nè…eh eh eh” (giannierre)

“eheheheheh io quoto il commento di Gianni!
Comunque a me ne hanno regalate una serie a basso consumo cosa vorrà dire???”  (monicamarghetti)

“che coincidenza…ho scritto pochi giorni fa anche io un post su una lampadina… il significato era un po’ diverso, però se vuoi puoi darci un occhiata…..si intitola L’AMORE E’ UNA LAMPADINA…(più chiaro di così… :-P)” (nate)

“Secondo me il tipo ha semplicemente abusato di ddroghe leggere…la peperonata ad esempio…” (freeriding)

“mah, la lampadina è un apostrofo acceso tra le parole buio pesto” (Decablog)

“che hai mangiato la peperonata la sera prima?” (Lavorini)

“Significa che vorrei che tu me la mettessi lì… e anche là… lo sai che le lampadine mi eccitano moltissimo… sono stanca dei soliti sedani, carote, zucchine, topinambur infilati in ogni dove… la prossima volta tesoro, lampadina!”

perché di notte russo

ululato da Pralina alle ore 18:15 lunedì, 01 ottobre 2007

Nella foto sotto: mentre ballo in un prato e spicco un salto di un metro, estate 1992 (per la cronaca: mi scurivo i capelli con l’hennè) il ballo stava andando avanti da un’ora con questi balzi a canguro, capriole sulla testa, passo marziale e corse attorno al perimetro del parco per un chilometro… la fotografa era esausta


Prali salto 1 metro
 
Torniamo serie… così… mentre mi chiedo perché mi hanno messo questo fazzoletto, e sempre sto ca22o di fazzoletto anche alle scuole medie che i ragazzi mi prendevano in giro e dicevano “guarda la ritardata mentale col fazzoletto” va beh, però la foto è molto dolce e molto carina
 
pralipiccinapiccio

Non prendo funghi allucinogeni perché non ne ho bisogno. Una notte, molti anni fa, sognai che ero alla ricerca del mio naso. Sempre il solito Gogol’ che mi ispira eccetera eccetera.

Arrivai a Mosca in aereo, da Mosca salii su un pullman scassatissimo per percorrere ancora molti chilometri verso sud-est. Il viaggio fu lungo e stancante, ma la gente che viaggiava con me era allegra e piena di vita.
Era come prendere la macchina del tempo. Scesi dopo molte ore, mi trovai in un posto che non aveva nulla di “visto” né su qualche atlante, né in qualche libro.
La strada asfaltata non c’era più, ma soltanto un sentiero di terra battuta.
Era primavera inoltrata. Il villaggio di case di legno, molto ordinato, era costruito su un’altura sopra un fiume. Il fiume non si vedeva, si sentiva il frusciare dell’acqua.
La vegetazione era rigogliosa e intorno volavano tantissime farfalle. C’erano alberi maestosi e distanziati fra di loro, che non avevano un aspetto conosciuto in Italia. Avevano una forma quadrata.
C’era un mercato ortofrutticolo… le donne avevano portato i loro tavoli da casa dove avevano sistemato ceste e fazzoletti con sopra mele, cavoli, cipolle, poca altra verdura (ma non c’erano né pomodori né patate). C’erano anche pollame, oche e anatre, e manufatti artigianali. C’erano grandi cataste di legna tagliata ammucchiata e pronta all’uso.
Avevano tutte la testa coperta da un grande fazzoletto a fiori, la gente era scalza, ma il prato era soffice e verdissimo e non era difficile adattarsi a camminare così. E tutti avevano un naso come il mio. Ero talmente a mio agio, che mi tolsi scarpe e borsa, le buttai in un angolo come farei a casa.

C’era una venditrice di frittelle di mele che mi rivolse la parola nella sua lingua e mi diede una frittella. Era buonissima, l’aveva preparata col miele. Continuò a fare le sue frittelle e a sventolare sul fuoco con un ventaglio fatto con le penne di una gallina.
I bimbi (quanti bimbi c’erano!) giocavano a rincorrersi, non avevano altri giochi, sembravano molto allegri, notai che erano pallidi, biondissimi di tipo slavo oppure scuri di carnagione e con gli occhi a mandorla.
Durante il sogno mi toccavo le guance, mi toccavo il naso, mi stropicciavo gli occhi, perché ciò avveniva anche dentro il sogno quindi è probabile che fosse così.

Di sogni ne ho fatti milioni, spesso sogno di viaggi, di voli, di feste, di paesi che non conosco, di luoghi immaginari, di persone sconosciute, dei miei nonni morti e dei miei amori passati, ma nessuno con tutti questi particolari così precisi e così indelebili.
Potrei continuare per un giorno a descrivervi i particolari di questo sogno, ma ovviamente non posso per non annoiarvi.

Non riuscivo a capire in che secolo mi trovassi, ma poteva essere molto prima del 1800… forse prima del 1700… un periodo di tempo non precisabile, perché nelle zone agricole tutto è rimasto immutato per molti secoli.

