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CIAO TONINO

Nel tuo respiro in nuvole psichedeliche si palesavano alberi,

ed erano concreti, con fiorellini teneri di bianco panna,

forse un po’ azzurri, però di un azzurro appena accennato,

oppure di un rosa evanescente come pastelli di bambini.

Come si può esprimere la tenerezza di un fiore, credo

portandolo con delicatezza alle labbra, o donandolo a un amore.

E poi la primavera partoriva l’estate, e dai fiori ai frutti,

e la terra profumava in maniera indecente, di lunghi amplessi.

Tonino, camminavi nei campi parlando di frutti dimenticati,

come i poeti abbandonati, che nessuno legge, o porta a casa.

E da quel tuo sapere visionario, dalle fontane disegnate,

dalle lucertole, dai fossi delle strade, un po’ ammaccate, assetate

quando il bagliore dell’estate accompagna la mente al mare,

veniva a noi un sapere antico, la forza semplice del mondo.

Patrizia “Pralina” Diamante

ravenna, la durata di un trapasso

sabato, 22 ottobre 2011  

 
In concomitanza con l’inaugurazione presso l’antica e prestigiosa Biblioteca Classense di Ravenna della mostra che riguarda l’affascinante opera come incisore del grande gallerista Giuseppe Maestri, ecco pubblicato il film realizzato l’anno scorso e contenente le interviste a lui e al poeta Eugenio Vitali, ideatore nel 1971 della “poesia da affissione”, idea poi ripresa persino in Inghilterra. Due persone a cui sono legato da oltre trent’anni e che recano preziose testimonianze dei cambiamenti intervenuti in una piccola realtà di provincia, che sono però lo specchio fedele di un cambiamento globale che è purtroppo in peggioramento sotto tutti i punti di vista. Un cambiamento comunque pagato caro, dato che dal 1956, anno dell’arrivo dell’industria petrolchimica, il tasso di tumori è cresciuto in modo esponenziale, e tuttora miete copiosamente, purtroppo. Troverete un paio di poesie del grande poeta Vitali, all’inizio immagini autunnali della zona della pineta che confina col porto canale e le industrie e, in coda, alcune incisioni di Giuseppe, forse l’ultimo grande artista che possiamo definire “erede” della poetica “lunare” felliniana. E d’altro canto Tonino Guerra era, ed è tuttora, di casa nella sua vecchia galleria, che recentemente un suo amico pittore ha riportato a nuova vita dopo tre anni di triste abbandono. Anche se, però, i tempi gloriosi sono terminati da un pezzo. Riguardo a questo, infatti, troverete rare e preziose immagini tratte dal suo archivio fotografico a partire dal 1965, col passaggio dei più grandi pittori del secolo scorso: Treccani, Sassu, Migneco, Sironi, Calabria, eccetera, e anche di vari poeti: Rafael Alberti, Mario Luzi, Piero Santi, e tanti altri. Colpisce di Giuseppe la grande semplicità, la grande umanità, il raccontarsi in modo schietto e simpatico, il “bucare” lo schermo. Era sempre sorridente, Giuseppe, pronto alla battuta in dialetto e allo sfornare aneddoti. Ha lasciato davvero un vuoto irrecuperabile.
 
phederpher
 

le donne romagnole

ululato da Pralina alle ore 00:23 giovedì, 11 ottobre 2007 

Io lo so come sono le donne romagnole.
 
Sono forti come la roccia e sono morbide come il burro, delle gran lavoratrici, che si sacrificano per la famiglia e per i figli, e quando i figli sono grandi fanno volontariato per gli anziani e per il terzo mondo. Sono quelle che vanno a letto sempre dopo e che si alzano sempre prima. Quelle che vanno in discoteca con le amiche, e il giorno dopo al cimitero a trovare i loro morti. Sono delle grandi cagacazzo le donne romagnole, non sono mica di marzapane, hanno sempre la battuta pronta e sembrano velenose e con le amiche e con i figli non sono mai troppo tenere. Fanno i complimenti solo quando conviene, pochi ai loro figli e molti agli estranei.

Sono solari e gioviali, sì, ma sono anche lunari, e saturnali, e tristi, e malinconiche, e non di rado depresse (ma la tristezza non impedisce mai di fare tutto ciò che si deve). E quando si ritrovano fra di loro, parlano spesso di amori finiti, e di morti, e di disgrazie, e di problemi in famiglia, e delle cose che potrebbero aggravarsi. Non sono brave a consolare con le parole, tanto ruvida la lingua che sembra cartavetrata, ma sono bravissime a dare una mano concreta a chi soffre.

Sono quelle che ha disegnato Fellini nei suoi film e che Tonino Guerra canta nelle sue poesie, sono immense come la Gradisca e la Tabaccaia, con grandi tette e culi belli pieni e rotondi come quelli delle afrocubane. Oppure magre e sottili e con piccoli seni come la Volpina, ma assolutamente sexy e piene di energia erotica. Le donne romagnole viaggiano con una carrozzeria compatta, non superano quasi mai il metro e settanta, la statura media della donna romagnola è uno e sessanta, e pur viaggiando in 500 sono più potenti di un bolide di Formula Uno. Sono more quasi sempre, e sono belle, ma di una bellezza un po’ selvaggia, non raffinata, con il trucco nemmeno fatto troppo bene, e il vestire non molto ricercato e i capelli esagerati; sono belle quando ridono e la loro risata spacca il silenzio e rimbalza sulla luna.
 
Vanno in bicicletta le donne romagnole, la bicicletta è il cavallo di queste valkirie, la abbandonano solo per essere portate con il carro funebre. Le donne romagnole sono profondamente religiose anche se possono fare tutto senza Dio. Quando non sanno più come imprecare, si mettono a pregare la Madonna, ma di nascosto, la mattina presto, oppure mentre versano una lacrima sulla sfoglia fatta in casa.
Ne hanno da passare di guai, le donne romagnole, per reggere la baracca, col marito oppure no, con tutti i conti da far quadrare, e le bollette, e i bilanci delle aziende familiari, si dice arzdora che significa “reggitrice”, la donna romagnola è questo: una colonna che regge tutto.
 
Io le amo, e sono anch’io, lo è una parte importante di me.