 

A un certo punto arrivò un carro trainato da un cavallo rosso da tiro, un cavallo molto grosso, con la criniera bionda… anche il guidatore era un omone, di più di due metri, con due spalle larghe come un armadio e un torace grande come il tronco di un albero, coi capelli lisci, biondo platino, la barba biondorossa, gli occhi verdi e la pelle un po’ rossa. Era vestito con una casacca grigia e aveva un paio di stivali. Portava un cappello nero in testa.
Aveva il carro pieno di tappeti del K. che aveva preso a pochi chilometri di lì, al confine con il K.

L’uomo era serissimo, ma ad un tratto quando scese dal carro, si mise a ridere così forte che la sua voce rieccheggiò con una potenza incredibile. Urlò qualcosa come “Sono tornato!”
Le donne si affollarono intorno a lui e (si chiamava Ivan) lui cominciò a srotolare i tappeti, che aveva ottenuto portando in là della legna.
Mi misi davanti a lui e cominciai a sbracciarmi, gridando con gioia: “Sono la nipote dei tuoi nipoti dei tuoi nipoti, sono io… ma come non mi riconosci?” ma non arrivavo nemmeno alla sua cintura e lui continuava a parlare in russo, senza degnarmi di uno sguardo.
La donne in un attimo erano tutte davanti a me, con le loro ceste, che cercavano di proporgli uno scambio.

Non poteva riconoscermi, perché non ero ancora nata.

E tutte le volte che ci penso, mi vengono i brividi.

 

La mattina dopo al risveglio prima delle mie occupazioni solite, andai immediatamente sull’atlante a controllare: tutti questi particolari mi portarono con sicurezza a individuare una regione di un affluente del(la) Volga.
Non può essere solo fantasia, non può. Forse quella notte la mia anima si è staccata dal corpo e ha fatto un viaggio astrale.
Ci ho ripensato quell’estate (in quei mesi facevo la badante in una casa di riposo… ahahahahahahahahaha!!!).

Ne ho parlato nel corso del tempo coi miei uomini, tutti e tre mi promisero che mi avrebbero portato a… oggi si chiama di nuovo Samara, un tempo con l’URRS era Kuibyshev, si trova su un affluente del fiume Volga. E’ a due passi dal Kazakhstan ed è un crocevia tra le etnie bianche e quelle mongoliche. Un tempo era un grande mercato agricolo, oggi un grande centro industriale.

A chi mi ci porterà in visita, domani, io donerò il mio cuore e le mie braccia… e anche il mio naso… e non lo lascerò mai.


https://i1.wp.com/www.cnn.com/WORLD/europe/9902/14/russia.fire/russia.samara.jpg

SI CHIAMA EPICANTO

ululato da Pralina alle ore 01:30 venerdì, 31 agosto 2007

Questo cuore che batte come un tamburo, è attaccato alla Vita.
La notte passerà come una belva.
Sogno i cani che nuotano nel grande lago verdeceleste dei miei occhi, la mia anima si contorce come un panno strizzato, mi giro nel letto e mi aggrappo al cuscino.

Non so chiedere.
Non so chiedere e questa è la mia maledizione.
Avrei voluto fermare il pennello di mio padre e chiedere: “Perché mi hai dipinto con gli occhi a mandorla? Chi sono io?”
Epicanto si chiama.
Mio padre non c’entrava nulla, c’entrava mia madre e i suoi mitocondri sciamani.
Sognai d’essere incinta di un maschietto, un mese prima di concepirlo.
Ricordo che mio figlio nacque con gli occhi a mandorla, sembrava un Inuit. Ero fiera di lui. Sì, ero fiera di questo piccolo coi capelli prima rossi, poi biondi, poi castani. Mio figlio mi succhiava il mento al posto del ciuccio.

 Chicco a una settimana - ottobre 1989

Una deriva di un mare di fuoco. Mi ricordo che in sogno tenevo un teschio tra le mani, e mi ricordo del sapore del cervello in sogno… eravamo cannibali?
Forse la terra, la sabbia, l’erba, le croste delle mie ferite, tutte cose che mangiavo da bambina.

  Danza della pioggia a Vaglia
Ricordo il mio primo mazzolino di mimose, per l’otto marzo. Me lo portò un ragazzo, ero veramente commossa e iniziai a staccare le palline coi denti, finché non le inghiottii tutte.
La natura mi ha sempre emozionato.
Fare l’amore, ballare, osservare le nuvole, correre in mezzo a un mare d’erba alta, attizzare il fuoco, andare a cavallo, tirare con l’arco, dormire in tenda, fare il bagno nella vasca con i miei uomini e con le mie piccole anatre, svegliarmi bimba di nove mesi in una cesta in mezzo alla neve, sono stati i momenti più belli della mia vita.
Vorrei morire fra le tue braccia, quando mi dici: “Piccola pazza, mia piccola selvaggia, i tuoi antenati erano Goti incrociati con gli Unni, o Russi, che scopavano con gli abitanti del Circolo Polare Artico”.
Questa mia poesia di grande tenerezza.

Sì, vorrei morire d’Amore, oppure farti morire con un palo conficcato nel buco del culo.